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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
26 gennaio 2012
Relativismo
La persona che vede entrambi i lati di una questione non vede assolutamente nulla.
(Oscar Wilde)

E quanto tutto ciò sia una maledizione per certi singoli, destinati a vederli così tutti, i lati della questione, da lasciarsi macerare in santuari vuoti di senso, di cose, di futuri, di speranze, di possibili e impossibili, di desideri, di voglie e di equilibri, è tutto un capitolo che non ho voglia di profanare.



24 gennaio 2012
Marica, fottiti
Ho una pagina pseudo culturale su fb. Molto pseudo.
E oggi ho raggiunto il massimo delle preferenze. Oggi perché ieri ho pubblicato una foto triste e superficialissima di 5 ragazzi, cinque c.d. bei ragazzi, mezzi nudi. Non apprezzo, in generale, chi taccia di superficialità il mondo così e poi fa la bella statuina. Però nella mia minuscola paginetta c’erano citazioni di Woody Allen che valevano, almeno tre volte, quei ragazzi. E pure il loro nudo.
Ma io sono disinteressata ai consensi quindi da domani ne pubblicherò solo di più. Di ragazzi nudi dico.

Oggi si apre la sezione invernale. Appelli. Non rispondere sarebbe sconveniente.
Mi ero promessa di non ridurmi più all’ultimo, mi ero giurata che stavolta mi sarei detta “non vedo l’ora di andare lì e confrontarmi con il docente”, mi ero detta che è tempo di superare questo panico improduttivo ritornando al panico produttivo delle interrogazioni scolastiche: bei tempi, l’adrenalina era al massimo e io, messa sotto pressione, davo il mio meglio.
E il mio meglio a volte era pure eccellente.

Mi sono persa nel passato. Dov’ero? Ah sì, facevo una lista, priva di numeretti, delle promesse che non ho mantenuto.
Mi sono ridotta all’ultimo (dieci giorni e meno oggi nove) e soprattutto non ho un briciolo di adrenalina al positivo: vorrei solo chiudere gli occhi e svegliami con il tutto alle spalle.
Questo significa che balbetterò come la solita incapace che sono ma potrei non essere.

Poi questo esame mi preoccupa particolarmente (anche questa non è propriamente un'esclusiva, siamo seri). Ho fatto troppe battute stupide sulla sensualità del professore per non ricordarmene mentre mi chiederà del problema del solipsismo in Strawson. E sapessi che diavolo è il solipsismo poi. Quello che so è che Strawson ha risolto i miei problemi di insonnia. Se mi boccia (leggi: prendo meno di 30 e lode) prometto solennemente (tanto per aumentare la pila delle mie promesse da marinaio) che lo informerò della cosa.

Superato Strawson, niente paura, devo sapere qualche concetto basilare di fisica quantistica, le implicazioni filosofiche e qualche miliardo di teorie su che "cos’è un oggetto" per mille miliardi di filosofi. Perché mi preoccupo tanto? Quanto vorrei fosse scritto.
E’ un esame che ho scelto di fare. Il corso è stato talmente bello che lo rifarei anche una trentina di volte: con un po’ di sfortuna realizzerò questo desiderio.

Intanto ho dato l’addio a tutte le mie voglie (cosa che mi rende più morta “emozionalmente” del solito) sostituendole tutte con una sola, dilagante, malefica, preoccupante, deliziosa voglia-prima: dire parolacce. “Si fotta” è la mia preferita. Si fotta Strawson. Si fotta l’esame. Si fotta questa ansia da apnea.

Materiale viscoso l’ansia però, scivola anche dietro i miei bei “si fotta”.

Intanto di notte, col silenzio bacchettone del ricordo del tempo in cui avevo tempo e non l’ho usato, ogni pagina studiata vale una sigaretta. Mi chiedo se con la mia laurea in filosofia potrò almeno ripagarci quanto speso di tabaccaio e mi rispondo anche: “fottiti e non perdere altro tempo”.

E mentre brucia lenta questa sigaretta, io un po’ di fretta ce l’ho (semi cit.).

20 gennaio 2012
Meccanismi interni
Ho voglia di mare (ma quello sempre), di fare qualcosa di creativo, di sushi, di qualche bacio e di cambiare il pavimento del bagno. Ci sarà anche un ordine di priorità ma io non lo vedo.
Poi avrei voglia di un po’ di voglia di studiare. Stavolta siamo veramente combinati male. Ma lo dico spesso.

Invece ho un gomma in bocca, un pacchetto di Lucky Strike sul tavolo, un occhio nero e qualche senso di colpa chissà stavolta per cosa.
 
Ci sono volte che devi scegliere il male minore e il mio, attualmente, ha su scritto “uccide”.
E’ controverso. Non che il fumo uccida dico. E’ controverso il pensare che abbia senso scegliere come male minore quello che ucciderà. La chiave è in “ma solo prima o poi”.

Però ho del Philadphia Milka nel frigorifero. E sta lì. Non mi ossessiona, non mi chiama, non mi parla, non mi farà vomitare. E’ li a dirmi che io sono meglio.
Ed è difficile, badate bene, essere meglio di qualcosa che contiene cioccolato.

Salve, mi chiamo Marica e sono quattro giorni che non sono disumana.

Anche un po’ d’innamoramento, al bivio tra le cose che vorrei e quelle che vorrei volere (la smetti di farla tanto lunga Marica?) non mi farebbe male.
Innamoramento, che a differenza dell’amore, ma non sono un’esperta di quest’ultimo, può essere anche a senso unico. L’innamoramento, o quello che io intendo per innamoramento, è quel momento in cui do a un qualsiasi chiunque le caratteristiche dell’uomo della mia vita; dipende da me, insomma. E inizio a ricamare una delusione.
E non perché gli uomini sono malvagi e io sono cenerentola, ma semplicemente perché io sono limitata dal mio primo desiderio, nella mia lista dei desideri: continuare a desiderare.

Nella mia testa c'è un divano. E quando mi chiedo, tutto tra me e me a un qualche livello, se il tipo per cui sto pensando di avere un innamoramento fa veramente al caso mio (cioè se veramente posso avere un innamoramento per lui) ecco che io e il tipo "esaminato" roviniamo sul diavano, in una qualunque sera invernale.
Un plaid ci compre entrambi, c'è una tv accesa impostata sul muto e io ho un libro in mano che vado sottolineando. Poi c'è il tipo alla mia destra.
Io, come il divano, il plaid e la tv sono in posizione statica, quello che fa lui, invece, varia a seconda del tipo di lui. Se la scena mi sempra appropriata allora scatta il mio innamoramento (esclusivamente mio) se la scena mi infastidisce o anche solo non mi fa gongolare, bè,il tipo viene posto tra i "rifiuti".

Una volta ho fatto (sempre nella mia mente invalida e involontaria) la scenetta del divano con uno che a un certo punto ha preso il mio libro dicendomi: "ma che leggi a fare 'sta roba, trovi le recensioni su internet".
Peccato che la mia testa lo abbia scartato così, aveva un bel sedere.

Nella qui presente me medesima l’innamoramento dura dal momento in cui fiuto l’irraggiungibile (sarebbe più corretto "parzialmente sfuggente", ma vabbe', non stiamo qui a cavillare) a quando questo irraggiungibile (mediamente: maschio, bianco, età media meglio non precisarla) non fa qualcosa che non posso più nascondermi, con scuse e contro scuse, e che è inconciliabile con la mia idea dell’uomo per cui posso smaniare. In una parola finché non mi dimostra che il mio ideale, da un bel pezzo, aveva preso il posto dell’uomo.

Questi sono i caratteri generali di un funzionamento mentale che non è esattamente il meglio riuscito, niente di più. Ma non è l'attualità. Sull'attualità non si può riflettere, c'è visibilità ridotta. Io spero sempre che un innamoramento non si riveli un mio meccanismo mentale ma altro. Un po' come spero sempre che scoprano l'esistenza di un dio che basta pregare per avere dalla propria parte.
Ecco, ci spero ma poi il crederci sta su tutto un altro piano.

18 gennaio 2012
[io non c'ero] ovvero conversazioni deliranti
LadyMarica: allora, che si dice?
R.: c
LadyMarica: cioè la velocità della luce?
R.: ??
LadyMarica: c è la costante che si usa per indicare la velocità della luce. Mi pare.
R.: no, solitamente ci metto un bel po’! Puoi stare tranquilla!

Ma potevo non fare un post sulla più brillante conversazione scientifica naufragata nei doppi sensi dell’anno?
Io sarei una persona seria.
Poi conosco gente molto meno seria ma mica può essere colpa mia, no?

Però dopo tre anni di amore e odio, entrambi platonici, sul blog è incredibile che ancora le nostre conversazioni non abbiano perso l'altrettanto platonico desiderio.
Almeno loro.


17 gennaio 2012
Scusarsi è come avere pochissima memoria (cit.)


Non sono il cuore spezzato di Tyler, però la sigaretta fumata di Marica magari sì.
E’ una frase abbastanza famosa, quella su Tyler e il suo cuore, di Fight Club. Ogni tanto mi riecheggia, con le varie e meno brillanti variazioni autoprodotte, nella testa.

E’ solo lunedì ma se ripenso al fine settinama mi pare lontano di vari neutrini. Non si sa se i neutrini siano più veloci della luce, non ancora mi pare d’aver capito, ma io lo uso a piacimento.

E’ incredibile quanta confidenza si riesca ad acquistare in poco tempo in situazioni, però, poco ordinarie.
L’immagine di me, domenica mattina alle 7, senza aver dormito (ancora), sdraiata su un letto gonfiabile, oramai a livello pavimento, con altri (due ragazzi e una ragazza), che cantavamo il peggior repertorio possibile della musica italiana, è abbastanza assurda.
E mentre altri tre tentavano di dormire non so più dove, sottolineerei.

Qualche ora più tardi mangiavamo cannelloni, tutti insieme.

Sabato ho fatto l’errore di portare una mia “amica” a conoscere questi ragazzi (è un gruppo di ragazzi e ragazze che frequento da capodanno, circa).
Lei è una ragazza normale. Normale nel senso che è una persona che presentando ad altri più o meno sai come potrebbe finire. E sicuro escludi il “male”.
E invece, sorpresa per Marica, è successo di tutto.
Ad un certo punto nella notte, lei mi ha salutata ed è salita in camera da letto con un ragazzo con cui aveva passato la sera a bacetti e nessuna parola. Si conoscevano da, boh, poche ore, lei non credo abbia mai avuto molte esperienze (se dicessi nessuna?) e, senza nessun problema, ha preso ed è salita.

Quello che è successo non lo so e non voglio saperlo.

Ed è questo che mi fa sentire orrendamente in colpa.
Io non ero lucidissima, ecco, e non vorrei che lei si fosse sentita trascurata, sola e quindi avesse scelto come “passare la serata” alternativamente. Mi dico che è un'idea stupida, assurda, disprezzabile però mi preoccupo.

Ma posso io starmi a fare problemi anche per i flirt degli altri?

Il fatto è che a questo ragazzo io mi sa che gli voglio bene ma credo di conoscerlo anche abbastanza bene. Non è uno facile all’amore, mettiamola così, però è un sacco facile al buon sesso.
E’ una dote anche quella.
Lui è esattamente il contrario del tipo che mi piace: è iper-sicuro, decisissimo, rude, non dico rozzo ma quasi e anti-lettura. Quindi assolutamente non è il mio tipo, però abbiamo passato una notte a parlare di suo padre, morto qualche tempo fa. Non potrei non volergli bene, si capisce.

Ora non ho il coraggio di telefonare alla “amica” per chiederle qualcosa. Ma poi, cosa? Immagino siano affari loro. E poi io mi sa che qualcosa so. Non vorrei aver sentito ma lui, la mattina dopo, è venuto a raccontarmi cose e a dirmi che non la richiamerà mai, anche se le ha detto che lo avrebbe fatto.

Io credo lui abbia tutto il diritto del mondo a provarci con una 23enne, a non richiamarla e a cercare "solo sesso", come lei ha tutto il diritto di passare notti con chi preferisce, farci o meno dei progetti, avere o meno delle speranze ecc.
Io non voglio prendere posizione alcuna ma avendo saltato tutte le lezioni sul buoncostume delle amicizie non so, davvero, come ci si dovrebbe, eticamente, comportare. Non vorrei che non chiamando lei io stia, implicitamente, prendendo una posizione verso lui, così come non vorrei che chiamandola ne prendessi un'altra. Sto nascondendo la testa nel non fare niente, nel "per me non è successo" ma solo perché francamente non ho idea di cos'altro potrei farci.

Io con questi ragazzi sto bene, non voglio rovinare niente ma, allo stesso tempo, non credo lei debba pagare una notte o quello che è.

Era meglio quando non socializzo almeno di problemi avevo solo i miei.

13 gennaio 2012
Scrivici quando vuoi (cit.)

Curioso come una frase così breve mi abbia, nel pomeriggio, portato un quantitativo di serenità poco misurabile.

Diciamo subito che per dire che sarà un successo è presto. E forse non lo sarà. Io il fallimento lo metto sempre in preventivo, quantomeno per non lanciami sul terrazzo dell’inquilino del piano di sotto un giorno, a caso: non si merita un buco sul terrazzo.

 

Quello che voglio fare con questo post è ricordarmi il potere di quella frase.

 

Da dove comincio?
Non dall’inizio, non stavolta. E’ troppo lungo e troppo personale.

Diciamo solo che dopo Natale, ma forse pure prima, certe notti succedevano cose strane.

Il tempo verbale passato è la mia forma di ottimismo.

Le cose non erano poi così strane, a volerne parlare. Semplicemente il mio demone personalissimo e per niente saggiamente socratico si divertiva a fare un gioco delirante con me: alternava giorni in cui nervosamente, in poco meno di un’ora, consumava una quantità di cibo che io, perché ho un certo rispetto per me non quantizzo (c’è una parola che ci vorrebbe qui ma io, si sa, non la userei nemmeno sotto tortura), e giorni di digiuno completo, a forse acqua.

 

Non solo non è “normale” ma è persino stupido.

Non ve lo so spiegare. Io so perfettamente che per interrompere un circolo così bisogna solo mangiare normalmente per non avere gli attacchi compulsivi.

Purtroppo il digiuno ha un suo certo maledetto fascino: ci si sente stoici, epici, forti, senza debolezze. E la bilancia, il giorno dopo, manda baci di cioccolato.

Ma una favola così dura al massimo, nella mia esperienza dico, due-tre giorni.

Poi, si cade. Certe persone, mentalmente instabili come me, non sopportano di cadere. E allora danno fondo a tutta una serie di azioni idiote, che sanno essere idiote ma che non riescono a non fare.

 

Una notte di questo gennaio, caduta di nuovo e malamente, avendo passato tutta la sera a cercare, tanto per descrivervi quanto profondo è il mio fondo, a vomitare tutto quello che non è anima, ho deciso che magari dovevo smetterla.

 

L’ho deciso per la sedicesima volta nella mia vita, forse qualcuna in più.

Allora ho scritto due email. Anzi, una sola, per due “strutture”.

Una mail l’ho scritta a una dottoressa che, molto tempo fa, frequentavo. Mai ascoltata in vita mia ovviamente. Anzi mi infastidiva il suo (loro) tentativo di “controllarmi”: del mio corpo, perché si sappia, dispongo io e solo io. Ora che ho ottenuto i miei risultati, ho pensato, potevo chiedere aiuto a qualcuno che magari avrebbe approcciato il problema da un punto di vista più professionale.

Sono un’illusa senza possibilità di guarigione.

 

La mia scrittura di notte ha una caratteristica: è viscerale.

 

Sono state gentile, carina ma non patetica (so essere anche patetica in effetti, ma non ho azionato la manovella quella notte)

 

La stessa email l’ho mandata a un sito internet a cui sono iscritta. E’ un sito ben fatto, che non nomino perché non vorrei mai lo trovaste, anche se è facilino, temo.

 

Non contavo in nessuna delle due risposte, francamente.

 

La dottoressa ha risposto immediatamente. Purtroppo.

La frase, unica e in cui si articolava tutta la sua risposta diceva “mi invii i suoi recapiti, la farò contattare da un infermiere del reparto”.

Qualcosa ha fatto contatto con la mia mente. Il lei con cui mi parlava: odio mi si dia del lei, mi spaventa. E le parole “infermiere”, “reparto” hanno provocato un conato di vomito spontaneo.

 

Io capisco. Io capisco un sacco di cose. E capisco tutti. O tento, continuamente. Anche troppo certe volte, fino a confondere “comprensione” con “scuse”.

 

Mi va bene la professionalità, mi va bene la distanza medico-paziente, mi va bene che forse era così che doveva rispondere ma mi va bene anche che la cosa mi abbia paralizzato completamente. Ho diritto anche io ad essere “compresa”, almeno da me.

 

Mi ha fatto sentire una stupida.

Poteva sprecarci una parola in più. E nemmeno per forza cordiale. Poteva anche solo dirmi “abbiamo bravi psicologi che si occupano di queste cose, faccia un colloquio”. Non mi sarebbe piaciuta lo stesso, come risposta, ma almeno mi avrebbe dato una specie di “via”, avrei avuto un motivo per pensare di risponderle: ovviamente l’ho ignorata.

 

La sua risposta mi ha fatta sentire un virus da provare a debellare. Simpatica, come una lisca di pesce conficcata nella trachea.

 

Quelli del sito invece non mi hanno proprio risposto. Fino ad oggi, quando per puro caso ho letto la loro, meravigliosa, risposta.

Mi è piaciuto il modo, mi è piaciuto il contenuto, mi è piaciuta la gentilezza. Hanno letto cose che io non ho nemmeno scritto, non so come. Mi hanno descritta esattamente come se parlassero proprio di me, forse è troppo facile.

Io mi entusiasmo facilmente e con altrettanta facilità mi disilludo però veramente mi hanno stupito. Riporterei la risposta ma è, ancora una volta, troppo personale (in effetti non so dove ho rimediato il coraggio per scrivere questo post).

 

Riporto la frase che ho scritto nel titolo invece: “scrivici quando vuoi”.

 

E’ esattamente quello che avevo bisogno di leggere. Mi è sembrato di non essere un’idiota, mi è sembrato di non essere sola, mi è sembrato di non averli infastiditi (come invece la spina di pesce di cui sopra). Scrivici quando vuoi mi dà una sensazione di umanità, mi sembra dire “provaci”.

E a me per credere serve qualcuno che me lo dica spesso.

 

Non lo so, magari sono solo stupida eh, però un dato di fatto c’è: il virtuale è stato di tutta l’umanità che l’umano non è riuscito nemmeno a considerare.

12 gennaio 2012
Sulla paura

Ho fatto un sogno a tratti bellissimo stanotte. Tanti baci, tanta tenerezza. Poi è finito che ci siamo sparati. Non io e il baciatore, quello mi avrebbe divertita.
C'erano tante persone, che non si sa come occupavano altre stanze di casa mia. Ed entrambe, persone e stanze, erano alternativamente sconosciute e conosciute. Io guardavo la scena da sopra l’armadio, nascosta, e ho visto entrare un uomo e sparare a tutti. Anche il baciatore è morto.
Ho visto tanto di quel sangue che forse ero finita in una parodia trash di uno splatter.
Era un sogno, niente paura.

Non sto studiando, nonostante gli esami siano vicini, niente di niente. Ma perché mi fa male tutto. Ottima cosa la compensazione.
Niente paura. Almeno non ancora.

Vorrei tagliarmi i capelli. Però li ho finiti già qualche tempo fa.
Ecco perché preferivo averli lunghi, sapevo sarebbe arrivato il giorno in cui prendere posizione, almeno con loro, sarebbe stato piacevole.
I capelli, si sa, ricrescono. Niente paura, li taglierò appena succederà.

Avevo un amico. O almeno secondo me lo era. Poi mi è venuto in mente, suggerita ammetterò, che forse non era esattamente amicizia quello che lo spingeva ad essere tanto presente e carino nei miei momenti di buio. Allora ho chiarito la mia posizione, velatamente, precisando che quello che mi interessa, sfortunatamente, non è, con sempre più chiare evidenze, interessato a me ma io, per il maledetto momento, non cerco altre vie. L’amico ha detto che, per carità, lui capiva benissimo ma d’altronde io e lui eravamo solo amici. Bene. Da quel momento è scomparso da oramai dieci giorni. Io ho tentato di cercarlo ma ovviamente non mi risponde né richiama.
Faccio fatica a mandarlo giù. Ancora una volta mi sbaglio sulle persone senza appelli.

Devo solo ricordarmi di non credere nemmeno alle più oneste intenzioni sul mercato. E sulla paura sto.

Ho paura di finire le sigarette.

Non riesco a guardarmi allo specchio nemmeno più di sfuggita. L’ammasso di spazzatura che ci ho visto l’ultima volta mi è bastato.
Il problema non è quello che vedo e nemmeno quello che c’è, il problema è quanto la cosa mi ossessioni.

Niente paura. Tranne che per il mio maledetto abbonamento in palestra: se non riesco ad affrontare lo specchio gentile di camera mia come posso pensare di combattere contro quelli pubblici della palestra?

Aspetto venerdì. L’unica cosa che va bene attualmente è un gruppo di ragazzi che ho conosciuto a capodanno e che frequento da quel tempo. Come è successo non l’ho capito ma mi sento tranquilla, socievole e infinitamente leggera quando sto con loro. Forse non è il mio posto, però intanto, è un posto. E, senza paura, ci sto.

Alessandro Borghese e le sue mani veloci sono un sogno erotico che mi devo appuntare: mi fa sesso, senza paragoni, persino con le mani immerse nel pesce.  Oggi ha inventato un salmone al wasabi (mai sentito prima) che mi ha portato all’orgasmo già alla seconda spennellata di salsa.

Un po’ di paura me la mette il pensare di desiderare di essere rigirata come una sardina nella farina dalle sue mani.
Scusate. Il porno voleva essere solo velato, non così esplicito.


Il disordine mi soffocherà nella notte. Niente paura, non tutto, quindi, è perduto.

9 gennaio 2012
Non scelgo di non scrivere

Rabbia. Incontenibile ma contenuta. Verso me, verso altro, verso questo foglio di carta bianco.
Vorrei, dovrei, potrei scrivere. Ma la paura di chi leggerà è così tanta che forse solo quella di sapere chi non leggerà potrebbe uguagliarla.
Rabbia. Perché vorrei dire milioni di cose e scrivo solo frasi generiche a cui non si potrebbe dare una colpa né una lode.

E non voglio correre nuda dietro un’insegna!

(è Dante)

Gli ignavi.
Meglio decidere l’insegna da vivi, almeno, no?

Finire all’inferno mi va bene, correre per l’eternità sarà questione di abitudine, essere punti da animaletti non può essere così dissimile da una notte d’estate in un campeggio all’aperto, i problemi sul “nudo” li scarto perché non ci voglio nemmeno pensare e arriviamo all’insegna. Che almeno abbia un significato. Come si fa a passare l’eternità a far una cosa senza significato? Una vita immortale e nudi: non riesco a pensare a niente di peggio.
Ma se l’insegna la scegli, da vivi dico, forse smetti di essere ignavo.

E siamo da capo.

Alcuni sono convinti che non decidere sia veramente non decidere. Procrastinare, rimandare, lasciar soccorrere, passare le mani. Sembrano modi per sopravvivere un giorno in più alla vita ma poi, piano piano, diventano brutte abitudini di procedere. Io, troppo spesso, per esempio, “passo le mani”.
E arriviamo all’asino erroneamente di Buridano. Come fa un asino affamato a non decidersi tra due balle dello stesso fino equidistanti e quindi a lasciarsi morire di fame?
Credo, scientificamente, sia improbabile la faccenda.

Recentemente ho sentito che “il banco di prova di una scelta è farla una seconda volta sapendone già le conseguenze”. Per me, che sono una lady, è una colossale minchiata che solo in un film per begli incassi può essere detta con tanta convinzione.
Scegliere è un fatto di sistema nervoso. Poi c’entrano anche le scale delle priorità. E ci possono anche essere sporche infiltrazioni di condizionamenti esterni, certo.

Io credo che non decidere e morire di non decisione sia una scelta, non una non scelta. E arriviamo al punto a cui nemmeno volevo arrivare. L’asino di Buridano avrebbe veramente “non scelto” solo in un mondo in cui la sua “non decisione” non avrebbe comportato nulla.
Più in generale insomma se una non scelta comporta delle conseguenze allora non è niente altro che una scelta camuffata. Un po’ come il libero arbitrio. Non c’è libertà vera in un ricatto che funziona come “o sei buono per la mia via o vai all’inferno”.
L’asino di Buridano nel nostro mondo, non scegliedo, una scelta l’ha fatta: morire di fame. In un mondo che non esiste l’asino avrebbe potuto non mangiare niente e rimanere lì vivo a “non decidere”.

Il nostro mondo ha delle conseguenze, anche se facciamo il gioco di non pensarle.

La non decisione è la finzione con cui chiamiamo una scelta che abbiamo fatto ma di cui non vogliamo prenderci la responsabilità. Il mio aver salvato un’email, messaggio o quel che preferite, dicendo che “non ho deciso se mandarlo” non è un non aver ancora scelto, è aver scelto di non mandarlo.
E ci sono cose che sembrano star lì sempre, come le balle di fieno dell’asino, ma a un certo punto si incendiano. Oppure muore l’asino, non so.

Anche la decisione è una finzione. E se la decisione è lo strumento della libertà segue che anche la libertà lo è. Siamo cattolici perché nati in Italia, niente decisione di fede. Siamo qui oggi perché le cose sono andate così, non per scelta, anche se ogni tanto, per qualche cosa, si può fingere. 

Esce la rabbia ed entra la confusione.
Distinti saluti. A me, tra i gironi danteschi, toccheranno gli epicureisti, lo so da anni. Però devo dire che lo status di morta vivente mi si addice sempre parecchio.

3 gennaio 2012
Porzionare i profluvi

Modalità riflessione attiva.

Ma non è un problema, più tardi mi metto a tacere con circa un film. Il mio dodici mi ha promesso che non mi lascerà mai più travolgere da me stessa. E nemmeno da quel qualcosa (di mentale? di spirituale? di animale?) che coincide con lo spazio-tempo occupato dal mio corpo.

In realtà di liste di buoni propositi, oltre al precedente di non sopraffazione, ne ho scritte più di qualche decina. E nel giro di soli pochi giorni.

Io mi riconosco, da sola, due buone qualità.
La seconda è fare liste.

Così come riconosco tre cose che, non lo ammetto facile, ma mi piacciono di me.
E la seconda sono le orecchie.

Di liste ne faccio continuamente.
Faccio liste di cose da fare, di cose fatte, di posti visti, libri letti, persone che mi piacciono, persone la cui esistenza mi mal dispone nei confronti della positività del mondo. Per non parlare delle liste di pro e contro. Sfiorando la stupidità faccio liste di pro e contro anche sul fare liste. Però ancora non sono arrivata all’estremo di fare liste di pro e contro sulle liste di pro e contro.

A inizio anno, ovviamente, la mia produzione aumenta vertiginosamente.
Vorrei dire di essermele appiccicati ovunque, le liste di propositi, ma in realtà ho solo pensato di farlo.

Però ne ho uno, di proposito, che supera tutti gli altri, se non altro per bellezza: prendere tutto, sempre, continuamente, come se fossi ubriaca.

Dire che, prendere tutto da ubriaca, significa aumentare la voragine del mio poco interesse per quella (o quelle) cose è necessario, per definire la mia nuova condizione d’esistenza, ma non sufficiente.
E capire la differenza che passa tra necessario e sufficiente è ossigenare il cervello.
Dire che la mia sicurezza e le mie buone, sopite, qualità emergono in quella condizione, è ancora necessario, ma ancora non sufficiente.
Dire che da ubriaca la mia vista mentale si offusca tanto da consentirmi di vedere le cose porzionate (una parola meravigliosa) e non per profluvi (ancora meraviglia) di sguardi infiniti, senza confini, senza possibilità di deviarli, profluvi di sguardi di malinconia, nulla, cicli eterni ed eterni ritorni, è, questo sì, sufficiente per caratterizzare la sopracitata condizione d’esistenza.

“Porzionare” e profluvio hanno una certa corrispettiva, proporzionale e inversa forza. E’ come se porzionare in uno specchio si leggesse profluvio.
Io le parole le vedo prima di scriverle.

E arriviamo alla prima cosa che sono spocchiosamente iper sicura di saper fare: scrivere. E tanto per definire quell’iper ne sono sicura fino a quando qualcuno, anche detto chiunque, non mi dice anche solo “preferivo quello che hai scritto ieri”.

E’ un post che balla con le contraddizioni, e pure stupide, non posso farci nulla.

Quindi io non mi sto ossessionando per niente e ogni volta che penso a domani (domani nel senso più generale possibile, il domani che va da tra un’ora al mese prossimo, non domani inteso, solo, come 4 gennaio) accendo lo stereo, quello mentale, e mi metto a ballare. Del resto sono ubriaca, per scelta perenne: in condizioni normali potrei, al massimo, cantare. Ballare assolutamente mai.

Così come non penso al futuro non penso nemmeno al passato.
Non mi ricordo niente, ho deciso così. E se qualcosa mi ricordo ho smesso di farmi domande in proposito: è così e mi va bene così. Senza domande sul futuro, senza motivi, senza se.
Ipotetici, niente accento.

La prima cosa che mi piace di me sono le dita. Ho delle belle dita.
Ma solo quando le piego a mo’ di artiglio.

2 gennaio 2012
[sentenze] Visioni d'insieme
Devo mettere tra me e te la stessa distanza concettuale che c'è tra l'atomo e il gunk.


31 dicembre 2011
Dodici

Chiude l’anno.
E me ne frego abbastanza se i post da bilanci e propositi sono banali. Infondo il classicismo non è sempre da buttare via.

Sono orrendamente riflessiva stasera. Ormoni, delusioni, mancanze e ultimo dell’anno. Niente che non sia curabile con un po’ di tempo.

A mezzanotte, sono cose che devo ricordarmi, non cambierà niente se non la data, questo è fondamentale dirlo.
Le cose succedono e vanno male e poi vanno bene e poi ritornano ad andare male: l'anno non porta niente, l'anno è solo un modo per prendersela con qualcuno che non siamo noi stessi.

L'anno nuovo non porterà salute, soldi, sanità e santità.

Non sesso.

Non gioia e letizia.

Nemmeno Gioia e Letizia nude, come dicono alcuni messaggi benauguranti stantii.

Non voglio fare la pessimista, anzi l'anno nuovo ha il grandissimo pregio di poter essere ben iniziato e se uno ben inizia poi può anche permettersi che un po' di sfortuna gli rovini i piani.
Questo io festeggio del nuovo anno: un altro inizio.
Come aprire una nuova confezione di cereali e gettare la scatola quasi finita di quelli vecchi. No, perché facciamo che sono cereali con pezzi di cioccolato, è possibile che qualcuno abbia cercato solo i pezzi di cioccolato lasciando i cereali. Se apri la scatola nuova , invece, il rischio non c'è, ecco. Hai la possibilità di pescare, senza imbrogli però, anche un po' di cioccolato. Poi la sfortuna è sfortuna però parti con la probabilità intatta.

Non è una grande cosa e sarebbe meglio poter pensare che il 12 è il nostro numero fortunato e ci andrà tutto massimamente bene però non è così e saperlo accettare in anticipo è qualcosa.

Volendo è un proposito da anno nuovo.

29 dicembre 2011
[buoni propositi per l'anno nuovo (qualsiasi esso sia)] 1

Prendere come modello ed emulare continuativamente Constance Logdon.
Per chiunque non la conosca, e non voglia leggere wikipedia seguendo questo link, Constance è una vecchia signora tendenzialmente snob ma in rovina, acida, malvagia, cattiva, cleptomane, ladra e assolutamente mostruosa.

Forse è anche morta.


Sua figlia, Adelaide (e in un nome del genere c’è tutta la cattiveria del genitore), affetta dalla sindrome di down, non fa che intrufolarsi nelle case e dire a tutti che moriranno presto. Di solito ci azzecca.
E ovviamente arriva solo quando nel film c’è quel crescendo spaventoso di silenzi e inquadrature scure.

Tra le frasi migliori del mio nuovo modello di vita Constance, addobbate di decadimento, cinismo, cattiveria e putridume, segnaliamo, a ricordo, le seguenti.

Alla sua vicina per il benvenuto:“Adelaide ha voluto farle una torta, ma di solito sputa in quello che cucina.”

Rivolto a un uomo che aveva appena dichiarato di amarla, guardandolo con la faccia di chi sta per vomitare:“ho ricevuto le tue banalità a buon mercato: fiori. Si sentiva ancora l’odore dello squallido benzinaio a cui li hai comprati”.

A sua figlia mentre l'aiuta a mascherarsi, per halloween, da bella ragazza:“andiamo a cercare qualche vestito mio, magari tra quelli premamam”.

(buffo, questa è una cosa che direbbe mia madre!)

Sempre riferito a sua figlia che lei, dolcemente, chiama “la brutta mongoloide”: “quella ragazzina è un vero mostro. Io le voglio molto bene e sono una fedele cristiana ma se avessero inventato quei test qualche anno prima io avrei sicuramente abortito”.

Alla prodiga cameriera (altro bel soggetto) che aveva appena concluso una fellatio con tanto di estirpazione organo sessuale maschile: “inizio ad apprezzare le tue capacità!”

Ma Constance è anche una persona piena di buoni sentimenti.
Per esempio, porta spesso alla sua vicina di casa organi di maiale che dovrebbero servire ad attenuare le nausee della gravidanza.
Io, che ho uno spirito affine a Constance, credo di sapere che si riveleranno organi umani.
Però basta il pensiero.


Oggi ero (quasi) in ritardo. Avevo chiuso casa ed ero salita in macchina. Avevo fatto qualche metro e ferma al semaforo mi sono ricordata di aver lasciato delle rose sul tavolo. Ora, la donna che fa le pulizie per mia madre (e che non ha le qualità delle cameriera di cui sopra, tanto per specificare) l'ultima volta che ho lasciato delle rose lì (e che volevo rimanessero lì anche secche) le ha prese e buttate. Quindi, per non rischiare, sono tornata indietro e, rientrata in casa, ho deciso di adar sul sicuro nascondendole nel portabagagli della mia macchina.
A mo' di cadavere, per rimanere in tema.

Non va. Per l'anno prossimo molta più Constance e molta meno Marica, grazie.

Ah, tanto per completare il quadro, nella mia prossima vita desidererei essere la cameriera. E dico prossima vita perché so che passare a Lourdes, in questa, non basterebbe.
Abbiamo una foto della cameriera (e ho scelto la sua posizione più casta, senza ironia).



24 dicembre 2011
[le non parole] Natale
...non è un giorno così importante visto che tanto


21 dicembre 2011
Non a tutti i testi corrisponde un titolo

«come chi non ha più fretta
verso il mare camminò
la schiuma gli si fece incontro
e i suoi piedi incatenò
gli occhi acquosi di tristezza
oltre quel cielo
un altro cielo lui cercò
»

L’inesplicabile non è non senso.

Me lo ripeto cercandoci la musicalità di un karma e il senso di una dottrina. Me lo ripeto perché certe volte vorrei solo credere. Non mi importa a cosa. Al futuro, al destino, alle possibilità. Vorrei credere che l’insensatezza dell’esistenza mi diventerà più lieve col tempo, i giorni, il buon tempo, l’opposizione, il calcio, il giornale, quel libro, un bel regalo, qualsiasi cosa. E invece l’insensatezza dell’esistenza non va mai in pausa: mi pesa.
Dovrei fregarmene, dovrei scivolare sulla superficie (a cercare profondità –cit.).

Io vivevo in un tunnel scuro fino a qualche tempo fa. Ma ci stavo bene. Conoscevo tutto il mondo che mi era consentito, tutto quel tunnel. L'avevo arrendato bene, foderato di pagine di libri, belle frasi, pure qualche quadro.
Adesso sembra essere filtrata una brutta luce che rende le difformità che tanto amavo forme. Nel mio tunnel io ci stavo comoda, serena, almeno protetta come mi è venuto in mente di uscirne?

Tutti i giorni inganno le ore con uno sguardo, bugiardo, a un “poi che finalmente avrà senso”.
Però poi mi ci fermo un attimo sopra, di solito a ora tarda, e capisco che anche il poi, esattamente come l’ora, è destinato a non avercelo il senso. E compare la voragine. Un’immensa voragine che minaccia di mangiarmi.
La mia condanna è che non lo farà mai.

Non c’è soluzione, alcuna soluzione, è voragine.
Non mi piace giocarci vicino, non mi piace lasciarmi accarezzare, non mi piace far da topo per i suoi gattini.

L’inesplicabile si avvicina dolorosamente al non senso.

Pensare che domani è un altro giorno da far passare, a quest’ora, mi paralizza.
Pensare che domani è un altro giorno da mascherare, a quest’ora, non mi fa dormire.
Pensare che domani è un altro giorno che mi minaccia, a quest’ora, mi fa sentire voglia di nascondermi. Magari in qualcosa di dolce.

E pensare che comunque, alla fine, con ottime probabilità, sopravvivrò alle fauci di questa notte, mi pare abbastanza spaventoso.

Tra il banale e il grottesco, niente paura, di solito ci sono io.

20 dicembre 2011
Oscurantismi

«il riflesso della luna
nel suo solco lo guidò
pallide le spalle magre
contro l'orizzonte andò
un silenzio nero come il culo dell'inferno
a lui si accompagnò»*

L’attività di maggior successo della mia giornata è stata appena rovinata dall’adempimento a impegni esistenziali.
Avevo passato un bellissimo colore di smalto per ben due volte sulle mie lunghe unghie con tutta la superficiale leggerezza che l’atto comporta. Però poi, circa alle undici, sostanzialmente di buon umore, ho deciso di lavare i piatti. E non due piatti di una triste cena solitaria ma tanti piatti di tante tristi cene solitarie. Senza voler esagerare erano i piatti di due settimane almeno.
Ci ho trovato esseri, per poco non diventati viventi, che potrebbero essere i personaggi di qualche fantasy di successo. Probabilmente quando deciderò di rifare il letto penserò di poter scrivere un qualche altro genere, forse un libro sui miracoli.

So che non sono divertente.
Ma del resto, venendo qui, spero abbiate smesso di sperarlo.

Ho una settimana estremamente sociale.
Fino a pochi minuti fa la cosa mi terrorizzava, attualmente ho deciso di entrare, in perfetto accordo con tutte le mie parti, nella poco articolata ma strettamente funzionale ottica dello sticazzi.
Mi impedisco di attaccarmi un cartello che dica “se ce ne è bisogno odiatemi pure, sono d’accordo” solo perché, infondo, mi piace ancora poter offrire, almeno ad un primo impatto, l’idea generale di una persona normale, anche comune.

Mi domando quando questa socialità mi pugnalerà alle spalle. Ma lo sapremo tutti tra un paio di post.

Intanto mi faccio divertire dalla asocialità del virtuale.
Ieri mi ha mandato un messaggio su fb un tipo di cui avevo scritto un post. E’ un post di un altro blog, che scrissi tempo fa, e che, fossi in voi, non mi darei la pena di leggere.
Per questo posso sintetizzare la storia qui.

D. era un ragazzo, fidanzatissimo, che mi aveva chiesto l’amicizia qualche mese fa perché “incantato dai miei post” (questo blog, dopo mia zia, è la cosa più convincete che si possa dire su di me).
Dopo flirt squallidi e continuativi nel tempo mentre io gli specificavo, giuro, di non essere interessata, D. era passato a tentativi di conversazioni poco riportabili. Alla fine era trasceso seriamente scrivendomi qualcosa come “desidero un erezione” con buona pace dell’apostrofo sacrificato e, parallelamente, dicendomi che doveva, dopo l’erezione immagino, cancellarmi perché la fidanzata, gelosa, sospettava cose non meglio definibili.
L’ho cancellato io, alla fine, mentre lui ancora tentava, senza alcuna possibile speranza, approcci al sesso virtuale: non esiste sesso senza italiano.

Questa era la storia passata.
Ieri compare con un messaggio inequivocabile:
“ciao.. rimembri di me?”

Una sferzata alla punteggiatura, tanto per rimanere immorali con l’italiano.
Rispondo: “come no! Il tipo che ha tentato una conversazione sul porno mentre mi cancellava per via di una fidanzata gelosa! Che piacere!”

E mentre gli rispondo mi domando se la fidanzata sia finita seppellita in qualche buca o se D. abbia solo imparato a gestire le impostazioni privacy.

Non riesco proprio a capire perché sia sparito dopo la mia risposta: che capisca il sarcasmo?
Peccato, mi immaginavo già belle serata: io, lui e il suo autoerotismo.

(*) la citazione non c'entra nulla, lo so bene, solo che mi piaceva incredibilmente: sono incline all'oscurità in questi giorni

17 dicembre 2011
Ceneri, fenici e tutta la compagnia di rinascita
In questi due giorni ho raschiato, profondamente, il fondo.
E speriamo sia il fondo. Il "po' più giù", e non lo dico per estremizzare, potrebbe ammazzarmi.

Ho fatto cose che la metà basterebbero per essere, a buon diritto, catalogata nella cacca. Liquida.

Ma mi perdonerò, se non stanotte sicuramente domani mattina presto.

E torno a cantare.
A una settimana da Natale, perché non c'è festività comandata per procrastinare le rinascite.



16 dicembre 2011
Putridume cattolico

Sicuramente questo post è malamente influenzato dall’aver iniziato la mattinata leggendo Bruno Volpe di Pontifex. Bruno Volpe è un essere, dichiarato umano (?), che va elencando continuamente nei suoi scritti in cosa gli omosessuali siano malati, cosa la loro condotta (sempre malata) porti nella società (l’AIDS per esempio) e tanti eccetera.

Bruno Volpe è resuscitato, alla maniera biblica, dall'anonimato in cui viveva, per il recentissimo articolo di cui da Fiorello al Fatto Quotidiano si parla tanto.

Molto brevemente Volpe avrebbe detto, in questo articolo orrendo, che l’incidente avvenuto a Trieste, costato la vita a un operaio ventenne mentre lavorava alla costrizione del palco di Jovanotti, avrebbe "una positiva conseguenza”. E che essa sarebbe “la sospensione del concerto di questo menestrello del vietato vietare, del tutto è permesso, della vita sregolata e dell'incitamento ad ogni scompostezza esistenziale.” Ma Volpe non è poi tanto furbo in questo articolo e non si limita a quelli che potrebbero essere interpretati, dal suo fan club di dubbia intelligenza, come “gusti musicali” e va oltre affermando che “da questo punto di vista, esiste una giustizia divina".

E cosa avrebbe fatto Jovanotti per scomodare l’intera giustizia divina? Semplicemente si era detto, insieme a Fiorello, pro-preservativi.
Come ha potuto? Si sa, un dio a lieto fine e AIDS è sempre ben gradito, soprattutto a Natale.

Mi preoccupo seriamente per la salute del mio fornaio. Non vorrei che dio, per punire i miei peccati, iniziasse con lui. Mi dispiacerebbe, è un caro ragazzo e mi sorride sempre.

Una giornata iniziata così che altro poteva portare se non un livello di saturazione tale da rendere ogni nuovo incontro col cattolico che è fuori di te vomitevole? E così è stato. Perché dalla volpe sono finita mezza impelagata in un discorso che nemmeno mi interessava troppo.

Avrete sentito, immagino, la storia della sedicenne torinese che per nascondere la sua romantica prima volta col fidanzatino, e quindi l’essere venuta meno ad un voto fatto alla nonna in punto di morte e all’onore famigliare (rimanere vergine fino all’altare), ha accusato di averla violentata degli zingari.

I collegamenti tra questa bugia, i perché, le reazioni di una folla ignorante e violenta e quanto italianamente tipico sia tutto questo, io li lascerei al brillante articolo di Lidia Ravera sul fatto quotidiano (qui). E andrei oltre, andrei al modo cattolico di trattare la faccenda.

Credo si sia tutti d’accordo. La ragazzina ha fatto una cosa discutibilissima.
Quello che mi domando è quanta colpa abbia realmente. Ha detto una bugia a sfondo razzista? O ha detto una bugia che pensava sarebbe stata creduta senza troppe verifiche?
E’ facile essere buoni se si cresce in un mondo di buoni, più difficile è essere buoni quando nessuno ti ha insegnato, veramente, a esserlo.
Non so se mi spiego.
A sedici anni quanto si può discernere pienamente bene e male? Non completamente, dice la legge. E soprattutto, se vivi in un mondo in cui per tutti il nero è bianco come fai a capire che il nero è nero?

E non voglio certo dare la colpa interamente alla società ma forse interamente al cattolicesimo e all'ignoranza, sì.

Inoltre, se gli articoli che ho letto su di lei e sulla sua storia sono reali e non solo frutto di cortesie linguistiche dei giornalisti, la ragazza dà l'idea di una povera ignorantella che vive in un clima di minacce, fisiche e mentali, che non hanno certo contribuito a creare una persona in grado di "scegliere".

Io non sono un’innocentista, però nemmeno mi piace pensare che “i crimini siano solo crimini". Ci sono motivi, ci sono tempi, ci sono perché. E vanno considerati.

In questa storia una cosa è la ragazzina ignorante e spaventata che ha creduto alle cose sbagliate con cui l’hanno sempre indottrinata, un’altra è la famiglia bigotta e ottusa, un’altra la società razzista e violenta che ha usato la faccenda per sfogare il razzismo represso, e un’altra ancora è il cattolicesimo, vero mandante di tutta questa infamità. E questi livelli non si possono confondere (più o meno volontariamente) tanto per far diventare la storia giustizialista e popolare.

Ed è qui che arriviamo al punto.
Perché i cattolici, non lo diresti mai, ma sono furbi. Alla volpe.
Infatti, se dai la colpa alla ragazzina, se dici che è una poco di buono lei, una “testa di cazzo”, allora, chiaramente, il cattolicesimo deviato che l’ha portata a fare cose del genere sarà mezzo salvato. Dai la colpa alla sedicenne dicendo, come pure ho sentito, che meriterebbe l’ergastolo così sei legittimato a non prendere nemmeno in considerazione la violenza mentale che certi valori assurdi, assoluti, pieni di dolore, sacrificio e innaturalità (essere vergini o non esserlo è, o dovrebbe essere, una scelta del singolo, non il risultato di un meeting famigliare) le hanno fatto.

Questo problema profondo radicato nella società di razzismo e violenza, incoraggiato da una certa religione, che diventa la colpa di una sedicenne, in un furbesco travisamento cattolico, mi manda fuori di testa.
Per non parlare del coro dei “mi piace” che ho visto spuntare su fb.
E non mi consolano nemmeno gli esempi filosofici che da Socrate in poi dicono la maggioranza non una buona cosa.

E’ lo stesso cattolicesimo, c’è poco da fare, alla Volpe. Quello stantio, quello putrido, quello che promuove e diffonde solo il negativo. Il cattolicesimo che distrugge il buono che pur ci potrebbe essere nella sua tradizione (carità, amore, perdono, altre guance) per issare bandiere di dogmi e atrocità.

Impiccherebbero la sedicenne (anche meno metaforicamente di quanto già stiano facendo) se fosse una minaccia per la loro istituzione e lo farebbero convinti di star facendo il bene.

Ma che non si dica che non sono innovativi: qualche giovane prete metterebbe le foto su fb.
E sai quante pecorelle a cliccare “mi piace”? Quante le stelle.

12 dicembre 2011
Una lingua inadeguata
Io sono atea, materialista, anti sentimentalità, pro logica estrema, razionalista e pure smodatamente cinica.
Posso aggiungere al quadro che di solito dico che sensibile è uno tra i due aggettivi, insieme a sexy, che mi corrisponde tanto quanto corrisponderebbe a una scarpiera.

Poi capitano cose, in giornate di pioggia, Natale pedinante, che mi fanno pensare che le mie credenze, ed io con loro, siano irrimediabilmente sbagliate.

C’è una cosa che da mio padre non sarei mai riuscita a ottenere. Vedevamo un sacco di cose diversamente, non dico questo, ma ce n’era una in particolare che non riuscivo a strappargli nemmeno facendo promesse enormi, quelle stette promesse che lo convincevano su tutto il resto: il consenso per fami il piercing alla lingua.

Quando lui era vivo io non ho mai preso concretamente in considerazione l’idea. Lo dicevo ma giusto per il gusto di dirlo, la sapevo una cosa impossibile, e quindi troppo lontana per perderci tempo pensandola.

Ultimamente, invece, ci pensavo seriamente. Al piercing dico.
Sempre più concretamente in effetti, fino ai livelli massimi di oggi. In un’esplosione di concretezza, stamattina, sono andata a prendere un appuntamento per lasciarmi forare, esteticamente bene, la lingua.

Sembrerà una banalata cosmica, comprendo, ma il piercing alla lingua è molto da me, proprio me lo leggo addosso. Esattamente come, ridete, mi leggo addosso “una prima”.
Io sono strana, lo so.

Fatto sta che questo strano Natale mi sembrava l’occasione giusta per mettere una bella firma in calce a quello che vado costruendo.
Quello che costruisco è semplice, direi, una Marica con vita propria. E, soprattutto, con una vita propria che non abbia, per questo, strani sensi di colpa.

Non lavoro più nell’ufficio di mio padre, per esempio.
Non mi interessa minimamente dell’azienda se non da un punto di vista economico.
Non abito più, o non troppo, con mia madre, nella “casa di famiglia” per capirci.
Faccio filosofia. E mi piace incredibilmente.
Agisco di testa mia sempre più spesso.
Ho una certa indipendenza.

E per tutto questo io non ho, nemmeno, sensi di colpa. Anzi, alle volte sono proprio convinta di star facendo scelte ottime. E questo lo dimostra anche la serenità con cui, a variabili indipendenti, riesco a concentrarmi su di me con non pessimi risultati (nell’università così come nel fisico, tanto per dire qualcosa).

Vabbe’, lasciamo da parte queste vaghe e un po’ confuse precisazioni e passiamo alla storia del piercing.

Stamattina, quando ho fatto la prenotazione, io dico la verità un po’ ci ho pensato: mio padre questa proprio non la manderebbe giù. Però ho fatto spallucce, ho respirato e ho pensato che non sono una persona terribile, affatto, perché scelgo di gestire la mia lingua come dico io.

Da questo glorioso e quasi epico pensiero si sono, quanto direttamente ditemelo voi, ramificate tutte le disgrazie possibili.

Il piercing ha il costo poco credibile, per una profana come me, di 90 euro. E io, che sono una precisina facilmente agitabile avevo fatto ben attenzione ad averli cash e precisi nel portafogli. Quindi quando all’una sono andata a fare la spesa avevo programmato di pagare col bancomat.
Nemmeno a dirlo quando, per pagare, vado per prendere il bancomat non lo trovo.

E’ il mio quarto bancomat in 4 mesi: mi piacciono le operazioni matematiche di media facili, pare.

Per non fare una bruttissima figura con la cassiera pago in contanti, distruggendo la mia sicurezza economica pro-piercing.

Torno a casa completamente nel panico. Frugo ovunque e non trovo la maledetta tesserina gialla. Poi mi ricordo di averla recentemente messa in un cassetto in salotto.

Gioisco silenziosamente e mi tranquillizzo.
Così ora nella mezz’ora di tempo che ho disponibile dalla spesa alla lezione posso sopprimere l’idea di pranzo e muovermi alla ricerca di un bancomat.
Ingenuamente credo che la ricerca possa comportare una facilità almeno media.

Trovo una prima banca ma il bancomat è rotto. Mi muovo verso la seconda banca ma non so quali problemi ci siano. Così ne cerco una terza tanto per farmi dire che sulla mia carta non c’è disponibilità. E la cosa ha già dell’incredibile. Io il bancomat non lo uso mai (infatti era in un cassetto) perché di certo non mi ricordo il codice e perché ogni volta che lo uso (come da media di cui sopra) lo perdo.

Tutto questo ovviamente è accaduto sotto la pioggia, tra le pozzanghere e le macchine che minacciavano di farmi bagni di fango. Ma non è tutto. Il peggio è stato quando ho incrociato lo sguardo di un ragazzo camminando di fretta nella mia ricerca di banche e mi sono accorta di conoscere quel ragazzo. Forse vi ricorderete di lui, Emmanuel: qui ci ho scrissi una storia lunga.
Non lo vedevo dagli anni del liceo.
La cosa forse non c’entra niente, è stata una casualità assoluta, lo so, però mi ha “distrurbata” non poco, ha reso questa giornata ancora più paradossale e fastidiosa di quanto poi non fosse già. Mi ha guardata negli occhi mentre io non l'avevo nemmeno riconosciuto subito.

Pazienza.
Quando scopro che non ho mezzo euro sul bancomat decido di fare una telefonata a casa. Scorbutica, come sempre, la tipa che cerca indipendenza, io, chiede 20 euro (l’equivalente della spesa) alla mammina.

Quella acconsente.

Ma c’è un altro problema: non posso andarli a prendere. Perché piercing sì, ma non salterei mai una lezione di scienze e metafisica a cuore leggero.

Così il mio povero e molto disponibile fratello, mentre io sono all’università, arriva a casa mia, entra e mi lascia sul tavolo 100 euro.
Sono gentili, lo so, ne avevo chiesti venti.

Finisce la lezione, che ho seguito male e poco, non pensando ad altro che al foro, torno a casa vedo i soldi e penso che tutto ora è incredibilmente sereno.
Ora niente può andar male. Penso che la mia è stata solo banale sfortuna, nessuna congiura cosmica, segni divini, strade del destino.

Fiduciosa e con un po’ di paura vado al mio appuntamento col metallo.
Arrivo e la tipa che mi accoglie è carina, molto disponibile e con le mani calde. Mi stringe la mano e io sono contenta che non sia l’omone a cui ho lasciato la prenotazione in mattinata a farmi il piercing.
Mi fa accomodare sulla sedia, mi dice che posso star tranquilla perché non è affatto doloroso e in poco tempo sistema tutta l’attrezzatura.

Poi mi dice di dover dare un’occhiata alla lingua, per vedere bene le cose.
Quindi si infila i guanti e io mi trovo nella spiacevole condizione di sentirmi ‘ste mani in bocca a schiacciare e studiare la mia lingua.
E così è per 10 minuti almeno.
Stringe, tira, gira, rigira, schiaccia. Mi fa pure abbastanza male tanto che penso che se questi sono solo i preliminari avrò, tra poco, qualcosa di cui dolermi, che in un’esistenza è comunque, ma sul serio, qualcosa.

Poi lascia la mia povera lingua. Si sfila i guanti. Mi guarda compassionevole e mi dice: “ho brutte notizie, mi dispiace ma non poso fartelo. Hai un'arteria centrale e le altre troppo ravvicinate, rischierei di prenderne una”.

Boom.
Persino la mia lingua, come la gran parte delle cose che mi riguardano, è inadeguata. Questa è la prima cosa che penso, parecchio in modalità tristezza devo ammettere.

Esco dal posto pensando che ho risparmiato 90 euro e che non ho mai sentito una consolazione meno consolante.
Sono destinata a non essere me stessa?

Io, mi ripeto, non credo in niente e adoro le coincidenze assolute ma qui mi pare che stiamo giocando troppo coi dadi.

Ogni mente vede quello che vuole vedere, ogni evidenza ha già la teoria nascosta nell’osservarla, certo, ed è per questo che la mia mente non ha potuto far a meno di pensare a uno strano collegamento tra tutte queste casualità e i messaggi ultraterreni.
Solo per qualche secondo però.

Tornata a casa un amico mi ha scritto su fb: “la tua lingua può avere occupazioni migliori che ospitare un pezzo di acciaio latore di microbi”.

E diciamo che è già più consolante del mio: “dai, non è stata una giornata completamente da buttare: ho comprato il panettone (un certo, preciso, panettone, non uno qualsiasi) che mi sono promessa di mangiare a Natale”.

12 dicembre 2011
Scarica barili

Lo scopo è dire tutto di domenica sera, raschiare sul fondo della malinconia per iniziare il lunedì come si conviene. Ancora vivi, per esempio.

Sono una persona orribile: difficilmente riesco a lasciare qualcosa a metà. La diretta conseguenza a livello concettuale è che questo mi porta ad essere poco relativa. La diretta conseguenza sul piano fisico è la nausea che non riuscirò a farmi passare per l’aver visto, volontariamente, Breaking Dawn.
Sapevo mi avrebbe fatto orrore, sapevo avrei mal tollerato ma è stato comunque più forte di me. Ho visto Twilight, New Moon ed Eclipse, come potevo non vedermi ‘sta prima parte della fine? E se prima non ero condannabile adesso, che ho ammesso di averli visti tutti, il primo anche abbastanza lieta, so di non trovare pietà alcuna, in voi, per la mia nausea.

Ridicolo. Un film ridicolo. Una storia ridicola. Una recitazione ridicola. Un pubblico ridicolo. Una conclusione ridicola.

Ora, stavo pensando che se l'unico modo per farmi passare la nause è trovare un chiodo che scacci il chiodo dovrei prendere in considerazione l'idea del male peggiore, e quindi di un Moccia qualsiasi.

Invece, fortunatamente, sono inciampata in una bacheca che mi ha tolto il problema senza dover approdare al male estremo.

Prego, è il mio regalo di Natale per voi.


10 dicembre 2011
[le non parole] Illuminismo (cit.)
6 dicembre 2011
Chi non dorme si rilegge

(tratto da Black Hole di Charles Burns)

Ma ci devo stare sveglia, indico sondaggi, ancora per molto a scrivere queste frasette (che poi diventano titoli) piuttosto insignificanti? No perché, a tempo perso, io dovrei studiare e quindi, di notte, dormire.

Stasera avevo ripreso una bella abitudine: leggere qualcosa per personalissimo piacere mio (cosa che avevo smesso di fare, a memoria di chissà quale presunto vantaggio universitario).
Ero serena, lieta della bella oretta trascorsa in un mondo assurdo e tendente al sonno.
E quindi in perfetto accordo con me stessa avevo chiuso il volume, spento la luce e assunto pregevole posizione fetale per passare la notte.

Proprio in quel momento, dal fondo più profondo possibile del mio poco spiritoso ego, qualcosa ha iniziato a suonare fastidiosamente.

E no, non ho mangiato un orologio/sveglia in stile coccodrillo di Capitan Unicino (e se non sapete la storia dovreste almeno sentire Bennato).

Suonava. Suonava, suonava. Suonava, suonava, suonava.
E più ascoltavo, più il suono diventava forte.
Alla fine ho sbarrato gli occhi.

E quando sbarro gli occhi, per il sonno, è irrimediabilmente finita.

Mi sono alzata pensando ad angelica, che è la solita tisana dal nome immorale. E precisamente all’angelica che reca sopra la scritta “tisana per la sera”. Una specie di camomilla più costosa e che promette più effetto. Ho rinunciato ad angelica quando mi sono ricordata che in frigo avevo del the verde fatto da me qualche sera fa.
Ho pensato che potevo berlo col vantaggio di trovarlo già pronto solo cercando di convincermi che il the verde è “rinomatissimo per conciliare le anime nere col sonno”.
E mi sono dichiarata convinta anche prima di pensare a come convincermi.

Quando il qualcosa ha iniziato a suonare fastidiosamente io stavo facendo due conti.
Che suonassero proprio quelli?

E' come se avessi, certe volte, le dita rotte: qualsiasi parte del corpo tocco sembra farmi orrendamente male. In realtà il problema è ben poco serio e sono solo io che mi ostino a toccarmi le braccia, il torace, la testa con dita doloranti.
E nella mia follia voglio anche inventarmi che sono le braccia, il torace e la testa a provare dolore e non le dita.

Dovrei passare alle lamette, questa forma di autolesionismo coi pensieri è fastidiosamente aleatoria oltre che confusa. Un po’ di sangue, poi, renderebbe tutto molto più interessante.

4 dicembre 2011
E' il mio periodo a sentimentalitlità multipla
L'assenza disincarna - così fa la Morte
Nascondendo gli individui alla Terra
La superstizione aiuta, così come l'amore -
La tenerezza decresce mentre la proviamo-
(Emily Dickinson)
1 dicembre 2011
Condoms
se castità è prevenzione, e prevenzione è preservativo, allora preservativo è castità
[1 dicembre 2011 giornata mondiale per la lotta contro l'AIDS]

30 novembre 2011
[le non parole] Un autunno in sole
Un autunno come non ne avevo mai visti.
O forse li avevo visti, ma non me ne ricordavo.

Fatto di sole e colori, tanto che le foglie, sul contrasto della strada, mi pregavano di fotografarle. E così ho fatto.
Precisamente davanti la facoltà. E hanno un ché di filosofico, dobbiamo ammetterlo.

Io che amo i fiori di primavera, quelli bianchi di maggio da restituire, canta De Andrè, nel mese che si conclude stanotte, li ho trovati, questo autunno e le sue foglie, infinitamente piacevoli.
Tanto che mi veniva voglia di poesia, io che sono prosastica per indole.




(per colpa del cannocchiale, o della mia passima capacità di adattare le immagini, è venuta orrendamente sgranata però vi basta cliccarci sopra per ovviare al problema)
29 novembre 2011
Per mantenersi giovani e acidi


è opportuno notare che esistono persone incapaci persino di usare le parolacce.
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 Ultimo film visto

Underworld

Quel genere di film che guardato in gruppo viene meglio. Un po' "Signore degli Annelli". Appropriato per chi vuole farsi un'oretta fuori da questo mondo, magari sotto. Ma non ci si devono cercare contenuti troppo specieli.
Voto 6.5/10

 

 

 

 

Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

 

 




IL CANNOCCHIALE