Io sono atea, materialista, anti sentimentalità, pro logica estrema, razionalista e pure smodatamente cinica.
Posso aggiungere al quadro che di solito dico che sensibile è uno tra i due aggettivi, insieme a sexy, che mi corrisponde tanto quanto corrisponderebbe a una scarpiera. Poi capitano cose, in giornate di pioggia, Natale pedinante, che mi fanno pensare che le mie credenze, ed io con loro, siano irrimediabilmente sbagliate.
C’è una cosa che da mio padre non sarei mai riuscita a ottenere. Vedevamo un sacco di cose diversamente, non dico questo, ma ce n’era una in particolare che non riuscivo a strappargli nemmeno facendo promesse enormi, quelle stette promesse che lo convincevano su tutto il resto: il consenso per fami il piercing alla lingua.
Quando lui era vivo io non ho mai preso concretamente in considerazione l’idea. Lo dicevo ma giusto per il gusto di dirlo, la sapevo una cosa impossibile, e quindi troppo lontana per perderci tempo pensandola.
Ultimamente, invece, ci pensavo seriamente. Al piercing dico.
Sempre più concretamente in effetti, fino ai livelli massimi di oggi. In un’esplosione di concretezza, stamattina, sono andata a prendere un appuntamento per lasciarmi forare, esteticamente bene, la lingua.
Sembrerà una banalata cosmica, comprendo, ma il piercing alla lingua è molto da me, proprio me lo leggo addosso. Esattamente come, ridete, mi leggo addosso “una prima”.
Io sono strana, lo so.
Fatto sta che questo strano Natale mi sembrava l’occasione giusta per mettere una bella firma in calce a quello che vado costruendo.
Quello che costruisco è semplice, direi, una Marica con vita propria. E, soprattutto, con una vita propria che non abbia, per questo, strani sensi di colpa.
Non lavoro più nell’ufficio di mio padre, per esempio.
Non mi interessa minimamente dell’azienda se non da un punto di vista economico.
Non abito più, o non troppo, con mia madre, nella “casa di famiglia” per capirci.
Faccio filosofia. E mi piace incredibilmente.
Agisco di testa mia sempre più spesso.
Ho una certa indipendenza.
E per tutto questo io non ho, nemmeno, sensi di colpa. Anzi, alle volte sono proprio convinta di star facendo scelte ottime. E questo lo dimostra anche la serenità con cui, a variabili indipendenti, riesco a concentrarmi su di me con non pessimi risultati (nell’università così come nel fisico, tanto per dire qualcosa).
Vabbe’, lasciamo da parte queste vaghe e un po’ confuse precisazioni e passiamo alla storia del piercing.
Stamattina, quando ho fatto la prenotazione, io dico la verità un po’ ci ho pensato: mio padre questa proprio non la manderebbe giù. Però ho fatto spallucce, ho respirato e ho pensato che non sono una persona terribile, affatto, perché scelgo di gestire la mia lingua come dico io.
Da questo glorioso e quasi epico pensiero si sono, quanto direttamente ditemelo voi, ramificate tutte le disgrazie possibili.
Il piercing ha il costo poco credibile, per una profana come me, di 90 euro. E io, che sono una precisina facilmente agitabile avevo fatto ben attenzione ad averli cash e precisi nel portafogli. Quindi quando all’una sono andata a fare la spesa avevo programmato di pagare col bancomat.
Nemmeno a dirlo quando, per pagare, vado per prendere il bancomat non lo trovo.
E’ il mio quarto bancomat in 4 mesi: mi piacciono le operazioni matematiche di media facili, pare.
Per non fare una bruttissima figura con la cassiera pago in contanti, distruggendo la mia sicurezza economica pro-piercing.
Torno a casa completamente nel panico. Frugo ovunque e non trovo la maledetta tesserina gialla. Poi mi ricordo di averla recentemente messa in un cassetto in salotto.
Gioisco silenziosamente e mi tranquillizzo.
Così ora nella mezz’ora di tempo che ho disponibile dalla spesa alla lezione posso sopprimere l’idea di pranzo e muovermi alla ricerca di un bancomat.
Ingenuamente credo che la ricerca possa comportare una facilità almeno media.
Trovo una prima banca ma il bancomat è rotto. Mi muovo verso la seconda banca ma non so quali problemi ci siano. Così ne cerco una terza tanto per farmi dire che sulla mia carta non c’è disponibilità. E la cosa ha già dell’incredibile. Io il bancomat non lo uso mai (infatti era in un cassetto) perché di certo non mi ricordo il codice e perché ogni volta che lo uso (come da media di cui sopra) lo perdo.
Tutto questo ovviamente è accaduto sotto la pioggia, tra le pozzanghere e le macchine che minacciavano di farmi bagni di fango. Ma non è tutto. Il peggio è stato quando ho incrociato lo sguardo di un ragazzo camminando di fretta nella mia ricerca di banche e mi sono accorta di conoscere quel ragazzo. Forse vi ricorderete di lui, Emmanuel: qui ci ho scrissi una storia lunga.
Non lo vedevo dagli anni del liceo.
La cosa forse non c’entra niente, è stata una casualità assoluta, lo so, però mi ha “distrurbata” non poco, ha reso questa giornata ancora più paradossale e fastidiosa di quanto poi non fosse già. Mi ha guardata negli occhi mentre io non l'avevo nemmeno riconosciuto subito.
Pazienza.
Quando scopro che non ho mezzo euro sul bancomat decido di fare una telefonata a casa. Scorbutica, come sempre, la tipa che cerca indipendenza, io, chiede 20 euro (l’equivalente della spesa) alla mammina.
Quella acconsente.
Ma c’è un altro problema: non posso andarli a prendere. Perché piercing sì, ma non salterei mai una lezione di scienze e metafisica a cuore leggero.
Così il mio povero e molto disponibile fratello, mentre io sono all’università, arriva a casa mia, entra e mi lascia sul tavolo 100 euro.
Sono gentili, lo so, ne avevo chiesti venti.
Finisce la lezione, che ho seguito male e poco, non pensando ad altro che al foro, torno a casa vedo i soldi e penso che tutto ora è incredibilmente sereno.
Ora niente può andar male. Penso che la mia è stata solo banale sfortuna, nessuna congiura cosmica, segni divini, strade del destino.
Fiduciosa e con un po’ di paura vado al mio appuntamento col metallo.
Arrivo e la tipa che mi accoglie è carina, molto disponibile e con le mani calde. Mi stringe la mano e io sono contenta che non sia l’omone a cui ho lasciato la prenotazione in mattinata a farmi il piercing.
Mi fa accomodare sulla sedia, mi dice che posso star tranquilla perché non è affatto doloroso e in poco tempo sistema tutta l’attrezzatura.
Poi mi dice di dover dare un’occhiata alla lingua, per vedere bene le cose.
Quindi si infila i guanti e io mi trovo nella spiacevole condizione di sentirmi ‘ste mani in bocca a schiacciare e studiare la mia lingua.
E così è per 10 minuti almeno.
Stringe, tira, gira, rigira, schiaccia. Mi fa pure abbastanza male tanto che penso che se questi sono solo i preliminari avrò, tra poco, qualcosa di cui dolermi, che in un’esistenza è comunque, ma sul serio, qualcosa.
Poi lascia la mia povera lingua. Si sfila i guanti. Mi guarda compassionevole e mi dice: “ho brutte notizie, mi dispiace ma non poso fartelo. Hai un'arteria centrale e le altre troppo ravvicinate, rischierei di prenderne una”.
Boom.
Persino la mia lingua, come la gran parte delle cose che mi riguardano, è inadeguata. Questa è la prima cosa che penso, parecchio in modalità tristezza devo ammettere.
Esco dal posto pensando che ho risparmiato 90 euro e che non ho mai sentito una consolazione meno consolante.
Sono destinata a non essere me stessa?
Io, mi ripeto, non credo in niente e adoro le coincidenze assolute ma qui mi pare che stiamo giocando troppo coi dadi.
Ogni mente vede quello che vuole vedere, ogni evidenza ha già la teoria nascosta nell’osservarla, certo, ed è per questo che la mia mente non ha potuto far a meno di pensare a uno strano collegamento tra tutte queste casualità e i messaggi ultraterreni.
Solo per qualche secondo però.
Tornata a casa un amico mi ha scritto su fb: “la tua lingua può avere occupazioni migliori che ospitare un pezzo di acciaio latore di microbi”.
E diciamo che è già più consolante del mio: “dai, non è stata una giornata completamente da buttare: ho comprato il panettone (un certo, preciso, panettone, non uno qualsiasi) che mi sono promessa di mangiare a Natale”.