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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
10 aprile 2013
Roma, via del corso. Il lungo città del commercio. Un luogo aperto al traffico, coi marciapiedi stretti e sempre pienissimo di persone. Persone che comprano, persone che guardano, turisti persi, turisti sulla retta via, artisti di strada. Costellato di negozi prestigiosi e di negozi da qualunque...

A causa dei mal funzionamenti del cannocchiale questo post continua su webnode!
Basta cliccare sul titolo.

15 gennaio 2013
Controllare il non controllo

Fumo una roba elettronica che sa di tabacco ma non lo è e ho sempre voglia di accendermi una sigaretta.
Mangio verdure cotte all'acqua e ho sempre voglia di abbuffarmi di tutto il resto.
Penso a un sacco di futuro, di cosa è giusto e cosa meno, di cosa voglio cambiare, di cosa dovrei cambiare e di chi dovrei escludere dalla mia vita ma non arrivo mai a una decisione. Poi le cose fanno il loro corso e, senza avere il mio consenso, io realizzo o meno, frequento o smetto di farlo, compio passi o mi trascino indietro. E più spesso di quello che vorrei non dipende dalla mia totale volontà. Non so se capita solo a me. Non spesso, non sempre, decido quello che poi faccio. A volte gli eventi prendono il sopravvento. Ma nemmeno gli eventi esterni eh. Mi interrogo per giorni, ad esempio, se una persona mi fa più male che bene, decido di non decidere nulla e poi qualcosa per me ha già deciso e mi allontano, soffrendone, senza aver modo di farci nulla. Come quando decisi, piangendo, di non vedere più un uomo con cui avevo una qualche frequentazione. Non era, ai tempi, una decisione che posso dire mia, era una decisione che qualcosa di me aveva preso senza nulla chiedere alla mia capacità di decidere. Certe volte c'è da rimanere affascinati dall'istinto di preservazione. Se questo non facesse soffrire una qualche altra parte, non meglio identificata, di me.

Questo non significa, fortunatamente, che io poi non possa tornar indietro, cambiare queste “costrette decisioni” o far di tutto per impegnarmi per procrastinarle o, in qualche caso fortuito, eliminarle, questo significa solo che non scelgo sempre, con mia grandissima frustrazione, come comportarmi, a volta, ci sono costretta dal non poter far altro. Fa, l'amatissimo psicologo, sarebbe entusiasta di sapere che a volte in me prevale quella cosa che non si chiama razionalità (emotività? Istinto? Sopravvivenza?) ma sarebbe anche abbastanza divertito da sapere che la cosa mi crea un turbamento isterico perché mi proibisce di aver quel maniacale controllo che io tanto ricerco su tutto.

E torniamo, di filato, al cibo. L'immensa soddisfazione che provo nel non mangiare se non un'unica volta al giorno, per esempio, altro non è che questa smania di avere il controllo ossessivo delle cose. A cosa porta una sete di controllo così pressante? Ai giorni in cui il controllo viene meno, i giorni di liberazione, i giorni in cui strafare è l'obbligo. E questi giorni non possono avvenire per presa decisione, questi giorni vanno aiutati, incoraggiati da qualcosa. L'ultimo, mio, ritrovato è l'alcol. Quindi il venerdì sera, dopo un digiuno dell'intero giorno, un solo bicchierino di rum mi dà alla testa, ovviamente, e mi fa perdere qualsiasi tendenza maniacale al controllo. Ovviamente non sono (ancora?) una persona dipendente da rum o da alcol in generale ma, se per star felici, se per lasciarmi andare, mi serve un incoraggiamento del genere, un offuscamento, potente, della mente, allora è possibile che qualcosa non vada in quella. Non è un problema il rum, non è un problema che mi faccia effetto “leva controllo maniacale”; il problema è aver bisogno di offuscare i neuroni per permettermi una serata libera a settimana. Bevono in molti una volta a settimana, magari due, ma il problema è che loro lo fanno per divertirsi mentre io lo faccio per essere senza mente. Sarebbe intelligente, invece, usarla la mente, e usarla bene. Usarla per il controllo, quando serve, e usarla per sfogare qualche libertà quando serve quello. Per una che ha passato 20 anni, più spicci, a non controllare nulla e che ha passato gli ultimi due a controllare tutto forse la pretesa, chiamata anche equilibrio o serenità, di gestire il controllo e il non controllo razionalmente, dosatamente è più grande di quello che mi sembra.

Forse questi post così spiegano, e giustificano, assenza di lettori e commentatori. Torneremo meno grasse e meno noiose di prima, prometto.

13 novembre 2012
Tarature

Mi serve un post. Riflessivo e noioso come nella miglior tradizione dei blog personali. Silenzioso ma non bugiardo. Abbiate pietà, che basto io a non averne.

Vorrei sapere quanto dura una stanza (cit.).
La mia oggi mi è sembrata non finire mai. Mi sono alzata tardi, ho fatto niente con molta calma e ho pensato troppo. E fumato troppo. Ma questa non è una novità (dissi accendendone un’altra). E mentire con uno falsissimo “smetterò” è l’unica cosa che riesco a fare in proposito. Il non far niente, e niente con la fretta, sortisce in me l’unico effetto di continuare a non far niente. In questi giorni, potendo, procrastinerei anche il deglutire.

Non lo procrastino ma lo faccio sbuffando. Da sola sbuffo e respiro anche, il mio psicologo (che dice che non respiro un «ca… nulla») sarebbe educatamente stupito di saperlo.
E procrastinare le cose è uno dei miei mali più incurabili.

Dieta.
Sono stanca. Stanca che me ne parlino, stanca di sentire cose sulle calorie, stanca di pensarci io continuamente. E’ un pensiero che ha monopolizzato gli ultimi due anni della mia vita: vado a dormire pensando a quello che ho mangiato ed elencandomi, mentalmente, quello che non mangerò domani. Mi sveglio prendendo una serie infinita di caffè per non sentire il naturale bisogno del corpo di mangiare qualcosa, qualsiasi cosa. Riesco a star giorni interi mangiando un mandarino, riesco a non pensare a niente altro che al cibo per tutto il giorno.
Questo è un bellissimo modo per distruggersi la mente prima e lo stomaco poi. Non che io non sia soddisfatta dei risultati della mia dieta (epocali se posso permettermi di dirmelo da sola con un massimo di presunzione) ma riesco anche a capire, lucidamente, che ora è tempo di regolarizzare le cose, di smetterla con gli eccessi bulimici e anoressici, di smetterla di pensare il responso della bilancia come l’unica cosa importante della mia vita.

Il mio psicologo il problema cibo nemmeno lo affronta: non lo vede. Il fatto che lui non lo veda ovviamente mi fa felice, significa che il risultato in effetti mi garantisce un posto tra le persone senza problemi, apparentemente, alimentari. Devo mostrarglielo io. Mi riprometto sempre di portargli una vecchia foto mia, una che lo gli mostri con chi ha a che fare, e la porto sempre, però a tirarla fuori, ecco, quello non lo faccio mai. Anche in questo caso l’unica cosa che faccio in proposito è dirmi che lo farò e procrastinare quel futuro in grande stile.

Mi serve un diversivo, un hobby, un fidanzato. Il diversivo purtroppo dipende più dalle giornate che propriamente da me. Certe volte arriva, certe volte no. Può essere una cena tra amici, un’email, una telefonata. Hobbies ne avevo, ma si impoveriscono da soli. La mia creatività scrittoria la vedete anche voi scemare, la mia creatività manuale si annoia, la mia creatività vocale manca di uditori (e tutti possiamo capirne il perché, direi). L’unica cosa che mi riempie completamente, quella che mi soddisfa, distrugge e fa capovolgere ogni prospettiva, l’unica cosa per cui provo un interesse completo, mi pare, attualmente, un ambito troppo lontano dalla mia quotidianità, così difficile, così distante, a volte, nelle linee generali da quello che voglio io.
Un fidanzato? Vi cito una canzone.

«vuoi la verità ragazzo?
di questo mondo pazzo a noi non ce ne frega un cazzo
la guerra, la fame? Cazzate!
facce preoccupate se va male con le fidanzate
ci sfugge qualcosa, ci manca l’essenza
datemi l’amore,
datemi l’amore, altrimenti…
altrimenti vivo senza. »

Non voglio l’amore comunemente inteso, non voglio niente che non sia una parte attiva nella vita, non voglio un’abitudine, non voglio un amore platonico, voglio, se la voglio, una persona di cui innamorarmi continuamente, non di cui essere innamorata per presa visione. E c’è tutta la differenza del mondo. Beati coloro i quali non la comprenderanno mai.

23 ottobre 2012
[Lei] Prezzi invisibili

(sempre roba né vera né finta eh)

Quando l’ha visto ha pensato che “fosse stata magra”, un mantra di rinuncia chesi ripete, come se a sperarlo ci guadagnasse nell’avvicinarcisi, da quando siricorda, lo avrebbe adorato e comprato.
Il "fosse stata" ovviamente le suggerisce di non avvicinarcisi nemmeno a unsimile modello. Vestito nero, di pizzo nero, delicato e leggero.
Si può amarecosì tanto una pezza di stoffa ben tagliata?

Si cita una figlia, di De André,che provava il suo vestito nuovo e sorrideva e forse fa un po’ il gioco dellavolpe che non arriva all’uva e allora la dice acerba. Lei non arriva allataglia del vestito e allora la addita come frivolezza.
Però non è sola aguardare i vestiti del reparto “fossi stata magra” e quindi qualcuno laconvince a non considerare il congiuntivo e a provare il vestito da secca. C’èscritta una taglia che non può essere. Lei se lo prova e già le sembra assurdoche le entri e le cada addosso. Non ha il coraggio di guardarsi mafortunatamente non riesce a far l’asino di Buridano per più di 3 minuti. Quindialla fine alza gli occhi e si guarda. Con sua enorme sorpresa scopre che laragazza che la guarda disillusa più che preoccupata, ma anche preoccupata,dallo specchio è una che porta i suoi stessi capelli ma che con quel vestitosta bene. Senza se e senza molto, sta, semplicemente, bene.

Lo compra. Hacomprato un vestito che se fosse stata magra avrebbe comprato. Aggrotta lafronte pensandoci. La banalità di un pezzo di stoffa le stampa un sorriso infaccia, l’essere riuscita a coincidere, per 10 minuti, in un camerino, con lalei che vorrebbe essere cancella il termine banalità.

Sorride pensando di essere la candidata adatta per la pubblicità della Mastercard.

Le dita le scivolano tra le labbra con una automaticità spaventosa. Lo stomacosi contrae e tutto in lei sembra prepararsi a un rito troppe volte fatto. Ledita scorrono nella bocca, sfiorano il palato, si spingono in gola, fino aquanto è possibile, per tutto il tempo possibile. Lei stringe gli occhi e tuttosuccede. Non se lo ricorda nemmeno come è finita così.
Mangiava un panino, condelle amiche, dopo non aver quasi toccato cibo da tutto il giorno, più per lagiornata incasinata che per altro. Mangiava un panino, felice.
Poi il vestitole è comparso negli occhi, i denti che mordevano il panino sembravastrappassero pezzi di vestito. Pezzi di pizzo nero duri da inghiottire. Pezzidi pizzo nero che le riempivano lo stomaco, arrivavano in gola, soffocandola.
Ein un attimo finge la calma necessaria per raggiungere il bagno, lasciando ilvestito morso sul tavolo, senza grossi sensi si colpa per l’abbandono. Entranel bagno come se non stesse succedendo niente, ma i brandelli di vestitoingeriti continuano a soffocarla, entra in bagno come se tutto andasse bene ein realtà vorrebbe correrci. Compie il suo rito come se bevesse dopo una lungasete, gli occhi le diventano lacrimosi per i conati. Poi si calma, si sciacquamani e viso e torna al tavolo come se niente fosse.
La spaventa questa capacitàdi sdoppiarsi, questa capacità, mentre perde il controllo, di controllarsi.

Nonè un problema, quello che fa nel bagno in quei momenti, lei se lo dice sempre,non è un problema perché in fondo non è così abituale, non è un problema,perché, se lo fosse, almeno sarebbe magra, e lei magra non è.

Non è un problema, nienteè un problema, non finché quel vestito le entra, non finché ha quella sensazione di coincidersi così presente in testa.

4 ottobre 2012
Contenitori e cose contenute
Il mondo arriva fino alla 46. Poi tutti i tipi di stupidità sono ammesse.
19 settembre 2012
La regina dei multipli del mutismo
Con tono quasi seriamente interessato occhi di pozzo mi domanda: «con la dukan hai finito, giusto?» E poi leggermente più piano, quasi a voce bassa, aggiunge: «Dai, dimmi che hai finito!»
A mente lucida so benissimo che non gli interessa, ma trovo la domanda iniziale e l'esclamazione finale, compreso l'abbassamento di tono, un balsamo di dolcezza.

Dolcezza from occhi di pozzo to LadyMarica? Uhm, non in questo mondo, signori.

Secondo lui non è una dieta sana e la sua voce, in quella sequenza precisa, mi vuole far credere a un poco di interessata, ed educata, preoccupazione.
Non che si strappi gli occhi (peccato, li conserverei volentieri sulla mia scrivania per quanto son belli) però è meglio di niente.

Non glieli vedo gli occhi oggi e un po' mi dispiace ma li ricordo bene. E io sono in pigiama. I suoi due occhi in cambio del mio pigiama? E’ il dubbio che mi assilla per tutto il tempo, ma rimango al solo audio.

Come al solito ottiene in risposta i miei pensieri e il mio mutismo d'accatto.

«E il sushi?» E' ostinato col cibo oggi. «Lo mangi ancora?»
Ancora il mio mutismo, ma ora è d'attacco.
Mormoro piano un sì, tanto per confermargli che lo sento.

«Siamo su un programma che simula un rapporto telefonico funzionante attraverso l'internét», penso senza dirlo ovviamente, e pensando anche, più sotto, a quanto questa frase per indicare skype potrebbe piacergli, «e tu mi parli di diete, di cibo? Trovo a fatica le parole per rispondere alle cose meno personali, anche alle considerazioni sul tempo e proprio l'argomento che meno affronterei con te mi devi sbattere sul naso?».

Di lì si diramano altri due filoni di pensiero: che il mio naso non mi piace e che si è allungato nell’ultimo anno, eppure io non mento; e che non mi dispiace parlare con occhi di pozzo, qualsiasi argomento esca fuori dal cilindro, anche se prova a convincermi a indossare un costume da margherita.

Lui continua, dopo il mio sì, e credo di doverlo ringraziare, uno amante della crudeltà, ma non credo che occhi di pozzo non lo sia, almeno un po’, avrebbe mollato la conversazione e io mi sarei mangiata le unghie pensando un modo per rianimarla, per dire qualcosa di intelligente: «guarda che non devi rispondere a monosillabi come se ti vergognassi: il sushi lo approvo!»

In me qualcosa sprofonda e riemerge. Tipo un serpente marino. Il mio istinto primario è un mutismo di conservazione. Non devo dire niente, non devo nemmeno fantasticarci sul maledetto verbo "approvare". Che poi, io lo so, è quella prima persona singolare che mi fa letteralmente parlare serpentese. Approvo. E, il mio serpente marino interiore si specifica che anche il “non approvo” gli farebbe fare il bagno a largo.

Il mio mutismo di non compromissione tiene un’aringa contro la me sfacciata. Vince lei, non si sa per quale moine verso i giudici. Il mutismo oramai di broncio si nasconde da qualche parte e la parte sfrontata di me dice ad occhi di pozzo: «non hai la minima idea di quanto quell’ “approvo” sia sexy». Sexy non è il termine giusto, però ci si avvicina. Occhi di pozzo ride, non riesco a ricordarmi se mi pare un riso curioso o un riso di chi ha capito. Cerca di spingermi da qualche parte, così mi sembra, quindi forse è un riso che mira a capire.
Cerco il mutismo nascosto ed è per quello che rimango zitta: un mutismo di ricerca?

Mi vorrei lasciar spingere francamente, in quello che c’era di nascosto in quel “sexy” per esempio, ma non posso: ho il pigiama, sono spettinata e gli occhi di occhi di pozzo in versione foto ricordo celebrale non riescono a fottermi. Dovrei dirglielo ma ho ritrovato il mutismo. Dovrei dirglielo che quando mi fissa, anche se non glielo lascio far spesso, il mio serpente marino si agita per quegli occhi fottenti e non più per la linguistica.

11 settembre 2012
Questioni di cibo
In macchina, tornando a casa da una cena di pallavolo, pensavo che avrei parlato della mia ritrovata serenità in questo lunedì. Invece devo dire che una volta tornata a casa ho scoperto che non sono serena, non veramente.

E’ stata una settimana, quella passata, intensa, positivamente, ma anche invivibile. Piena di cose, di persone, di emozioni ma anche emozioni non particolarmente piacevoli.
Non c’è stato un giorno in cui ho cenato a casa, non c’è stata una notte in cui ho dormito, andavo a letto alle 8 di mattina e mi svegliavo alle 14. Senza normalità alcuna. E’ divertente se lo fai un paio di volte, vero, diventa un po’ spaventoso se lo fai tutti i giorni. O almeno, a me ha spaventato. Mi sentivo una voce nella testa dirmi: che vuoi fare nella vita? Passare le notti a ubriacarti con gli amici?
Così ho deciso che era tempo di tornare alla normalità. Anzi, normale non sono e si sa, ma a orari decenti magari sì, potevo tornarci.

Così ho mantenuto il mio non fumare (e sono più di 7 giorni oramai), ho ricominciato a studiare (poco, troppo poco) e cerco di dormire a orari decenti (sono le 2, lo so, ma non diventeranno mai le 4). A tutta questa ritrovata voglia di una retta via ho aggiunto una dieta un po’ esasperata.
Una parte di me mi chiede se non stia pretendendo un po’ troppe cose, un po’ tutte troppo insieme.

Quella che mi pesa di più, attualmente, è la questione cibo. Sarà che il digiuno di oggi mi ha fatto bene, a mo’ di privazione dopo il troppo, ma a questa ora mi sta praticamente mandando in panne il cervello. Che poi è un simil digiuno, siamo seri, ho mangiato un'insalata alla cena di pallavolo.

Non so se la soddisfazione che mi darà domani mattina la bilancia possa essere paragonabile alla frustrazione di stanotte. Ma i primi giorni, dovrei saperlo, sono così.

La modalità di stasera funziona più o meno su: “perché?”. Perché lo sto facendo? Per dimagrire, okay. Ma oramai non è più una questione, la mia, di essere normali, oramai lo faccio per un capriccio estetico. E mi importa veramente così tanto? Non so dirlo. Mi importa piacermi sì, ma fino a che punto non mi importa di più il piacere? Certe volte ragiono come, o sono portata a ragionare come, se tutto dipendesse dalla magrezza. Ma non è che la magrezza mi darà rapporti soddisfacenti, non è che più sono magra e più troverò il mio posto nel mondo, non è che se sono magra smetterò di soffrire per delle banalità, non è che se sono magra studiare mi costerà meno fatica.

Oppure uso tutti questi non è che giusto per permettermi di lasciar perdere la dieta. Non lo so. Non so se ho ragione e in quale delle due versioni ce l'ho.

Non so, saranno complici gli sbalzi ormonali, ma stasera sono portata al “meglio sarebbe non essere mai nati. Meglio sarebbe, se si è nati, morire presto”.
Preferibilmente però dopo aver mangiato, magari una pizza.                                                                                                                                                                                                                                                                           
Sì, non penso a niente altro che al cibo stasera, ma domani, dopo aver mangiato, starò meglio.

13 gennaio 2012
Scrivici quando vuoi (cit.)

Curioso come una frase così breve mi abbia, nel pomeriggio, portato un quantitativo di serenità poco misurabile.

Diciamo subito che per dire che sarà un successo è presto. E forse non lo sarà. Io il fallimento lo metto sempre in preventivo, quantomeno per non lanciami sul terrazzo dell’inquilino del piano di sotto un giorno, a caso: non si merita un buco sul terrazzo.

 

Quello che voglio fare con questo post è ricordarmi il potere di quella frase.

 

Da dove comincio?
Non dall’inizio, non stavolta. E’ troppo lungo e troppo personale.

Diciamo solo che dopo Natale, ma forse pure prima, certe notti succedevano cose strane.

Il tempo verbale passato è la mia forma di ottimismo.

Le cose non erano poi così strane, a volerne parlare. Semplicemente il mio demone personalissimo e per niente saggiamente socratico si divertiva a fare un gioco delirante con me: alternava giorni in cui nervosamente, in poco meno di un’ora, consumava una quantità di cibo che io, perché ho un certo rispetto per me non quantizzo (c’è una parola che ci vorrebbe qui ma io, si sa, non la userei nemmeno sotto tortura), e giorni di digiuno completo, a forse acqua.

 

Non solo non è “normale” ma è persino stupido.

Non ve lo so spiegare. Io so perfettamente che per interrompere un circolo così bisogna solo mangiare normalmente per non avere gli attacchi compulsivi.

Purtroppo il digiuno ha un suo certo maledetto fascino: ci si sente stoici, epici, forti, senza debolezze. E la bilancia, il giorno dopo, manda baci di cioccolato.

Ma una favola così dura al massimo, nella mia esperienza dico, due-tre giorni.

Poi, si cade. Certe persone, mentalmente instabili come me, non sopportano di cadere. E allora danno fondo a tutta una serie di azioni idiote, che sanno essere idiote ma che non riescono a non fare.

 

Una notte di questo gennaio, caduta di nuovo e malamente, avendo passato tutta la sera a cercare, tanto per descrivervi quanto profondo è il mio fondo, a vomitare tutto quello che non è anima, ho deciso che magari dovevo smetterla.

 

L’ho deciso per la sedicesima volta nella mia vita, forse qualcuna in più.

Allora ho scritto due email. Anzi, una sola, per due “strutture”.

Una mail l’ho scritta a una dottoressa che, molto tempo fa, frequentavo. Mai ascoltata in vita mia ovviamente. Anzi mi infastidiva il suo (loro) tentativo di “controllarmi”: del mio corpo, perché si sappia, dispongo io e solo io. Ora che ho ottenuto i miei risultati, ho pensato, potevo chiedere aiuto a qualcuno che magari avrebbe approcciato il problema da un punto di vista più professionale.

Sono un’illusa senza possibilità di guarigione.

 

La mia scrittura di notte ha una caratteristica: è viscerale.

 

Sono state gentile, carina ma non patetica (so essere anche patetica in effetti, ma non ho azionato la manovella quella notte)

 

La stessa email l’ho mandata a un sito internet a cui sono iscritta. E’ un sito ben fatto, che non nomino perché non vorrei mai lo trovaste, anche se è facilino, temo.

 

Non contavo in nessuna delle due risposte, francamente.

 

La dottoressa ha risposto immediatamente. Purtroppo.

La frase, unica e in cui si articolava tutta la sua risposta diceva “mi invii i suoi recapiti, la farò contattare da un infermiere del reparto”.

Qualcosa ha fatto contatto con la mia mente. Il lei con cui mi parlava: odio mi si dia del lei, mi spaventa. E le parole “infermiere”, “reparto” hanno provocato un conato di vomito spontaneo.

 

Io capisco. Io capisco un sacco di cose. E capisco tutti. O tento, continuamente. Anche troppo certe volte, fino a confondere “comprensione” con “scuse”.

 

Mi va bene la professionalità, mi va bene la distanza medico-paziente, mi va bene che forse era così che doveva rispondere ma mi va bene anche che la cosa mi abbia paralizzato completamente. Ho diritto anche io ad essere “compresa”, almeno da me.

 

Mi ha fatto sentire una stupida.

Poteva sprecarci una parola in più. E nemmeno per forza cordiale. Poteva anche solo dirmi “abbiamo bravi psicologi che si occupano di queste cose, faccia un colloquio”. Non mi sarebbe piaciuta lo stesso, come risposta, ma almeno mi avrebbe dato una specie di “via”, avrei avuto un motivo per pensare di risponderle: ovviamente l’ho ignorata.

 

La sua risposta mi ha fatta sentire un virus da provare a debellare. Simpatica, come una lisca di pesce conficcata nella trachea.

 

Quelli del sito invece non mi hanno proprio risposto. Fino ad oggi, quando per puro caso ho letto la loro, meravigliosa, risposta.

Mi è piaciuto il modo, mi è piaciuto il contenuto, mi è piaciuta la gentilezza. Hanno letto cose che io non ho nemmeno scritto, non so come. Mi hanno descritta esattamente come se parlassero proprio di me, forse è troppo facile.

Io mi entusiasmo facilmente e con altrettanta facilità mi disilludo però veramente mi hanno stupito. Riporterei la risposta ma è, ancora una volta, troppo personale (in effetti non so dove ho rimediato il coraggio per scrivere questo post).

 

Riporto la frase che ho scritto nel titolo invece: “scrivici quando vuoi”.

 

E’ esattamente quello che avevo bisogno di leggere. Mi è sembrato di non essere un’idiota, mi è sembrato di non essere sola, mi è sembrato di non averli infastiditi (come invece la spina di pesce di cui sopra). Scrivici quando vuoi mi dà una sensazione di umanità, mi sembra dire “provaci”.

E a me per credere serve qualcuno che me lo dica spesso.

 

Non lo so, magari sono solo stupida eh, però un dato di fatto c’è: il virtuale è stato di tutta l’umanità che l’umano non è riuscito nemmeno a considerare.

15 novembre 2011
I concili di se stessi

Ho letto che i semi di papavero hanno un effetto conciliante su se stessi.

Forse l’articolo diceva “calmante”, nella formulazione più moderna possibile di “eliminano lo stress”, ma io preferisco di gran lunga dire, per estetica, che i semi di papavero mi conciliano con me stessa. O che conciliano qualche parte di me che di solito stona; o anche che anestetizzano la parte di me che risente di più delle stonature.
Scegliete la versione che volete, io ho assunto semi di papavero e quindi sono conciliante anche sull’ammettere visioni multiple di questo scritto (e quindi dello stato di cose che esso descrive).

 

Non è necessario vi sforziate di capirmi interamente, sono conciliante e confusa.

 

Deve essere, comunque, un effetto totalmente mentale. Insomma, quanti semi di papavero ci vorrebbero per avere un effetto tangibile? Ed io ne ho assunti pochi, con la cena. Sulla cena, precisamente.

 

Capisco che a questo punto potrebbe aversi il sospetto che io abbia iniziato, anche, a far uso di sostanze stupefacenti. Ma no, dicevo su facebook, semi di papavero senza Bauderlaire. I semi di papavero a cui mi riferisco sono una spezia dal sapore particolare che si usa prevalentemente sul pane ma anche nella preparazione di un qualche tipo di sushi prezioso.

Riso bianco, poca salsa si soia e un po’ di semi di papavero fanno una delle combinazioni più raffinate possibili.

Digressione culinaria finita, anche se potrei passar qualche ora a specificare cosa c’è di meravigliosamente equilibrato in un piatto del genere e che invece non c’è in un piatto di bucatini alla amatriciana.

 
Anche camminare, mi concilia con me stessa.

Camminare, ho scoperto recentemente, mi piace molto.

Peccato che Roma sia una città che non lo permette molto. O è il mio modo di vivere Roma a non permetterlo?

In effetti al camminare che mi piace segue una precisazione: mi piace camminare con un scopo.

Facciamo qualche esempio. Se prendo la metropolitana, l’autobus o qualsiasi mezzo pubblico io scendo sempre a qualche fermata prima. Oppure, se conosco il percorso (tipo Piazza di Spagna – Colosseo) evito i mezzi pubblici (nel caso la metro, soprattutto la A) e volentierissimo me la faccio a piedi. Perché appunto camminare non mi dispiace.
Al contrario, passare un’ora sul tapis roulant, mi massacra almeno 13 volte di più, anche se passo l’ora a camminare a un ritmo più lento di quello che userei per strada. Camminare senza scopo non solo mi annoia, mi innervosisce anche. 
 Camminar con uno scopo, invece, soprattutto di sera, con l’aria fredda che fa a cazzotti sul mio viso, mi concilia con me stessa (nelle accezioni di cui sopra).

 

E visto che questo post sembra voler elencare i diversi modi con cui me stessa concilia con me stessa allora dobbiamo anche, assolutamente, menzionare quel suo maglioncino nero (semi-cit).

Mi ero resa benissimo conto che il tipo aveva qualcosa che me lo rendeva abbastanza caro. Quello che non avevo capito era che questa specie di affetto fraterno si sarebbe trasformato in una considerazione piuttosto articolata su quanto un solo essere umano, nella fattispecie lui, possa essere così smodatamente, fastidiosamente, maniacalmente, eccessivamente sexy.
Non pensavo bene del sesso da tanto tempo.


Il tipo in questione (e non in uso: è un post platonico) è il bel professore di scienze e metafisica. Materia meravigliosa che, essendo io leggermente ancorata a certi argomenti, posso descrivere come un tentato coito (sì, ancorata a questi argomenti -ma è il prof a portarmici) tra una certa metafisica e la meccanica quantistica.
Ovviamente, inutile dirlo, la cosa investe tutta la mia perversa curiosità.

Oggi tra tutte le evidenze empiriche e le formulazioni metafisiche più favoleggianti io non ho fatto altro che pensare, filosoficamente però, a quanto quel maglioncino nero, che il prof aveva deciso, colpevolmente, di indossare, per distrarmi, personificasse l’istanza dell’universale sexy nel giovane, occhialuto, professore.

Tanto per spiegarlo meglio “istanza dell’universale sexy personificata nel prof” significa semplicemente che l’idea platonica (avete presente quella storia della caverna e delle idee pure di cui gli oggetti reali sono solo “gradi” o, appunto, istanze?) di Sexy non si trova affatto nell’iperuranio ma si trova espressa nella realtà e precisamente nella persona-prof. che, appunto, non è solo sexy ma è Sexy.

 

Me stessa si concilia benissimo con me stessa anche se tutta questa storia la rende profondamente incoerente: alle idee platoniche (o agli universali) non ci crede per niente ma ha deciso di credere, in aperta parzialità, al Sexy-sexy del professore.

27 settembre 2011
646 Storie tragiche

Arriva quel certo momento in cui la bilancia si blocca. Non ci si può far niente, succede. E fallimentarmente succede quando la dieta ferra che portavi avanti da mesi, brillantemente (e diciamolo) segnando anche i decimi di calorie delle gomme da masticare, perché scrivere è meglio che respirare, inizia a stufarti e a lasciarsi infrangere.

Metodo sperimentale: darsi la colpa di meno cose possibili.

 

Le possibili strade da intraprendere, in una così difficile situazione, diventano tre.

Si può interrompere la dieta, pensare che il risultato in fin dei conti è abbastanza soddisfacente così e adattarsi a una specie di mantenimento finché non si sarà pronti per ricominciare.

E’ una strada che non può far per me, è chiaro. Io voglio la perfezione di tutto, non un'approssimazione.

 

Laseconda strada, poco applicabile in realtà, consiste nello stringere la dieta. In parole poche bisogna farla più ferrea. Però se è già molto stretta la cosa risulta difficile oltre che stressante. Scartiamo.

 

E poi c’è la terza via. Quella che ho lasciato per ultima perché è la mia scelta: intensificare l’attività fisica. Diciamo che a convincermi è stato il significato, applicabile a me, di quel “intensificare”. Per una che al massimo della sua carriera sportiva (oltre la pallavolo ma probabilmente era un’altra vita) fa delle corsette di tanto in tanto e senza costanza o metodo "intensificare" ha quasi lo stesso valore di “iniziare”.

 

Ed eccoci giungere al tema del post: il mio primo, drammatico, giorno in palestra.

 

Già sentirmi dire che io me medesma me è stata in palestra mi fa un certo effetto. Non mi ci vedo poi molto come tipa da palestra.

Anche perché non ho i capelli giusti. Servono lunghi che prontamente puoi raccogliere in bellissime code, che poi, altrettanto opportunamente, sembreranno sconvolte e sudate ma senza aver perso un minimo di lucentezza e meravigliosità. Invidio quel genere di ragazze.

 

Io non so nemmeno bene cosa si intenda per scarpe da ginnastica. E infatti credevo significasse “qualsiasi scarpa non abbia tacco, non sia un sandalo, una scarpa estiva o una ballerina”.

E poi, per uscire dal problema, io ho un paio di Converse! Credevo fossero certamente scarpe da ginnastica. A quanto ho imparato stasera invece no, non lo sono. E che categoria di scarpe sono scusate? Ah, quanto fa male la consapevolezza: il mio mondo non è più lo stesso dopo questa informazione.

 

Comunque io il primo giorno, che poi era ieri, sono andata in palestra forte delle mie Converse. Ma nessuno ha notato come non fossero le scarpe giuste: credo per mancanza di tempo.

Io, lunedì, sono entrata in palestra verso le 17.30. Sono andata nello spogliatoio (in cui non mi spoglierei mai e poi mai, ovviamente) e in nemmeno 3 minuti, mentre prendevo consapevolezza dell’ambiente, ho visto almeno 4 tette. Io e la femminilità non ci piaceremo mai: “orrore”, ho pensato. Quindi sono uscita dallo spogliatoio diretta nella sala attrezzi. Ho guardato la sala attrezzi. E nemmeno tutta, solo l’inizio, le prime macchine, le tipe coi capelli giusti, gli uomini coi muscoli e quelli senza che però avrebbero voluto farseli e poi, senza pensarci due volte, con la premeditazione scritta nel fatto che non avevo lasciato nulla nello spogliatoio, ho girato le spalle a quel mondo e sono uscita, fulminea, dalla porta (scatti atletici, altro che palestra!).

Non credo fossero nemmeno le 17.40.

Ben dieci minuti di presa visione della palestra: avrò perso un kilo?

Uscita da lì, tanta la frustrazione, sono entrata nel triste supermercato vicino e ho comprato una gialla pesca. E l’ho pure mangiata: davanti la palestra, come a voler sfidare qualcosa, magari il muro.

 

Non è una vera storia tragica, lo ammetto. Punto primo perché ho parlato di pesca e non di tavoletta di cioccolata-consolatoria (che è una marca, quasi) e punto secondo perché non è stato un addio ma solo un “meglio prendere la cosa per gradi”.

 

Stasera molto più consapevole delle cose che avrei visto (tette in primis), senza pesche e a un orario in cui il supermercato era già chiuso, e quindi non avrei potuto comprarle, ci sono tornata.

 

E, oltre ad aver scoperto l’inappropriatezza delle mie scarpe (quando mai qualcosa di me è appropriato?), ho passato un’intera ora (senza scappare quindi -si chiama progresso) a salire e scendere come una cretina dallo step, agitando anche le mani al (non) ritmo di musiche non meglio precisate.

Ah sì, se c’è una cosa che proprio non ho è il senso del ritmo. E mi scoccia anche, francamente.

 

Non è stato tutto il male che pensavo, riassumiamo così. Domani, se riesco a non fuggire, riprovo ad andare nella “sala attrezzi” (che spero sia un termine molto tecnico e che mi renda molto “persona da palestra” –quella stanza dove si concentrano gli sforzi massimi, quella con le macchine) mentre ho già prenotato una lezione di spinnig che so, benissimo, mi ucciderà.

 

Vorrei un gelato alla cioccolata-consolatoria adesso, grazie.

letteratura
14 settembre 2010
483 La solitudine dei numeri primi

Le persone non sono numeri.

Per questo non rispondono a leggi precise, a regole numeriche e logiche.
Quindi te lo aspetti: ti aspetti che basti un gesto, uno sguardo, un'infinitesimale parte di volontà a far ruotare le cose, a far ruotare la logica.
Perché le persone non sono numeri no? Lo sai.

Ti aspetti quindi il finale, il bel filale, proprio lì, proprio nell’ultima pagina.
Dopo tutta la sofferenza, il dolore e i pianti che ti sei fatta con i protagonisti proprio non puoi concepire che non ci sia il lieto fine.
E invece, non c’è.

Lo digerisci a fatica, ma alla fine ci trovi lo stesso bellezza.
Anzi, persino capisci. Gli esseri umani non sono numeri, ma i numeri primi, anche tra gli esseri umani, quelli sono numeri veramente, sennò non ci sarebbe tanta particolarità, tanta innovazione nel descriverli.
Perché i numeri primi non possono decidere di comportarsi da persone e continuare comunque ad essere numeri primi, devono scegliere, anzi, non sceglieranno, questo è il punto, rimarranno numeri primi per naturalità.

Poi decidi di vedere anche il film.
Bum. Il lieto fine, come lo volevi tu.
Incredibilmente stonato ormai.

Il film è pregevole, come il romanzo.
Onirico, di incubi, delicato, sussurrato.
Triste.
Anche troppo reale.

Se c’è una regola che osservo quando devo “scrivere una recensione” è quella di scriverne appena finito il film/libro/cosa che intendo recensire.

Mi piace aver ancora negli occhi le immagini, le critiche, i profumi e i sapori.

Mi piace avere la mente intrappolata, assorta, totalmente immersa.

Mi piace, in poche parole, essere ancora lì, legata alla storia.

 

Trovo difficile dire qualcosa con un senso critico di un libro, film attualmente, come la solitudine dei numeri primi, quindi, nonostante io l’abbia letto quasi un anno fa e lo abbia visto sabato, sono arrivata fino ad oggi per scriverne.

 

Farei un torto al libro (o, anche, al film) se trattassi dei temi che sono, non narrati, ma spalmati in esso.

Già perché cose come il male sotterraneo, la nausea di vivere, l'ingiustizia degli eventi, la tristezza lenta e soffocata di una vita, senza le storie di sottofondo appaiono sempre banalità.

Quindi scusatemi se non riesco a trasmettere quel mondo sottostante, quel colore, quella costruzione che fa da base alle vite dei due straordinari personaggi.

 

Questa è la chiave di lettura giusta secondo me: il raccontare una nausea di vivere (che non è solo un tema interessante e denso di richiami letterari, primo fra tutti Madame Bovary, ma è una realtà, e non troppo distante da tanti, anche moderna) sulla base di due vite, togliendo tutto il patetico, il generale, lo stereotipato.

 

I protagonisti hanno infatti tutto il valore della non banalità.
Autolesionismo e anoressia forse, come spettri interiori, non hanno tutta questa innovazione, ma le motivazioni così ben delineate, quelle interne, quelle che spingono a detestarsi, sono di una tale sottigliezza che è difficile non trovarci assoluta originalità.

Mattia e Alice.
Legati da uno strano silenzio, dalla particolarità di capirsi senza aver mai condiviso le cose a voce troppo alta. Legati da tutta una schiera di personaggi negativi che gli ruotano intorno, che gli causano male, tutto il male (che sia bene?) oppure, al massimo, tanto inermi da non poter cambiare nulla, nemmeno volendo.


Il personaggio più negativo in assoluto è la madre di Mattia, il ragazzo, un genio, che si auto lesiona.
Mattia è un ragazzino di nemmeno sette anni, a cui la madre ha affidato la responsabilità, quantomeno morale, della sorellina ritardata. Lui è schiacciato dalla responsabilità, schiacciato dalle limitazioni che l’aver sempre dietro una sorella così comportano, per un adulto, figurarsi per un bambino.
Una giornata piovosa e una Torino bagnata fanno da sfondo all’inevitabile dramma.
Invitati ad una festa Mattia lascia la sorellina in un parco dicendole di aspettarlo lì.
Desidera essere per una volta solo, unico, normale.
E, infatti, per la prima volta in vita sua Mattia si diverte.
Quando ritorna a prendere la sorella lei non c’è più.
Inutile cercarla, inutile disperarsi.

Si è divertito per una volta nella vita: una che è troppo.

Da quel giorno la madre inizia ad odiarlo e a non volerlo in casa.
Così, intelligente come pochi, Mattia finisce a lavorare in Germania.
Mamma, mostro, contenta.

Non è la debolezza del personaggio a infastidirmi tanto ma è quella costante incapacità di farsi schifo.
Perché “la colpa” è solo ed unicamente sua.
Incapace di prendersi cura di sua figlia veramente e incapace di amare sufficientemente l’altro figlio, incapace di, una volta successo il dramma, prendere la responsabilità con le mani.
Totalmente e irrimediabilmente orrenda, senza indulto.

Non capisco questo pessimo gusto di far figli quando non si è capaci a farli vivere serenamente.
Non basta l’impegno, mi spiace.
Non basta il dire “eh, ho fatto del mio meglio”.
Non basta dire “buonafede”.
No, perché sono vite quelle con cui giochi, perché creare un’infelice è come uccidere qualcuno.
Mi fa rabbia, e non solo cinematograficamente parlando.
Vabbe', ho deviato.

Dall’altro lato c’è Alice.
Con motivazioni profonde quasi ossimoriche al destino che c’è in un nome tanto spensierato.
Lei si dedica ad un gioco interno.
Un gioco sadico, uno di quelli più orrendi che si possa fare con se stessi.
Punirsi, punirsi, punirsi.
E trovare quindi altre colpe per farlo.

In bilico tra la colpa e la rinascita, costantemente.
Costantemente piena, stracolma, nauseata dal niente.
E reagire con il fisico sembra essere l’unica soluzione.
Perché è più facile, non serve pensare.

Nemmeno a dirlo, una storia che mi ha toccata profondamente.

Vabbe’, che ve l’ho raccontato tutto?
No, manca la delicatezza di due strade che non si toccano ma si sfiorano, manca la genialità dell'autore, mancano le vite, quelle vere.
Cose che non vi posso raccontare io: ci vuole un premio Strega.

Ma non andate a vederlo, il film dico, non prima di aver letto il libro, almeno.

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE