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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
23 gennaio 2015
Esistono

Esistono tempi che mi mancheranno per sempre, e il tempo contenuto in queste pagine è uno di quelli. Qualcuno dice che le persone come me, nostalgiche di professione, lo farebbero comunque, a prescindere dai tempi che si son passati e agli attimi contenuti in quelli.

Tante volte ho pensato di tornare e tante volte mi son chiesta perché volessi accanirmi su qualcosa che è morto di cause naturali. Nel silenzio di qualche notte son tornata comunque, in silenzio, a leggere quanto scritto e far i conti con quanto è restato. Ci sono episodi che non ricordo più e commenti di cui ricordo persino anno e giorno. C'è un momento in cui ho imparato a scrivere in italiano e ho smesso di rispondere ai commenti "un caro saluto". Pensare a "caro saluto" mi fa sorridere, era il motto che si usava tra i blogger quando, nel 2008, approdai qui. Ci sono persone: alcune, molte, le ho conosciute; con qualcuna ci ho flirtato; con qualcuna ci sto ancora flirtando. Altre le ho incrociate in posti diversi, alcuni con sorpresa, altri con meno. Mi fa felice notare che con ogni persona di questo blog, almeno importante, ho mantenuto i contatti in un modo o nell'altro. Manca solo la Silver Silvan, ma non so se insulta (carinamente però) ancora in giro.

Non so che m'è preso e perché sto scrivendo. Sarà che ieri mi è venuta nostalgia e ho pensato a come sarebbe andato tutto se avessi fatto o non fatto alcune cose. I se sono inutili per definizione, lo so, ma pensarci rimane sempre un cantuccio caldo.

Va be'.

Va tutto bene, per quanto possa andar bene la totalità insomma, e son certa che nessuno se lo stesse chiedendo, ma forse la mia lavanda sì. Che ho fatto in questi anni? Ho imparato a scrivere "va be'" pare, e poi un sacco di sesso*.

(*) no, mento, chiariamolo subito.

24 aprile 2013
Due di notte e mi è tornata l'inappetenza per il dormire. Proprio ora che avevo stabilito un certo ritmo. Interrotto da chissà cosa. Dal rumore, ogni notte, di una goccia d'acqua che sale le scale. O così mi viene in mente...

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18 aprile 2013
Sole fuori e noia dentro decidono che lei uscirà. Si lava, veste e controlla i capelli. Si guarda allo specchio. Infila dei libri, un telo e una bottiglia d'acqua nella borsa dal colore viola indefinibile. Si allaccia le scarpe. Molto nere, che ha comprato proprio per comodità. Mette la...

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14 aprile 2013
Ed è sempre più spesso domenica notte. Una cosa che mi infastidisce molto. Nessuna voglia di dormire, un gatto che mi fa le fusa sulle gambe, una sigaretta appena spenta e tanti pensieri. Nessuno che mi vada. Penso all'amicizia. Cose che ho imparato in 24 anni: tutti ti sono amici, tutti sono...

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10 aprile 2013
Roma, via del corso. Il lungo città del commercio. Un luogo aperto al traffico, coi marciapiedi stretti e sempre pienissimo di persone. Persone che comprano, persone che guardano, turisti persi, turisti sulla retta via, artisti di strada. Costellato di negozi prestigiosi e di negozi da qualunque...

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4 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

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4 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

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28 febbraio 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

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permalink | inviato da LadyMarica il 28/2/2013 alle 14:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 febbraio 2013
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20 febbraio 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

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16 gennaio 2013
Ancora noiosità, però ben scritte

Fa, l'amato psicologo, dice che la rabbia è paura.
Definizione che mi ha colpito molto e subito. La rabbia la credevo un sacco di cose ma paura, quella no. Forse lo è.
Attualmente per me la rabbia, quella di questo momento, di stanotte, è solo adrenalina. Non un sentimento quindi, non veramente, ma un eccitante. Forse la rabbia da lacrime è paura, paura di perdere qualcosa o di far qualcosa, ma la rabbia senza lacrime, quella che accelera i battiti cardiaci, attiva i neuroni (in me quelli maligni) è pura e semplice adrenalina, destinata a lasciar il posto al niente, forse a trasformarsi in serenità. Per carità, non dico non faccia male al momento, non dico non mi turbi, lo fa, come qualsiasi emozione (negativa o positiva), ma più che veramente triste mi sorprende.
Un tentativo di sottrarsi? Mah. Quello che provo attualissimamente è una meravigliosa sorpresa per l'immensità del mio provare, un misto tra paura ed eccitazione su quanta capacità io abbia di sentire cose che hanno sicuramente una collocazione fisica, ma anche delle ripercussioni mentali.

I fatti son difficili da riportare anche se per amore di chiarezza forse dovrei.
 Il mio problema, troppo stupido o troppo etico, è che se li racconto io, i fatti, ovviamente avrete solo la mia visione delle cose. Il blog è mio e quindi la mia visione è mia, son d'accordo, però non posso, per essere serena io dico, escludere il contraddittorio. Ci provo, ma tenete conto che sono la mia versione, lei sicuramente direbbe la sua.
Ulteriore litigata con un'amica. Il suo problema era la gelosia nei confronti miei e di un'altra ragazza. E la gelosia porta a un sacco di cose, anche a dire cose che poi si racconta non si pensano (ma si pensano!), cose che mirano a far male e magari ci riescono anche. Un po'. Poi la ferita smette di bruciare anche se ci continui a buttare il sale perché cicatrizza forse, ma più probabilmente perché restando invariata l'intensità di un rumore continuo si finisce per non sentirlo.

Sono arrabbiata, e questo lo diciamolo, ma nemmeno arrabbiata, ho solo voglia di mandare la ragazza in questione a fare in culo. E perché non lo ho fatto? Perché non lo farei mai? Perché non lo sto facendo nemmeno ora? Perché nel mio personalissimo mondo non è corretto. Nel mio personalissimo mondo le persone non si mandano a fare in culo, non si insultano, non ci si sputa sopra. E poi perché, nella mia egocentrica e presuntuosa idea di me, io mantengo la mia classe da lady (che è il mio buon proposito, al contrario di Marica che è il mio pessimo punto di partenza) anche, e soprattutto, quando gli istinti (sbagliati, ripeto) mi pulsano la testa.
Fa, sempre l'amato psicologo, domani mi cazzierà su tutto ciò.

Quindi sentirmi dare della stronza, della persona infantile, della presuntuosa e saccente e di tante altre cose in un nuovo messaggio (perché oramai la parola scritta è un mezzo molto più comodo, soprattutto a taratura di coraggio, per insultare) di posta elettronica non ha sortito grandiosi effetti. E sarò pure tutte quelle cose, come un complimento, che vale a seconda di chi lo pronuncia, probabilmente anche un insulto vale alla stessa maniera, dipende cioè da chi lo dice. Quello che ne ha sortiti di più sono state le conclusioni, per me ipocrite, della ragazza in questione, che mi dava consigli per il mio futuro (?) e mi augurava una serena notte. Prima mi insulti e poi mi mandi la buona notte? Vabbe', l'umanità per me è un mistero immenso. Meraviglioso solo a giorni alterni, quando sono chiusa sui libri, con poco contatto umano. Io, a cui la rabbia fa l'effetto “parolisticamente stronza”, ho risposto che i suoi auguri mi facevano veramente piacere: esattamente, mi facevano piacere tantissimo solo poco meno l'aver vinto a turista per sempre. Ah sì, su questo sono di una presunzione infinita: certe volte do delle risposte da volermi proprio bene. Anche se non era tutta farina del sacco mio mi congratulo con me per attingere bene, da bene fonti e di saperle usare con tanta disinvoltura.
Poi mi congratulo anche per un altro fatto: per non aver usato l'argomento, vincente, che so benissimo le avrebbe fatto molto male. Io lo conosco bene e potevo nuotarci dentro, volendo, potevo spezzettarglielo addosso e invece non l'ho fatto. Forse lei lo ha fatto coi miei di argomenti (senza il forse), usando frasi mie che le avevo detto come “paure”, ma io non ho osato. Un po' perché conosco l'argomento e so quanto fa male, un po' perché io ho un controllo morale elevato anche se non credo alla morale. Scusate se faccio la presuntuosa e mi appendo medaglie da sola, ma dopo aver passato le ultime ore a sentire quanto schifo io faccia credo che riconoscermi qualcosa, e vantamene silenziosamente nel mio mondo di lavanda, possa essermi di qualche consolazione.

Non è un bene così o un male così. Non so dare un giudizio positivo o negativo, io so solo che in passato slegarmi da persone che mi avevano fatto male mi ha dato del bene, so che non ci posso far niente, che sono tappe. Volevo un 2013 di odio tanto per citare un post? Che abbia inizio? Ma è ancora solo un fastidio, che ora riempie di adrenalina ma che scemerà.
Il mio più grande desiderio, attualmente, è non provare alcun rancore per l'accaduto, perché il rancore è una reazione e io sono per le azioni: cancellare la rabbia, i torti e le parole sentite, farsele scivolare come un punto di vista, questa si che sarebbe una bella azione.

15 gennaio 2013
Controllare il non controllo

Fumo una roba elettronica che sa di tabacco ma non lo è e ho sempre voglia di accendermi una sigaretta.
Mangio verdure cotte all'acqua e ho sempre voglia di abbuffarmi di tutto il resto.
Penso a un sacco di futuro, di cosa è giusto e cosa meno, di cosa voglio cambiare, di cosa dovrei cambiare e di chi dovrei escludere dalla mia vita ma non arrivo mai a una decisione. Poi le cose fanno il loro corso e, senza avere il mio consenso, io realizzo o meno, frequento o smetto di farlo, compio passi o mi trascino indietro. E più spesso di quello che vorrei non dipende dalla mia totale volontà. Non so se capita solo a me. Non spesso, non sempre, decido quello che poi faccio. A volte gli eventi prendono il sopravvento. Ma nemmeno gli eventi esterni eh. Mi interrogo per giorni, ad esempio, se una persona mi fa più male che bene, decido di non decidere nulla e poi qualcosa per me ha già deciso e mi allontano, soffrendone, senza aver modo di farci nulla. Come quando decisi, piangendo, di non vedere più un uomo con cui avevo una qualche frequentazione. Non era, ai tempi, una decisione che posso dire mia, era una decisione che qualcosa di me aveva preso senza nulla chiedere alla mia capacità di decidere. Certe volte c'è da rimanere affascinati dall'istinto di preservazione. Se questo non facesse soffrire una qualche altra parte, non meglio identificata, di me.

Questo non significa, fortunatamente, che io poi non possa tornar indietro, cambiare queste “costrette decisioni” o far di tutto per impegnarmi per procrastinarle o, in qualche caso fortuito, eliminarle, questo significa solo che non scelgo sempre, con mia grandissima frustrazione, come comportarmi, a volta, ci sono costretta dal non poter far altro. Fa, l'amatissimo psicologo, sarebbe entusiasta di sapere che a volte in me prevale quella cosa che non si chiama razionalità (emotività? Istinto? Sopravvivenza?) ma sarebbe anche abbastanza divertito da sapere che la cosa mi crea un turbamento isterico perché mi proibisce di aver quel maniacale controllo che io tanto ricerco su tutto.

E torniamo, di filato, al cibo. L'immensa soddisfazione che provo nel non mangiare se non un'unica volta al giorno, per esempio, altro non è che questa smania di avere il controllo ossessivo delle cose. A cosa porta una sete di controllo così pressante? Ai giorni in cui il controllo viene meno, i giorni di liberazione, i giorni in cui strafare è l'obbligo. E questi giorni non possono avvenire per presa decisione, questi giorni vanno aiutati, incoraggiati da qualcosa. L'ultimo, mio, ritrovato è l'alcol. Quindi il venerdì sera, dopo un digiuno dell'intero giorno, un solo bicchierino di rum mi dà alla testa, ovviamente, e mi fa perdere qualsiasi tendenza maniacale al controllo. Ovviamente non sono (ancora?) una persona dipendente da rum o da alcol in generale ma, se per star felici, se per lasciarmi andare, mi serve un incoraggiamento del genere, un offuscamento, potente, della mente, allora è possibile che qualcosa non vada in quella. Non è un problema il rum, non è un problema che mi faccia effetto “leva controllo maniacale”; il problema è aver bisogno di offuscare i neuroni per permettermi una serata libera a settimana. Bevono in molti una volta a settimana, magari due, ma il problema è che loro lo fanno per divertirsi mentre io lo faccio per essere senza mente. Sarebbe intelligente, invece, usarla la mente, e usarla bene. Usarla per il controllo, quando serve, e usarla per sfogare qualche libertà quando serve quello. Per una che ha passato 20 anni, più spicci, a non controllare nulla e che ha passato gli ultimi due a controllare tutto forse la pretesa, chiamata anche equilibrio o serenità, di gestire il controllo e il non controllo razionalmente, dosatamente è più grande di quello che mi sembra.

Forse questi post così spiegano, e giustificano, assenza di lettori e commentatori. Torneremo meno grasse e meno noiose di prima, prometto.

10 gennaio 2013
L'unica cosa sensata è il grassetto
Scusatemi. Avevo ripreso a scrivere con quasi assiduità e poi, gli eventi e le cose, mi hanno spostato di prospettiva. Ma questo blog, l'ho capito dopo averlo chiuso tante volte, non lo mollerò facilmente. E' più facile che il cannocchiale chiuda in effetti.

Sono successe cose. Ma quando non succedono cose? 

Il peggior Natale che io ricordi ha condiviso lo spazio con il peggior periodo che io ricordi, poche esclusioni da poter aggiungere. E non le aggiungerò.

Oggi pomeriggio sono entrata a casa mia e ho trovato la porta distrutta e non apribile. Ho chiamato un fabbro che l'ha aperta facendomi entrare nel regno della barbarie. Qualcuno in questo periodo natalizio ha fatto festa con casa mia. Sbigottimento, un po' di isterismo, ma niente di grave: c'è solo un po' più di disordine del mio solito. Il momento peggiore è stato quando, guardando la libreria, non ho visto i miei gialli libri ADELPHI e ho pensato li avessero rubati. Ho pianto isterica per 20 minuti, poi li ho trovati nel caos più avanti. Illibri non hanno solo un valore economico o affettivo, hanno anche il valore del sudore. Li ho letti, sottolineati, amati e odiati. Quei libri, non altri. Non sono sostituibili.

Qualcuno mette le mani nella tua roba. La sensazione, per me, è stata di sentirmi esausta.
Poi Fa., il mio già citato psicologo, ha messo le mani, due ore più tardi, dentro di me. La sensazione è sempre di sentirmi esausta.
A fine serata leggo qualcosa che mette le mani nella mia emotività. Sono ancora esausta.

Di recente ho discusso (ma poi risolto) con un'amica. Qualcuno di saggio mi ha detto, e io lo cito a ricordo: “quando si litiga vengono fuori molte cose, cose che non si vorrebbero dire. Non che non si pensino, bada bene, cose che si pensano ma che si sa bene che non andrebbero dette.”

Io ci penso.
La cosa che mi rattrista di più è che io tendo a crederci a quelle parole. Fa., in proposito, dice che io sono una masochista esperta e che quindi farmi far male da queste cose è per me essenziale; io dico che quella ragazza ha sottolineato esattamente i lati che io stessa temo di me.
Coincidenza? Ma non è più logico pensare che lei abbia ragione? 
Finisce che mi arrabbio con me stessa: sei talmente tanto inutile da lasciarti definire da qualcun altro?

Non so, ci penso.

Oggi prendendo la posta ho trovato un pacco giallo per me. Conteneva un libro. Sapevo doveva arrivare. Apro il pacco e rimango molto male. All'interno c'è solo il libro: non un bigliettino del ragazzo che mi manda il suo libro. Poi apro il libro e non c'è nemmeno una dedica a penna, scritta da lui. Io non le apprezzo, le dediche sui libri, però so che da lui me la aspetto. Boh. Ci penso. Improvvisamente non gliene importa niente della nostra amicizia (o del rapporto che io, per semplicità, chiamo amicizia)? Quindi leggo la dedica stampata, quella posta all'inizio dei libri dall'autore. Ed è lì che rimango a bocca aperta. Dice, tra le altre: “A Marica, la donna della mia vita”.

Ora, io per questo ragazzo provo un bene infinito e grande stima e lui lo sa; lui, invece, pensa di amarmi, sbagliandosi ovviamente (o almeno secondo me). Ammetto che la dedica mi ha emozionata. Leggere il mio nome così, quando non me lo aspettavo minimamente, leggerlo scritto come se fosse una cosa importante, su un libro stampato, bé, è emozionante veramente.

Penso spesso a questo ragazzo. Un ragazzo fantastico, un ragazzo di cui potersi fidare tutti i giorni, un ragazzo che mi vede persino bella (aumentare qualche grado agli occhiali da vista no?), un ragazzo a cui ho visto fare dei cambiamenti enormi (interni ed esterni) solo per piacermi di più, per piacermi ancora. Nessuno, credo, mi dimostrerà mai tanto affetto. Il punto è che certe cose, come i sentimenti, uno non li può “fare” perché è la soluzione migliore possibile. Per una come me è più importante tendere, sempre, costantemente, alla soluzione migliore possibile che ottenerla. O così credo, attualmente.

Bene, cose senza conduzione. Bene, si fa per dire.
25 dicembre 2012
Le cose di qualsiasi Natale
Prendendo spunto da un link su fb intitolato “le sette cose che mi fanno rosicare del natale”, io vi descrivo le 5 cose per cui a Natale, spesso, ho desiderato di morire:

1) quando durante le settimane prima tutti i conoscenti mi lanciano biechi segnali sui regali che mi hanno fatto, distruggendo quella ipocrita idea di sorpresa della carta regalo e obbligandomi a ricambiare il dono.

2) quando, alla apertura doni, i regali ricevuti non hanno minimamente l'aspetto di quello che mi avevano convinta a ritenere. Ti aspetti una bambola gonfiabile? E aprendo il pacco di becchi una barbie. Uguale, sì, ma solo nell'idea.

3) quindi ringraziare, con la faccia più felice del mondo, nascondendo quella delusione di stampo infanzia per quel regalo che non avresti mai voluto ma su cui ormai avevi fantasticato. Quindi ti tocca aggiungere quelle frasi senza senso come “grazie, non dovevi”.
No, infatti, non dovevi, mi avresti risparmiato un sacco di sofferenza.

4) quando mi costringono a far un regalo a delle persone estranee, che ho visto 3 volte in vita mia, senza dirmi nemmeno cosa potrei regalargli.
Io personalmente finisco a spendere soldi a caso per qualcosa di insignificante, vinta dall'indecisione.

5) qualche vecchio che, mentre io sono impegnata a pontificare in solitudine, nell'angolo vicino al camino, sulla depressione che mi mette Natale, mi parla della sua lombo sciatalgia paragonandola al ciclo mestruale femminile, argomento che, più di ogni altro, odio, detesto e mi crea conati di vomito inguaribili.

Senza numero: che a Natale, un sacco di gente, si scorda di votarmi per questo concorso senza fine.

Sì, buona Natale, ma speriamo di bypassarlo l'anno prossimo.

11 dicembre 2012
[Lei] Senza domenica
Per chi se lo fosse perso sono iscritta a questo concorso. Oramai ho anche capito cosa posso “vincere”. E nonostante io sappia che le possibilità non esistono ho deciso di essere insistente.

Mi votate cliccando qui e il cuoricino. Sì, è così. E grazie.


Non lo so che voglio dire né quello che non voglio dire.

Un cono d'ombra, il mare, una domenica senza averne l'aria. Un caffé che non riuscirò mai a pagare io. Ottengo una cosa che voglio da 4 anni e qualche mese. Chissà poi se l'ho ottenuta veramente. Perdo punti, quei pochi che avevo, nella conversazione. Muoio di freddo e quindi devo trovare una toilette. Costantemente per tutto il pomeriggio. Sono un disastro completo col freddo. Ho la bocca secchissima e mi si spaccheranno le labbra.

Viaggio in macchina, col sole sugli occhi, fastidioso quanto piacevole.
Il semaforo è rosso e io ho scordato le sigarette a casa. Non troverò niente di aperto per comprarle. Io che dimentico a casa le sigarette. Qualcosa non sta andando razionalmente. Posso sopravvivere per qualche ora senza accendere niente, spero. Mi guardo intorno. Vedo dalla fila davanti a me, una macchina scura, spostarsi a destra per accostarsi. L'uomo, seduto alla guida, si è accostato, a quanto vedo, solo per baciare la ragazza sedutagli vicino. Non ho idea di che rapporto ci sia tra i due, mi metto a pensare. Solitamente, nel traffico, se trovo davanti a me due che si baciano gli suono un tantino prima che scatti il semaforo e me la rido guardandoli staccarsi in velocità. So che è un divertimento quasi scemo, ma sono più coraggiosa seduta in macchina per essere orribile. Questi si sono addirittura spostati. La coppia nella macchina scura si bacia senza prestare attenzione all'orologio. Non hanno alcuna intenzione di ripartire. Li guardo e penso a un sacco di cose. Lo hanno già detto a se stessi che, quasi sicuramente, non vogliono entrambi le stesse cose dall'altro? Se lo sono detti che molto probabilmente uno dei due finirà per non ottenere ciò che vuole? Mi chiedo se gli piaccia in egual misura. Ma penso anche che, se non gli piacesse in egual misura, non piacerebbe a nessuno dei due, lo si sentirebbe. Li guardo e penso che sono una bella coppia, esteticamente. Sono proporzionati, direi. Lui è molto alto, ha mani e braccia grandi. Lei non è così alta ma nemmeno una bambolina. Il bacio è lungo. Non sembra il primo, ma non lo so. Certo sarebbe divertente sapere che lui ha accostato veramente solo per baciarla. Ma è mai possibile che possa succedere una cosa così? Suvvia, quanto può essere vero? Mi chiedo se io non abbia interpretato male quello che guardo. Mi chiedo se, forse, avevano litigato prima.

Domenica senza averne l'aria, il sole e il mare. Il cono d'ombra che mi infreddoliva il sole, adesso mi scalda anche le mani. E io con le mani calde sono una novità.
Devo ancora cercare un bagno ma paziento.
Ho le labbra umide.

La macchina scura, con i due che si baciano, è ancora accostata ma io ho smesso di guardarli facendomi convincere dallo scattare del verde.
Viaggio in macchina e penso. Alla strada direi se qualcuno mi fosse seduto vicino per chiedermelo.
Spero che sia stata. Spero che non sia. Mi chiedo perché faccio cose che so benissimo essere poco logiche: sperare qualcosa, invece che vivere l'attimo è tempo perso.

26 novembre 2012
Ho detto sì ai limiti
Ci sono parole che hanno valenze. E ci sono parole che hanno valenze codificate dalla morale comune, dallo stereotipo etico, dalla maggioranza.
Coerenza è il mio esempio preferito. La coerenza viene vista come un qualcosa che si deve avere. Per forza. Si deve essere coerenti soprattutto a qualsiasi costo. Meglio coerenti che intelligenti. Ma questo, secondo me, è scortese verso la condizione umana. Gli uomini sono fatti per essere mutevoli. E per fortuna. Essere ostinatamente coerenti significa limitare la mente umana nel cambiare idea, essere ostinatamente coerenti significa essere molto più che ciechi. Si può assumere la coerenza, arbitrariamente, come valore etico, certo, però, secondo quanto ho pensato (e non lo faccio più così spesso), è un valore che sacrifica troppe cose e che quindi va, se non abbandonato, almeno indagato e ridotto. La coerenza non solo sacrifica quella meravigliosa capacità umana di sbagliare, cambiare e comprendere, la coerenza sacrifica anche l'essere, di un uomo (uomo-donna ovviamente), una moltitudine e non un'unità. Ogni parte di noi (fisica e mentale) ha una sua funzione, una sua logica, un suo modo di sentire: far coincidere tutte le parti, obbligatoriamente, in un'unità, coerente, è privarsi di sentire il molteplice, il caos, Dioniso. E volevo citare Spinoza invece sono finita tra le braccia del mio Nietzsche.

In nome della coerenza uno può giustificarsi a rimanere di un'opinione sbagliata, per non dire idiota, anche per sempre.

Il punto del post erano i limiti, non la coerenza. Però la mia campagna d'odio alla coerenza, che non riceve mai consensi ovviamente, mi ha spinto a cianciare fuori tema. Quindi scusate, ma datemi ragione.

Limiti, al plurale, è un'altra parola dalla valenza preimpostata. Avere dei limiti ha (o meglio gli danno), una valenza negativa. Eppure io non sono molto d'accordo nemmeno su questo. Avere dei limiti è condizione fondamentale affinché i limiti si superino, o, come preferisco, cambino, mutino, sfumino. Sembrerà un nulla ma secondo me non lo è. Una persona senza limiti non ha la possibilità di affrontarsi e di comprendersi. E' come per un quadrato: toccare, analizzare, osservare il limite esterno significa, un po', fare in conti con l'interno, significa soppesarsi meglio, calcolare l'area. I limiti sono fondamentali per dare un'idea alla persona di quello che è, di perché ha quel limite, di perché non ha l'altro limite, del dove vuole spingersi e del fino a dove. Insomma, il limite garantisce un po' che la persona possa fare i conti con la propria interiorità, soprattutto, senza perdersi. Una persona senza limiti è come una persona senza difese.

Inoltre, ma questa è una presa visione più personale, le persone senza limiti non sono propriamente interessanti. Chi non ha lottato con i suoi demoni, chi non ha ampliato, modificato, cambiato le finitezze della sua personalità, non ha granché di interessante da dare, comunicare, trasmettere.

Sempre andando sulla mia visione personale, poi, non avere limiti è un po' come non morire, vivere in eterno. Una cosa disprezzabilissima. A vivere in eterno si perde l'attimo, si perde l'irripetibilità del momento, si perde l'unica cosa meravigliosa della vita: l'effimero. Una persona senza limiti è una persona per cui il tutto è come il niente, per cui buttarsi da un palazzo con un elastico ha la stessa emozione del non farlo. Non avere alcun limite, secondo me, è avere un limite insuperabile, il limite dell'assolutezza.

Io, come si sa, di limiti ne ho inenumerabilmente tanti. Ho limiti che sono mutati nel tempo, limiti che ho smesso di avere, limiti che ho acquistato ex novo. Superabili se voglio, insuperabili se non voglio per la maggior parte. Ho limiti che non vorrei avere ma che non riesco a togliermi con facilità (potrei fare l'esempio del rilassarmi completamente, ma è un esempio che non voglio fare e che quindi sto facendo). Ho limiti che non vorrei, possibilmente mai, smettere di avere (per esempio riuscir a tollerare, razionalmente, le religioni e il cristianesimo di più oppure il pensarmi come madre, per carità).
Poi ho dei limiti, fortunatamente, nel campo sessuale. Ed è il mio esempio migliore. Perché sono quei limiti che mi permettono (almeno a livello ipotetico-fantasioso) di provare a giocarci, superarli, tararli. Se non li avessi, penso io, mi divertirei molto meno.

19 settembre 2012
La regina dei multipli del mutismo
Con tono quasi seriamente interessato occhi di pozzo mi domanda: «con la dukan hai finito, giusto?» E poi leggermente più piano, quasi a voce bassa, aggiunge: «Dai, dimmi che hai finito!»
A mente lucida so benissimo che non gli interessa, ma trovo la domanda iniziale e l'esclamazione finale, compreso l'abbassamento di tono, un balsamo di dolcezza.

Dolcezza from occhi di pozzo to LadyMarica? Uhm, non in questo mondo, signori.

Secondo lui non è una dieta sana e la sua voce, in quella sequenza precisa, mi vuole far credere a un poco di interessata, ed educata, preoccupazione.
Non che si strappi gli occhi (peccato, li conserverei volentieri sulla mia scrivania per quanto son belli) però è meglio di niente.

Non glieli vedo gli occhi oggi e un po' mi dispiace ma li ricordo bene. E io sono in pigiama. I suoi due occhi in cambio del mio pigiama? E’ il dubbio che mi assilla per tutto il tempo, ma rimango al solo audio.

Come al solito ottiene in risposta i miei pensieri e il mio mutismo d'accatto.

«E il sushi?» E' ostinato col cibo oggi. «Lo mangi ancora?»
Ancora il mio mutismo, ma ora è d'attacco.
Mormoro piano un sì, tanto per confermargli che lo sento.

«Siamo su un programma che simula un rapporto telefonico funzionante attraverso l'internét», penso senza dirlo ovviamente, e pensando anche, più sotto, a quanto questa frase per indicare skype potrebbe piacergli, «e tu mi parli di diete, di cibo? Trovo a fatica le parole per rispondere alle cose meno personali, anche alle considerazioni sul tempo e proprio l'argomento che meno affronterei con te mi devi sbattere sul naso?».

Di lì si diramano altri due filoni di pensiero: che il mio naso non mi piace e che si è allungato nell’ultimo anno, eppure io non mento; e che non mi dispiace parlare con occhi di pozzo, qualsiasi argomento esca fuori dal cilindro, anche se prova a convincermi a indossare un costume da margherita.

Lui continua, dopo il mio sì, e credo di doverlo ringraziare, uno amante della crudeltà, ma non credo che occhi di pozzo non lo sia, almeno un po’, avrebbe mollato la conversazione e io mi sarei mangiata le unghie pensando un modo per rianimarla, per dire qualcosa di intelligente: «guarda che non devi rispondere a monosillabi come se ti vergognassi: il sushi lo approvo!»

In me qualcosa sprofonda e riemerge. Tipo un serpente marino. Il mio istinto primario è un mutismo di conservazione. Non devo dire niente, non devo nemmeno fantasticarci sul maledetto verbo "approvare". Che poi, io lo so, è quella prima persona singolare che mi fa letteralmente parlare serpentese. Approvo. E, il mio serpente marino interiore si specifica che anche il “non approvo” gli farebbe fare il bagno a largo.

Il mio mutismo di non compromissione tiene un’aringa contro la me sfacciata. Vince lei, non si sa per quale moine verso i giudici. Il mutismo oramai di broncio si nasconde da qualche parte e la parte sfrontata di me dice ad occhi di pozzo: «non hai la minima idea di quanto quell’ “approvo” sia sexy». Sexy non è il termine giusto, però ci si avvicina. Occhi di pozzo ride, non riesco a ricordarmi se mi pare un riso curioso o un riso di chi ha capito. Cerca di spingermi da qualche parte, così mi sembra, quindi forse è un riso che mira a capire.
Cerco il mutismo nascosto ed è per quello che rimango zitta: un mutismo di ricerca?

Mi vorrei lasciar spingere francamente, in quello che c’era di nascosto in quel “sexy” per esempio, ma non posso: ho il pigiama, sono spettinata e gli occhi di occhi di pozzo in versione foto ricordo celebrale non riescono a fottermi. Dovrei dirglielo ma ho ritrovato il mutismo. Dovrei dirglielo che quando mi fissa, anche se non glielo lascio far spesso, il mio serpente marino si agita per quegli occhi fottenti e non più per la linguistica.

11 settembre 2012
Questioni di cibo
In macchina, tornando a casa da una cena di pallavolo, pensavo che avrei parlato della mia ritrovata serenità in questo lunedì. Invece devo dire che una volta tornata a casa ho scoperto che non sono serena, non veramente.

E’ stata una settimana, quella passata, intensa, positivamente, ma anche invivibile. Piena di cose, di persone, di emozioni ma anche emozioni non particolarmente piacevoli.
Non c’è stato un giorno in cui ho cenato a casa, non c’è stata una notte in cui ho dormito, andavo a letto alle 8 di mattina e mi svegliavo alle 14. Senza normalità alcuna. E’ divertente se lo fai un paio di volte, vero, diventa un po’ spaventoso se lo fai tutti i giorni. O almeno, a me ha spaventato. Mi sentivo una voce nella testa dirmi: che vuoi fare nella vita? Passare le notti a ubriacarti con gli amici?
Così ho deciso che era tempo di tornare alla normalità. Anzi, normale non sono e si sa, ma a orari decenti magari sì, potevo tornarci.

Così ho mantenuto il mio non fumare (e sono più di 7 giorni oramai), ho ricominciato a studiare (poco, troppo poco) e cerco di dormire a orari decenti (sono le 2, lo so, ma non diventeranno mai le 4). A tutta questa ritrovata voglia di una retta via ho aggiunto una dieta un po’ esasperata.
Una parte di me mi chiede se non stia pretendendo un po’ troppe cose, un po’ tutte troppo insieme.

Quella che mi pesa di più, attualmente, è la questione cibo. Sarà che il digiuno di oggi mi ha fatto bene, a mo’ di privazione dopo il troppo, ma a questa ora mi sta praticamente mandando in panne il cervello. Che poi è un simil digiuno, siamo seri, ho mangiato un'insalata alla cena di pallavolo.

Non so se la soddisfazione che mi darà domani mattina la bilancia possa essere paragonabile alla frustrazione di stanotte. Ma i primi giorni, dovrei saperlo, sono così.

La modalità di stasera funziona più o meno su: “perché?”. Perché lo sto facendo? Per dimagrire, okay. Ma oramai non è più una questione, la mia, di essere normali, oramai lo faccio per un capriccio estetico. E mi importa veramente così tanto? Non so dirlo. Mi importa piacermi sì, ma fino a che punto non mi importa di più il piacere? Certe volte ragiono come, o sono portata a ragionare come, se tutto dipendesse dalla magrezza. Ma non è che la magrezza mi darà rapporti soddisfacenti, non è che più sono magra e più troverò il mio posto nel mondo, non è che se sono magra smetterò di soffrire per delle banalità, non è che se sono magra studiare mi costerà meno fatica.

Oppure uso tutti questi non è che giusto per permettermi di lasciar perdere la dieta. Non lo so. Non so se ho ragione e in quale delle due versioni ce l'ho.

Non so, saranno complici gli sbalzi ormonali, ma stasera sono portata al “meglio sarebbe non essere mai nati. Meglio sarebbe, se si è nati, morire presto”.
Preferibilmente però dopo aver mangiato, magari una pizza.                                                                                                                                                                                                                                                                           
Sì, non penso a niente altro che al cibo stasera, ma domani, dopo aver mangiato, starò meglio.

18 agosto 2012
Partenze e procrastini
Mandatemi a dormire.
Oramai non dormo da più di 38 ore. Dovrei decidermi, e francamente ho già deciso, ma non posso partire per una settimana e non dire a questo blog quanto mi mancherà.
La meta è Praga, il mio umore è il solito umore pre-partenza (lascio i luoghi, i visi, le abitudini –certe volte non capisco se sia sentimentalismo o abitudinarietà e soprattutto non capisco se mi preoccupi più la prima o la seconda), il rientro è previsto per poco prima di fine agosto.
Non credo che rimarrò senza una connessione ad internet nemmeno decente per tutta la settimana però non potrei giurarlo.
Dovrei andare a dormire, è vero, però dovrei anche parlarvi degli avvenimenti degli ultimi giorni, delle mie mani che si muovono, di schiene complicate, della mia mente ferma, per quasi 5 minuti, da idiota imbarazzata, di sensazioni e di sensazioni sbagliante. Tutto questo merita una trattazione ampia, io lo so, e certo può aspettare visto che il mio sonno, invece, non riesce a smettere di farmi storie. Spero solo di non perdere niente di tutto il caos che mi riempie in questi giorni. Spero che Praga mi conceda una pausa giusta, al momento giusto, dal troppo, dalle emozioni straripanti, da tenerezze di cui non conosco il rumore, da tutto questo tempo accavallato, confuso, enorme per quanto imbevuto di cose.


3 luglio 2012
Biondezza
Signori, spero vogliate perdonare quanto segue. Siccome leggevo, come da post precedente, Allen, ho pensato di fare un tentativo e macchiarmi le mani con un racconto. Credo che sia una schifezza, francamente, purtroppo non sono brava con i racconti. So giocare con le parole, ma creare un testo interessante, ben scritto e coerente decisamente mi è difficile. Qualcuno dice che è solo questione di esercizio, io non lo so, ed è per questo che ho tentato e tenterò ancora (minaccia?).
Buona lettura, siate spietati tranquillamente.


Loretta Bensivoglia praticava la buffa tradizione di voler sapere come finisce. Così immaginava e pensava, facendo sforzi non indifferenti, che se qualcosa va avanti da così tanto ed è sempre stato su un filo spesso di non si sa bene cosa, senza mai cadere nel vivere e senza mai cadere dalla parte opposta, nel dimenticato, senza quindi aver possibilità di essere messo in un bel catalogo di ricordi, grammatura compresa, allora a lei non sembrava giusto prendersi il potere di intervenire.
Loretta Bensivoglia quindi attendeva. Non con smania di spettatrice compulsiva, piuttosto con un freddo ma educato interesse: che qualcuno tiri i dadi o la catena!
Una volta Loretta Bensivoglia aveva accettato di darsi al gioco. E così si era trovata l’unica invitata diversa a una festa di compleanno: era la festa di una papera gialla ed erano state invitati solo donne e uomini biondi. Lei non aveva il colore giusto di capelli, ma avrebbe giurato di essere capace di mimetizzarsi con l’abito e una bella birra bionda in mano. La cosa peggiore però era che a invitarla era stato l’uomo con cui sia aveva che non aveva avuto una relazione. Esattamente non ce l’aveva avuta, ma approssimativamente avevano sfiorato il tanto nominato sesso troppe volte. Solo al telefono, in realtà, non evitavano di dirsi le peggiori porcherie ricordabili: tipo il «voglio guardarti mentre ti mangi le pellicine delle unghie» o cose di questo stesso genere. Il cosa però non era poi così importante, era importante che entrambi arrivassero all’orgasmo.
Si erano conosciuti a un matrimonio. Meglio a una organizzazione, truffaldina, di single ai matrimoni. Giovani e meno giovani, donne e uomini, poco biondi e molto biondi avevano fondato una compagnia di single che, per via della forza in virtù dell’unione, riuscivano a sapere dei matrimoni estivi e a imbucarcisi con un abito affittato o prestato, nei casi fortuiti. Erano spinti a partecipare ai matrimoni per poter osservare da vicino il vero amore, certo, ma molto di più, per il cibo gratis e il sesso facile ricavabile dalle cerimonie. Perché per l’amore e il romanticismo si può far tutto, ma è molto più conveniente se è un tutto che non richiede dispendio economico. A quel famoso matrimonio in cui si erano conosciuti Loretta Bensivoglia era andata a sua unica sorpresa: non aveva gran bisogno di sesso o di assistere ai romanticismi eccentrici ma aveva il frigo inesorabilmente vuoto. Ed aveva una gran sete quel giorno. Così si era seduta casualmente con questo biondo ed era finita per mangiare poco.
La festa della papera era stata decisamente più divertente. Loretta Bensivoglia, come detto, aveva accettato di andarci dopo attenta riflessione. Da quando, infatti, aveva erroneamente calpestato un paio di occhiali da vista, non suoi, aveva smesso di vedere così bene, per simpatia più che altro. E quindi era sempre più affascinata dalle pareti di casa sua. La festa era stata organizzata la sera del 14 luglio, ma con tutti quegli invitati gialli si levava una grande e fastidiosa luminosità. Loretta vide le ragazze bionde, gli uomini biondi, le papere bionde e poi la bionda per eccellenza. La fidanzata in carica del suo uomo dei matrimoni altrui. Mica perché fosse gelosa, solo per la sua sensazione che così doveva fare, Loretta uscì violentemente di senno e chiese, brutalmente, al cameriere una birra mora. Lui le rispose, ovviamente, di poter servire solo bevande bionde. Lei pensò allora che avrebbe potuto interrompere la dieta: certa gente, invece di sopportarla, se la sarebbe dovuta mangiare.
Non concretizzò mai il proposito perché aveva sete. Fu solo quando la bionda in carica le si avvicinò per far notare, agli altri, che presentarsi mora a una festa di biondi era come mangiarsi un agnello in chiesa il venerdì santo, che Loretta trovò la soluzione a un sacco di problemi che non sapeva di avere.
Cercando un bel coltello affilato sentenziò che era una festa di oche. E chiese mentalmente scusa alla papera festeggiata. Siccome la era il 14 luglio 1989 Loretta Bensivoglia non se la sentì di non rispettare le tradizioni non sue e scelse di incidere i corpi dalle arterie giugulari. Un invitato per volta, un bicchiere a invitato, senza confusione. Ogni arteria tagliata sorprendeva Loretta. Ogni bicchiere era, per la vista affaticata di Loretta, uno scuro Bloody Mary: in ogni biondo c’è qualcosa di moro. Mai Loretta Bensivoglia, prima di allora, aveva sacrificato il suo senso della misura: fece una eccezione con la bionda in carica bevendo due bicchieri del suo rosso Bloody Mary. Poi si sentì in colpa per gli eccessi.
Quando la polizia arrivò, trovò Loretta Bensivoglia presa a far le sue scuse, in grande sincerità, alla papera gialla per aver monopolizzato i suoi invitati. Quella però non rispondeva essendo di plastica.
Da quel giorno Loretta Bensivoglia smise di avere problemi in generale. Ci mise veramente poco a trovare affascinanti le pareti della sua cella e le guardie carcerarie iniziarono a trovarla simpatica e a evitare che vedesse o parlasse con colori di capelli troppo chiari.


[E' ovviamente un racconto di pura fantasia. Solo la storia del compleanno della papera è un evento "reale" capitatomi, ma niente altro]


30 maggio 2012
Diagnosi autocertificate
Ho scoperto, e guarda tu che grande nonché molto scientifica scoperta, che il mio disturbo psichico non solo è catalogato e annoverato chiaramente ma è anche molto famoso.
E mi va bene dover avere un disturbo psichico, per carità, meno bene mi va essere così fortemente banale. E’ un po’ come morire in macchina mezzi ubriachi di sabato notte: morire mi va bene ma in una scena così banale decisamente mi rifiuto. O morire di cancro ai polmoni. Scusate, ma per una fumatrice è decisamente la morte più banale e pubblicizzata pensabile.
Quindi il mio disturbo da me medesima accuratamente diagnosticato si chiama: “sindrome di personalità borderline”. Come l’ho diagnosticato? Semplice, ho tutti, con un’unica esclusione, i sintomi richiesti da quella fonte del sapere costituita da wikipedia.

Eccoli qui, personalizzati per voi da una mente che non ha molto altro da fare che cercarsi malattie.

1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;

Decisamente uno a zero. La mia più grande paura è essere abbandonata da qualcuno in modo definitivo. Una settimana fa una mia amica, per farmi uno scherzo orribile, ha minacciato di smettere di rivolgermi la parola. Ci sono stata male anche quando mi ha detto dello scherzo. Ancora adesso ogni tanto le scrivo per assicurarmi che sia tutto okay. Non avrebbe motivi per iniziare a odiarmi eh, però io evito, appunto, anche gli abbandoni immaginari.

2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;
io ogni volta che leggo i sintomi mi chiedo se non abbiano fatto la descrizione esattamente su di me. Io mi innamoro delle persone, credo che siano finalmente le persone perfette e poi, improvvisamente, magari fanno una cosa minimale che però a me fa distruggere qualsiasi castello. Inizio a svalutare la persona, fino a sparire. E succede così in qualsiasi rapporto, che sia "amore", amicizia o una semplice conoscenza.

3) alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;

Questa è meno oggettiva, devo dire però che mi accorgo di non mancarla completamente. Per fare un esempio io riesco ad essere convinta a qualsiasi esame in cui col senno del poi prenderò trenta che non so nulla. E non è che faccio finta o lo faccio per difendermi, io proprio ne sono convinta, sono convinta mi bocceranno. E questo è quello che noto io. Poi ci sono gli altri. E gli altri mi dicono spessissimo che quello che io vedo di me non corrisponde a quello che è. Secondo me hanno dei problemi di gentilezza eccessiva, certo, però certe volte mi trovo a pensare a quanto io sia e non sia oggettiva. Ma non ci capisco mai niente, non illudiamoci.

4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere oltre misura, sessualità promiscua, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate etc.);
Chi mi conosce sa che non devo aggiungere niente nemmeno a questo di sintomo generale e lo sa anche chi è stato attento in qualche post. Io non lo ripeterò. Basta dire che se c’è una cosa che so fare è danneggiarmi così e senza controllo.

4) ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;

Ecco, questa mi manca almeno nella sua forma più grave. Non minaccio, non mi auto minaccio e decisamente non tento il suicidio, non ancora. Certo non posso dire che io non abbia comportamenti “auto mutilanti” nei miei confronti però: sono peggio di una qualsiasi signorina molto nazista per quello che riguarda me e le cose che mi permetto di fare o di pensare.

5) instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente più di pochi giorni);
e anche questa la segnamo tra quelle che ho. Instabilità affettiva è quasi un eufemismo per me. Già detto al punto 2). Possiamo aggiungere, così, per completare in quadro, che mi lego a poche persone e mai più di un periodo di tempo brevissimo. In più prediligo i rapporti in cui l’altro “tende a darmi poco”, quelli penosi, difficili, oscuri. Il tutto ovviamente è accompagno e a volte dipende anche dall’umore. Io sento qualsiasi sfumatura di varibaile.

6) sentimenti cronici di vuoto;

e questa è la peggiore di tutte. Soffro di vuoto ogni singolo giorno e da quando mi ricordo. Forse tranne tre mesi dello scorso anno, ma vabbe’. Sentire il vuoto significa sentire di non aver niente a cui aggrapparsi, significa non credere in niente, non vedere luci, non distinguere male e bene, bello e brutto, freddo e caldo, fame e sazietà. Significa che tutto è nulla. E’ straziante e fortunatamente non tutti lo capirebbero.

7) rabbia immotivata ed intensa o difficoltà a controllare la rabbia (es. frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici etc.);
ecco, questa è quella che mi manca totalmente. Io mi arrabbio difficilmente, difficilmente mi dura per più di un paio d’ore e mai e poi mai picchierei qualcuno. Non ci sono motivi, semplicemente arrabbiarsi è provare qualcosa e io, francamente, lo faccio difficilmente. A volte mi arrabbio, ovviamente, ma succede solo quando qualcuno mi imbroglia.
Sul farmi picchiare, signori, lì affrontiamo un’altra storia.

8) ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

Sintomi dissociativi transitori io? Nono. Mi convinco solo di avere mali incurabili, perdo tempo a cercare i sintomi su internet per potermi confermare la diagnosi e alla fine mi ordino pure una bara e i fiori. Perché i parenti che mi seppellirebbero li ho, ma sono troppo snob per fidarmi del loro gusto.

Ehm, che dicevo sul fatto che mi invento diagnosi e poi le confermo cercando i sintomi su internet? No perché anche questa in effetti non è che ci vada molto lontana. Però devo dire che ci prende alquanto, non solo per questi sintomi generali ma anche per altre piccole cose che è meglio che io tenga private.
Tanto private che farò un esempio. Come si cura la sindrome di personalità borderline? “Con la terapia anche se essa sarà difficile per via dei continui abbandoni del paziente”.
Marica, raccontaci un po’ del perché non richiami il tuo santissimo psicologo? Forse solo perché non sai come giustificarti per aver abbandonato la terapia un'altra volta? La quinta per la precisione.

23 maggio 2012
Pillole di cinema (qualche ultimo film visto) II

(oggi sono di manica larga)

Soude Code, film, credo, poco conosciuto, del 2011. Il finale è abbastanza prevedibile ma è perdonabile visto che in effetti non c’erano tanti altri modi per mettere fine, una bella fine, alla trama.

Non lento nonostante le scene obbligatoriamente rivissute. A metà tra un film scientifico e uno filosofico. Gioca con la meccanica quantistica e i molti mondi. Interessante in quel suo genere.
8/10

The Avengers, 2012. Piuttosto che andare a vedere un film sui supereroi mi sarei sorbita tutto il compendio di psicanalisi di Freud. Nonostante io e Freud non ci intenderemo mai.

Però poi, spinta dal fatto che oramai avevano scelto il film e il mio voto contava, ingiustamente, come un solo voto, ci sono andata. Incredibilmente mi è piaciuto. Divertente, originale, molto pieno di buoni sentimenti. Non un film che riguarderei spesso, anche mai, però è allegro, coinvolgente, decisamente da sabato sera. Anche se io devo averlo visto di venerdì. Premio speciale al supereroe Ironman: un po’ Tersite, un po’ Achille, sicuramente umano.
7/10

 

Quella casa nel bosco, 2012. Il titolo è quel che è: un facile richiamo a un survive molto americano e molto splatter. Il tipo di film dalla trama inesistente, idiota e pieno di horror che io personalmente guardo solo per avere quella certa angoscia, su stampa horror, che si sostituisce all’angoscia ben più reale.

Amaramente però questo film non era nemmeno questo, non era nemmeno un solo horror. Il regista ha voluto mischiare troppe cose, ha sperato di far un film horror innovativo riuscendo invece solo in un film poco horror, poco innovativo, poco articolato, poco interessante. Accozzaglia di mostri che per quanto sono troppi non fanno più nemmeno paura, accozzaglia di “stili di mostri” (che poi è pure peggio), pochissima trama, pochissima verosimiglianza, pochissimo gusto. E poi la scelta di mischiare pagliacci assassini e zombi a figure mitologiche la trovo veramente deprimente: almeno alla fantasia dei greci lasciamo la sua originalità!
3/10

 

Provaci ancora Sam, 1972. Basterebbe dire solo Woody Allen? Un tempo magari sì, oggi, visti gli ultimi film, probabilmente no. “Provaci ancora Sam” però è geniale, fatto e girato con quello humor che solo nei film di Woody Allen si riesce a trovare, ironico, a tratti esasperato, a tratti anche troppo reale. Diversamente dagli altri film (almeno tra quelli che ho visto) è poco surreale, ma in effetti la cosa ha un ché di vantaggioso. Assolutamente da guardare, forse il suo miglior film.
9/10

 

To Rome With Love, 2012. Per carità. Woody ma perché mi fai questo? La devo prendere sul personale? Film stampato sulla commedia facile. Il tocco di genialità di Woody Allen è imbavagliato in soli due, marginali, ruoli: quello di Benigni, uomo comune che diventa famoso e vive la drammaticità della fama passeggera; e quello dello stesso Allen.  Benigni è l’uomo medio, felice di famiglia e lavoro, che viene risucchiato dalla fama. Diventa famoso per il nulla completo (il surreale alla Allen c’è!) e cambia lavoro, donne e priorità. Per poi ripiombare nel vuoto di un’esistenza che prima accettava, si faceva piacere, e adesso lo deprime. Un ruolo grottesco, straziante anche se la gente in sala rideva della grossa.  Allen è invece un allestitore di spettacoli musicali molto creativo ma costantemente confuso con cretino. Se sia genio o idiota difficile da chiarire.
Il resto dei personaggi li ho quasi completamente dimenticati, giusta fine per della robetta così insulsa.
5.5/10

 

Butterfly effect, 2004. “Ci sono cose che non devono essere cambiate”, recitava lo spot per promuovere il film: di grande impatto, ma più dopo averlo visto. L’effetto farfalla è una teoria, o parte di una teoria, secondo cui anche piccole variazioni possono influire enormemente sui massimi sistemi. Il film esplicita l’assunto, matematico più che altro, con un espediente mentale, anche ‘sta volta quasi filosofico: il protagonista mediante dei diari riesce a tornare indietro nel tempo e a modificare piccole cose. Tornando nella realtà (nel futuro?) le sue scelte creano dei cambiamenti immensi capaci di distruggere la vita intera delle persone. Adorabile la concatenazione degli eventi, l’intreccio così difficilmente scioglibile delle vite che il protagonista cambia, distrugge e rimodella.
Ci sono cose che non devono essere cambiate, appunto. Veramente ben fatto.

9/10

Butterfly effect II, 2006. C’è una regola che dovrebbe valere universalmente e che dice: “se un film ti è piaciuto evitati il sequel”. E io la regola la conosco ma non la applico mai. Butterfly effect II non ha nulla della genialità del primo, nulla della teoria “effetto farfalla”. E’ semplicemente un viaggio temporale improbabile, senza ancore matematiche, filosofiche o pseudo-scientifiche. Non ha nulla nemmeno dell’articolata trama del primo, si svolge ed esaurisce in un arco temporale più limitato intrecciando solo due vite e non una complessità di esistenze.

Perché rovinare un bel film con un sequel tanto tremendo? Per gli incassi, immagino.

Nel 2009 è uscito, ovviamente, anche il terzo giro. Ancora non ho trovato il coraggio di scaricarlo.

2/10

3 maggio 2012
La non dieta (II)

Secondo me questa parte, rispetto alla precedente (che trovate qui) è meglio.

La non dieta è un modello alimentare o stile alimentare, chiametelo come volete, non so quanto famoso.

La regola è molto semplice ma ogni volta che tento di spiegarne il funzionamento le persone mi guardano dubbiose e mi chiedono di cosa farnetico. Quello che bisogna fare per seguire la “non dieta” è semplicissimo: mangiare quando si ha fame e fino a quando si ha fame. E’ esattamente, oramai si capisce, lo stile naturale dei veri magri. L’idea “teorica” di fondo è altrettanto semplice: riportare il nostro organismo ad avere, nei confronti del cibo, il comportamento naturale; bisogna quindi imparare (re-imparare) a distinguere la fame da tutti quegli stati emotivi, ormonali, mentali o vitali che, nella società occidentale (ma si può sempre dar colpa alla società?) si placano con il cibo.

 

Non è credibile. O almeno per me non lo era così tanto. Pensavo: non si può pensare di perdere peso mangiando quello che si vuole con l’unica regola di fermarsi quando non si ha più fame!

 

Però mi sbagliavo.

 

E torniamo un poco indietro. Torniamo alla mia dieta fai da te da 500 calorie giornaliere. La mia dieta aveva una pecca. Non avevo considerato la mia reazione nel “dopo”.

Già, perché quella del “riprendere i kg dopo le diete ipocaloriche” è un’altra cosa troppo detta. Non è una cosa totalmente falsa, solo è riportata male. Non è affatto vero che dopo una dieta ipocalorica il metabolismo è così tanto rallentato che qualsiasi cosa si mangia si riprendono chili. La cosa funziona un po’ diversamente. Il problema è che più la dieta è restrittiva più, appena ci si concede un pasto/giorno/periodo libero, più, in quel periodo, la nostra mente/corpo cercherà di rifarsi di tutte le privazioni sostenute.

 

La mia dieta, che volete, io riporto sempre il mio caso personalissimo, è durata dal 21 febbraio 2011 al dicembre di quell’anno. Circa otto mesi senza nessuno, e lo dico con un pizzico di soddisfazione, mai, nemmeno per sbaglio, piccolo sgarro. Era abbastanza ovvio, ma io non me lo aspettavo, che appena mi fossi presa una pausa avrei fatto qualcosa di inenarrabile.

 

E così è stato.

Più mi dicevo che avrei interrotto la dieta solo un giorno, solo due giorni, solo una settimana, più accumulavo bollini rossi (sì, io segno i giorni rispetto a quello che mangio: bollino rosso = disastro). Per giorni e giorni, tutto dicembre e metà gennaio, ho lottato così, con la mia volontà di dieta e il mio bisogno mentale di cibo calorico. E così ho iniziato un ciclo di, diciamolo, minchiate. Alternavo digiuni completi e giorni di abbuffate senza fine. Lacrime, vomito, sensi di colpa e tutti i rimedi più imbecilli per cancellare il peso.

 

Ecco la conseguenza negativa di una dieta come la mia: ad un certo punto ci si dimentica che cosa si sta facendo e perché. A me di essere bella non è mai fregato niente però essere normale, quello sì, mi è sempre importato. Mi ero dimenticata, in breve, che il punto non era il peso, il punto era star bene emotivamente prima ancora che fisicamente.

 

Così mi sono scontrata con altre diete. Meno fai da te e tutte un po’ folli. Già, perché se c’è una cosa che non sopporto è la dieta stile mediterraneo, quella con gli 80gr di pasta e il cucchiaino d’olio, la dieta “tradizionale”. Io l’olio non lo tocco se non in casi particolarissimi e direi che faccio solo bene. Se si ha paura per la pelle meglio una mandorla. L’insalata fa schifo anche con l’olio mentre le zucchine vanno benissimo con la soia o il curry o solo lesse (vabbe’, queste sempre idee mie di “dieta”).

 

Il tentativo direi più eclatante e peggio riuscito è stato il mio mese, forse due, di dieta Dukan.

 

La Dukan è un’altra dieta dal funzionamento semplicissimo. Anche un’idea eccellente devo dire per il dimagrimento. Consiste nel mangiare solo determinati alimenti, proteine più che altro, senza limiti quantitativi. Ho constatato, facendola, che non è una dieta semplice da mantenere come potrebbe sembrare: a mangiare pollo alla fine ti stufi e anche se in commercio esiste l’aroma al panettone direi che non è proprio convincentissimo. Cosa peggiore, poi, la Dukan non è una dieta adatta a tutti. Il mio organismo, tanto per fare un esempio, non la tollerava molto.

 

Quindi abbandonata la dieta Dukan e senza la forza di ricominciare un’altra ipocalorica ho passato un altro mese, forse qualcosa di meno, con le mie solite minchiate: digiuno, abbuffata, vomito.

 

Poi ho deciso che non potevo continuare ad abbracciare la tavoletta del water ogni tre giorni e così ho scritto a melarossa, un sito internet di diete. Loro “prescrivono” una dieta ipocalorica mediterranea (quella col cucchino d’olio –che tra le cose del mondo che odio è una delle peggiori, direi), quindi non mi hanno aiutata tanto con la dieta ma mi hanno aiutata con una risposta sul loro sito.

 

In breve dicevano che dovevo pensare un po’ al cibo, alla fame e all’atto di mangiare. E ci ho pensato.

 

Ci ho messo un po’. Ho iniziato seguendo la loro dieta alla lettera, senza omissioni. Ovvero, non solo non mangiavo i cibi non permessi ma cercavo (olio a parte) di mangiare tutti i cibi previsti. Così finalmente si è spezzata quell’irritante catena di digiuno-abbuffata-vomito e ho riabituato il mio corpo (e la mia mente) al cibo giusto. E uso “riabituare”, me ne rendo conto, in modo protettivo: l’ho abituato, siamo sinceri, non l’avevo mai fatto.

 

Dalla dieta bilanciata e ad uso della bilancia costante di melarossa sono quindi approdata nel mondo della non dieta. Posso essere un po’ favoleggiante? E’ un mondo invisibile. I veri magri non sanno di fare “una non dieta” e quelli in sovrappeso/obesi/ex obesi/ex sovrappeso non sempre la capiscono. Io ci sono arrivata per caso. Ogni tanto fallisco eh, assolutamente, però mai in modo tanto grave, fino ad ora almeno.

 

Quindi non conto più le calorie di quello che mangio o non mangio. Ed è un traguardo anche solo in termini di tempo visto che passavo almeno 3 ore a far la spesa controllando ogni singola targhetta (lo faccio ancora in effetti, ma non così ostinatamente). Sono capace di lasciare metà pizza se non mi va più, senza mangiarmene tre il giorno dopo. Con la non dieta ho fatto un mese assolutamente libero, senza contare una sola volta le calorie, senza sentirmi “privata” di qualcosa e non ho preso un etto.

 

Non ho certo risolto in un sol colpo i miei sconfinati problemi alimentari, figuriamoci.

Due sere fa, per esempio, mangiavo una pizza con degli amici e uno, ridendo, mi ha detto: “abbiamo tutti finito e Marica è ancora lì che la guarda la pizza”; e certo quella pizza è rimasta lì, senza che io avessi il coraggio di mangiarmela (chissà poi perché: la mia mente è un luogo di desolazione e tormento!), però ho comunque iniziato a migliorare. Anche in termini di qualità: se una cosa non mi piace attualmente non me la mangio. Che è un ovvietà ma solo per voi gente normale.

 

Rimane solo un punto. Anzi un mezzo punto. Un’opinione personale. Io sono assolutamente convinta oramai che il principio della non dieta sia il migliore anche per perdere peso. Però, chiaramente, è un funzionamento molto più lento e molto più insidioso rispetto a una comune dieta ipocalorica (anche quelle col cucchino d’olio, sì) perché lavorare sulla mente e non sul conto delle calorie è certo più difficile. Quindi io, anche se sono l’ultima persona al mondo a cui chiedere consigli alimentari visto il mio percorso (ancora in atto) parecchio “discutibile”, non la consiglierei a chi deve perdere parecchi chili perché per perdere parecchi chili serve, oltre a volontà e costanza, anche il vedere dei risultati immediati. Meno calorie, meno chili: questa è l’unica regola valida oltre all’ascoltarsi ovviamente (perché qualcosa che fa star male non è buono nemmeno per perdere peso).

 

Concludo, e mi scuso per l’inondazione di parole, con una frase che ho letto non vi dico dove in favore della mia campagna contro l’olio nelle diete ipocaloriche: che senso ha aggiungere grassi in un corpo che cerca di eliminare i grassi?

23 aprile 2012
Pillole di cinema (qualche ultimo film visto)
Pleasentville, 1998
Un film non di prima visione, lo capisco. Però io l’ho visto per la prima volta solo recentemente.
E’ adorabile. La trama, la realizzazione, la sceneggiatura, i colori. Ovviamente romantico-favoleggiante, un po’ “spirito natalizio vendesi” però un buon film in cui passare, letteralmente, una notte insonne.
Tutto qui? Buona la prima.
7/10

Shutter Island, 2010

Filosofico, originale, quasi meraviglioso. Non si può dire molto di più, in realtà, perché svelare anche solo una parte, anche solo un dettaglio, della trama e delle intensioni del regista, è uno dei pochi crimini, come non mangiare Sacher Torte, per esempio, per i quali io, personalmente, istituirei una pena capitale. Da guardare e poi riguardare.
8.5/10

Minority Report, 2002
Sarà che la troppa irrealtà non è il mio genere. Sarà che la troppa azione non mi appassiona. Saranno un sacco di cose ma a me decisamente non è piaciuto. Buono il pretesto, molto filosofico, del destino futuro e della volontà del singolo su di esso. Meno buona la trattazione, meno buona la trama, meno buona la storia. Insomma, se vi capita a tiro potete sempre decidere di fare una passeggiata invece di guardarlo.
4/10

Ragazze Interrotte, 1999
A dispetto di un titolo troppo femminile, troppo facile anche, il film è vincente. Grandi attrici, ben nascosta "l'americanità" della provenienza, trama senza intralci, incoerenze o banalità. Angelina Jolie, premio Oscar per questa interpretazione, veste un personaggio che fa, sul serio, venir voglia di baciarla. E anche la colonna sonora, Downtown dico, merita un moto d'amore.
9/10

Hostel, 2005

Genere splatter/horror, diciamolo subito. Pare, ho letto, che all'entrata nel cinema fornissero anche sacchettini per il vomito per la particolare violenza di alcune scene. Io così cruento, francamente, non l'ho trovato. Certo, qualche scena squisita di bella violenza c’è (e quanto questa frase sia la dichiarazione di una mente deviata non lo diciamo) c’è, ma niente di così mai visto. Però, Hostel, a differenza dei suoi colleghi splatter, che funzionano, più o meno, tutti nello stesso modo, con gli stessi meccanismi nelle trame, gli stessi “colpi di scena” è innovativo e non banale: ed è questo che mi spinge ad alzare un poco il voto.
6/10

Vanilla Sky, 2001
Film con inclinazioni, anche questo, filosofiche-oniriche. Che poi è il genere che preferisco. Un genere che lascia col dubbio, coi pensieri. La trama racconta di come una leggerezza rovini la vita di un bello, ricco e potente Tom Cruise. Ed è per risolvere le cose che il brutto e solo Tom Cruise si imbatterà in belle finzioni e brutte realtà, dovendo e non volendo scegliere. Pregevole.
7/10


25 marzo 2012
Cervelli al buio
Latte e biscotti. Ore 4 della notte almeno secondo l’ora vigente.
Ma mi merito qualche carezza dall’unica persona al mondo che non mi deluderebbe mai: il Signor Gentilini (un uomo che nella mia mente ha un po’ di pancia, i baffi e fa sempre e solo biscotti, senza fermarsi, senza stancarsi, senza invecchiare).

Sabato sera, centro della movida romana (almeno per una che come me è abituata, al sabato sera, a frequentare, al massimo, il centro del suo salone), compleanno di un’amica.
Mi improvviso guidatrice sicura, non timorosa dei parcheggi, mi vesto da donna, che nel mio linguaggio significa proprio sfidare le leggi di natura, non mi trucco ma solo perché proprio mi darebbe l’orticaria, mi infilo il mio cappotto strambo e esco.

Passiamo una normalissima serata. Tutte coppie, poi ci siamo io e una mia amica.
“Pazienza, va così, niente uomo della mia vita nemmeno stasera” sintetizzo con ironia il solito essere l’unica single. Ma non è che, dopo le ultime delusioni, mi dispiaccia così tanto.
Però mi sbaglio e i fatti non ci mettono molto a dimostrarmelo. Al termine della sera, quando i miei stanchi piedi tenuti sospesi dai tacchi di circostanza già bramano calzettoni anti-femminilità e un materasso, il fidanzato di una mia amica mi propone “una cena a quattro”, in un ipotetico futuro che, proprio per il binomio “ipotetico futuro” suona, più o meno, mai, con un suo amico “molto colto, dolce, simpatico”.
Non è carino, questo è chiaro dal “molto colto” fino al “simpatico”.
Bè, ma perché no? Io sono zitella, zitellissima. In piedi ho un bacio senza repliche e un rapporto amichevole che ha firmato per rimanere tale nonostante le mie contrarietà. Dubito che l’amico del fidanzato della mia amica sia anche soltanto interessante, come le citazioni precedenti poi, ma infondo io, me lo ammetto, ho sempre frequentato qualcosa di vicino al meglio. E non lo dico per vantarmene, figuriamoci, io certo non ho alcun merito, lo dico perché ammetto di essere stata molto fortunata dal primo all’ultimo uomo con cui sono “uscita” e di meritarmi, quindi, qualche caso umano.
Soprattutto se il futuro è così ipoteticamente prossimo, continuano i miei pensieri, sicuramente possiamo organizzare.

Ma prossimo che è prossimo, C., il fidanzato cupido della mia amica, decide di chiamare subito il tipo, che da ora chiameremo simpaticamente Mellin, per vedere se gli va di fare subito un salto a bere qualcosa con noi e “a conoscere una ragazza”.
Ho pregato di specificare “poco carina”, dopo ragazza, per non creare brutte aspettative fraudolente, ma nessuno ha acconsentito alla mia richiesta di mercato: meglio scoraggiare prima che deludere poi.
Mellin, contro ogni buona logica, dice di sì, e arriva quasi subito. Io per descrivere uno così il modo ce l’avrei. Però, se dico “morto di figa”, è probabile che scalfisca qualche sensibilità. Lungi da me, però, uno che alle 3 di notte decide di raggiungere un gruppo che non conosce solo perché qualcuno gli ha nominato un’ipotetica ragazza non meglio descritta che ci starebbe ad un incontro veloce, tanto pieno di attività sessuale non deve essere.

Usciti dal locale e in cerca di parchi meno rumorosi e più vivibili, Mellin arriva.
Il primo impatto è, come quasi tutti i primi impatti, decisamente una sofferenza: niente occhiali, niente capelli scuri, niente occhi ricordabili. Mi stringe la mano con fare sicuro, io lo guardo e spero di ricordarmi il nome. Lasciamo il locale, arriviamo a un parchetto (non solo io e Mellin, ma tutto il gruppo), brindiamo con un po’ di spumante stradolce al compleanno della mia amica e Mellin pare non aver la minima intenzione di comunicare.
Poi i miei amici (amici in senso, sempre, "più o meno"), più per svoltare la serata che per vera volontà di giocare a cupido, lo mettono un poco in mezzo.
Ed è qui, proprio qui, che scopro che era la serata per innamorarsi di qualcuno. E non mi ero nemmeno preparata.

Si apre l’atto dell’intervista al Mellin.
Le prime domande sono di routine: anni, lavoro, collocazione abitativa, varie e pure le eventuali.
Poi si apre l’atto delle domande imbarazzanti-volgarei.
La peggiore delle rispose di Mellin è stata alla domanda posizione sessuale preferita: “infondo basta stare dentro”. Qualcuno ha detto che probabilmente il ragazzo “colto, dolce e simpatico” (cit.) intendesse i luoghi chiusi, io, dite pure che è colpa mia, l’ho interpretata un po’ diversamente. Qualsiasi cosa intendesse però il risultato non cambia di molto: la scarsa propensione alla fantasia, le variazioni, la passione per le in usualità e soprattutto per la mancanza di preferenze logistiche inusuali sull’eros sono tutte cose che mi spaventano profondamente.

Si passa, a questo punto, alla domanda del secolo.
Amici: “Mellin, tu fumi?”
Mellin: “no”
Amici: “ti danno fastidio le persone che fumano?”
Mellin: “sì, molto!”.
Un po’ dopo il “no” ma sicuramente prima del “sì, molto” io avevo già tirato fuori, dalla borsa, una lucky strike; ma è solo dopo il punto esclamativo del “molto” che decido di accenderla.

Successivamente, dopo mia richiesta senza voce alla mia amica, si passa alle domande ontologiche. Autori preferiti, musica, film, e di più ancora filosofi. Stavolta Mellin non è l’unico a rispondere, una voce maschile che non avevo notato come contabile, si alza dal gruppo.
Alla domanda sugli scrittore uno dei due risponde qualcosa come “Fabio Volo”, l'altro invece dice “Pirandello”, che non è Dostoevsij, certo, però almeno è uno scrittore per davvero.
Poi c’è la domanda sui filosofi. Uno risponde qualcosa come “Einstein” (che poi non sarebbe nemmeno una risposta malvagia se ci fosse la minima possibilità di una motivazione), l’altro invece risponde “Platone. Col Simposio”. Non è Nietzsche, siamo d’accordo anche stavolta, però almeno c’è un qualche idea di filosofia. Uno dei due, insomma, mi ha vomitato sulle scarpe, l’altro mi ha prestato qualche fazzolettino umido per pulirle.

Ma è stata l’ultima domanda a incidere, per sempre, il mio cuore. La domanda era semplice: “cosa pensi del giacchetto di Marica?”.
Ora, il mio giacchetto è famoso. Non qui magari, un po’ più su fb. E’ un giacchetto stretto in vita, “bombato sotto” con sopra raffigurazioni di gheise e altri motivi orientaleggianti. Un giacchetto che metto solo io e piace, con qualche eccezione, solo a me. E’ della “disegual” e lo dico non perché io sia una propensa alle marche, per carità, ma perché penso che il nome abbia un qualche "omen" in questo caso.
Io, in tutto questo, mi stavo per scavare una buca e sotterrarmici per qualche mese, niente di definitivo, ma vabbe', questa è solo normalità.
A questa domanda uno risponde “originale” e l’altro “è molto bella epoque”. E signori miei, come potevo non innamorarmente? E’ la definizione migliore che si possa dare dopo “dandy”.

Quando ho finalmente deciso a chi darò il mio cuore, il prescelto, che guarda tu il caso si chiamerà R., e che certo non è Mellin, si avvicina ad un altro ragazzo e lo bacia: è il suo compagno.
Sapevo già, ovviamente, fosse gay ma certo non lo potevo dire prima di tutta questa sceneggiata da post.
E’ una regola incontrovertibile: mi piacciono gli uomini, con l’eccezione di un bacio, con una certa predominante inclinazione al femminile. La cosa che mi stupisce invece è che provo sempre una forte antipatia, sempre con qualche eccezione, per le “donne” (cioè totalmente al femminile).
 
Alla fine Mellin mi ha chiesto se mi andava di lasciargli il mio numero. Francamente non mi andava, e l’abbiamo capito tutti, ma siccome lo ha chiesto davanti al gruppo certo non me la sentivo di dirgli “no grazie, mi piacciono i cervelli” e ho preferito lasciarglielo. L’ho fatto per me eh, specifichiamolo, mica per lui: non potevo permettermi di passare dalla stronza insensibile che sono.
E tutto questo egoismo, anche se a un dio a lieto fine non credere mai (cit.), ovviamente mi ha punita. Perché Mellin mi ha chiesto, dopo il numero, se poteva riaccompagnarmi a casa. Fortuna avevo la macchina dalla mia amica, poco lontana dal parchetto dell’incontro, ma comunque sono dovuta andare con lui, senza possibilità di no. Durante il percorso immagino che qualcosa abbia detto. Non mi ricordo molto se non la solita frase, che mi sento dire da quasi prima di nascere: “tu leggi molto? Bene, leggere fa bene”. E uno che pensa che si possa leggere “molto” (ma qualcuno ha idea di quanti libri esistano e di quanto il tempo, per tutti quei libri, sia infinitamente niente?) e soprattutto che si legga perché leggere “fa bene” è decisamente fuori dalla mia portata.

Però una cosa carina alla fine Mellin l’ha fatta: se ne è andato.
Infondo qui la stronza insensibile non c’è bisogno che io la faccia, è risaputo da desclaimer che lo sono.

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se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

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Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



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