16 maggio 2012
Le modificazioni corporee
Io arrivavo a considerare, tra le modificazioni corporee, solo, o più che altro, tatuaggi e piercing. Anche gli interventi di chirurgia plastica direi, ma quelli sono la roba della gente ricca.
Poi l’insonnia del giorno oggi mi ha portato a dare uno sguardo a un programma de la7 che titola, più o meno come “la vita segreta delle donne” e tratta di temi che normalmente la gente non considera troppo: sadomaso, donne muscolosissime, feticiste e tanti eccetera.
Stasera si parlava di modificazioni corporee e se la prima tipa, biondissima e super tatuata, quasi mi annoiava essendo abbastanza già vista, siamo poi passati alle modificazioni corporee più reali di disegnini colorati chissà dove. Si è parlato di piercing in cui saltava completamente, per esempio, un pezzo d’orecchio (ritagliato a cuore e donato alla figlia, tra l’altro -che regalo splatter!) fino a scarnificazioni e sospensioni.
E direi che serviva proprio un servizio in tv per farmi balenare in testa qualche nuova idea stupida.
Partiamo dalle sospensioni. Avevo già sentito parlare di sospensioni ma semplicemente come gioco erotico, fatto con corde e solo in casi più “al limite” (ma che bel limite) con i ganci. Però l’ambito, a corde o ganci, si esauriva in una sfera, comunque, privata.
La sospensione di cui parlavano al servizio era invece di altro genere. Non riguarda una coppia e non ha un fine erotico. E’ semplicemente fatta da gente, donne soprattutto, che, spinta dall’idea di gestirsi il proprio corpo, non solo esteticamente ma anche mentalmente e nella gestione del dolore, entra in queste botteghe e si prenota una sospensione.
La sospensione avviene in modo semplice. Quella che ho visto funzionava più o meno così: alla ragazza venivano infilati (lei si faceva infilare, per dirla meglio) due grossi ganci nella schiena, sotto le scapole e altri due ganci sul braccio. L’idea era quella di far tenere alla sospesa le braccia aperte, ricordando una crocifissione.
E già il farsi infilare arnesi appuntiti nella schiena non deve fare molto bene.
In seguito agganciano questi ganci a delle corde e aspettano che la tenutaria della schiena sia pronta a farsi sospendere. Chi assiste, e io non faccio eccezione, si chiede se la pelle presa così sottilmente reggerà il peso.
Lo regge.
Che debba far male è indubbio ma è altrettanto indubbio che il confine tra dolore e piacere sia tutto da tarare sull’individuo. Io, nonostante le immagini non siano state molto confortanti, sarei molto tentata, lo ammetto. Però questa non è una novità, si sa che quel certo lato di sofferenza indotta mi incuriosisce.
Deve essere la sensazione più potente di controllo sul proprio corpo. Io, che per un numeretto sulla bilancia, divento felice o isterica, e non per il peso in sé ma più che altro per la quantità di controllo che in quel periodo sono riuscita (o non sono riuscita) a esercitare su di me immagino, nella sospensione, un controllo amplificato: il controllo della reazione della mente su un atto chiaramente doloroso; la sopportazione; il godimento tratto dal dolore, dal riuscire a sfiorare un qualche limite, a far prevalere la forza volontaria sulla fisicità. Tutto ciò deve corrispondere a una scarica di endorfine incredibile.
So che potrebbe sembrare un discorso a metà tra il sadomasochismo molto fetish e la psicosi grave, ma io credo che la mente umana sia complicata e che nessuno possa riuscir a cogliere le sfumature che ogni singola mente ha in relazione alle cose del mondo. Il dolore che è e allo stesso tempo diventa, piacere, per esempio, pur essendo un meccanismo non credo poco diffuso (basterebbe pensare a un rapporto anale, direi) è difficile da cogliere interamente. Più o meno come, immagino, per me sarebbe difficile cogliere il fascino degli undici uomini che seguono una palla e che chiamano giocatori di calcio.
Poco prima della sospensione, al servizio made la7, hanno parlato anche di una pratica che io non avevo mai sentito prima: la scarnificazione. Consiste nel farsi far un simbolo, a mo’ di tatuaggio, sul corpo ma senza inchiostro: disegnano quello che si vuole riprodurre sulla parte del corpo scelta e poi semplicemente la ritagliano.
La ragazza che si era, volontariamente, sottoposta alla cosa si era fatta scrivere su una coscia “freedom” . Male questo faceva male sul serio, eppure la ragazza ha raccontato di come tra il dolore fortissimo e altro dolore fortissimo provasse anche una specie di piacere, di sensazione di astrazione. Non so se mi farei scarnificare la libertà su una coscia, direi di no francamente, ma trovo che abbia almeno più senso di un tatuaggio. Un tatuaggio richiede, al massimo, la fatica di un pizzico e di una spesa, la scarnificazione, richiede, almeno, un po’ di genuina sofferenza. Vuoi scriverti addosso qualcosa che ha un senso per te? Ha più senso se paghi anche con un minimo di dolore. Avere un simbolo pagato col sangue ha, dal mio esageratissimo punto di vista, un po’ più di fascino, di carattere, di forza di un simbolo disegnato. E, ripeto, non sto dicendo che io lo farei: la sospensione è una cosa, è il piacere di un momento, di quel momento, scarnificarsi qualcosa addosso deve essere un po’ più riflettuto, deve avere un significato, e io non credo in niente così tanto da farmelo stampare addosso, né con inchiostro né col sangue.
Altre due sono state le cose che mi hanno stupito del servizio.
La prima consiste nel farsi infilare pezzi di silicone, con forme scelte, sotto la pelle. Una ragazza aveva sotto al collo infilato in silicone sotto la pelle il simbolo dell’infinito. Personalmente non mi piace molto, la trovo una modificazione corporea esasperata e, soprattutto, al tatto non la troverei così gradevole. A me, e parlo di me perché di queste cose si può parlare solo a titolo personale, piace sentire la pelle e le ossa, quanto più naturale possibile. Escluse tette finte sentirmi dei pezzi di silicone sotto la pelle non mi piacerebbe molto.
La seconda che invece io ho giudicato veramente carina consiste in un corpetto istallato sulla schiena nuda. Niente di estremo direi: si fanno dei piercing nella schiena del richiedente e poi si uniscono, a ricordare un corpetto, con dei nastrini. Il risultato è un vestito sulla schiena nuda. Mi piace la formulazione ossimorica, mi piace il colore, mi piace l’idea in sé. Su di me non farei nemmeno questo, intanto perché è abbastanza definitivo e poi perché non ci starebbe tanto bene.
Voglio fare una promessa ufficialissima però: qualora io mi facessi attaccare dei ganci nella schiena e poi appendere al soffitto per dondolare, prometto, che ne pubblicherei una foto proprio qui.
15 maggio 2012
Immagini
Che spontaneamente tendiamo a dare di noi un’immagine meravigliosa, abbastanza rosea e sicuramente migliore di quello che alla fine è, è cosa nota.
Che lo facciamo prevalentemente con gli altri, essendo l’uomo qualcosa di molto simile a un animale da compagnia, è una conseguenza, per il gerundio sopra esposto (contorta eh?), scontata.
Che non lo facciamo quasi mai in mala fede ma spinti dal nostro essere, alla fin fine, convinti di coincidere proprio con quella immagine, convinti di essere tanto sofisticati, meravigliosi, pieni di buoni sentimenti è qualcosa che scusiamo tanto, in casi fastidiosi troppo, in noi ma poco negli altri. Detto meglio: magari ci scusiamo da soli se una cosa che crediamo di essere a 100 la siamo a 50 mentre negli altri ne rimaniamo delusi, dispiaciuti.
E ho notato che l’essere dispiaciuta, verso qualcuno, è il mio sentimento prevalente nella socialità. Ma questa è una parentesi.
Certe volte questa immagine inesistente di noi, questa che cerchiamo con tutte le nostre forze di credere e far credere, sfocia in qualcosa che io, seppur comprendendo, non amo particolarmente: il ritenersi geni incompresi, sensibili incompresi o semplicemente incompresi.
Mi infastidisce la semplificazione del reale che c’è dietro: quasi mai il mondo si divide, tanto semplicemente, in buoni o cattivi, o, per dirla più filosoficamente (ma sempre spiccia), in bene e male.
Un genio può essere famoso o ignorato, non c’è una regola fissa. Così come mangiarsi un panino con la nutella, non è un bene o un male a prescindere: dipende dal caso. Per fare un altro esempio, speriamo di meglio riuscita, una persona che dichiari di non avere un orientamento sessuale definito o definibile, di trovare eccitante un uomo come una donna e di potersi innamorare, indistintamente, di entrambi (o, meglio, uno dei due?) può benissimo essere una persona vergine e pudica.
Per quale strano motivo non ci viene mai in mente che forse non siamo tanto speciali come pensiamo? E questo non è un invito ad abbassare autostima, forse solo a considerarsi con meno serietà, giocare coi propri difetti. Che poi è un’espressione, di quello che intendo, banale, lo ammetto.
Perché non ci viene mai in mente che se mille persone vedono nero e solo noi pensiamo di vedere bianco forse non è così bianco? E non sto certo dicendo che la maggioranza abbia ragione, anche perché basterebbe accendere la tv per smentirmi, dico semplicemente che, forse, bisognerebbe riconsiderare, almeno, il grado di bianco che pensiamo di vedere.
Una bella sfumatura di bianco opaca, vicino al grigio, potrebbe essere la soluzione migliore. Anche se dubito che nel medio sia la virtù, ma questa è un’altra storia.
Non è questione di mezzo, è questione di casi, sintetizziamo così.
Storie generali per attaccarci un personale, come sempre.
E guarda tu in caso quella che segue è una storia in cui LadyMarica non esce male. E questa frase coincide, e io lo so trascinando alla luce il mio inconscio, precisamente con la tendenza di dare di noi l’immagine migliore possibile di cui parlavo sopra.
E poi, sto riportando questa storia anche per spiegare perché non socializzo: ma come posso socializzare in queste condizioni?
Stasera allenamento di pallavolo.
Ci sono andata seppur con poca voglia.
Riscaldamento, esercizi, poi partita.
La palla è nella metà campo dei nostri avversari, sospesa nell’attimo che il pensiero concede all’azione, quando per un colpo fatto male da un giocatore tocca il soffitto ripiombando nella nostra metà campo. Una mia compagna di squadra, non avendo visto il colpo andato male degli avversari, si tuffa in una brillante, ma inutile, ricezione. A me, da alzatrice, sarebbe spettato il secondo tocco ma l’arbitro aveva già fischiato il punto per noi. Quindi io raggiungo la palla solo per bloccarla e rispedirla alla battuta. Ed è all’improvviso che sento strillare nella mia direzione: “deficiente! Eddai, su, era una palla perfetta!”. Allora, con la palla bloccata in mano mi volto e mi vedo la ragazza che strilla dandomi della deficiente che ha anche un dito puntato su di me. Io la guardo con estrema calma ma prima di riuscire a farneticare la risposta giusta (cioè spiegare la situazione: la palla ha toccato il soffitto e l’arbitro ha già fischiato) penso a quanto la convinzione possa essere deleteria per gli esseri umani. Poi non c’è stato bisogno che io spiegassi nulla (e immagino gli altri della squadra si stiano ancora chiedendo perché mi lasciassi dare della deficienti dalla tipa urlante invece di spiegare) visto che un altro ragazzo della squadra si era già occupato di spiegarglielo.
La ragazza mi ha fatto le sue scuse pur precisando che la sua palla era tanto perfetta che non poteva non essere presa. Graziosa.
Io, precisiamolo per precisione, non ci sono né rimasta male né l’ho trovata esagerata: può capitare che non si veda bene un’azione o non si ascolti il fischio dell’arbitro. La mia considerazione è diversa: io non l’avrei mai fatto. E non perché non sbagli, anzi, proprio perché lo faccio spesso. Non avrei avuto il coraggio di gridare a qualcuno qualcosa con tanta certezza perché non sono mai convinta di avere l’intelligenza per essere certa di qualcosa. E non dico, certo, che il mio sia il modo di comportarsi giusto (perché questo mio modo di fare sfocia nel tacere anche quando sono certa di sapere le cose, nel controllare 10 volte una cosa prima di esserne certa e nell’essere la persona meno naturale del mondo, costantemente, sempre misurata, troppo misurata, sempre silenziosa, troppo silenziosa).
Quello che dico io è che, però, nemmeno questo essere così accaniti celebratori di se stessi è così un bene. La soluzione? Io certo non ce l’ho, solo che pensare di più (senza arrivare al mio livello –altrimenti saremmo tanti deficienti muti), guardarsi meglio, concedere agli altri gli stessi alibi che concediamo a noi, male non fa.
E se questo post vi fa schifo potete anche dirlo: non piace molto nemmeno a me.
8 maggio 2012
Guarda la carne del paradiso (cit.)
(un post che guarderemo in pochi, ma vabbe’)
Di due ultime cose ho parlato con mio padre: dei fiori del gelsomino nel nostro giardino e di un concerto di De Andrè del 1998.
Quel concerto mio padre lo aveva visto in dvd nel mese in ospedale. Mi disse una cosa come di guardarmelo ma non ricordo precisamente. Ma era, ed è, qualcosa che ho considerato, in quel periodo affollato di pensieri, marginale. E non l’ho guardato, fino a ieri. Sapevo anche, un po’, mi avrebbe intristita.
Ieri ho deciso che ero abbastanza tranquilla da guardarlo, dopo due anni, finalmente.
Il concerto, dicevo, è del 1998, svoltosi a Roma.
E’, ovviamente, interamente apprezzabile. Inizia con canzoni meno conosciute (almeno secondo me) e si conclude con le canzoni che hanno fatto la fama, a volte banalizzata (ma del resto come avviene per qualsiasi altro genio) di De Andrè.
Ma è la spiegazione della Buona Novella (1969) ad essere meravigliosa. E’ la storia più vecchia del mondo, trattata con poeticità ma soprattutto con una rara capacità di sintetizzare materia e forma, spirito e carne, peccato e virtù. Sfata perbenismi, distrugge ipocrisie, smantella il fan club di dio (Woody Allen deve essere un fan di De Andrè, per forza) distruggendone, con delicatezza, il leader.
«Se dio non esistesse bisognerebbe inventarselo. Ché poi è quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo piede sulla terra.»
Io sono d’accordo, in realtà, più con la seconda parte che con la prima ma capisco anche di non essere abbastanza vecchia. Nonostante tutto, spieghiamoci, io ho un sogno (utopico): spero che non ci sia bisogno di una astrazione come dio per “essere buoni”, per fare il bene, per avere la cultura logica (perché il bene è relativo ma la logica, fortunatamente, no) del giusto. Io spero che si arrivi a un tale livello di progresso che gli uomini riescano a dismettere la loro natura egoista arrivando a volere un bene collettivo che porti, poi, alla soddisfazione personale e individuale. E tutto in piena libertà. Io credo che nonostante la natura umana tenda all’insofferenza, all’egoismo, al voler far prevalere la forza sulla ragione si viva, concretamente e per tutti, meglio in un mondo dove l’egoismo diventi positivo, ci sia coesione, gioco di squadra e un livello culturale, filosofico e scientifico diffuso.
Utopica e un po’ comunista, temo.
Per non rovinarlo ancora con tutto quello che le mie, anche migliori, parole non riescono a dire vi linko un pezzo del concerto.
Il primo video è la presentazione (da cui la frase virgolettata sopra) dell’album. Da sentire e poi, con un po’ di pazienza, inculcare nella mente della, e non solo, Santanché (che ovviamente nel mio piano sopra descritto non esiste). Dura sui sei minuti.
Il secondo video invece è l'estratto, sempre da quel concerto, di alcuni brani della Buona Novella. Oltre al "Il testamento di Tito" (brano rimasto incredibilmente famoso) e "il sogno di Maria" (che dichiaro meraviglioso da tanto tempo), il brano "l'infanzia di Maria" (il primo nel video) è molto delicato.
3 maggio 2012
La non dieta (II)
Secondo me questa parte, rispetto alla precedente (che trovate qui) è meglio.
La non dieta è un modello alimentare o stile alimentare, chiametelo come volete, non so quanto famoso.
La regola è molto semplice ma ogni volta che tento di spiegarne il funzionamento le persone mi guardano dubbiose e mi chiedono di cosa farnetico. Quello che bisogna fare per seguire la “non dieta” è semplicissimo: mangiare quando si ha fame e fino a quando si ha fame. E’ esattamente, oramai si capisce, lo stile naturale dei veri magri. L’idea “teorica” di fondo è altrettanto semplice: riportare il nostro organismo ad avere, nei confronti del cibo, il comportamento naturale; bisogna quindi imparare (re-imparare) a distinguere la fame da tutti quegli stati emotivi, ormonali, mentali o vitali che, nella società occidentale (ma si può sempre dar colpa alla società?) si placano con il cibo.
Non è credibile. O almeno per me non lo era così tanto. Pensavo: non si può pensare di perdere peso mangiando quello che si vuole con l’unica regola di fermarsi quando non si ha più fame!
Però mi sbagliavo.
E torniamo un poco indietro. Torniamo alla mia dieta fai da te da 500 calorie giornaliere. La mia dieta aveva una pecca. Non avevo considerato la mia reazione nel “dopo”.
Già, perché quella del “riprendere i kg dopo le diete ipocaloriche” è un’altra cosa troppo detta. Non è una cosa totalmente falsa, solo è riportata male. Non è affatto vero che dopo una dieta ipocalorica il metabolismo è così tanto rallentato che qualsiasi cosa si mangia si riprendono chili. La cosa funziona un po’ diversamente. Il problema è che più la dieta è restrittiva più, appena ci si concede un pasto/giorno/periodo libero, più, in quel periodo, la nostra mente/corpo cercherà di rifarsi di tutte le privazioni sostenute.
La mia dieta, che volete, io riporto sempre il mio caso personalissimo, è durata dal 21 febbraio 2011 al dicembre di quell’anno. Circa otto mesi senza nessuno, e lo dico con un pizzico di soddisfazione, mai, nemmeno per sbaglio, piccolo sgarro. Era abbastanza ovvio, ma io non me lo aspettavo, che appena mi fossi presa una pausa avrei fatto qualcosa di inenarrabile.
E così è stato.
Più mi dicevo che avrei interrotto la dieta solo un giorno, solo due giorni, solo una settimana, più accumulavo bollini rossi (sì, io segno i giorni rispetto a quello che mangio: bollino rosso = disastro). Per giorni e giorni, tutto dicembre e metà gennaio, ho lottato così, con la mia volontà di dieta e il mio bisogno mentale di cibo calorico. E così ho iniziato un ciclo di, diciamolo, minchiate. Alternavo digiuni completi e giorni di abbuffate senza fine. Lacrime, vomito, sensi di colpa e tutti i rimedi più imbecilli per cancellare il peso.
Ecco la conseguenza negativa di una dieta come la mia: ad un certo punto ci si dimentica che cosa si sta facendo e perché. A me di essere bella non è mai fregato niente però essere normale, quello sì, mi è sempre importato. Mi ero dimenticata, in breve, che il punto non era il peso, il punto era star bene emotivamente prima ancora che fisicamente.
Così mi sono scontrata con altre diete. Meno fai da te e tutte un po’ folli. Già, perché se c’è una cosa che non sopporto è la dieta stile mediterraneo, quella con gli 80gr di pasta e il cucchiaino d’olio, la dieta “tradizionale”. Io l’olio non lo tocco se non in casi particolarissimi e direi che faccio solo bene. Se si ha paura per la pelle meglio una mandorla. L’insalata fa schifo anche con l’olio mentre le zucchine vanno benissimo con la soia o il curry o solo lesse (vabbe’, queste sempre idee mie di “dieta”).
Il tentativo direi più eclatante e peggio riuscito è stato il mio mese, forse due, di dieta Dukan.
La Dukan è un’altra dieta dal funzionamento semplicissimo. Anche un’idea eccellente devo dire per il dimagrimento. Consiste nel mangiare solo determinati alimenti, proteine più che altro, senza limiti quantitativi. Ho constatato, facendola, che non è una dieta semplice da mantenere come potrebbe sembrare: a mangiare pollo alla fine ti stufi e anche se in commercio esiste l’aroma al panettone direi che non è proprio convincentissimo. Cosa peggiore, poi, la Dukan non è una dieta adatta a tutti. Il mio organismo, tanto per fare un esempio, non la tollerava molto.
Quindi abbandonata la dieta Dukan e senza la forza di ricominciare un’altra ipocalorica ho passato un altro mese, forse qualcosa di meno, con le mie solite minchiate: digiuno, abbuffata, vomito.
Poi ho deciso che non potevo continuare ad abbracciare la tavoletta del water ogni tre giorni e così ho scritto a melarossa, un sito internet di diete. Loro “prescrivono” una dieta ipocalorica mediterranea (quella col cucchino d’olio –che tra le cose del mondo che odio è una delle peggiori, direi), quindi non mi hanno aiutata tanto con la dieta ma mi hanno aiutata con una risposta sul loro sito.
In breve dicevano che dovevo pensare un po’ al cibo, alla fame e all’atto di mangiare. E ci ho pensato.
Ci ho messo un po’. Ho iniziato seguendo la loro dieta alla lettera, senza omissioni. Ovvero, non solo non mangiavo i cibi non permessi ma cercavo (olio a parte) di mangiare tutti i cibi previsti. Così finalmente si è spezzata quell’irritante catena di digiuno-abbuffata-vomito e ho riabituato il mio corpo (e la mia mente) al cibo giusto. E uso “riabituare”, me ne rendo conto, in modo protettivo: l’ho abituato, siamo sinceri, non l’avevo mai fatto.
Dalla dieta bilanciata e ad uso della bilancia costante di melarossa sono quindi approdata nel mondo della non dieta. Posso essere un po’ favoleggiante? E’ un mondo invisibile. I veri magri non sanno di fare “una non dieta” e quelli in sovrappeso/obesi/ex obesi/ex sovrappeso non sempre la capiscono. Io ci sono arrivata per caso. Ogni tanto fallisco eh, assolutamente, però mai in modo tanto grave, fino ad ora almeno.
Quindi non conto più le calorie di quello che mangio o non mangio. Ed è un traguardo anche solo in termini di tempo visto che passavo almeno 3 ore a far la spesa controllando ogni singola targhetta (lo faccio ancora in effetti, ma non così ostinatamente). Sono capace di lasciare metà pizza se non mi va più, senza mangiarmene tre il giorno dopo. Con la non dieta ho fatto un mese assolutamente libero, senza contare una sola volta le calorie, senza sentirmi “privata” di qualcosa e non ho preso un etto.
Non ho certo risolto in un sol colpo i miei sconfinati problemi alimentari, figuriamoci.
Due sere fa, per esempio, mangiavo una pizza con degli amici e uno, ridendo, mi ha detto: “abbiamo tutti finito e Marica è ancora lì che la guarda la pizza”; e certo quella pizza è rimasta lì, senza che io avessi il coraggio di mangiarmela (chissà poi perché: la mia mente è un luogo di desolazione e tormento!), però ho comunque iniziato a migliorare. Anche in termini di qualità: se una cosa non mi piace attualmente non me la mangio. Che è un ovvietà ma solo per voi gente normale.
Rimane solo un punto. Anzi un mezzo punto. Un’opinione personale. Io sono assolutamente convinta oramai che il principio della non dieta sia il migliore anche per perdere peso. Però, chiaramente, è un funzionamento molto più lento e molto più insidioso rispetto a una comune dieta ipocalorica (anche quelle col cucchino d’olio, sì) perché lavorare sulla mente e non sul conto delle calorie è certo più difficile. Quindi io, anche se sono l’ultima persona al mondo a cui chiedere consigli alimentari visto il mio percorso (ancora in atto) parecchio “discutibile”, non la consiglierei a chi deve perdere parecchi chili perché per perdere parecchi chili serve, oltre a volontà e costanza, anche il vedere dei risultati immediati. Meno calorie, meno chili: questa è l’unica regola valida oltre all’ascoltarsi ovviamente (perché qualcosa che fa star male non è buono nemmeno per perdere peso).
Concludo, e mi scuso per l’inondazione di parole, con una frase che ho letto non vi dico dove in favore della mia campagna contro l’olio nelle diete ipocaloriche: che senso ha aggiungere grassi in un corpo che cerca di eliminare i grassi?
2 maggio 2012
La non dieta (I)
Siccome quando non scrivo certo non scrivo (?) ma quando scrivo non finisco mai, il post è venuto fuori simile a un’inondazione di parole. Per non farmi picchiare da nessuno e soprattutto perché spero sia un post interessante, vista la fatica emotiva che mi è costato, ho pensato di spezzarlo in due parti. I sequel sui blog, l’ho già detto mi sa, secondo il mio modesto parere, sono noiosi e scoccianti, quindi pubblicherò le due parti consecutivamente, lasciando un giorno di distanza.
Buona lettura, perdonate la troppa “personalità” della cosa.
Questo blog non batte chiodo. E questo soprattutto perché mi rifiuto, oramai da quasi un anno, di parlare liberamente di quello a cui ho devoluto, beneficamente, gran parte della mia attenzione ultimamente (abbiamo passato l’anno sì): il peso corporeo.
Non farò dietrologia, non darò numeri, no davvero, però voglio dire e riconoscermi (da sola, sì, oggi giochiamo di presunzione) che io di dieta qualcosa la capisco. Perché mi sono un tantino stufata di tutti i perenni magri, bontà loro, che questionano su cose che hanno sentito dire.
Cioè, spieghiamola peggio: mi va benissimo che chiunque esprima il proprio parere e mi va benissimo anche se è un parere insulso; e mi va benissimo anche che, mentre su altre cose non ho problemi ad assecondare i pareri insulsi considerandoli solo tali, su questo argomento la cosa mi irriti alquanto, però direi che è il momento di dirmi, almeno da sola, che francamente di dieta ne capisco qualcosa di più rispetto a quelli che dicono le ovvietà passate in tv o sui settimanali vita e donna del caso. E non perché io sia stata illuminata dall’altissimo in un giorno in cui non aveva di meglio da fare, ma semplicemente perché l’esperienza ha un valore aggiunto. Wilde l’avrebbe detta meglio, io non sono Wilde e quindi tanto ci basta.
Non sono un medico e questo lo specifichiamo, sono solo una presuntuosa con un’esperienza.
Per iniziare mi voglio diligentemente schiantare su alcune delle più irritanti false teorie sul mangiare-non mangiare.
La colazione per esempio: “il pasto più importante”, quello che, quando parli di diete, tutti dicono essere “un obbligo”.
Proprio no.
La colazione, come gli altri pasti infondo, è una questione di abitudine. Ci sono magri che non fanno colazione e altri che la fanno. Nessuno è magro perché fa colazione (o perché non la fa). Il nostro corpo non è un idiota e, soprattutto se si vuole perdere peso, forzarlo a mangiare non è propriamente intelligente. Se al mattino il corpo non chiede niente significa che non vuole niente. Farlo mangiare obbligatoriamente non ha alcun senso, mai, nemmeno in caso di colazione.
Io, facciamo esempi personali, visto che tanto stiamo ballando, faccio colazione la mattina, attualmente, solo se ho fame (cosa che non capita quasi mai).
Nei bei tempi in cui (stiamo sempre ballando?) facevo una dieta ipocalorica (parecchio ipocalorica, diciamo così) la facevo esclusivamente mai. Certo non sono morta e certo ho perso peso. E se il “non sono morta” non vi convince posso aggiungere che non solo il mio organismo funzionava al massimo delle sue capacità, miglioramenti dalla concentrazione fino all’umore, ma che anche le analisi del sangue erano normalissime.
Facevo una dieta da 500 calorie al giorno, mediamente, ovvero qualcosa che miliardi di geni della medicina (e non) considererebbero assolutamente sbagliato, ma il mio corpo funzionava alla perfezione. Mai un mancamento (altra convinzione assurda ma reclamata a gran voce). Nessun metabolismo rallentato (altra convinzione presa non so da dove).
Mai una volta, se posso essere sentimentale, la mia dieta, fai da te, mi ha fatto pensare che non valesse la pena.
E dopo i falsi miti sulla colazione, possiamo, che ne so, parlare di digiuno.
Digiunare ogni tanto non fa male. Non uccide nessun metabolismo. Non implica, il giorno dopo, prendere 5 kg. Digiunare ogni tanto significa dar respiro al corpo. E non parlo di benefici in termini, esclusivi, di peso, figuriamoci. Digiunare ogni tanto fa bene anche alla mente, allo spirito. Aiuta a sentire per esempio. Anche la fame, a volte, bisogna sentirla, bisogna imparare a conoscerla.
E qui facilmente sono equivocabile. La mia non è certo una apologia anoressica o robe del genere, figuriamoci, io credo che il cibo sia uno dei pochi piaceri abbastanza completi e indipendenti della vita, però credo anche che come tutti i piaceri vada saputo godere. Se uno si ingozza tutti i giorni sicuro non si gode nemmeno un boccone.
Personalmente ho fatto un digiuno di 24 ore poche volte. E questo perché la mia volontà è limitata, in primis, poi perché non è una roba facilissima e soprattutto perché io il bisogno di cibo lo sento ogni 5 secondi, non mi servono 24 ore.
No, questa era una battuta, autorivoltami, infelice. L’ho fatto poche volte, di 24 ore, perché è difficile. Di meno ore, invece, l’ho fatto, e lo faccio se capita, più spesso: non solo è fattibile ma, personalmente, mi fa anche bene.
Ché poi, per sfatare tutte queste false tradizioni sulla dieta basterebbe guardare il comportamento dei veri magri, cioè dei magri naturali.
E sfatiamo un altro mito. Cancellatevi dalla mente quell’idiozia che io ho sentito dire almeno un milione di volte prima di capire che era, ed è, mondezza: “un mio amico (perché ogni racconto inesistente comincia così) mangia tantissimo, sempre e tutto quello che vuole, ma non ingrassa. Ingrassare è una predisposizione naturale.”
Proprio no, francamente. Quell’amico non esiste. E’ una bugia inventata da quelli a cui piace mangiare e poi dire che tanto sono predisposti all’obesità. Certo, esiste una predisposizione naturale, non dico di no, ma è una predisposizione che poi, sull’obesità/sovrappeso, ha solo una bassa, bassissima, percentuale di colpa.
E torniamo all’invidiabile comportamento di un vero magro. Il vero magro, molto semplicemente, non arriva mai, o quasi mai, a dire “sto per scoppiare”. Detto meglio, il vero magro, si ferma quando non ha più fame. Non mangia quando non ha fame. Non sostituisce al cibo le soddisfazioni mancate. Non usa il cibo per riempire la noia. E tanti eccetera.
Fateci caso quando vi capita di cenare con un magro, uno naturale dico. Fate caso al fatto che lascia nel piatto i bordi di una pizza per esempio, fate caso che prende acqua da bere invece di cocacola, fate caso che magari sì, mangia “abbondantemente” ma poi, per esempio, mentre tutti lo prendono lui rifiuta il dolce, semplicemente perché non gli va. Fate caso alle piccolezze del suo comportamento.
E il primo che mi commenta dicendo: “io ho un amico che mangia tanto e non ingrassa” lo banno senza se e senza ma. Qui la democrazia proprio non esiste, fortunatamente.
Altra cosa che fanno, rovesciando quello che ho già detto, i, oramai chiamiamoli così, “veri magri” è mangiare quando hanno fame.
Nessun vero magro controlla le calorie di quello che mangia o ha il timore di alzarsi e prendere una seconda porzione di qualcosa. I veri magri (che ovviamente in questo post, e più in generale per me, hanno le sembianze di un dio) hanno un modo di ragionare sul cibo talmente naturale da risultare quasi offensivo. O almeno per me, col tabù del cibo troppo facile, a volte, risultano quasi troppo spinti.
Di qui la non dieta. Ovvero un principio alimentare contro cui ho combattuto per quasi un anno e che poi ho constato essere la cosa più intelligente, fattibile e dai buoni risultati dell’intero mondo delle diete.
E come funziona ve lo spiego domani, non perché voglia creare aspettativa ma per il motivo dell’inondazione già anticipato nell’incipit.
23 aprile 2012
Pillole di cinema (qualche ultimo film visto)
Pleasentville, 1998
Un film non di prima visione, lo capisco. Però io l’ho visto per la prima volta solo recentemente.
E’ adorabile. La trama, la realizzazione, la sceneggiatura, i colori. Ovviamente romantico-favoleggiante, un po’ “spirito natalizio vendesi” però un buon film in cui passare, letteralmente, una notte insonne.
Tutto qui? Buona la prima.
7/10
Shutter Island, 2010
Filosofico, originale, quasi meraviglioso. Non si può dire molto di più, in realtà, perché svelare anche solo una parte, anche solo un dettaglio, della trama e delle intensioni del regista, è uno dei pochi crimini, come non mangiare Sacher Torte, per esempio, per i quali io, personalmente, istituirei una pena capitale. Da guardare e poi riguardare.
8.5/10
Minority Report, 2002
Sarà che la troppa irrealtà non è il mio genere. Sarà che la troppa azione non mi appassiona. Saranno un sacco di cose ma a me decisamente non è piaciuto. Buono il pretesto, molto filosofico, del destino futuro e della volontà del singolo su di esso. Meno buona la trattazione, meno buona la trama, meno buona la storia. Insomma, se vi capita a tiro potete sempre decidere di fare una passeggiata invece di guardarlo.
4/10
Ragazze Interrotte, 1999
A dispetto di un titolo troppo femminile, troppo facile anche, il film è vincente. Grandi attrici, ben nascosta "l'americanità" della provenienza, trama senza intralci, incoerenze o banalità. Angelina Jolie, premio Oscar per questa interpretazione, veste un personaggio che fa, sul serio, venir voglia di baciarla. E anche la colonna sonora, Downtown dico, merita un moto d'amore.
9/10
Hostel, 2005
Genere splatter/horror, diciamolo subito. Pare, ho letto, che all'entrata nel cinema fornissero anche sacchettini per il vomito per la particolare violenza di alcune scene. Io così cruento, francamente, non l'ho trovato. Certo, qualche scena squisita di bella violenza c’è (e quanto questa frase sia la dichiarazione di una mente deviata non lo diciamo) c’è, ma niente di così mai visto. Però, Hostel, a differenza dei suoi colleghi splatter, che funzionano, più o meno, tutti nello stesso modo, con gli stessi meccanismi nelle trame, gli stessi “colpi di scena” è innovativo e non banale: ed è questo che mi spinge ad alzare un poco il voto.
6/10
Vanilla Sky, 2001
Film con inclinazioni, anche questo, filosofiche-oniriche. Che poi è il genere che preferisco. Un genere che lascia col dubbio, coi pensieri. La trama racconta di come una leggerezza rovini la vita di un bello, ricco e potente Tom Cruise. Ed è per risolvere le cose che il brutto e solo Tom Cruise si imbatterà in belle finzioni e brutte realtà, dovendo e non volendo scegliere. Pregevole.
7/10
18 aprile 2012
Va oltre oppure no
Il lunedì sembrava un gran bel giorno per essere sé. O anche in sé.
Dopo l’ampio trascinare del fine settimana, dopo gli impegni presi accavallati, presi tutti, senza una scelta, e poi fatti incanalare, forzatamente, con scuse e rattoppi, rimandi e accomodature, nella fissità delle ore del tempo, nella non ubiquità della specie umana, il lunedì senza impegni era il caso suo.
Così con i capelli disordinati, dopo aver fatto un po’ di benzina, indossando dei jeans scomodi e una vaga sensazione di malessere generale, frutto di poco dormire, aveva imboccato un mercatino stiracchiato. Non aveva pensato che dal mercatino, camminare in quel giardino, sarebbe poi stato un passo quasi obbligato. Dal suo spirito masochista più che altro. Un masochismo di piacere più che di dolore. Ma infondo, come si sa, il confine è incerto.
E così ci aveva camminato, per un’ora o qualcosa del genere. Alla fine si era seduta su una panchina, scelta in una bugia di casualità, a leggere: era la stessa panchina.
Era cambiata la stagione. Da estate calda a una primavera nuvolosa.
Era cambiato il suo stato emotivo.
Da un’agitazione adrenalinica a una calma quasi buddista.
Era cambiato il colore di quel giardino. Da non importante a centro della sua attenzione.
Era cambiata la sua compagnia. Da un ragazzo ad un libro.
Quel giorno, della scorsa estate, che sembrava secoli fa, lei non lo avrebbe mai detto che si sarebbe ritrovata con tante cose cambiate ma in un posto rimasto identico. Non era dispiaciuta o romanticamente ricordante, era semplicemente stupita che potesse cambiare così tutto pur in un’apparenza di fissità del luogo.
Di quell’estate si ricordava bene molto.
Era decisamente “una cosetta”, al tempo, deboluccia e isterica.
Veniva fuori da qualcosa che, seppur importante, seppur che non rimpiange e non rimorde, l’aveva segnata. Nessuno aveva colpa o meriti: era semplicemente andata così, nel senso di una parentesi. Certe volte si trova a pensare che, per averla toccata così, forse era un innamoramento tendente al vero.
Era stato qualcosa di enorme, capace di spostarle i muri interni per mesi, qualcosa che l’aveva interessata e soddisfatta come mai le era successo, qualcosa che le aveva cambiato la vita. In bene. Si era trasformata, tra e dopo quella cosa, quella relazione. Fisicamente in meglio, mentalmente in peggio.
E poi, improvvisamente, le era venuto in mente che era tutto, in quella storia, tutto sbagliato. Era successo un giorno, senza scelta preventiva. Era successo e basta. E lei si era dovuta fermare. Ma la cosa l’aveva lasciata nell’insicurezza, nel profondo auto-disprezzo.
Allora era capitato lui. Il lui seduto sull’altra parte della panchina adesso vuota. Con quegli occhi dolci e i modi gentili. Dopo una relazione di un’ora a settimana, passata solo nel chiuso di una camera, lui che le chiedeva di fare una passeggiata, di cenare insieme, di bersi un caffè, per lei era respirare. Se aveva voglia di scrivergli poteva farlo, senza problemi. Che fosse sabato, domenica o l’ora di cena. Lui che le parlava di film e libri. Lui che sembrava tanto delicato, tanto fragile, tanto uomo in un senso diverso da quello di maschio, lui a cui lei temeva di far male solo a guardarlo troppo.
Erano questi, quelli che lui credeva difetti, quello che a lei piaceva di lui.
Scorreva le pagine del libro, sulla panchina adesso solitaria, ma in realtà pensava a tutto questo. Pensava a quello che era successo dopo, pensava che, in effetti, in qualche modo, alla fine, aveva fatto una mossa brusca che un po’ l’aveva allontanato. Non si dava tutte le colpe, per carità, però sapeva che lo aveva, un po’, spaventato. Fosse stata meno in un periodo “debole” non lo avrebbe fatto. Lei si capiva e scusava pure, precisiamolo, però non poteva, né voleva, pretendere che anche lui capisse.
Il fatto è che tutti pensiamo, sempre, che gli altri ci debbano capire, ci capiscano, ci capiranno. In realtà gli altri pensano esattamente la stessa cosa, per loro, verso di noi. Tutti pretendono di essere capiti, tutti pretendono di spiegarsi, però non funziona così.
Il sole le scaldava la schiena. Non era triste, solo restia a questa sua irritante tendenza a dare un senso alle cose. Le cose non hanno senso, le cose sono il risultato di casualità. Poi c’è anche l’impegno e la fortuna, certo, ma in percentuali molto diverse.
E le veniva in mente una frase di Match Point: “A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po' di fortuna va oltre, e allora si vince. Oppure no, e allora si perde“.
16 aprile 2012
Cammino del Giappone

Non riesco a stare dietro a un sacco di cose, che succedono, che si prenotano, che, ultimamente, vogliono prendersi una fetta della mia ordinarietà.
Anche la virtualità, devo ammettere, un po’ mi affatica. Perché da luogo di socialità libero, senza costrizioni di gentilezza e con la cautela della riflessione, è diventato un ampliamento di una vita sociale che non ho ancora ben capito come mi sia capitata addosso. Non che mi dispiaccia, non che non mi dispiaccia, semplicemente va così.
Ma è me stessa quella che mi affatica più di tutto: mantenere bassi i livelli di banalità; gestire la voglia di pensare; controllare l’inclinazione al controllo; gestire tutte le ossessioni, nessuna esclusa; organizzare priorità reali e non sognate; far i conti con una capacità di vedere a volte troppo estesa per lo spirito di sopportazione; mantenere il masochismo a livelli accettabili.
A volte penso di essere troppo strana per una testa sola.
E così succede che io abbia bisogno di riprendere i contatti con qualcuno, qualcosa, che avevo, presa dagli strani vasi in cui capita la mia vita, distrattamente accantonato: me, nella sua maledetta molteplicità.
Compleanni, vecchi e nuovi amici, i rapporti virtuali, palestra-cibo-corpo, università, l’ossessione “bellezza”, smalto e appuntamenti sembrano capitarmi addosso caoticamente.
Non so spiegarlo meglio, però, immagino, finirò per provarci.
Sono tutte cose, quelle elencate sopra, che razionalmente, intellettivamente, sembrerebbero dipendere da me, essere gestite da me. In realtà, in questo assurdo momento della mia vita in cui sembrano essersi spalancate porte di cui non ho mai chiesto l’apertura, io non le gestisco affatto.
Sembrerebbe tanto banale se dicessi che sembra quasi mi gestiscano loro?
Mi capitano addosso, bene o male o entrambi che sia.
Non scelgo io, tanto per fare un esempio idiota, di avere unghie curate, succede che me lo imponga questo particolare momento di vita.
Probabilmente sembro una pazza alienata che parla di unghie che la comandano. Bella trama per un racconto surreale. A saperlo scrivere quasi ci proverei.
Eh che non capisco bene nemmeno io. Io prendo le cose, faccio le cose, senza sceglierle tra quelle che mi capitano. Le faccio tutte, potendo. Prendo tutto. Tutto quello che mi danno le persone, tutto quello che è possibile fare su me stessa.
Tanto per tornare al mio stupido esempio poco sopra: io curo le unghie, le smalto anche, perché ho quelle unghie lunghe. Mi sono capitate sulle mani e quindi io le curo.
Semplice tanto assurdo.
Accumulo esperienze, accumulo persone, accumulo appuntamenti, accumulo stati d’animo, accumulo pensieri, accumulo le porte aperte come se ne avessi una sete smisurata. Sete di qualcosa che non ho mai chiesto. Come se veramente, tanto ad andare quanto a star fermi, non mancassimo, sempre, comunque, qualcosa.
Un po’ mi temo ultimamente, sono sincera. In più non riesco, e non sapremo mai quanta fatica mi sia costata questo post, a non scrivere di me se non in terza persona. E questo mi sembra chiaramente non volersi pensare.
Però ad un certo punto, generalmente una volta a settimana, perché io comunque sono una a cui piace la abitudinarietà, una claustrofilia in un certo senso, sento di dover far i conti con questo mare precipitante che mi ustiona. E così scappo, senza decidere nemmeno questo, guidando la macchina senza pensarci troppo. Di solito uso una spiaggia invernale e sporca, oggi invece sono finita al lago, artificiale immagino. Ho camminato in una specie di percorso fatto a cascate, ancora artificiali, e che chiamano, ho scoperto oggi, “il cammino del Giappone”.
C’ero già stata una volta a dire il vero, ma quella è un’altra storia.
Ho camminato, ho comprato oggetti inutili, ho letto un po’, ho soddisfatto la mia voglia di pensare. Non ho stabilito niente, non sono nemmeno, come si legge, riuscita a ideare un post meno peggio di questo però anche se con qualche sforzo, almeno, ho chiamato per nome questo vago senso di caotico che invade il mio ex-ordinato mondo.
E adesso, prima di stabilire quale smalto vuole che io lo metta sulle unghie, mi fumo una sigaretta.
10 aprile 2012
Nota Bene
Tanto per dire cose che qualche essere vivente, e nelle donne è una roba triste, capisce solo dopo i centomila anni.
Non è che se lei fa "ah-ah" allora gode per davvero.
(semi-cit. da Marracash -In faccia)
5 aprile 2012
Pensare all'imperfetto
Pensavi di far almeno un’altra settimana di dieta ferrea prima di Pasqua e poi un’amica ti regala tre etti di cioccolatini Lindt, come auguri. Allora capisci che per Pasqua, al massimo, puoi arrivare al peso ottimale per essere mangiata.
Pensavi che andar al cinema non avrebbe comportato impegno emotivo, il ché era praticamente un’ottima cosa.
Soprattutto se il film scelto era Biancaneve.
Il massimo che poteva capitare era innamorarsi del sorriso di Julia Roberts, ma quello capita spesso.
Invece, mentre guardi nemmeno l’inizio, ti viene in mente, chissà da quale addormentata porta del cervello, con chi hai visto Biancaneve, quello l’originale. Siccome non sei così tanto vecchia non lo hai visto con un primo fidanzato, ma con tuo padre.
Non ti ricordi mai niente, quasi nemmeno la voce, quasi nemmeno il volto, nemmeno di averlo mai visto tuo padre (anche se infondo sono passati solo due anni), o almeno fingi benissimo, e poi, chissà come ti viene in mente tutto.
Ti ricordi che era un cinema di altri tempi, affollatissimo, e lui ti teneva sulle sue spalle. E ti ricordi pure che c’era una parte che ti spaventava a morte. Quando la bella strega si trasforma in una vecchia malvagia e si imbarca per raggiungere Biancaneve. Ora, se c’era una barca o meno, quello proprio non lo sapresti dire con certezza, tu te la ricordi e siccome la paura era tua, il ricordo era tuo e pure il racconto è tuo la dai per esistente. Ti faceva paura quella voce, quelle mani, quella vecchiaia anticipata. E ti ricordi anche che però c’era lui e solo per quello niente riusciva a trapelare dallo schermo. Tu, proprio tu, che adesso guardi il peggio dell’orrore cinematografico senza riuscire in una minima emozione, meno che mai paura.
Si dice aver perso l’innocenza. O aver capito che la paura sta tutta su un altro piano.
E così ti viene voglia di guardarti l’originale. Per fortuna è spezzettato in you tube per te.
Pensavi che saresti tornata a scrivere, anzi a pubblicare, perché scrivere lo fai sempre almeno, un post allegro. Invece tutto quello che viene è una rinfusa di pensare all’imperfetto. E pure insignificante.
25 marzo 2012
Cervelli al buio
Latte e biscotti. Ore 4 della notte almeno secondo l’ora vigente.
Ma mi merito qualche carezza dall’unica persona al mondo che non mi deluderebbe mai: il Signor Gentilini (un uomo che nella mia mente ha un po’ di pancia, i baffi e fa sempre e solo biscotti, senza fermarsi, senza stancarsi, senza invecchiare).
Sabato sera, centro della movida romana (almeno per una che come me è abituata, al sabato sera, a frequentare, al massimo, il centro del suo salone), compleanno di un’amica.
Mi improvviso guidatrice sicura, non timorosa dei parcheggi, mi vesto da donna, che nel mio linguaggio significa proprio sfidare le leggi di natura, non mi trucco ma solo perché proprio mi darebbe l’orticaria, mi infilo il mio cappotto strambo e esco.
Passiamo una normalissima serata. Tutte coppie, poi ci siamo io e una mia amica.
“Pazienza, va così, niente uomo della mia vita nemmeno stasera” sintetizzo con ironia il solito essere l’unica single. Ma non è che, dopo le ultime delusioni, mi dispiaccia così tanto.
Però mi sbaglio e i fatti non ci mettono molto a dimostrarmelo. Al termine della sera, quando i miei stanchi piedi tenuti sospesi dai tacchi di circostanza già bramano calzettoni anti-femminilità e un materasso, il fidanzato di una mia amica mi propone “una cena a quattro”, in un ipotetico futuro che, proprio per il binomio “ipotetico futuro” suona, più o meno, mai, con un suo amico “molto colto, dolce, simpatico”.
Non è carino, questo è chiaro dal “molto colto” fino al “simpatico”.
Bè, ma perché no? Io sono zitella, zitellissima. In piedi ho un bacio senza repliche e un rapporto amichevole che ha firmato per rimanere tale nonostante le mie contrarietà. Dubito che l’amico del fidanzato della mia amica sia anche soltanto interessante, come le citazioni precedenti poi, ma infondo io, me lo ammetto, ho sempre frequentato qualcosa di vicino al meglio. E non lo dico per vantarmene, figuriamoci, io certo non ho alcun merito, lo dico perché ammetto di essere stata molto fortunata dal primo all’ultimo uomo con cui sono “uscita” e di meritarmi, quindi, qualche caso umano.
Soprattutto se il futuro è così ipoteticamente prossimo, continuano i miei pensieri, sicuramente possiamo organizzare.
Ma prossimo che è prossimo, C., il fidanzato cupido della mia amica, decide di chiamare subito il tipo, che da ora chiameremo simpaticamente Mellin, per vedere se gli va di fare subito un salto a bere qualcosa con noi e “a conoscere una ragazza”.
Ho pregato di specificare “poco carina”, dopo ragazza, per non creare brutte aspettative fraudolente, ma nessuno ha acconsentito alla mia richiesta di mercato: meglio scoraggiare prima che deludere poi.
Mellin, contro ogni buona logica, dice di sì, e arriva quasi subito. Io per descrivere uno così il modo ce l’avrei. Però, se dico “morto di figa”, è probabile che scalfisca qualche sensibilità. Lungi da me, però, uno che alle 3 di notte decide di raggiungere un gruppo che non conosce solo perché qualcuno gli ha nominato un’ipotetica ragazza non meglio descritta che ci starebbe ad un incontro veloce, tanto pieno di attività sessuale non deve essere.
Usciti dal locale e in cerca di parchi meno rumorosi e più vivibili, Mellin arriva.
Il primo impatto è, come quasi tutti i primi impatti, decisamente una sofferenza: niente occhiali, niente capelli scuri, niente occhi ricordabili. Mi stringe la mano con fare sicuro, io lo guardo e spero di ricordarmi il nome. Lasciamo il locale, arriviamo a un parchetto (non solo io e Mellin, ma tutto il gruppo), brindiamo con un po’ di spumante stradolce al compleanno della mia amica e Mellin pare non aver la minima intenzione di comunicare.
Poi i miei amici (amici in senso, sempre, "più o meno"), più per svoltare la serata che per vera volontà di giocare a cupido, lo mettono un poco in mezzo.
Ed è qui, proprio qui, che scopro che era la serata per innamorarsi di qualcuno. E non mi ero nemmeno preparata.
Si apre l’atto dell’intervista al Mellin.
Le prime domande sono di routine: anni, lavoro, collocazione abitativa, varie e pure le eventuali.
Poi si apre l’atto delle domande imbarazzanti-volgarei.
La peggiore delle rispose di Mellin è stata alla domanda posizione sessuale preferita: “infondo basta stare dentro”. Qualcuno ha detto che probabilmente il ragazzo “colto, dolce e simpatico” (cit.) intendesse i luoghi chiusi, io, dite pure che è colpa mia, l’ho interpretata un po’ diversamente. Qualsiasi cosa intendesse però il risultato non cambia di molto: la scarsa propensione alla fantasia, le variazioni, la passione per le in usualità e soprattutto per la mancanza di preferenze logistiche inusuali sull’eros sono tutte cose che mi spaventano profondamente.
Si passa, a questo punto, alla domanda del secolo.
Amici: “Mellin, tu fumi?”
Mellin: “no”
Amici: “ti danno fastidio le persone che fumano?”
Mellin: “sì, molto!”.
Un po’ dopo il “no” ma sicuramente prima del “sì, molto” io avevo già tirato fuori, dalla borsa, una lucky strike; ma è solo dopo il punto esclamativo del “molto” che decido di accenderla.
Successivamente, dopo mia richiesta senza voce alla mia amica, si passa alle domande ontologiche. Autori preferiti, musica, film, e di più ancora filosofi. Stavolta Mellin non è l’unico a rispondere, una voce maschile che non avevo notato come contabile, si alza dal gruppo.
Alla domanda sugli scrittore uno dei due risponde qualcosa come “Fabio Volo”, l'altro invece dice “Pirandello”, che non è Dostoevsij, certo, però almeno è uno scrittore per davvero.
Poi c’è la domanda sui filosofi. Uno risponde qualcosa come “Einstein” (che poi non sarebbe nemmeno una risposta malvagia se ci fosse la minima possibilità di una motivazione), l’altro invece risponde “Platone. Col Simposio”. Non è Nietzsche, siamo d’accordo anche stavolta, però almeno c’è un qualche idea di filosofia. Uno dei due, insomma, mi ha vomitato sulle scarpe, l’altro mi ha prestato qualche fazzolettino umido per pulirle.
Ma è stata l’ultima domanda a incidere, per sempre, il mio cuore. La domanda era semplice: “cosa pensi del giacchetto di Marica?”.
Ora, il mio giacchetto è famoso. Non qui magari, un po’ più su fb. E’ un giacchetto stretto in vita, “bombato sotto” con sopra raffigurazioni di gheise e altri motivi orientaleggianti. Un giacchetto che metto solo io e piace, con qualche eccezione, solo a me. E’ della “disegual” e lo dico non perché io sia una propensa alle marche, per carità, ma perché penso che il nome abbia un qualche "omen" in questo caso.
Io, in tutto questo, mi stavo per scavare una buca e sotterrarmici per qualche mese, niente di definitivo, ma vabbe', questa è solo normalità.
A questa domanda uno risponde “originale” e l’altro “è molto bella epoque”. E signori miei, come potevo non innamorarmente? E’ la definizione migliore che si possa dare dopo “dandy”.
Quando ho finalmente deciso a chi darò il mio cuore, il prescelto, che guarda tu il caso si chiamerà R., e che certo non è Mellin, si avvicina ad un altro ragazzo e lo bacia: è il suo compagno.
Sapevo già, ovviamente, fosse gay ma certo non lo potevo dire prima di tutta questa sceneggiata da post.
E’ una regola incontrovertibile: mi piacciono gli uomini, con l’eccezione di un bacio, con una certa predominante inclinazione al femminile. La cosa che mi stupisce invece è che provo sempre una forte antipatia, sempre con qualche eccezione, per le “donne” (cioè totalmente al femminile).
Alla fine Mellin mi ha chiesto se mi andava di lasciargli il mio numero. Francamente non mi andava, e l’abbiamo capito tutti, ma siccome lo ha chiesto davanti al gruppo certo non me la sentivo di dirgli “no grazie, mi piacciono i cervelli” e ho preferito lasciarglielo. L’ho fatto per me eh, specifichiamolo, mica per lui: non potevo permettermi di passare dalla stronza insensibile che sono.
E tutto questo egoismo, anche se a un dio a lieto fine non credere mai (cit.), ovviamente mi ha punita. Perché Mellin mi ha chiesto, dopo il numero, se poteva riaccompagnarmi a casa. Fortuna avevo la macchina dalla mia amica, poco lontana dal parchetto dell’incontro, ma comunque sono dovuta andare con lui, senza possibilità di no. Durante il percorso immagino che qualcosa abbia detto. Non mi ricordo molto se non la solita frase, che mi sento dire da quasi prima di nascere: “tu leggi molto? Bene, leggere fa bene”. E uno che pensa che si possa leggere “molto” (ma qualcuno ha idea di quanti libri esistano e di quanto il tempo, per tutti quei libri, sia infinitamente niente?) e soprattutto che si legga perché leggere “fa bene” è decisamente fuori dalla mia portata.
Però una cosa carina alla fine Mellin l’ha fatta: se ne è andato.
Infondo qui la stronza insensibile non c’è bisogno che io la faccia, è risaputo da desclaimer che lo sono.
16 marzo 2012
[le non parole] Filosofia
13 marzo 2012
Ambiguità
Questa colonna
ha un buco: vedi
Persefone?
(Giorgio Seferis)
Chiusa, ermeticamente, come un riccio. Senza eleganza però, non provateci a ficcarmi in quel romanzo.
8 marzo 2012
Unghie cinesi
Questo è un blog, e non una cooperativa del bene universale (auto-cit.).

Unghie senza smalto sfogliavano, prese, le pagine di un libro che stava assumendo, finalmente, una qualche piega.
E il telefono, mentre per la prima volta nella settimana quelle unghie non se lo aspettavano, squilla.
Sono le 18.30 di martedì pomeriggio.
Quindi le unghie decidono di uscire dal mondo del romanzo, almeno loro. La proprietaria di queste invece non ne è molto convinta, con una parte della mente, mentre continua a leggere, e mentre le sue unghie autonome si muovono, pensa che saranno i saluti del suo gestore telefonico. Infondo è il suo rapporto meglio riuscito, quello non si fa mai pregare per essere affettuoso e ricordarle che il suo credito non è certo infinito.
Ma stavolta non è lui. Invece è una proposta, non un invito, e il messaggio ci tiene a sottolinearlo, per cenare insieme. Lei avrebbe detto sì anche ieri, anche domani. Massì, la prossima volta gli comunichi, lo dico io dalla mia narrazione, che se vuole ti stendi a mo’ di zerbino: visto mai che abbia predilezioni sadomasochiste?
Le sue unghie senza smalto rispondono assorbendo una certa leggera ansia e mentre lui dice che le passerà, tutte quante, a prendere per le otto e trenta loro sanno che devono uscire subito. Si infilano il primo paio di jeans che trovano sul pavimento disseminato di disordine ed escono di casa senza nemmeno chiudere il romanzo. Però non escono da sole, si portano la proprietaria, perché questo purtroppo non è un racconto mezzo splatter.
Servono loro un paio di calze, almeno.
Raggiungono velocemente il negozio più vicino. Scelgono un paio di calze marroni, sperano abbastanza scure, sperano abbastanza della loro taglia. Poi fanno un giro tra i vestiti. Ne provano addirittura un paio prima che la proprietaria delle unghie inizi a sentire l’ansia premere sull’orologio e ricordi a tutta la truppe che è decisamente tardi.
Ritornano a casa quasi correndo.
Sono almeno le sette e trenta di martedì sera.
Lei deve sistemare se stessa e poi anche un po’ la casa.
Nel personalissimo mondo di lei, infatti, lui potrebbe anche decidere di salire.
Di solito è una perfettina maniacale, cioè se fa una cosa la fa benissimo o per niente, quando è in ritardo, invece, acquista una dote temporanea inaspettata: riesce a gestire le cose con priorità azzeccatissime.
Sono le otto e venti di martedì sera.
E lei è pronta e la casa non sembra più una pattumiera grave, solo una pattumiera. Si guarda allo specchio un‘ultima volta e fa un parallelo con un prosciutto stagionato. Ma non lo dirà ad alta voce. Mente, alla fine glielo dirà, come tutte le volte che, nervosa, dovrebbe tacere.
Sa che potrebbe benissimo aspettare a scendere, sa che potrebbe aspettare un suo trillo, una sua qualche manifestazione di essere arrivato, però, in effetti, no, non può aspettare così, ferma.
Scende con l’ascensore, perché le scarpe, alte per il solito, già le fanno male.
Esce dal portone.
Non vuole fumare, non vuole puzzare di fumo troppo subito.
Rientra.
Poi riesce di nuovo, poi rientra di nuovo e si siede sui gradini. Arriva il suo messaggio: “scendi”.
Esce.
Lui ha una giacca e una cravatta.
“Cazzo, perché usciamo con un uomo così bello?” pensano le unghie adesso con uno smalto chiaro. Lei si dissocia. Entra in macchina di lui e gli dà un bacio. Dimenticabile, pare. Pochi minuti dopo, infatti, lui gliene chiederà un altro perché “non vorrei mai poi dicessi che non ti ho nemmeno salutata”.
Lei pensa: “no, infatti, hai solo dimenticato il mio saluto in effetti”. Sorride.
Io penso che lei sia un pochino fastidiosa.
Arrivano davanti al ristorante. Cinese per precisione.
Lei è decisamente più in ansia rispetto all’ultima volta perché se bere un caffè è roba facile, mangiare davanti qualcuno non lo è: più intimo.
Lui sembra avere fretta. Lei spera sia solo fame e ripone, mentalmente, la sigaretta che non ha mai preso.
Entrano e forse è il momento più difficile della serata: bisogna farsi largo tra la folla riunita all’entrata che aspetta cibo a portar via, seguire la cinesina che detta i posti e contemporaneamente sperare non ti stipino nel posto più stretto del locale. Un’impresa eroica. Alla fine riescono pure.
Lei si toglie il cappotto. Ed è un momento da citate perché l’altra volta l’aveva evitato forse non casualmente. L’aveva evitato perché lei non si piace e difficilmente riuscirà a convincersi del contrario.
Ordinano. Ravioli al vapore, nuvolette, due spaghetti alla piastra e un pollo ai peperoni. Anche dell’acqua frizzante.
Tutto cinese.
La sua ansia, probabilmente, le si legge sul viso. Perché lui, all’improvviso a voce alta le dice: “guarda che non perché abbiamo fatto sesso telefonico devi essere così nervosa”.
Ancora non so, perché non ho una narrazione onniscente, se lui stia mentendo o dicendo il vero.
Lei si nasconde sotto il tavolo, almeno con una parte della sua mente. E da lì sotto fa una lista delle coppie che hanno cominciato qualcosa in modo poco ortodosso. Arriva a tre: Carrie e Mr Big (Sex and the City); Vivian Ward e Edward Lewis (Pretty Woman); Meredith Grey e Derek Schepherd (Grey’s Anatomy).
A me, sentirle dire "cominciare qualcosa" fa un po’ ridere: bella mia, nemmeno ho ancora deciso se, per la mia trama della mia narrazione, vi rivedrete, figurati!
Cenano. Si guardano. Ridono. Lei è da qualche parte. Lui alterna il suo solito modo da presa in giro e una strana faccia seria. Lei ha la sensazione, ma forse è più una speranza, che lui stia litigando da solo. Come se volesse e non volesse essere lì in quel momento.
Le sfiora il viso, un paio di volte forse. Prima poco, poi un po’ di più. Le mette le dita sui sopraccigli e li accarezza. Lei non l’aveva mai nemmeno pensato fare.
E’ un gesto che, da quel momento in avanti, per lei apparterrà sempre a lui. Ci sono gesti così, gesti che appartengono alla prima volta. Gli altri li possono rifare, e pure meglio in qualche caso, però mai come la prima.
Poi lui le sfiora anche i capelli. Lei è dispiaciuta solo di non riuscire a ricordarsi precisamente a che punto della serata. Lui li accarezza, li sposta dietro l’orecchio. E’ un gesto che le piace, dolce, anche, ma soprattutto un gesto che dimostra una certa confidenza. Io azzarderei affetto, ma io, infondo, non sono loro e non li conosco ancora così bene.
Escono perché finalmente lei può fumare quella sigaretta troppo rimandata.
Di fuori, nonostante il freddo, lei preferisce: non c’è la barriera del tavolo e quella del luogo chiuso.
Forse si abbracciano. Forse glielo ha chiesto, sfacciatamente, lei.
Rientrano.
E mentre la cameriera chiede qualcosa, lei, che infondo è pessima, si infila un dito tra le labbra mordicchiando un’unghia. Lui la guarda dall’altro lato del tavolo aggrottando la fronte come a dirle: “smettila!”.
Non lo dice a parole, ma lo dice cogli occhi. Sembra magia.
Lei prende un caffè con lo zucchero, come se dormire fosse qualcosa di cui è possibile far a meno, e lui una grappa di prugne. Poi due.
Sfiorando la terza, senza, alla fine, berla, dice: “se ne bevo un’altra poi non so che succede”.
Lei dice al cameriere, in modo che però non possa sentirla, se gliene porta altre due. Lui ride.
Poi parlano di qualcosa di serio. Lei si infila il solito dito tra le labbra.
Lui, mentre continua a parlare, seriamente, le toglie la mano da vicino la bocca.
Qualcuno, leggendo, si potrebbe chiedere, effettivamente, cosa un uomo così ci trovi a uscire con una stupida che si mordicchia le unghie come se avesse 13 anni. Ma sono domande irrispondibili, fortunatamente.
Qualche ora dopo lei avrebbe inserito quel gesto nella sua lista “tenerezza”. Per lei la tenerezza è una categoria a parte. E’ una categoria di gesti sottili, difficili da realizzare forzatamente. L’amore non le piace ma la tenerezza decisamente sì. Per amare bisogna essere in due e bisogna volerselo, i gesti di tenerezza invece, non si sa come, arrivano. Soprattutto, anzi, forse solo, se l'altro non intendeva farli "teneramente".
Dipende da lei questa visione eh, precisiamolo. Non è "tenerezza nel mondo", è tenerezza nella sua, personalissima, buffa, classificazione mentale.
Fortunatamente lui è un personaggio di carta, come pure lei, e tutte queste cose non finirà, lei per dirle, e lui per sentirle.
Finiscono di cenare ed escono. Fuori dal ristorante lui l’abbraccia di nuovo. Stavolta lei non glielo ha chiesto. Lei è un po’ presa da dove mettere e dove non mettere il braccio e lui la prende in giro, come da copione, dicendole: “ma sei sicura che quel braccio lì vada bene? Vuoi che facciamo una lista di pro e contro?”
Lei forse quella lista la farà veramente, fortuna non glielo dice.
Salgono in macchina e rimangono lì, a parlare. Lei si fuma una sigaretta. La radio dispettosa sembra conoscere solo canzoni che ispirino all’amore eterno.
Lui assume di nuovo la faccia del “ma perché sto qui?”.
Lui: “ti ricordo che sono molto (ma molto quanto? A noi narratori non è consentito saperlo?) più vecchio di te”.
Lei pensa: “ma con le altre te li sei mai fatti tutti questi conti?”
Lei dice: “ma io sono molto più vecchia di me!”
Lui dice: “e io molto più giovane”
Lei pensa e dice: “perfetto, abbiamo entrambi 30 anni!”
Un altro abbraccio. Stavolta lungo, stavolta dopo un “vieni qua” molto cinematografico.
Poi qualcuno dei due dice all’altro che è bello. Lei non si ricorda bene chi abbia detto cosa e chi abbia pensato che fosse un'assurdità.
Lei su questo punto non riesce a trovare pace, nemmeno giorni dopo. Si è guardata allo specchio per dieci minuti faticosi, appena tornata a casa, e non ha fatto che pensare che deve averlo ingannato in qualche modo. La luce? O forse, meglio, era buio?
Lui non la bacia anche se lei gli si pone davanti con intenzioni chiarissime.
“Fai la seria e stai al tuo posto” dice lui nella sua solita modalità da finto burbero. E poi storce la bocca per prendere in giro le faccette buffe che lei non riesce mai a trattenere.
Intanto la radio macina un Jovanotti.
La sigaretta è finita, la macchina parte.
In poco arrivano a casa di lei; che lui non salirà glielo ha già detto.
Lui non sembra però aver fretta di andarsene, finalmente. Spegne la macchina. Parlano un po’. Lei è poco chiara, ha paura di annoiarlo mettendosi a cianciare dei dettagli delle sue considerazioni. La mano di lui, poggiata su quella di lei, scivola sulla gamba. Lei sorride, lui ride e la toglie troppo presto.
Prima di andarsene lui le dà un bacio sulla guancia, un poco spostato verso le labbra. Lei sente un movimento al basso ventre e cerca, forse non vorrebbe ammetterlo, di ruotare poco la testa, di far cadere labbra su labbra. Lui, e nemmeno questo lei vorrebbe ammettere, sentendo il movimento di lei, trasforma la carezza sulla testa/guancia/nuca (non sono onniscente, già detto, non ho visto bene) in una presa forte che la costringe a non muoversi di più.
"Fai la brava" dice mentre il bacio diventa quasi un incontro di wrestling.
Dieci minuti dopo le unghie ripiombano, pensierose ma sorridenti, sul loro solito divano. Il libro è sempre lì, ma non ha alcuna voglia di essere letto.
Prendono il telefono, sempre le unghie, e gli scrivono un messaggio. Però non lo mandano.
La mattina dopo, mandandolo, si diranno che avrebbero dovuto spedirlo quella notte: erano tre righe di una poesia e una poesia di mattina è un po' una stonatura.
4 marzo 2012
E così restituii l'uomo della mia vita
Gli uomini non sanno fare niente. O comunque poco.
Geneticamente parlando non sanno partorire.
Stereotipamente parlando non sanno fare la lavatrice.
Ma del resto, per entrambe le cose, anche io avrei delle grosse difficoltà.
Personalmente parlando, invece, gli uomini non sanno richiamare (n.d.r. bugia consapevole per non doversi dire “non gli interessa richiamare”), non sanno nominare le “ex” con cognizione di causa e una qualche misura, non sanno telefonare per chiedere “come stai” invece di farlo per rassicurarsi l’eco.
Non tutti certo, ma sono le 6 di domenica mattina e mettermi a cavillare sulle eccezioni mi pare un tantino pretenzioso.
Cosa più grave ancora non sanno, sempre gli uomini, trovare eccitanti i “triangoli a due punte”. Un’espressione, e mi compiaccio, molto riuscita che ho inventato io: intendo un rapporto sessuale con due uomini e una donna. Quanta ossessione per il tabù de “l’unico pene”! Non dico che sia il mio sogno erotico, anzi, onestamente la trovo una scelta coraggiosa, però nemmeno da debellare ostinatamente per i motivi futili come "la lotta alla misura".
Le donne, almeno certe donne, non faticano così tanto a trovare eccitante un menage a trois con un’altra ragazza (io la preferisco biondina se devo dire) che si inserisce nella coppia. E tutti i come dell’inserisce li lascio agli uomini (= genere umano) di buona volontà.
Lasciando da parte tutte queste storie sui gusti personali in fatto di sesso, bisognerà ammettere, unanimamente, che, la cosa che gli uomini più gravemente non sanno fare, è prendere i conigli.
Stasera sono uscita con quattro ragazzi. Ovviamente siete, più o meno, legittimati a fraintendere la cosa in vari ed eventuali sensi sessuali (soprattutto vista la mia, poco sopra, divagazione sui trittici), però no, io sono in lista per la quasi verginità. E smentisco anche subito il senso “amoroso”: sono molto fortunata a carte ultimamente. E se vi servono altre specificazioni sul perché la fortuna a carte dovrebbe dire qualcosa sul fatto che la mia uscita non è un uscita “galante” significa che non conoscete la saggezza popolare. Ed è male.
Esco quindi con questi quattro amici, tutti maschi, solo perché l’altra ragazza del gruppo ha dato forfait. Dopo una prima parte della serata, ci incamminiamo verso la macchina ed è proprio sotto che troviamo il coniglio. Un coniglio piccolo, marroncino, in pace col mondo.
Verso la fine gli ho anche dato un nome: Johnny.
Sapete cosa fanno quattro ragazzi quando vedono un coniglio? Sembrerebbe una barzelletta ma ovviamente, se state leggendo questo blog, sapete che non lo è. I quattro ragazzi provano ad acciuffare il coniglio e nel modo più idiota possibile. Lo rincorrono. E si stupiscono: stranamente il coniglio, spaventato dalle otto scarpe da ginnastica, non gli va incontro cantando “trottolino amoroso dududadada”.
Sono fortunati però ad avere una come me nel gruppo.
Diciamocelo, non spiccherò per le mie qualità estetiche (colpetto di tosse rassicurante), né per quelle intellettive e certo nemmeno per quelle culturali, però nessuno parla bene quanto me con gli animali. Tranne San Francesco, ovvio, ma non mi gioco il titolo con chi bara grazie agli aiuti divini. La mia comicità è disprezzabile stanotte, sopportate.
Comunque, quando i ragazzi si sono stancati di correre dietro al coniglio che non prenderanno mai e il coniglio si è nascosto sotto una macchina, io mi avvicino.
Converrò che è poco lady inginocchiarsi sull’asfalto e parlare al coniglio però è molto Marica.
Gli avvicino una mano, per prima cosa, prima ancora di parlarci dico, e mi lascio annusare. Mi sarei meritata un bel morso, ma il coniglio era dalla mia parte. Capisce che io non sono un uomo (= decerebrata -chiedo scusa ai lettori maschi, ce l’ho con la categoria, niente di personale) e si lascia accarezzare.
Poi qualcuno dei ragazzi porta una carota. E la lancia al coniglio con una furia tale che avrebbe fatto scappare anche me. Sempre con un ginocchio, forse entrambi, sull’asfalto prendo la carota, la spezzo (pensando che l’odore sia meglio percepibile –dicevo di non contare sulle mie doti intellettive, no?) e l’avvicino al coniglio. Lui odora, dopo la mia mano, anche quella. E stavolta l’addenta. Il gioco diventa quindi anche troppo facile, allontanando la carota riesco a far uscire il coniglio da sotto la macchina e a mettermi più comoda.
Ovviamente il branco di ragazzi vicino a me, con la sensibilità di una comunità di zoombi, vedendo il coniglio uscire fuori, si mette a ridere, gridare, zampettare.
E il coniglio, da copione, riscappa.
Lo scopo, se ve lo state chiedendo era prenderlo, metterlo al sicuro (lontano dalle macchine) e, con un po’ di fortuna, riconsegnarlo al proprietario: era un coniglio casalingo, si vedeva.
Mi stupisco di me stessa, con gli animali ho una certa intesa (strano, direte voi, tutta questa difficoltà invece con la specie animale uomo, ma vabbe’). Quindi prego il branco zampettante di andare a sproloquiare poco più giù. Riavvicino la carota al coniglio e quello, diligentemente, ricomincia a mangiucchiala.
Piccolo inciso senza incidentale: dar da mangiare, con le mie mani, a un coniglio è stato, un po’ bucolico, ma decisamente un’esperienza simpatica.
Stavolta riesco a portare il coniglio tra le mie mani. Che detta così sembra io voglia mangiarmelo. Ma non mi piace il coniglio. Lui fa un po’ di storie quando l’afferro per trapiantarlo in uno scatolone ma poi gli chiedo di stare calmo, gli accarezzo la schiena e lui, come risposta, continua a essere irrequieto. Allora sgancio un’altra carota e mi rendo conto del potere del cibo sulle masse, soprattutto umane, ma anche animali (un corso di cucina Marica? Magari poi ti sposi!).
Il coniglio si calma.
Non senza lasciarmi un graffio sulla mano ma mi sembra un prezzo giusto per il terrore di quel povero esserino peloso.
Qualcuno ci dice che probabilmente il futuro Johnny è scappato dalla prima casa del quartiere. Quindi ci mettiamo in marcia, i ragazzi, io, il coniglio e lo scatolone. Qualcuno propone di chiudere la scatola, io continuo a pensare che gli uomini abbiano un cervello minimale. Infilo una mano dentro e con l’altra tengo la scatola da sotto, il coniglio è tranquillo.
Incontriamo lungo il cammino un primo abitante della zona. Un vecchietto che, fossi stata da sola (cioè senza coniglio protettore) mi avrebbe quasi spaventata. E io non mi spavento. Gli diciamo se sa per caso a chi appartenga l’animale, lui indica una casa e mentre gli altri provano a vedere se dove indicato c’è qualcuno, io poggio l’animale+scatolone a terra e dico a Johnny tre/quattro cose, così per fare conversazione.
Il vecchio mi si avvicina, noto della strana schiuma bianca ai lati della sua bocca (!?) e lo sento dirmi: “me lo vuoi dare a me?”. In quel momento Johnny viene chiamato così.
E senza pensarci, senza un minimo della mia cortesia congenita gli rispondo: “proprio no”.
Prima che l’ostregatto mi strappi il non bianc coniglio dalle mani, come pure mi era sembrato, arrivano gli altri che ci comunicano che no, il coniglio non è della casa indicata dal vecchio strambo.
Col vecchietto oramai la similitudine col paese delle meraviglie mi sembra aver preso un gusto abbastanza horror.
Continuiamo il percorso ma oramai io ho deciso che adotterò Johnny. Dono d’amore: che si rosicchi pure il mio divano!
Quando la situazione sembra oramai del tutto a favore della mia, abbastanza infantile (adottare animali trovatelli è l’apice dell’infantilismo, e lo sappiamo tutti) soluzione, un altro vecchietto esce da un cancello. In mano ha una torcia spenta che io non noto e ci osserva. Non credo sia il nostro uomo fino a che non ci chiede se stiamo cercando qualcuno. Uno dei ragazzi gli dice che stiamo cercando il proprietario del coniglio. Lui spalanca la bocca e dice: “avete trovato il mio Otto!”
Potevo anche mettermi a piangere per la delusione di tornare a casa senza nessuno che rosicchiasse il mio divano però poi mi sono resa conto che Otto è un nome decisamente più appropriato, nonché più tedesco, per un coniglio e quindi ho restituito l’animale al vecchietto ritrovatamente felice.
La delusione per aver perso il mio amato Johnny, non lo nego, è stata enorme. Ma mai quanto la delusione di scoprire che il vecchietto non ci avrebbe dato nemmeno un premio in banconote. Una cinquantina d’euro potevano bastare!
27 febbraio 2012
Verde decadente
Questo è un blog, e non una cooperativa del bene universale.
Breve racconto, irreale, ma in effetti come tutto il resto in questo blog.
Per chi non avesse colto questa è una variante del paradosso del cretese (Epimenide di Creta: “tutti i cretesi mentono”) o di locuzioni come: “questa frase è falsa”. Per i dettagli wikipedia, per sapere in linea generale di che cavolo farnetico basta dire che se dico che tutto in questo blog è inventato, quindi non vero, sto dicendo che anche il fatto che tutto sia non vero, non è vero. Il racconto, ma si capisce leggendolo, non è reale. Ma visto quanto detto sopra questa mia affermazione è insignificante.
Domanda irrispondibile: il racconto è vero o no?
Una ragazza e i suoi stivali verdi, verso le quindici di un, quasi, qualsiasi pomeriggio, cercavano di farsi un po’ di coraggio pilotando un’automobile fino al mere. Più precisamente, il lato mare decadente di Roma: Torvajanica.
La giornata non prometteva sole, ma forse nemmeno pioggia vera. Non prometteva nemmeno freddo, eppure lo faceva.
Lei arriva in anticipo, perché è il suo modo per dire che le importa.
Precisare l’orario, i giorni prima, precisarlo fino ai millesimi, fino a quando l’altro non arriva, quasi, a dirle che forse tutta questa maniacalità per l’orario è un pochino fastidiosa, per lei è una condizione imprescindibile.
Perché, come farebbe ad arrivare in anticipo ad un appuntamento senza ora stabilita con precisione?
E arrivare prima è una condizione sine qua non nei suoi appuntamenti.
Dunque arriva, posteggia lontano dal luogo dell’incontro e si incammina a piedi. Camminare non le dispiace, camminare se non è tranquilla è il suo moto naturale.
E’ tranquilla, molto tranquilla, innaturalmente tranquilla.
Pian piano, invece, mentre vede la piazza avvicinarsi, con la gente riunita alla festa della noia interrotta domenicale, le bancarelle di oggetti inutili di cui però è quasi entusiasmante riempirsi, sente l’ansia gelarle le mani.
Pensa che vedrà subito lui. Non potrebbe non riconoscerlo, nemmeno volendo.
Getta sguardi come reti, un po’ si nasconde dietro ai banchi vestiti a lustrini: di una cosa è sicura, vuole avere il vantaggio di essere la prima dei due a vedere l’altro.
Però forse non è corretta detta così. Quello che non vuole è che l’altro la veda senza che lei abbia tutte le coordinate per poi ripensare a dove ha o non ha poggiato lo sguardo. Non vuole, ci scusiamo per la precisione ostinata ma è di dettagli che si popolano le storie, che il suo corpo rimanga in balia di uno sguardo che la sua mente non può registrare, analizzare, incamerare, conteggiare.
Si sente peggio che nuda mentre affonda l’asfalto collo stivale, temendo che lui, prima o poi, le bussi su una spalla. Fa un giro completo della piazza, non guarda i banchi ma i volti, poi sale gli scalini che si affacciano sul mare, osserva quindi quello che ha già osservato dettagliatamente, la folla delle domeniche, le bancarelle, l’aria decadente, dall’alto e poi capisce che lui non è ancora arrivato.
Del resto lei è in anticipo, le ricordo io, dalla narrazione.
Essere in anticipo non le dispiace, prende dimestichezza col luogo, studia la luce, saggia i mercanti, individua potenziali pericoli sul percorso: sembra prepararsi a un duello cavalleresco.
Non si calma però un po’ si distrae quando vede che la folla festante la osserva come un essere di fantasia. E in effetti, li giustifica lei, tutti i torti non ce l’hanno. Non ha scelto indumenti che la mimetizzino, in più è sola, in una piazza di coppie, famiglie e amici con lo sguardo che si infila in ogni angolo un po’ separato.
Io, dal cantuccio della mia narrazione, penserei che le hanno appena dato una buca clamorosa e poi, guardando gli stivali verdi, malignerei dicendo che, in effetti, tanto male non hanno fatto.
Non ci mette molto ad assecondare la naturalità della sua specie, non umana, solo forastica, e sceglie un vicoletto deserto, sguardo mare, e visuale, un po’ ridotta, sulla piazza affollata.
Canticchia di una sigaretta che viene e un’altra che va mentre asseconda il testo coi fatti.
Poi lo vede. Non era difficile.
Rimane delusa: “che fai? Mi cerchi in mezzo alla folla? Dovresti sapere, oramai, che io sono nelle retrovie”.
Lo pensa ma si affretta, per quanto la calzatura, appositamente scelta, glielo permetta, a raggiungerlo. Vede il suo sguardo che fruga la folla. Il passo è lento. Non presta particolare attenzione ai vestiti, ma istintivamente nota che le piace di più di altre volte.
Settimane dopo penserà anche che era più magro.
Lo raggiunge sui gradini che vanno verso il mare. Lui però non è uno poco sveglio e a metà gradini, senza nessun richiamo di lei, senza nessuna parola, si volta. Ci mette una decina di secondi, forse meno, poi sorride e la bacia. Un bacio di convenevoli, sui gradini.
Poi, giorni poi, lei avrebbe pensato alle probabilità di salutarsi sui gradini. E le avrebbe giudicata basse.
Lei pensa che cammineranno un po’ nei dintorni, lui la porta fino alla macchina. Non le dice di salire, lei lo intuisce più che altro per le circostanze del parcheggio vietato di lui.
Non deve essere una ragazza così sveglia.
Sale. Lui anche. In macchina il caldo è da sudore. Lei si chiede, senza dire niente, se faccia caldo veramente o se sia la situazione. Lui risponde aprendo il finestrino. E’ un’intesa di muti.
Il tratto è breve, trovano un parcheggio meno vietato del precedente e poi scendono di nuovo. Lei è contrariata dall’inutilizzare le strisce pedonali però non dice niente, non ha ripreso ancora la confidenza che di solito ha con lui.
Passeggiano lungo il mare fino all’incontro col bar.
Lei ha un moto di paura quando vede le sedie ma poi si ricorda che ha smesso. Si siedono.
Che poi è il modo migliore, direi io, in queste circostanze, di prendere un caffè. Solo che lei l’aveva visto, questo appuntamento caffè, in piedi al bancone, quindi ci mette una trentina di secondi a mandare alle gambe gli imput per i movimenti appropriati.
Non è sveglia per niente.
Tutto, nella sua testa, funziona con un tempo da moviola. Non è però un’apnea alla Madame Bovary, piuttosto un piacevole, offuscante, morto a galla.
Due caffè e tre sigarette lei, due caffè e, forse, un mars lui. Rimangono seduti lì senza tempo e la conversazione assume le deandreiane forme di una non scelta fra il silenzio e la voce.
Per amore di brevità non accenniamo nemmeno alla conversazione. E’ tutto su un filo abbastanza spesso tra il cadiamo o non cadiamo, tra il possibile e impossibile, tra le cose da non dirsi e le rivelazioni da condividere assolutamente. Un filo spesso, persino lei, che è un po' imbranata, ci si muove con sicurezza.
E’ un gioco, un gioco di realtà però. Sperando che “gioco di realtà” sia un’espressione almeno evocativa.
Lei si sente molto sicura. Non tanto da baciarlo, come pure le è passato per la testa vuota, ma si sente sicura di se stessa, si sente di valere qualcosa, almeno qualche spiccio. Ma il merito è di lui.
Non le sfiora le gambe, poco le mani, solo una volta la testa, non la bacia, la guarda poco eppure riesce a farla sentire, incredibilmente, donna.
Un termine abusato, non dico di no, solo che non me ne vengono in mente altri. Lui riesce a farla sentire appropriata per la circostanza. Lei sente si sapere cosa sta dicendo, sa come muovere le mani, gli tocca persino il braccio sottolineando, in una franchezza foderata di autosarcasmo che le è congeniale, quanto il gesto, che sarebbe apparso naturale, sia in realtà esattamente voluto per ottenere un contatto non indispensabile. Lui capisce perfettamente il suo senso dell’umorismo strampalato e questa per lei è quasi una prima volta.
Nella sua moviola temporale, mentre la conversazione scorre e le immagini si fissano, lei non si chiede niente. Non ci sono sarà, non ci sono era, non ci sono poi, sa solo che non sta sprecato ore e qualche frammento di stomaco, per tutti quei caffè. E tanto le basta.
Al termine lui la riaccompagna alla macchina. La lascia con un bacio sulla guancia ma stavolta senza convenevoli. Un bacio solo, lungo, forse non abbastanza per lei.
Lei apre lo sportello e scende. Attraversa la strada, apre la macchina, medita se togliersi il cappotto per guidare ma poi guarda lui, che aspetta che lei parta per prima, e decide di tenerselo.
Poi parte, senza guardarlo un’ultima volta.
23 febbraio 2012
[le non parole] Odori di blasfemia
Niente è più coerente del trovare nel salone di un'atea convinta e contenta un gesù cristo, corcefisso, stilizzato e di carta, attaccato alla libreria. Senza chiodi ma con del nastro adesivo perché qui siamo artistici e umani. Questa è la mia libreria, sì.

Dettagli sul "disegno" (che non ho fatto io).
Il fatto è che è qui da almeno un mese. Né la mia quasi convinta credente mamma, né la signora delle pulizie, né altri hanno pensato di tirarlo giù. Prima o poi, con mia somma irritazione, ci troverò qualcuno a pregarci sotto. Però forse sarebbe anche più blasfemo. Uhm. Mi piace la blasfemia, se non è volgare.

Questo post l'avrei dovuto pubblicare ieri (i cattolici ricorrevano alle ceneri). Ma la valanga di cretinate che ho letto sui "digiuni per amore di gesù" mi hanno seppellita. Oggi sono rinsavita e vi ho portato qualche icona da onorare.
18 febbraio 2012
Ctrl+v
In effetti non mi capitava un sabato sera isolata a casa da tempi quasi remoti. Se sto migliorando o peggiorando ancora non l’ho capito.
Mi ero scordata quanto ci si senta incredibili. Incredibili e senza senso positivo, dico. Incredibili nel senso di strani. Di irreali. Gli altri che parlano di pizze, balli e shortini e tu che metti su il the e pensi che passerai la sera tra facebook e Vattimo.
Un luogo virtuale e un libro: tutta questa vita potrebbe farmi male.
Però poi ti ricordi. Ti ricordi di quel fenomeno che comunemente si chiama Sanremo e ti ricordi anche, che infondo, cioè all’ultima puntata, finisci sempre per guardarlo.
Perché andare contro una così ben affermata tradizione se non hai altro da fare?
E così ti becchi Morandi che presenta i suoi cantanti. Però è quando scopri che hai una parolina per tutti, proprio per tutti, che svolti la serata, apri l’edit e ti metti a scrivere un post.
Se poi è una forma di autodifesa per non guardare, e al limite solo vedere, questa, signori miei, è una questione troppo profonda per me.
Partiamo da Gianni Morandi e dalla prima frase che gli ho sentito dire stasera: “(…) il gentil sesso che poi per me è quello forte”.
E bravo il mio presentatore in ginocchio (da te). Così ci siamo accattivati il benvolere delle signore del pubblico a casa, ignorate dal marito anche se di sabato sera il sesso sarebbe quasi prescrizione medica. Mediocre e di una banalità esagerata anche per Sanremo.
Ma Gianni Morandi in questo festival è un po’ come un lavandino dei bagni pubblici: il vero schifo lo devi ancora vedere.
Dopo una Nina Zilli che ho trovato ascoltabilissima arriva, niente di meno, che la peggior coppia che io abbia mai visto.
Caro il mio Gigi (o faccia da maiale, volendo), ti sei stancato di duettare con le sedicenni con cui tradisci tua moglie, che metti incinta ma non sposi per buoncostume?
Adesso te la fai con le vecchie non signore, comprendo.
La Bertè forse mi piaceva di famiglia (Mia Martini) e di amicizie (Renato F. Zero). Trovavo anche “uno stile” (forse non a me congeniale ma poco importa) quell’aura malinconica, mezza dannata, di cui si è fatta un personaggio. In una sera sola (perché le altre non le ho viste) ha distrutto tutto. L’accoppiata con D’Alessio credo che in un curriculum suoni e suonerà per sempre come un’onta non risanabile. Non voglio nemmeno questionare sulla canzone, solita tritatura di nulla, ma certo potrei passare un’oretta a questionare sugli occhiali scuri che la Loredana deve aver pensato farla molto “mistero”.
Che poi 'sta fissazione di far mistero coprendosi gli occhi o non dicendo qualcosa di insignificante, che so, il colore delle mutande, è una piaga sociale mica da poco.
Pazienza. Mi consola il fatto che è preferibile parlare di quegli occhiali che della canzonetta da due euro di cui, fortunatamente, non ricordo nemmeno una nota.
Poi, forse tra qualche altro nome che negativamente non mi ha colpita, è arrivata Emma.
Emma, no? L’eroina delle giovani (a volte anziane) disperatamente innamorate; la ragazza, magari ex cameriera, commessa, cassiera o altri mestieri “umili” (c.d. umili almeno) in c, che dal nulla è uscita da un nulla televisivo: Amici.
Mi aspettavo un’esaltata canzone di amore e lacrime, di amari rimpianti per non aver detto a qualcuno quanto amore si provava e tanti eccetera. Io la davo già per vincente. Poi ho sentito la canzone. E ho pensato che mi ero proprio sbagliata. L’unica parola possibile per la canzone di Emma è ridicola. Ha cantato delle “sorti del paese”: di come poter far coincidere sogni e la maledetta vita reale fatta di scadenze e fine mese (e la mia prosa è certo migliore della sua canzone, su questo ho pochi dubbi).
Fosse stata furba, l’ho già detto su facebook, non si sarebbe fatta scappare il suo pubblico merdaviglioso di ragazzine col trucco colato che l’avrebbero osannata anche a gratis. Invece lei ha voluto puntare su un pubblico che non esiste, in un brutto tentativo di copiare un buon Cristicchi dell’anno scorso.
La proposizione peggiore del testo che, siccome sono una persona infelice, ho anche cercato su google è: “se sapesse che fatica ho fatto per parlare con mio figlio/ che a 30 anni teme il sogno di sposarsi/ e la natura di diventare padre”.
L’espressione “natura di diventare padre”, potrei io essere esagerata e mi va bene, mi dà un senso d’omofobia nauseante. Se l’idea era quella di accattivarsi la parte “popolare-sinistroide” del paese era un’idea, con un testo del genere, estremamente infelice. Se invece l’idea era quella di accattivarsi la parte “popolare-cattolica”, oltre che infelice, era pure un’idea schifosa.
Ridicola, massimamente ridicola.
Eppure mi sono sbagliata anche sta volta. Sul “massimamente” precisamente.
Perché di lì a qualche altro giro è arrivata Dolcenera. La canzone era dello stesso valore di quella della coppia D’Alessio-Bertè, vestito accettabile, tutto nella norma. Peccato che nel saluto, la Dolcenera, diventi più ridicola del possibile.
“Buon Compleanno Faber” dice in maiuscolo.
E io penso che per essere paraculi, come lei vorrebbe essere con quel ultimo appello, bisogna anche avere un minimo di capacità. Perché appellarsi al più grande scrittore (aggiuntivamente possiamo dire “scrittore in musica”) o poeta, come si dice un po’ troppo spesso, italiano, Fabrizio De Andrè, sperando che il testo mediocre di una canzone mediocre, di una cantante mediocre passi inosservato è come minimo imbecille.
Non so se spiego bene il senso.
Per vincere una competizione, una nazionale come sanremo soprattutto, per me è legittimo fare qualsiasi cosa, purché abbia senso. Non ci si può appellare ai diabetici mangiando intanto pane e nutella. E allo stesso modo non ci si può appellare ad uno come De Andrè se tutto quello che dice la tua canzone, in sintesi è, che comunque vada, chissenefrega, basta che ci vediamo a casa, per dirci che ci amiamo tanto.
Io controvullerei (neologismo mio, anche abbastanza appagante) almeno il ritornello, tanto per fare citazioni reali e non solo riassunti miei: “come sarebbe bello potersi dire/ che noi ci amiamo tanto/ ma tanto da morire”.
Non ho la presunzione di pensare di saper cosa avrebbe detto/pensato De Andrè su un uso discutibile della sua “idea” (perché De Andrè è un’idea più che un cantautore, più che uno scrittore) però io, fossi stata in Dolcenera, con un testo del genere, l’ultima cosa che avrei fatto sarebbe stato cercare di suscitare il parallelo, anche solo l’ombra del parallelo. Se sai di cantare il vuoto dovresti evitare di cercare accostamenti con il massimo del "pieno".
La logica, la logica è l'unica cosa ad essere (o poter essere) tanto universale.
Invece ho deciso che non dirò niente di Celentano. Infondo è un cattolico e dei cattolici, si sa, è meglio non dire niente.
E’ l’ultimo anno che mi guardo Sanremo.
Ma anche questa l’ho copiata-incollata dalla mia mente dell’anno scorso.
15 febbraio 2012
[4] Lettera ai cavoli
Caro il mio bel professore di scienza e metafisica,
Le comunico che da oggi, fino a data da destinarsi, per me lei diventa il suo nome di battesimo, Matteo, con infiniti cuoricini e propositi di matrimonio. Mi piacerebbe invece far rimanere il Lei, lo trovo un incremento valido per la nostra futura, e immancabile, sessualità.
Le scrivo queste poche righe in un limbo senza tempo che separa la giornata degli innamorati dalla festa dei single. E la cosa è come minimo significativa: le sto arbitrariamente donando tutta la mia razionalità. E lo sappiamo entrambi, è un po’ poca.
Ho deciso che non mi interessa la sua posizione a riguardo, io e lei ci sposeremo.
Sappia che non mi sto inventando niente in realtà, scelgo di avere un tipo di rapporto, rigorosamente a senso unico, già omologato e sperimentato. Le suore lo fanno da un tempo lunghissimo e ne sono pure felici. Io ho il vantaggio di credere in una religione, il pastafarianesimo, che non ha nulla in contrario all’utilizzo dei vibratori. Almeno non credo, ma sono certa che Sua Appendice Spaghettosità apprezzerebbe la mia capacità di improvvisare dogmi irregolari e a mio unico beneficio.
Se vuole possiamo sposarci in un sistema microscopico a sua scelta. Sono certa che, quando arriveremo, come ogni buon matrimonio, al divorzio, con un bravo avvocato riuscirà anche a non passarmi nemmeno gli alimenti. Che poi diciamocelo, uno che vive di filosofia ha ben poco da alimentarsi. Infondo deve solo convincere loro, come ha convinto me, che le probabilità non sempre sono epistemiche; che certe volte insomma, il massimo che possiamo sapere non è definito. Di lì arriverà in un baleno alla sovrapposizione, citando qualche animaletto famoso, qualche esperimento ritardato e potrà dire a tutti che mi ha sposato e+o non sposato. Io un avvocato che riesca a convincere giurie di fotoni del fatto che il suo sussurrarmi il formalismo quantistico all’orecchio equivaleva, più o meno, a una scelta d’amore per la vita forse non lo troverò altrettanto facilmente.
Tutto questo è un artificio letterario, io lo so. Non tanto perché mi rimarrebbe da spiegare come due esseri decisamente macroscopici (“decisamente”) si possano sposare in un sistema microscopico (eppure, grazie a John Stewart Bell potrei), per giunta a scelta (nessuno se le fa queste domande puntigliose), ma perché mi è più problematico spiegare che assurdo essere sono se penso il divorziare una tappa fondamentale del matrimonio.
Che la amo l’ho capito perché non faccio mai una serie così pietosa di figure proprio di cacca a gratisse. Di solito le faccio solo se ho deciso che mi sposerò quell’uomo. Lei è circa la quarta persona che decido di sposare a mia unica scelta, però stavolta è per sempre.
Nessuno mi fa sudare così freddo senza nemmeno toccarmi.
Ricordo con dolcezza il giorno in cui indietreggiando come una cretina, che poi è il mio stato ontologico, le sono finita addosso. E immagino che lei si sia innamorato pesantemente (!) di me esattamente in quel momento penoso. Oppure il giorno dell’esame mentre parlavo con la bocca rattrappita in stile mummia egizia. Eh, lo so: difficile trovare un così alto grado di sexy. O ancora il giorno, famosissimo oramai, in cui ha spiegato la polarizzazione della luce. Il mio sguardo bavoso, la mia bocca spalancata per qualcosa che si conosce già, circa, alle elementari e la mia voce agonizzante che le chiedeva: “ancora. Matteo, me lo dica ancora!” le sarà rimasta nel cuore. Sarà contento di sapere che riservo certi gemiti solo per la fisica di cui sono ignorante (cioè tutta meno la parte di cui la devo ringraziare), qualche filosofia e il sushi.
Il suo, stranominato, maglioncino sexy sarà il nostro unico figlio. Non siederà a nessuna destra di nessuno ma questa è una divagazione inappropriata. Invece prometto che la smetterò di essere tanto idiota davanti a lei e inizierò a essere ordinaria, come si conviene a qualsiasi matrimonio a scadenza.
Oggi guardavo la nostra aula inesorabilmente vuota e mentre tentavo di sperimentare “una stretta al cuore” (argomento in cui ammetto di non essere ferrata) pensavo che sarebbe un posto perfetto dove vivere appena sposati. E’ pure vicino ai bagni.
Concludo augurandomi che lei non finisca mai per leggere questo scritto. Sarebbe la ciliegina sulla torta per la nostra relazione, certo, ma mi costringerebbe a scavarmi una buca ed emigrare all’estero già seppellita e ricoperta. E come sia (im)possibile lei lo sa meglio di me.
Rispettosamente, fino al divorzio, sua
L.M.
13 febbraio 2012
Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo
E così, neve finita e scuse non rinnovabili, oggi è stato. Il mio, stracitatissimo, esame.
Lo stato mentale che ieri notte mi affliggeva coincideva, più o meno, con “vorrei spendere 100 lire per un pesciolino cieco, montargli sulla groppa e sparire, con lui, in un momento”. Spontaneamente deandreiana.
Stamattina invece pensavo, a mo’ di scudo protettivo, alle sigarette finite e da rinnovare. E così dopo una tappa caffè-sigaretta, immancabile ma insoddisfacente, sono andata in facoltà. Tre persone e un solo esame. Ero la seconda. Perché il mio principio è “prima entri prima finisce”.
E così dopo la prima era il mio turno.
Mi siedo, il mio bel professore di scienza e metafisica, adorabilissimo oltre che bello, mi sorride con fare rassicurante e poi dal cilindro estrae la domanda che non mi aspettavo. Non che fosse particolarmente difficile, affatto, solo che ero sicura me ne avrebbe fatta un’altra.
E la sicurezza, si sa, rende idioti gravemente.
Lo guardo sconvolta, incespico, ma provo a dire. La mia bocca, esattamente in quel mentre, inizia la sua manovra di rivolta contro di me. Si secca improvvisamente.
Niente salivazione. Nemmeno una piccolissima riserva per permettere alla bocca di continuare una qualche, seppur ridotta, funzione. Lui mi guarda e per darmi un attimo mi dice: “di lei mi ricordo” (!) “ha seguito tutto il corso!”.
Io sorrido ma non riacquisto salivazione.
Incespico per altri due minuti, pensando di affogare. Lui mi chiede se voglio una pausa. Io non sono troppo masochista e accetto. Cerco un bagno, trovo solo quello degli uomini, ci entro e mi sciacquo la faccia, imprecando mentalmente. Ritorno al mio supplizio e penso che decisamente questa vita universitaria non fa per me.
Lui mi ripropone il quesito iniziale.
Io incespico un altro po’. Poi silenzio. Mi dichiaro, a me stessa, in silenzio, sconfitta. Lui mi guarda e mi chiede se non voglio tornare tra una mezz’ora. Il mio cervello traduce: scordati un voto sopra il 25. Però acconsento. Esco e chiedo all’altra ragazza di entrare. Scendo all’esterno, compro una bottiglietta di the verde senza nemmeno guardare le calorie (ero sconvolta gravemente).
Mi fumo una sigaretta sull’orlo delle lacrime. E l’unica cosa che riesco a pensare di costruttivo, invece che dare uno sguardo ai punti che mi sfuggivano sul libro e che, tornata dentro, sicuramente mi avrebbe richiesto è: “devo chiamare L.”.
E’ incredibile come nella necessità la mia mente non si faccia alcun problema su eventuali implicazioni, sui pro e i contro, sulle distanze, su tutti i santi del gioco.
Penso di chiamare il mio amico perché so che lui sa cosa dire. Sempre. E soprattutto se ho un problema. Perché io, in quel momento, me ne sarei andata a casa, senza se e senza forse. Lui invece avrebbe detto che non sarei stata affatto razionale.
Ma questo non è un film e quindi il suo telefono era spento. Sconforto anche più totale. Sono risalita pensando che avrei dichiarato al prof.: “guardi, proprio non è il caso. Grazie lo stesso di tutto”. Forse anche con fare epico. Poi sono salita, ho aspettato una quarantina di minuti (tempo dell’esame della ragazza prima) e sono rientrata. Con una differenza più che sostanziale: la bottiglia di the stretta in mano.
Assenza di salivazione, ti aggiusto io!
Lui, il professore, che è l’essere più gentile che mi sia mai capitato, mi sorride come prima e mi chiede se è tutto a posto. Mi da del tu correggendosi immediatamente. Ma oramai l’ha fatto ed è un tu che mi mette tranquillità. Mi chiede se voglio continuare a parlargli dei tropi (lasciamo perdere!). E io, forte degli appunti appena letti, qualcosa farnetico. Qualcosa. Non sufficientemente comunque. Poi passiamo al secondo testo e mi chiede, incredibile ma vero, l’unico capitolo che non avevo fatto del tutto. Non so come sono riuscita a parlare di monadi e Liebniz. Ma pare che io l’abbia fatto.
Passiamo quindi all’ultimo testo. E stavolta, stavolta sì, mi fa la domanda che mi aspettavo.
In quell’esatto momento entra dalla porta un altro professore più studente esaminato. Lui mi guarda, poi guarda il professore appena entrato e mi riguarda. Mi sorride e mi dice “stai tranquilla. E vai.” Ancora il tu, ancora la mia capacità di essere a un tale livello di patetico da ispirare tenerezza.
Inizio a parlare, stavolta, anche se non mi ricordo, so di sapere e in una altra quindicina di minuti il mio supplizio ha termine. Lui mi guarda. Poi mi dice in quella che non mi è sembrata un’esclamazione “insomma sapeva tutto”. Io lo guardo e non penso. Al ché lui mi dice “trenta”. Io non riesco a essere normale e quindi ripeto il suo trenta interrogativamente. Lui mi dice “farà l’abitudine all’ansia, non si preoccupi”. Scrive il voto, mi chiede una firma e io riesco a trattenere un “ti amo” per pura capacità di non essere del tutto disprezzabile.
Morale della favola.
Ecco un altro trenta insoddisfacente. Massimamente insoddisfacente. E adesso vallo a spiegare alle persone che domandano “come è andato l’esame?” che il mio “mah, meglio di un calcio in faccia” non è per essere pignoli sulla lode (che comunque manca e ci facciamo caso) ma è perché è me stessa che non mi soddisfa: la reazione di fronte a una difficoltà, la mia costante autostima a livelli insignificanti, l’incapacità di gestire le situazioni, di essere veramente razionali. Sul letto di morte, se continuo così, finirò per dichiararmi cattolica. E per carità.
E un voto, anche un 30, certo non mi può far cambiare idea su quello che comunque sono stata oggi: una cretina. E senza appelli.
Io riuscirò a fare un esame decente prima della laurea, lo giuro.
9 febbraio 2012
Insegno itagliano

No, perché io mia figlia (notare: sesso richiesto nel commento appena sotto lo stato) a far ripetizioni da una che si firma Kucciola proprio non ce la manderei. Però devo ammettere che con quel "kua" (traduzione su cui ho speso almeno qualche minuto: qua) o quel "kalkola" mi aveva quasi convinta. Poi ho definitivamente detto no quando ho letto che il fidanzato Mau, detto il bono, è geloso (anche) dei bambini.
Vista la madre mia figlia potrebbe benissimo non avere tutte queste fattezze femminili. C'è da stare attenti.
Però accorrete numerosi all'annuncio. Kappa e x saranno felicissime di essere usate con tanto sproposito.
9 febbraio 2012
Memorie di una torta: fui un Cheesecake

Certi cucchiai sono dei fortunati.
Si bagnano appena di gelatinosa copertura di marmellata ai frutti rossi, poi scendono in un misericordioso strato di dolci formaggi amalgamati, morbidi ma compatti e alla fine godono della durezza disinvolta dei biscotti della base.
Chi non vorrebbe essere un cucchiaio così fortunato?
La mano che lo guida è una fortunata.
Sente gli impatti diversi, li asseconda, quasi ci balla un ballo con gli strati.
Gli occhi che ne seguono il cammino sono dei fortunati.
Fanno un dipinto coi colori distinti e distinguibili. Rosso tramonto, bianco vergine e dorato sabbia.
La bocca che incontra il cucchiaio è una fortunata.
Sente sapori, coglie differenze di impatti, succhia dolcezze e si scontra col freddo del metallo. E la senti dirsi, mentre assapora quest’ultimo, che nessun piacere è vero piacere se non riesci a cogliere il momento in cui finirà.
Almeno potenzialmente per poi ricominciare se la fetta lo permette.
E diciamo fetta per mantenere una qualche dignità
Il grasso che senza alcuna pietà cresce e moltiplica invece non è così fortunato: vita breve lo attende. “Mentì lei tagliandosi un’altra fetta di Cheesecake.”
Era abbastanza light, sì ma non così abbastanza.
7 febbraio 2012
I quindi diversi dai quindi
A quest’ora, pensavo non meno di 2 giorni fa, tutto sarebbe stato.
Avrei già passato l’esame, avrei comprato, per festeggiare, il libro del prossimo esame in lista per tenerlo rigorosamente chiuso fino a una settimana prima e sarei stata occupata solo a pensare a cose poco importanti come il contare le calorie che durante i week end, solitamente, non conto.
Quindi sarebbe stato martedì. E poi mercoledì.
La pensavo una settimana significativa. Martedì sarei uscita con un uomo con cui desidero capire un paio di cose prima di affezionarmici ancora (già fatto, già sofferto, già perdonato) e mercoledì avrei addirittura compiuto gli anni.
Tutto per tempo. Tutto con un certo tempo.
Ed era proprio perché avevo degli impegni a tempo che le mie ultime parole, dette al telefono, venerdì pomeriggio, ad un amico, erano state: “ma questo finesettimana, sicuramente, né bevo né fumo, sabato mattina devo studiare un po’!”.
Fare il marinaio è una vocazione.
Invece venerdì notte ha nevicato. E il tempo ha iniziato a sovrapporsi. Le promesse a infrangersi e la fantascienza a far da regista.
Ha nevicato e quindi io sono rimasta a dormire con gli amici. Prima di dormire abbiamo brindato alla neve, a noi, non mi ricordo più a cosa. E non si può far un brindisi senza bere, è chiaro. E allora ho bevuto. Poi qualcuno ha acceso un po’ d’erba e io non devo aver pensato molto. Sicuramente non si può fumare senza fumare. Come al solito è finita che non capivo più tutto.
Alla fine abbiamo non dormito. Almeno a tratti. Io su un divano scomodo, semi sdraiata in una posizione anche più scomoda con le gambe sotto le gambe di un ragazzo, con le sue mani tra le mie mani, con il suo svegliarmi ogni 20 minuti per aggiornarmi sulla situazione climatica che vedeva dalla finestra. Davanti a noi altri tre ragazzi e una ragazza a dormire in posizioni altrettanto scomode.
Ma io ero mezza addormentata, altrimenti mi sarei ricordata che: lui è tutto quello che non voglio.
Sabato mattina, o per meglio dire dimensione temporale non accertata, siamo andati, tutti insieme per boschi e paludi. Almeno 12km di collinette innevate, fiumiciattoli, e ponti, costruiti da noi, che non avrebbero retto niente. E non hanno retto. Bagni di fango gelati.
Prima di morire siamo giunti a casa di un altro amico (ecco perché la traversata), abbiamo mangiato torta di mele e rifiutato un passaggio in macchina per tornare indietro. Siamo tornati a piedi. Io per puro spirito di sopravvivenza.
Quindi abbiamo continuato a dormire nelle stesse posizioni anche sabato notte. Eppure aveva smesso di nevicare. Diciamo che nessuno aveva tanta voglia di separarsi dagli altri. Io non mi esprimo in merito.
Domenica mattina, che era domenica per via dell’inderogabile calcio, nessuno aveva tanta voglia di parlarsi, quindi il ragazzo con cui ho condiviso la scomodità delle notti mi ha acceso la sigaretta, come fa sempre. Poi tutti siamo tornati a casa ed io per il resto del tempo ho dormito, nel mio letto.
Però tra l’accensione della sigaretta e la dormita continuativa nel tempo c’è stata una mail. Anzi, la mia email e la sua risposta. Ho scritto al mio bel professore di scienza e metafisica per chiedergli se l’esame era, o meno, confermato. Spostato, almeno a martedì 7 febbraio.
Sul momento sono stata felice perché odio dare esami di lunedì, perché nel week and avrei dovuto studiare qualcosa ma non l’avevo fatto, perché rimandare gli esami è la cosa che mi riesce meglio.
Poi stamattina mi sono svegliata e l’influenza aveva preso possesso del mio corpo e delle mie già limitate facoltà intellettive.
Quindi dovevo studiare le cose che avevo saltato a una prima lettura dei testi con la capacità di capirle dimezzata. Panico e sconforto. Ho pianto amarissime lacrime di arrabbiatura verso me stessa: “potevi almeno darti al sesso facile prima di morire così, cretina!”.
Poi ho pensato che tanto valeva farsi odiare bene dal bel professore e mandargli un'altra email. Fortunatamente le email non hanno faccia quindi mi è stato abbastanza facile prostrarmi per il disturbo e poi chiedere se per caso non si fosse pensata un’altra data più ufficiale.
E lui, più che prontamente (nemmeno 5 minuti dopo) ha detto: “13 febbraio”.
Un’altra settimana per oziare, distruggermi nel week end e ritrovarmi nelle stesse condizioni precedenti. Non potevo sperare in niente meglio.
Quindi tutto è spostato alla prossima settimana. Darò l’esame lunedì, uscirò con il tipo martedì e compirò gli anni mercoledì. Tutto prossimo. E non me ne frega niente se i compleanni non sono rimandabili: il mio lo è.
2 febbraio 2012
Bene
Il mio stomaco pareva, in questo inizio di settimana, essere diventato un ammasso insano di caffè, fumo di sigaretta, concetti sparsi, nozioni, formalismi scientifici (o limitatamente tali) e cocacola zero. Anzi, una sottomarca. Ovvio, con tutta questa non materia, che il mio bisogno di entità materiali poi si amplificasse in altri campi.
Ho un’ossessione e si chiama burro. Ho notato che la domanda che pongo più spesso è “mica ci sarà il burro dentro, vero?”. Non ho così tanta paura di niente. Né del fritto, né dei fantasmi, né delle relazioni, né della nutella. Perché il burro è infame, si nasconde. E non che mi faccia male come cosa, preoccuparmi del burro dico, però mi preoccupo perché tutte le religioni hanno iniziato, pressappoco, così. Si demonizza qualcosa e ci si costruisce sopra una finzione: un amore per un’altra cosa (se è un ente inventato poi ci divertiamo di più) che faccia dimenticare che in realtà il fondamento ultimo era l’odio verso un nemico abbastanza dichiarato.
Tanto per fare una cosa altamente nuova stasera sono uscita con un’amica. Possibile che io abbia deciso di incrementare così tanto la mia socialità (che di solito si muove a livello zero) proprio sotto gli esami? Pare di sì.
Smalto nero, come la mia mente, niente trucco perché tanto rimango sempre il mostro che sono, anche in maschera, ma un orecchino a stelle così, per dichiarare al mondo che anche io sono donna: ho i buchi, alle orecchie.
Il giapponese in cui siamo state era uno di quelli “no limiti”, tanto perché per riempire le mancanze bisogna farlo bene. Ho risparmiato, a questa cena di sushi, giusto il gestore del posto ma più che altro perché stonava con tutto quel pesce. Ho ingerito, con sguardo bavoso, tanto sushi da star bene per più di qualche tempo. Fino a domani almeno. E avevamo scelto il sushi perché, io e la mia “amica”, ci siamo conosciute come iscritte a un sito di dieta. E che altro possiamo fare su un sito di dieta se non la dieta? La facciamo, precisamente, da tutta la vita e per tutta la vita, come si conviene alle creature femminili con la testa vuota (io almeno). Scegliere il sushi come “mangiare leggero” e poi farcisi il bagno dentro però, ammettiamolo candidamente, è peggio che l’esseri mangiati una pizza a testa. Dal punto di vista calorico dico. Apporto calorico non stimabile. E non lo voglio stimare. Dal punto di vista “piacere” mangiare sushi è un orgasmo, solo che inizia un po’ più in alto.
A conclusione della serata, tornata a casa, ho ricevuto il più bel complimento che un uomo mi abbia mai fatto. E io non sono pratica di queste cose. Un ragazzo (35 anni) che ho conosciuto da pochissimo, che non ci sta provando con me (è sposato addirittura!) e che l’ha detto, così, ingenuamente (e per questo vale doppio). Lui mi conosce come un avatar, precisamente come Shane. Di cui esplicativamente vi linko una foto.
E ha detto: “sai che pensavo che quella fossi tu?” (per piacere, riguardate la foto sopra: pensava che fossi io! Capite? Mitico). E poi, come se non bastasse ha aggiunto: “adesso che ti ho vista” (un’amica ha pubblicato sul sito dove parlo con questo ragazzo una nostra foto) “la scelta di quell’avatar non ti rende giustizia!” Vabbe’, non ho parole. La galanteria mi uccide. Ho tentato di farneticare della mia mostruosità però poi mi sono arresa alle sue bugie.
Alla fine della chattata ho scoperto che fa il volontario nel tempo libero. Che la sua missione della serata fosse mentire spudoratamente alle racchie in internet per essere buono nel mondo?
Il mio spirito distruttivo non aiuta il suo programma sperimentale.
E, appropriatamente a spirito distruttivo, ho fatto saltare in aria un altro accendino. Semplicemente ci appoggio sopra la sigaretta accesa e dopo un po’ quello, quasi letteralmente, esplode. Eppure non ci vuole un genio a capire che un accendino a gas non è un posacenere e meno che mai un degno sostituto. Perdendo qualche dito forse me lo ricorderò meglio.
L’esame di fisica+filosofia si avvicina. O io mi avvicino a lui. Ma non studio ancora. Questo perché sono convinta di sapere tutto. Mi ricorderò che non è così solo domenica notte, in altre parole troppo tardi. Non riesco a spiegarmi perché sono convinta di sapere cose che non ho nemmeno letto di sfuggita e mi si pongono davanti due alternative: A) sono una veggente; B) la mia è una forma di presunzione idiota. Escluderei la A) per varie e articolabili evidenze in altri campi e sprofonderei quindi nella B).
E poi ora ho scoperto il tresette online. Mai fondo fu più raschiato. Ma visto che lo dico sorridendo va tutto bene.
31 gennaio 2012
[io non c'ero] ovvero conversazioni deliranti (II)
R.: che palle che sei! Dimmi qualcosa di interessante!
LadyMarica: ti parlo della polarizzazione della luce? (n.d.r. è il mio cavallo di battaglia del periodo. In alternativa ho la carta "gatto di Schrödinger")
R.: dai!
LadyMarica: ti annoierei
R.: tanto meno interessante di quello che mi stai dicendo non può essere (n.d.r mai amore fu più evidente di questo, ovviamente).
LadyMarica: simpatico. Lo hai voluto tu. Allora, per polarizzazione della luce si intende la propagazione di un raggio luminoso (n.d.r.
prendete il tutto coi dovuti circa di chi capisce poco e quel poco male
e quel male che capisce lo esprime peggio del consentito). Ma
adesso ti dico la cosa fica: immagina di avere un raggio luminoso
polarizzato verticalmente e un filtro che fa passare la luce
orizzontalmente. Se tu sei dopo il filtro, cosa vedi?
R.: (silenzio)
LadyMarica:
niente! Perché il filtro non fa passare la luce verticale. Ora,
immagina di avere la stessa situazione solo che tra il raggio verticale e
il filtro orizzontale poni un nuovo ostacolo: un filtro a 45°. Succede
che metà della luce verticale passa questo primo ostacolo. Il raggio
luminoso che passa, attenuato del 50%, ha ora, ovviamente,
polarizzazione a 45°. Quindi, incontrando il secondo filtro orizzontale,
un quarto di quel raggio luminoso passa ancora.
R.: (silenzio)
LadyMarica: capisci
la genialità della cosa? E’ meraviglioso: ponendo nuovi ostacoli sul
cammino della luce otteniamo un risultato “positivo”: riusciamo a vedere
un quarto del raggio iniziale. A percorso più semplice non vedevamo
nulla, complicando il percorso vediamo qualcosa. E’ meraviglioso, è
veramente meraviglioso.
R.: (silenzio sarcastico e carico di compassione per il mio senso di meraviglia alterato)
LadyMarica: maddai! Io sono rimasta a bocca aperta!
R.: ecco, dovevo approfittarne!
LadyMarica: (silenzio). Lo sai che questa finisce su un post no?
R.: *** (n.d.r imprecazioni varie) non mi puoi sempre* sputtanare così!
(*)
in tre anni di amicizia telefonica-virtuale-altro è, in effetti, la
persona su cui ho scritto di più, ma perché nessuno distrugge così bene i
miei discorsi seri!
E’ importante capire il senso. Della
mia poco chiara presentazione degli esperimenti con i filtri polaroid,
certo, ma soprattutto della, per me, conoscendo il soggetto, poco velata
allusione sfacciatamente porno del mio interlocutore.
Però
quanti possono vantare che una seria spiegazione, sulla meraviglia che
semplici esperimenti scatenano negli ignoranti come me, finisca per
naufragare in ipotetici riferimenti alla fellatio?
Lui non scade
nel porno, abbiamo stabilito poco dopo, lui ascende al porno. E meno
male che era una conversazione telefonica, altrimenti, con una
conclusione del genere, il rischio di essere fraintesa sarebbe stato
inesorabilmente al di sopra della mia capacità di calcolo. Anche se con me, diciamocelo, al di là dei giochi di parole, la possibilità di concretizzare qualcosa, qualsiasi cosa, è pressoché nulla.
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