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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
16 aprile 2013
Gioire del “bello” (che non si esaurisce certo nella dimensione estetica) credo che sia un'inclinazione umana per nulla secondaria a quella di mangiare, bere e riprodursi. Ovviamente nel mondo moderno, chissà se primariamente in quello occidentale, il bello viene comunemente confuso con la...

Il cannocchiale mi dà ai nervi ultimamente per le sue continue mancanze. Quindi questo post continua su webnode. Basta cliccare sul titolo.



9 agosto 2012
Alla mia corta, oggi, un corto
Ho fatto, per un breve periodo, il prete in una piccola cittadina inglese. Tutte le domeniche vedevo un bambino con sguardo triste sostare in fondo alla piccola cappella in cui dicevo messa. Una volta, al termine della funzione, mi avvicinai e gli chiesi se qualcosa non andasse. Lui mi rispose che aveva ucciso un cane colpendolo ripetutamente con una trave di legno. Il cane aveva aggredito la sorellina mordendole una guancia. Lui si occupava di difenderla, aggiunse senza perché. Mi chiese allora se sarebbe andato all'inferno. Io gli risposi che Dio avrebbe capito, che avrebbe giudicato la faccenda in tutta la sua complessità. Poi aggiunsi anche che però era necessario si pentisse della sua azione.
Il bambino non si pentì mai: l'unica cosa che lo preoccupava era che all'inferno trovasse il cane ad aspettarlo.

(tratto da Lost)

A dimostrazione che è la punizione a creare l'inferno, e non la moralità.

23 febbraio 2012
[le non parole] Odori di blasfemia
Niente è più coerente del trovare nel salone di un'atea convinta e contenta un gesù cristo, corcefisso, stilizzato  e di carta, attaccato alla libreria. Senza chiodi ma con del nastro adesivo perché qui siamo artistici e umani. Questa è la mia libreria, sì.



Dettagli sul "disegno" (che non ho fatto io).
Il fatto è che è qui da almeno un mese. Né la mia quasi convinta credente mamma, né la signora delle pulizie, né altri hanno pensato di tirarlo giù. Prima o poi, con mia somma irritazione, ci troverò qualcuno a pregarci sotto. Però forse sarebbe anche più blasfemo. Uhm. Mi piace la blasfemia, se non è volgare.



Questo post l'avrei dovuto pubblicare ieri (i cattolici ricorrevano alle ceneri). Ma la valanga di cretinate che ho letto sui "digiuni per amore di gesù" mi hanno seppellita. Oggi sono rinsavita e vi ho portato qualche icona da onorare.

17 maggio 2011
606 [un'atea tra i cattolici] Medjugorje

Agente Lady Marica rientrata viva (si legga atea) anche dalla seconda missione nel covo cattolico, tutti sereni.

Devo ammettere che questa volta ho sfiorato l’isterismo: non è stata una cosa facile, soprattutto visto l'abbandono del fratello traditore.

Riporto la mia testimonianza ora, con le ultime forze rimastemi, prima di far cadere tutto nell’oblio del dimenticato guardando, per lo meno, una trilogia porno. E speriamo ne esistano.

 

Proprio mentre scrivo, vorrei rendervi partecipi, una minaccia catastrofica si abbatte su di me: le moltiplicate e moltiplicabili richieste d’amicizia in fb dei cattolici. Vabbe’ che ci sono modalità della privacy mirabi ma che sono atea è scritto ovunque (direi anche sulla mia fronte) e, peggio del peggio, c’è un mio disprezzo costante dei cattolici che fa capolineo in ogni mezza righetta: come mi salvo? Devo fare una categoria di amici solo per loro e lasciargli vedere solo la mia data di nascita, ho idea. Ci penserò. Loro non sanno che non ho vita sociale e su fb ci vivo, posso fingermi impegnata per un po’.

 

Torniamo a questa lunga serata tra i crocifissi e le preghiere (ho sentito tre padre nostro in un’unica sera, è possibile?). Sono entrata alle 19, dopo una questione spinosa automobilistica (io odio guidare, mai detto?) e sono uscita solo alle 23.

Era la serata del cineforum. Film e chiacchiericcio post film in poche parole. La programmaticità dell’evento è stata ritardata di almeno un’ora causa evento soprannaturale. No, nessuna apparizione della vergine madre nella cappella (il lessico è blasfemo senza le mie intenzioni) ma il ritorno di una partecipante del gruppo da Medjugorje.

 

E’ stato il momento in cui mi sono seriamente spaventata. Vero è che ultimamente non ci vuole molto a farmi prendere paure folli e incontrastabili però la sicurezza con cui la ragazza parlava di ciò che “ha visto”, “sentito” e “provato” mi faceva tremare. Non tanto per me, sappiamo che queste cose mi toccano poco, quanto per quelli che l’ascoltavano, per lei stessa che lo raccontava. Non che mi preoccupi di loro, non sto dicendo questo, non so, mi sembrava una scena dell’orrore con la protagonista che racconta di forze soprannaturali assurde e rende pazzi anche gli altri tutti. Un misto tra la paura che accompagna sempre il sentire prese di convinzioni così forti (niente è bene all'ennesima potenza) e, sembrerò cattiva, un po' di pena. Non posso farci niente, non è un denigrare è che il mio pensare che tutto quello di cui la ragazza è così convinta sia e risulterà niente mi fa provare un po' di pena.

E poi io la ragazza la conosco. Conosco la madre, il padre, il fratello (che è bello, veramente bello, niente altro da aggiungere)  e gli altri fratelli. Conosco le zie. Conosco il clima che ha sempre vissuto in famiglia: cattolici fino alla fine del midollo. Cattolici buoni, per carità, ma sempre cattolici. Capite? Mi sembrava di vedere un misto tra la capinera di Verga e qualche orrenda figura dei film horror sulla religione che ogni tanto sopporto di vedere.

 

La ragazza ha raccontato con un sicurezza che le invidio (nel modo con cui ha raccontato, non nel che cosa) della sua esperienza a Medjugorje.

Mi ha colpita la storia del sole.

La tipa sostiene che alle 18.40 di tutti i giorni ad una delle sei veggenti compaia, puntuale, la madonna. Il chè non mi pare un granché come storia fantasy però c'è un resto. La ragazza sostiene anche di aver visto, a quell’ora precisa, nel cielo, il sole avere degli strani comportamenti: cambiare colore, storcersi, diventare addirittura celeste.

 

Il racconto che ho ascoltato è suggestivo davvero se non fosse per un dettaglio aggiuntivo: questa cosa strana col sole avviene solo quando il sole c’è già. Per dirla meglio: dei cinque giorni in cui lei è rimasta a Medjugorje questo “miracolo” è avvenuto solo una volta, solo quando il sole era già nel cielo per la bella giornata. Questo non significa niente certo, ma se io mi volessi realmente convincere che la madonna appare tutti i giorni alle 18.40 a uno dei sei veggenti non sarebbe ovvio pensassi che allora tutti i giorni un qualcosa di “miracoloso” nel sole si vede anche se il sole non c’è? Boh, che ne so, come minimo per quei pochi minuti il sole dovrebbe farsi vedere per poi tornare il diluvio, o diffondere una luce particolare o boh, qualsiasi altra cosa.

Direi che è più sensato pensare a un effetto ottico dello stesso sole che appunto si verifica solo quando il sole c'è. Suvvia, come forma di miracolo andiamo strettini.

 

Ho visto qualche video (roba di questo genere) e francamente non mi sembra proprio così sconvolgente come da racconto, ma potete guardarvelo da soli.

E poi i miracoli provati da video in internet hanno smesso di convincermi quando penso che c’è chi sostiene che ci siano prove del fatto che un certo santone indiano abbia, boh, trasformato il niente in oro. Credo che il sole celeste di Medjugorje e l'oro indiano trasformato siano entrambe forme di suggestione montata, però volendo si può scegliere anche di crederle tutte manifestazioni reali, contanto anche l'incanto patronum però.

 

(per approfondire l’argomento questo mi è sembrato interessante)

 

La ragazza ha poi riportato le indicazioni che la veggente, la più famosa, quella con l’appuntamento puntuale e giornaliero con la madonna (due delle sei mi sembra la vedano tutti i giorni, gli altri solo per le feste comandate) le avrebbe detto dall’ultima apparizione.

Non vi riporto niente, si trova tutto, esattamente, identicamente, con le stesse identiche parole su wikipedia. Ma identiche -identiche eh!

 

Ho letto un romanzo di Pinketts, pare difficile da trovare, meraviglioso sulle apparizioni della madonna: “il conto dell’ultima cena”. Ve lo presto volentieri.

 

La ragazza ha concluso la testimonianza distribuendo dei regali che ha preso per i membri del gruppo. Ed è qui che arriva il perché io partecipo a queste cose anche se nessuno lo capisce. E no, non ci vado per ricevere rosari gratuiti che poi mi rivendo! Ovviamente i regali non prevedevano me e mio fratello, i nuovi. Un ragazzo allora (non quello carino –nota importante per gli interessati all’argomento estetico) ha chiesto se le corone fossero scelte per ognuno particolarmente e se quindi non potesse dare la sua a noi nuovi.

Vedete? Dove si trovano manifestazioni così particolari di vita?

Su nove persone cattoliche presenti solo uno ha fatto, o pensato di fare, quello che i cattolici consiglierebbero: dividere pani e pesci con noi sventurati senza. Sono certissima di sapere che le endorfine che si rilasciano da una simile cosa sono maggiori rispetto a quelle che tenersi il rosario rilascerebbe ma è la differenza di comportamento, tra lui e gli altri, l'idea così particolare, l'inclinazione al dettaglio del giovane soggetto mi hanno fatto pensare.

E dobbiamo aggiungere che me ne sono accorta solo io. Gli altri erano presi da altre cose e non hanno osservato la domanda fatta in punta di piedi e l’idea che stava dietro. Sì, sono le volte in cui sono soddisfatta di me.

 

Le reazioni umane sono una cosa meravigliosa, cattolici o meno, non c’è niente da fare.

 

Il racconto di questo viaggio, tutto tendente a far emergere l'idea de "la rivelazione di colei che ha visto il miracolo”, mi ha storto particolarmente soprattutto dopo l'espressione "Madjugorje è molto più evoluta di qualsiasi terra anche se erano tutti comunisti: lì non trovi uno che non crede, lì credono tutti". Ah, ma che bella fortuna!

 

Fortunatamente poi tutto questo Medjugorje è finito e siamo tornati al cineforum. Oddio, credevo "fortunatamente". Il film era ovviamente sul tema del mese. E questo mese il tema scelto era proprio un signor tema: l’Amore.

Ma perché non possiamo scegliere qualcosa in cui non devo per forza fare la cinica?

 

Comunque abbiamo visto questo presunto film.

Ma non era un film: era un cartone animato, “Ponyo sulla scogliera” o una roba del genere. Un film d’animazione senza il quale sarei vissuta lo stesso. E bene.

No, la scelta è stata intelligente (c’era sul serio tanto amore e in tante forme) ma il film non era certo né bello né scorrevole. Una roba troppo fantasiosa per me, ovviamente, ma bei disegni.

 

Al termine ha invece avuto luogo una lunga ma piacevole discussione sui temi emersi dal film. Non negherò tutti i riferimenti all’amore di dio e al paradiso terrestre che sono stati fatti (ma io non sento!) però non si sono potuti evitare anche i temi più intelligenti. Niente di particolare, ben inteso, però pregevole nella conversazione.

Ho notato un paio di idioti blateranti, poveracci, ma il resto se la cava abbastanza sulle riflessioni.

 

La mia riflessione è stata giustamente cinica. Io ho evidenziato come la protagonista con la scusa di "amare" stia per distruggere tutto il mondo. Credo di aver detto una cosa come "l'amore senza razionalità è pericoloso e nocivo e l'amore con razionalità forse nemmeno esiste". Nessun commento sul mio commento: i cattolici non si parlano sopra, i cattolici parlano e basta.

 

Alla fine ci è stata data una frase, a pesca, dal coordinatore.

La mia diceva così: “c’è una cosa che riguarda tutti: prendersi cura di qualcuno e rispettare una promessa. Perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.

Amaramente (in parte) ho pensato che non mi sono mai sentita tanto lontana da qualcosa come da questa frase, dal suo senso stretto (matrimonio?) ma anche dalla citazione di Battiato. Ma cosa si vuole promettere in un mondo tanto mutevole? Subito dopo, sento anche quelli degli altri, ho pensato che saper scrivere decentemente è un dono e che il ragazzo che ha fatto i bigliettini non ha.

 

Venerdì prossimo niente cattolici: partono.

Mi hanno chiesto di andare con loro (più precisamente mi hanno chiesto i 30 euro di quota e di partecipare ad un lavaggio auto per raccimolare altri soldi -io al massimo gli portavo la mia da lavare) ma sapendo bene che ho dei limiti evidenti (di sopportazione come di contenuti cattolici) ho rifiutato convinta.

Quello che mi dispiace è che perdiamo il venerdì "della discussione": ero curiosa.

 

Mi dispiacerebbe sospendere gli incontri perché vengono fuori post interessanti (!) e mi sembra essere anche un modo sensato per conoscere quel mondo più internamente possibile, però l'ultima volta ho seriamente pensato di morire lì tra Ponyo e Medjugorje.

Vedremo di seguire l'imperscrutabile volontà di dio comunque (amen).

5 maggio 2011
602 Una partita a pallavvelenata: Habemus Papam

Immaginate un mondo in cui il papa, appena eletto, si scopra ateo.

E non avrete il film di Moretti ma avrete un mio personalissimo sogno del film.

Perché se si può sopportare che il papa sia uomo e debole nel dio che lo perdona, forse non si può sopportare che il papa non abbia dio. Se dio sceglie il papa (nell’assurdo di un suo eventuale esistere dico) come gli viene in mente di scegliere un ateo?

 

A questo pensavo mentre guardavo l’inizio del film di Nanni Moretti.

Arrivo tardi, lo so, ma infondo non scrivo per Repubblica e mi posso permettere di essere l’ultima a trattarne.

 

L’inizio è lento, bisogna ammetterlo. Per questo ho potuto pensare. Uno dei meno coinvolgenti che si ricordi. O che io mi ricordi, al massimo.

Il papa è morto, lunga vita al papa.

E’ che il vero problema, arriva dopo! Arriva se il papa non è morto. E non per me, non faccio la solita atea, arriva per la Chiesa.

Converrebbe munirsi di una rivoltella per certe partite matte, per certe palle avvelenate. Sono certa che più di qualcuno, se lo strano mondo del film, fatto di sicari della fede, burocrati di dio e amministratori delle croci, esistesse, lo avrebbe pensato.

Ma il papa è morto, lunga vita al papa.

Conclave, fumate e campane.

Lento come sul ritmo della chiesa.

 

E’ all’urlo straziante del nuovo eletto papa che si apre veramente il film.

Dovessi scegliere il momento più evocativo, per fare un favore riassuntivo al prossimo mio almeno, sceglierei proprio quello. Quel grido che si alza nel silenzio di una cerimonia che come sempre stava risultando precisa.

Mi ha colpito la risata generale che si è diffusa nella sala.

Io l’ho trovata una scena straziante: questo povero vecchio, canuto, buono, dall’accento incredibilmente pacifico che trema, che si sente addosso una responsabilità troppo grande. Io, nella mia infinita presunzione, credo di capirlo il senso di quel grido. Un uomo che non vede in se stesso la capacità, la forza di guidare la chiesa intera, si chiede come mai il suo dio (che per lui esiste) gli faccia questo, come mai lo scelga per un compito più adatto agli sciacalli che a un uomo buono, si sente perso, mancando la onniscienza del suo dio. Il grido rappresenta il sentirsi spaccato tra il non sapere quanta colpa abbia l’uomo-papa, senza forza sufficiente, senza coraggio sufficiente, e tra il sentire un dio che ha fatto una scelta sbagliata. E un dio onnipotente e onnisciente non sbaglia. Il grido è il frutto del dubbio, l’espressione dolorosa dell’aver perso, almeno un po’, il senso. E proprio per questo drammatico.

 

Il papa, il nuovo papa, soffoca nei suoi vestiti, che sono tutto meno che bianchi, che sono tanti, pesanti, nevrotici, isterici, orrendi. Si sente l’oppressione fino al sedile da dove lo guardo io. Codardia e umiltà si sovrappongono tanto che anche lo spettatore, un certo spettatore, si sente spazziato, non sa se condannare l’uomo che scappa o se salvare l’uomo che sceglie. Finalmente.

Io, personalissimamente, forse, lo salverei. Ma questo perché se avere dubbi, in generale, è intelligente averli nella chiesa, se sei il papa soprattutto, è anche meglio. E lo salverei perché mi piace pensare che non sia mai tardi per levarsi la veste, anche bianca, e fare, boh, l’attore per esempio.

 

La realtà, che pareva tanto normale nel conclave e nelle fumate, nei giornalisti poco svegli e nelle facce dei cardinali, diventa sempre più assurda. A questa realtà possibile nella partenza ma sempre più incomprensibile, stravagante, sempre più tendente all’assurdo, si mischia, come ingrediente separato all’inizio, altro assurdo. La realtà diventa assurdo, già detto, ma parallelamente l’assurdo, un altro assurdo, diventa reale. L’assurdo portato sulla scena, come preso per i capelli, repentino e visibile, dall’analista Moretti.

  

Moretti porta sulla scena i problemi e i caratteri fissi della psicologia, la gioia della cultura (c’è una scena meravigliosa in cui l’analista Moretti rintraccia nella bibbia -l’unico libro che ha trovato lì-  “segni della depressione”), porta sulla scena i problemi dello psicologo che superano e travolgono i problemi dei cardinali-pazienti.

 

Ma più di tutto Moretti porta sulla scene il dramma di una partita di pallavolo senza finale.

Eccolo l’assurdo, che parte assurdo e che subentra ad una realtà che invece diventa assurda più lentamente: i cardinali non finiscono il torneo che Moretti aveva organizzato per loro attendendo che il papa finisse le bizze.

 

E il punto, che io evidenzierei anche un paio di volte, è proprio questa relatività del dramma. E’ un dramma che il papa non voglia far il papa? Ma perché dovrebbe essere un dramma meno grave un torneo di pallavolo interrotto a metà? Chi stabilisce quale sia il dramma maggiore? O anche solo se ce ne sia uno maggiore.

Il dramma di Moretti è una scelta di libertà, fatta dai cardinali, sulle priorità, proprio come il dramma del mondo cattolico con un papa scappato/perduto è per il papa stesso una scelta di libertà, di rimescolamento delle priorità.

 

Proprio questo mi ha affascinata del film, questo mescolamento delle cose importanti alle cose non importanti, in un modo che alla fine dimostri come le une e le altre siano ribaltabili e incredibilmente relative alle esistenze singole.

 

Peccato che la scelta del papa, alla fin fine, non venga rispettata perché, come sempre, come nell’attualità, come nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici, quello che la chiesa non riesce a sistemare con la scusa della fede e l’indottrinamento, lo sistema con forza e imposizione. Ma il finale, fortunatamente, è poco prevedibile. Non lasciatevelo anticipare da me!

 

Nonostante io da piccola giocassi a palla avvelenata nel film si dice che è da cinquant’anni circa che non esiste più.  Quanto vorrei, tra cinquant’anni, che si dicesse la stessa cosa della chiesa cattolica! Forza e coraggio, dovevamo iniziare ieri.

28 aprile 2011
599 [filosofie alternative] Idiozie cosmiche

Ieri notte, circa alle due, mi sarebbe andato un caffé.

Non che mi voglia vantare di aver scoperto l’acqua calda ma ho notato, ultimamente, che le sensazioni olfattive hanno più cognizione di quello che voglio rispetto a me stessa.

Ieri notte avevo appena spento tutto con l’intenzione di dormire e ho sentito, inconfondibilmente, l’odore del caffè. Non c’era, ovviamente, nessun odore vero di caffè, credo fosse una riproduzione della mia mente che mi suggeriva quello che la parte attiva, quella di cui ho cognizione, non sapeva di volere.
Farei altri esempi di altri odori che sento improvvisamente senza che questi ci siano ma poi mi si accusa di essere romantica ed io non voglio essere romantica (e soprattutto non lo sono). Non ho avuto il caffè come non avrò l’altra cosa e questo almeno è un dato di fatto incontrovertibile.

 

Però stamattina, ricordandomi la voglia di ieri, ne ho presi due. Di caffè, certo. Crepi l’avarizia.

 

E’ curioso comunque, le mie sensazioni fisiche sanno cosa voglio nonostante l’affare sfugga interamente alla mia mente cosciente. Io credo di spiegarlo dicendomi che sono talmente abituata oramai a non sentirmi a non dare peso a quello che vuole non vuole il mio corpo (mi faccio del bene eh, non del male!) che la mia mente inconscia mi suggerisce le cose da sola.

 

Caro olfatto, alleato di quella parte della mente, il caffè io non me lo vieto mai, anzi, non ti servono questi giochetti per così poco, sai?

 

Nonostante l’università sia chiusa tanto quanto i libri che invece dovrei aprire le filosofie alternative bussano insistentemente. E chi sono io per non trascriverle?

 

La prima che non è propriamente una filosofia alternativa ma andrebbe messa nelle idiozie cosmiche viene dall’ambiente accantonato giurisprudenza tramite racconto di un’amica che con profitto è rimasta nei codici. Mi stava raccontando dell’esame che ha dato di diritto del lavoro e di una nostra conoscente comune che fa parte di “azione universitaria”. Azione universitaria è una cosa (non meglio definibile) politica studentesca, di bassa morale e di estrema destra (che non sono sinonimi, pare). La tizia prima dell’esame ha passato la mattinata a spiegare alla mia amica di come azione universitaria abbia tra i propositi quello di cancellare questo esame dalla carriera accademica degli studenti perché il diritto del lavoro avrebbe secondo lei la colpa di essere “un esame comunista”.

Non ho mai sentito una cosa più idiota e credo sia un proposito suo non di “azione universitaria”: nemmeno loro si spingono tanto in basso. Oddio, loro magari pensano (ma non lo dicono) che ci vorrebbe un dittatore assoluto a gestire tutto e non un cumulo di diritti, ma questa è un'altra storia.

La giustizia accademica per una volta ha colpito: la tizia è stata bocciata. Una persona che ha una simile visione il manuale del diritto del lavoro non deve proprio averlo aperto.

L'interpretazione personale è una cosa bellissima e che credo faccia parte del diritto degli studenti, essere ridicoli invece è un'altra cosa. Io credo che il cervello della anonima studentessa pazza proprio non sia connesso con questo mondo: anche lei lavora, anche lei percepisce un giusto stipendio, anche lei si lamenta continuamente su fb della datrice di lavoro.

 

La seconda filosofia alternativa è invece una roba (tristissima) familiare.

Girando sempre su fb (ecco cosa faccio invece di aprire i libri di cui sopra) ho visto un link pubblicato da mio fratello: una commemorazione per la morte di Mussolini, che nella nota viene definito uno statista incredibile, l’uomo che ha fatto del bene al paese e tutte quelle altre cose che si dicono sempre a destra.

Eh lo so, l’intelligenza è toccata a me in famiglia (e ho detto tutto).

Il problema, secondo me, è che questi ragazzini (perché ci sono stati altri che hanno pure messo “mi piace”, mio dio!) non riescono a capire quanto la privazione della libertà possa essere dolorosa e questo volendo lasciar da parte tutto il resto dello schifo che Mussolini ha fatto. Vorrei che qualcuno impedisse loro di comprarsi la playstation3 perché è di produzione non italiana e quindi rovina del sistema economico. In quel caso forse allora capirebbero qualcosa di più.

Eh, se fossi io dittatore a vita!

 

Quando l’ho visto tornare a casa l’ho salutato dicendogli che era un fascista e che ora per colpa sua sarò ricordata come “la sorella del fascista”, ovviamente l’ho detto sorridendo. Mia madre dalla cucina ha esclamato: “e allora io che dovrei dire che su fb sono la madre dell’atea?”

 

E poi mi domando perché mio fratello sia venuto così storto pur essendo anche lui figlio degli stessi genitori? In realtà mi dovrei chiedere perché io sono venuta così normale in confronto a loro.

 

Il paragone dell’ateismo al fascismo è però una pietra miliare e veramente mi mancava.

23 aprile 2011
596 Risorgere dal prefestivo

Ma tra tutte queste cose che mi girano intorno, possibile che io non riesca a cavarci un post?

E mica perché mi vada particolarmente di pubblicare, anzi. Pubblicare in prefestivo è un po’ come suicidarsi il venerdì santo se sei Gesu Cristo: poi resusciti, ma qualche giorno di morte te lo fai.

Potevate mai pensare che vi lasciassi senza tema pasquale?

In prefestivo le visite oscillano tra poche e molto poche. Sei poi il prefestivo è un sabato pre-Pasqua allora decimiamo i decimali. E già sono pochi.

Comunque io di morire, seppur per breve tempo, attualmente non ne ho voglia. Non che mi prema stare in vita, sicuramente no, ma la morte è una cosa diversa dal suicidio. Il suicidio un po’ lo scegli. E io non voglio responsabilità, non di sabato.

 

Concludo quello che non ho iniziato con la frase di un cattolico “auguri di buona pasqua, che significa anche soltanto sii felice”.

La felicità è una posizione genetica, certo, ed io non la possiedo, altrettanto certo, però un augurio non può far male.

13 aprile 2011
591 Venerdì impegnati

Giuro, su dio ovviamente, che al prete non gli ho fatto nulla.

Né risatine sarcastiche, né occhiatacce, né facce espressive.

Eppure, non si sa come, forse ho l’anticristo nascosto dietro le spalle, alla fine se l’è presa con me.

 

Vabbe’, “se l’è presa” è decisamente esagerato per quello che è successo, ma fa l’incipit più divertente.

 

Mi aspettavo le preghiere, mi aspettavo i riferimenti all’altro mondo, mi aspettavo persino di sentire l’espressione “dio re dei cieli e della terra”, persino il segno di pace mi aspettavo, ma proprio non avevo idea che dal pulpito i preti facessero domande.

I preti fanno domande dal pulpito?

E perché, se le fanno, io non lo sapevo?

 

Ha voluto prima sapere, il prete, chi fosse R. (alias mio padre).

Me lo avesse detto mi sarei preparata due righe, non sono brava nell’improvvisazione.

Poi voleva sapere chi fossero i figli di R. e chi la moglie.

Mia madre sedeva al primo banco, lei in totale, crede e poi è la vedova, è la posizione che le si conviene. Io e mio fratello, un’atea e un indifferente, sedevamo agli ultimi. Eppure lo dovevo immaginare che i figli del defunto avrebbero dovuto palesarsi prima o poi: io ho sventolato una mano. Che sia questo il gesto poco rispettoso?

Comunque il prete, fatte le presentazioni, ha continuato a raccontare di cose che non sa. Della morte e della vita per esempio. Delle cose che “ci sono sopra di noi”, spacciando per sua una famosa frase di Kant (“il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” –ed è la frase più famosa dell’intera filosofia immagino). Poi, facendo collegamenti tra cose come il defunto, Pasqua, Gesù è arrivato a ridomandare a noi parenti stretti del defunto: “voi la temete la morte?”. Mia madre e mio fratello hanno risposto ognuno dalla propria fila un semi no, comprensibile per me, non proprio per gli altri. E non perché sono più stupidi ma perché non colgono l’abitudine che ci si fa quanto la morte ti tocca così vicino. Io ho abbassato la testa per evitare la risposta. Perché la risposta non può esserci, non con un sì o un no.

Ma lui si aspettava un sì, ovviamente.

Alla fine della predica ha detto: “lì in fondo mi hanno guardato male” e ha indicato, ovviamente, il banco in cui ero seduta io. Poi ha aggiunto qualcosa come forza ragazzi o la vita è bella o dio è con voi. Ovviamente quelli davanti, che non hanno osservato il mio comportamento da educanda di convento, avranno tutti pensato “è colpa di Marica, la solita atea”.

Io non gli ho fatto niente al prete, credetemi! Anzi, ci sono andata con tutte le buone intenzioni. Mi sono alzata e abbassata ad ogni movimento della folla, ho evitato di ridere, ho evitato di vomitare, ho evitato di dare sfogo al mio impulso di correre fuori a prendere aria. E lui che fa? Mi legge l’ateismo in faccia. Sconveniente (se sei in una chiesa, come minimo).

 

Ma lasciamo passare anche questa.

 

Tutto mi potevo aspettare dalla giornata di oggi, persino fulmini divini a colpirmi, ma no la maestra di matematica delle elementari.

E’ vero che non sto impazzando io? E’ vero che anche voi trovate assurdo che uno rimetta piede in una chiesa dopo almeno 10 anni e trovi li la maestra di matematica a cantare “pane del cielo”?

 

Lei ci ha (anche a mio fratello) ovviamente riconosciuti, fermati e bombardati di domande. E’ stata un’ora a spiegarmi quanto le dispiacesse vederci per una “situazione così” (l’incredibile pudore di non dire morte!), a chiedermi come fosse successo, in quanto tempo e in che modo, a dirmi quanto mio padre era “un uomo forte”.
“Scusa, ma come ti chiami tu?” mi ha chiesto in quel mentre.

Non si ricordava il mio nome ma sapeva che mio padre era un uomo forte. Povera me.

 

Poi è passata a chiedere cosa faccio nella vita, mentre il mio furbo fratello se la svignava.

“L’avvocato immagino” mi ha detto.

Già, l’avvocato. Lei non mi vede da 11 anni più o meno ma si ricorda la mia inclinazione naturale. O quella che avevamo frainteso tutti lo fosse.

E’ stato faticoso spiegarle che io odio le leggi e la giurisprudenza intera e che studio filosofia.

In quel momento la tizia, zitella e vecchia da che me la ricordo, al sapere che faccio filosofia ha sentito dentro l’impeto di ammonirmi: “eh, stai attenta. Cerca la verità fino in fondo, non ti fermare”.

Dio voi non ce lo vedete in questa frase, io sì.

Ho resistito all’impulso di dirle che la verità, quella che intende lei, è una costruzione umana, ho resistito all’impulso di dirle che se veramente dovessimo cercare la verità, quella vera, e cioè il non senso dell’esistenza, Dio sarebbe l’ultimo luogo in cui guardare. Ho resistito all’impulso di spiegarle che le sue forze deboli la distruggeranno, che le persone malate, come lei, andrebbero allontanate (Nietzsche, esci dal mio corpo, sbrigati!).

 

E poi, mentre io asserisco che “ bè, ci proviamo” (a cercare la verità n.d.r.) lei non pensa a niente di meglio che invitarmi ad una raccolta di giovani universitari che di venerdì sera si riuniscono, nella casa canonica (?), per “pregare davanti a Gesù”.

Sì, fanno anche altre cose: scelgono temi e parlano, fanno cineforum (wow) e cenano insieme portando ognuno qualcosa e poi, alla fine, “pregano davanti a Gesù”.

Io sono atea e cinica ma che cavolo vuol dire “pregare davanti a Gesù”? Perché, si può anche scegliere di pregargli dietro?

 

Ho fatto fatica a non riderle in faccia e le ho detto “magari sì, mi ci faccia pensare!”.

Bene, di venerdì, da ora in poi, non mi cercate, ho detto sì al cristianesimo.

 

(dove finisce l’ironia lo faccio decidere a voi, ma io ci andrei veramente se fossi sicura di poter esportare laicità, o di poter parlare liberamente, ma immagino mi caccerebbero, i cattolici non sono democratici)

5 aprile 2011
587 Deviazioni dalla guerra fredda

Sapete cosa si dice di Lucumone, passato alla storia come il quinto re di Roma e precisamente Tarquinio Prisco? Bè, sicuramente se ne dicono tante ma quella che a me viene sempre in mente è la storia che racconta di come la moglie lo abbia fatto credere vivo seppur morto per non so bene quale tempo.

 

Ed io ecco, non vorrei ridurmi a tener in vita un blog morto.

 

Non è morto questo blog, ma è molto più riflessivo di un tempo e come accennavo sotto ha perso un po’ di quella libertà che caratterizza i blog personali su internet: ha perso quel completo essere un mondo a parte, un mondo slegato dalla realtà. E non perché la realtà sottile ci si è infilata affondando piante di lavanda e lasciando un paio di sacchi della spazzatura in giro, ma perché anche il virtuale è entrato un po’ nel reale e adesso fa parte di entrambe le sfere e quindi necessariamente qualsiasi cosa io dicessi in quella virtuale, qui cioè, avrebbe ripercussioni anche in quella reale.

Si paga tutto, oppure vanno fatti dei compromessi prima.

 

Perché nessuno paghi le parole qui (in senso metaforico e addio purissima materialità mia) attualmente ho deciso di cedere a qualche compromesso aspettando che i tempi siano maturi perché io sia meno “confusa” (cit.). Ma non sono confusa, anche se mi piacerebbe cadere in quella definizione e dire addio ai pensieri, sono codarda e non ho nessuna intenzione di rischiare, non attualmente, non ora che c’è un po’ di forza di volontà in me.

 

E quello che non avete capito di queste righe è la vostra salvezza.

 

Ma questo con il post non c’entra assolutamente niente, o comunque non molto.

Il punto è che non voglio sospendere una guerra fredda che starei combattendo (magari da sola) però se non parlo di Roberto De Mattei mi si perfora l’ulcera.

 

Non vorrei che l’arrabbiatura, fresca, mi facesse perdere di mira una spiegazione chiara di quello che è Roberto De Mattei, di cosa fa nella sua vita e del motivo per cui non può farlo.

Quindi per un momento devo mettere da parte la mia voglia di dire “ecco un’altra prova del fatto che un cattolico non può essere un uomo di cultura” e cercare di esporre i fatti, più o meno insomma.

 

 

Se avete circa 5 minuti ascoltare questo video potrebbe far salire la stessa collera anche in voi e se siete cattolici forse potreste voler dismettere. Finalmente.

 

Sarà un mio limite, ma io credo che l’ottusità della chiesa, l’omofobia e questo assurdo senso di limitare la vita siano loro particolari requisiti. Questo significa che non vedo la possibilità di cambiare le cose, da parte degli stessi cristiani o di una forza esterna anche, ma vedo solo, nella mia idea di miglioramenti di questo mondo, una definitiva abolizione di una simile, ridicola, istituzione.

E sarà un’affermazione criticabile, lo so, fatelo pure.

 

Roberto De Mattei insegna qualcosa che ha a che fare con la storia all’università Europea di Roma ed pure vicepresidente del CNR. E già io fatico non poco a spiegarmi perché un cattolico dovrebbe aver a che fare con la ricerca ma ancora di più mi dico come si può permettere che un uomo che sostiene che la fine dell’impero romano sia in qualche modo connessa alla volontà di dio di punire gli esseri umani per l’omosessualità dilagante in quel periodo, insegni storia.

 

A parte l’assurdità storica che credo sia la cosa più idiota che io abbia sentito dire da parecchio tempo soprattutto da “fonte autorevole” (non finirà mai di sorprendermi) io credo che ci sia del condannabile, io direi reato, nelle parole che ha usato De Mattei per spiegare questi avvenimenti storici influenzati da dio. Certo, ha letto una “fonte storica” (uno scrittore cristiano dimenticato di nome Salviano di Marsiglia) ma non ha battuto ciglio su affermazioni che indicavano i gay come “mostruosità contro natura”, anzi, le ha definite quelle “parole su cui meditare”. E questo in una società civile sarebbe da considerarsi una grave violazione dei diritti umani, della dignità di persone (sì, gli omosessuali sono persone nota per i cattolici)

.

Ma noi non viviamo certo in una società civile. Come credo sia giusto proibire le bestemmie in tv o in radio credo che sia giusto anche proibire queste stupide invettive, queste bestemmi di altro senso, queste violenze verbali.

Io lo metterei in galera per molto meno, ma si sa, io sono esagerata.

 

Il fatto che i cattolici abbiano convinzioni storiche e scientifiche assurde o che considerino gli omosessuali (o più precisamente tutti quelli che hanno una sessualità multipla, diciamo così) come perversi e maledetti sono e rimangono fattori già noti, come dicevo prima caratteri fissi, aspetti peculiari del cattolicesimo (immutabili, secondo me).

 

Quello che mi ha stupito, ma stavolta potrebbe essere ignoranza mia, è il concetto teologico espresso da De Mattei direi tra le righe.

De Mattei sostiene che Dio (maiuscolo perché è quello dei cattolici questa volta) è la causa anche del male nel tempo, dei castighi cioè non solo nel momento del giudizio ma anche nei momenti della storia.

L’esempio è appunto quello dei romani, puniti da Dio con la venuta dei barbari e nel momento storico quindi, non al giudizio. Non so se riesco a spiegarvelo. Stando a quello che so io della teologia cattolica, spiegatami con poeticità da un amico ma non per questo priva di assurdità, Dio non è l’artefice del male ma è semplicemente colui che alla fine salva dal male. Dio non guida gli uomini ma li lascia liberi di agire e questo perché essi lo scelgano volontariamente. Egli ha il potere di salvarli alla fine dei tempi ma non di salvarli prima. Ed i “miracoli” non sono fatti per salvare questo o quell’altro uomo ma per donare (il verbo mi fa granché ridere, ma vabbé) prove all’umanità, per mandare segni. La salvezza terrena non è contemplata, non se al di fuori di “testimonianza della potenza di Dio”.

 

E questo spiega perché Dio non interviene per salvare un bambino che brucia vivo o non interviene quando coglie, essendo onnisciente, i propositi di orrore di Hitler. Per riassumere, egli non interviene nel bene.

 

Seguendo le parole di De Mattei però mi viene da pensare che Dio, lo stesso Dio che non interviene nel bene, facendo il bene, intervenga invece nel male. Non so se spiego chiaramente il punto teologico. Se Dio non ha la necessità di intervenire nel bene perché la salvezza terrena non gli interessa perché dovrebbe essere interessato a fare il male terreno?

 

E in più: quindi Dio è capace di fare del male? Quindi è lui stesso a creare il male?

Sempre secondo quello che so di teologia cattolica, spiegatami dai  pochi cattolici che riesco a sopportare ovviamente, Dio non crea il male. Il male esiste e lui ha solo il grande amore di salvare, alla fine dei tempi.

Ma se secondo De Mattei Dio può creare il male nel tempo (lui lo chiama castigo perché così può sembrare quello che non è, può sembrare cosa buona e giusta) allora significa che può benissimo creare il male e che quindi tutto il male della storia, della vita, del tempo e dell’umanità sono creazioni sue, dirette.

Il male non è più quello che esiste e da cui Dio ci libera per amore (questa è una visione assurda, certo, ma molto bella), ma diventa una cosa creata dallo stesso Dio, derivante dallo stesso Dio, figlio, come il bene, dello stesso Dio.

 

Dio non esiste, ovviamente, ma la teologia cattolica esiste ed è veramente una cosa pessima.

29 marzo 2011
585 Il posto del cattolicesimo

Il titolo potrebbe ingannare, vi avverto.

In realtà non voglio intendere il “lasciare un posto al cattolicesimo”, per carità, volevo riecheggiare quella specie di soap opera che le mie compagne al liceo (leggeteci tutto il mio snobismo) vedevano con trasporto (“un posto al sole”) e usare “cattolicesimo” esattamente come contrario di sole, un misto tra ombra e spiacevole infertilità, quasi un deterioramento della terra.

 

Un posto al sole (stavolta non intendo la soap) ha la piacevolezza dell’essere scoperti, limpidi, in piena luce, l’ombra ha la spiacevolezza del nascondiglio, dell’oscurità, del segreto.

Ed io ho problemi con i segreti. Odio avere segreti (e non ne ho), odio dover mantenere qualche segreto (non me li dite, non li mantengo) ma quello che più di tutto odio, che mi fa sentire sporca, è essere in un segreto e non per mia libera scelta.

 

C’è una abbastanza sostanziale differenza tra un ateo di nascita e un ateo battezzato cattolico.

Il battezzato cattolico deve decostruire prima di costruire l’ateismo.

Deve abbattere dio. E questa è la parte più facile se vogliamo. Perché per abbattere dio basta vedere, basta pensarci, basta leggere le cose giuste, basta non lasciarsi sopraffare da quella paura di diventare soli. E non è la scelta più intelligente, non sto facendo altro snobismo, però senza dubbio è l’unica razionale.

Quello che l’ateo battezzato cattolico (uso questa espressione piacevole ma intendo l’ateo che è vissuto nell’educazione e nei non-valori cattolici) non capisce sempre facilmente è che non si deve solo eliminare dio (direi uccidere se potessi convincervi dicendo che è un’espressione mia), si deve eliminare anche il posto occupato da dio.

 

E’ una specie di scoperta: prendere atto che se hai distrutto dio non per questo hai distrutto anche il cattolicesimo con cui ti hanno foderato la pelle.

Non una bella scoperta insomma.

Scoprire che il cattolicesimo fa ancora lo schifo che vuole in te è quasi una violenza. Mi chiedo come si possa essere favorevoli al battesimo. E’ vero che i genitori trasmettono sempre ai figli un po’ di loro ed è anche vero che non si sfugge al male delle erbacce che crescono intorno al nostro essere (tutte quelle costruzioni che poi scopriamo non appartenerci) ma siccome queste sono già "naturalmente tante" io credo bisognerebbe trasmettere, volontariamente, solo gli strumenti per cercarle e valutarle queste credenze.

E chi ha detto che è facile?

Non è facile in generale, mi sembra facile sul battesimo: è solo credenza, niente strumento.

 

Torniamo al cattolicesimo in me. Mi fa un grande danno: mi impedisce di essere serena. Lo fa subdolamente facendomi pesare le mie migliori scelte.

Non che io decida di astenermi, sono cattolica non volente, mica stupida, però quel senso di aver mangiato nutella nel cuore della notte con i sensi di colpa alla fine che sento tutte le volte, mi inizia a stufare.

 

Cosa ho deciso di farci? Scriverlo, metterlo nero su bianco, deriderlo e pretendere che sia cacciato a pedate dalla me stessa migliore (che secondo me era, è  e rimane LadyMarica, Marica non è così fica).

 

C’è più cattolicesimo in me stessa di quanto io sia disposta ad ammettere, fracamente. E’ un cattolicesimo negativo (lo preciso ma dubito esista il cattolicesimo positivo) e involontario, che sporca le cose, le priva di vita, distrugge con gli imperativi categorici.

E svilisce enormemente. Finisci per dimenticare il gusto di un bacio e ricordarti invece tutti i motivi per cui non avresti dovuto darlo.

Il cattolicesimo svilisce il corpo, lo priva di naturalità, rende le sue reazioni (naturalissime) un segreto (lo dicevo), una cosa da nascondere. Sembra di non avere un vero controllo, non ve lo dico dove si finisce (al C.I.M. probabilmente).

 

Amare prese visioni nie. Non solo per quanto riguarda me, che sapevo di essere un essere difficile e non particolarmente normale, direi anche in generale.

Nelle società occidentali mi sembra di cogliere un cattolicesimo di fondo, anche dove cattolicesimo non sembra. Nel lessico per esempio.

Gli eschimesi hanno 7 modi diversi per dire mare. Noi alla parola mare, che è una, poi aggiungiamo predicati nominali e verbo essere.

Ce lo vedete il cattolicesimo?

Non siamo capaci di non vedere le cose se non come unità. Noi riconduciamo un mare agitato ad un’unita (il mare) e specifichiamo dettagli aggiuntivi (il suo modo di essere in quel momento).

Gli eschimesi usano due parole diverse per indicare un mare agitato e un mare calmo perché in effetti sono due cose diverse, sono profondamente diverse, non sono lo stesso mare, sono mari diversi.

Dio (intendo la costruzione dio, mica lom devo specificare sempre, vero?) è l’unità per eccellenza. E’ il primo a cui tutto il resto può essere ridotto. E’ proprio questa tendenza a cercare unicità anche nelle cose che invece sono meravigliosamente molteplici che ci rende “figli del cattolicesimo” o qualunque altra espressione amara si possa usare.

Siamo così tanto poco morali da pensare che esista una sola moralità e preferibilmente la nostra. Siamo così poco veri da pensare che esista solo una verità e precisamente quella del patto sociale.

E tutto questo ritorna al cattolicesimo, a quell’idea di fondo, che ci martella l’anima (anima: struttura sociale degli istinti e delle passioni (Nietzsche); al diavolo i monopoli cattolici!) di ricercare un’unità forzatamente nelle cose, invece di prendere coscienza con quanta molteplicità, incoerenza e dolore (di fondo) siamo noi stessi.

 

Dio non è affatto morto, dio non è mai stato tanto vivo, purtroppo. Il problema è forse che prima di ucciderlo va spodestato.

24 marzo 2011

“ma la paura dalle labbra si raccolse negli occhi semichiusi nel gesto di una quiete apparente che si consuma nell’attesa di uno sguardo indulgente”

 

Esonerarsi dal mondo non è difficile.

Basta aver visto bene quanto tutto quello che gli uomini fanno passare per “naturale”, per “vita” sia in realtà quello che loro stessi hanno costruito sull’insensatezza dell’esistenza. E poi se lo sono dimenticati.

E se, diciamo uno, lo venisse a scoprire, o avesse modo di crederlo, e crederlo sul serio, fermamente, io credo che si nasconderebbe in una stanza tenuta ben chiusa e circondata solo da insensatezza bella: l’arte.

 

E così puoi vivere serenamente. Consapevole e sereno. Puoi non sentirti in quei giochi sporchi, puoi estraniarti completamente, puoi scegliere di fare i conti con un mondo senza senso che hai imparato ad accettare così senza giocare con il “patto sociale”.

 

Poi una sera ti scordi una finestra aperta e la sostanza entra.

Perché è vero, verissimo, che il mondo (finto) non ti piace, ma è altrettanto vero che devi respirare anche tu. E non puoi scegliere se respirare o no, succede e basta.

E la sostanza che tu non pensavi esistesse, non veramente, non se non come una bugia umana (troppo umana) entra in casa tua, in quella stanza che ti sei costruito un po’ più in altro rispetto agli uomini.

 

Credo che non le sia facile entrare: è sostanza, mica spirito.

E’ curioso in effetti. Tra tutte le cose che possono entrare da una finestra aperta forse la sostanza è veramente la cosa meno probabile.

E poi bisognerebbe fermarsi un attimo sul significato di quella finestra aperta: una dimenticanza banale o una richiesta di aiuto?

 

Ma non importa, importa solo che tu, senza preavviso, te la ritrovi nel salone illuminato.

 

“poi all’improvviso mi sciolse le mani e le miei braccia divennero ali, quando mi chiese conosci l’estate, io per un giorno per un momento corsi a vedere il colore del vento”

 

La sostanza ha un sorriso ed ha due mani. Bellissime.

E’ sostanza, mica spirito!

Con lei non c’è bisogno di specificare niente, perché ha capito, magari anche prima che tu lo dica.

Lei non significa per sempre, ovvio, ma non significa nemmeno un mese, un giorno, un minuto. E’ un attimo che taglia il tempo orizzontale.

E questa è una bella frase fatta che mi piaceva citare.

Quello che voglio dire e che intendo con quella frase è che è fuori dal tempo, soprattutto è fuori dal tuo solito tempo, quello in cui si succedono momenti. E’ esattamente l’istante che, se ci pensate a fondo, non può non essere fuori dal tempo.

E’ sospeso almeno finché dura, poi si può ricordare e quindi riportare al tempo.

 

“volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade. Poi scivolammo tra valli fiorite, dove all’ulivo si abbraccia la vite”

 

La sostanza assomiglia a tua madre, a tuo padre, a tuo fratello, a tuo marito, al tuo miglior amico, al tuo amante, a qualche parte di te stesso. Non significa che è tutte queste cose, a piacere (è sostanza, mica spirito!) significa che è unica perché è molteplicità. E’ tutte queste cose insieme e per questo unica.

 

E così tu e la sostanza iniziate a scambiare parole.

Che poi è uno strano modo per tastarla ‘sta sostanza, però se le parole sono buone, certe volte, scavano.

Ed è incredibile.

 

“e lui parlò come quando si prega ed alla fine di ogni preghiera contava una vertebra della mia schiena”

 

Con la sostanza scompare anche quella solita, scocciante, (mia) incapacità di dirle le parole; e ad un certo punto, se non sei troppo distratto, puoi iniziare anche a vederle scivolare dalle tue labbra fino a quelle della sostanza.

Suvvia, ma voglio sostenere che delle parole, fatte di realtà, cioè parole che si vedono e non solo si sentono, siano passate tra le labbra umane e quelle di una sostanza (ma che sostanza è? Nessuno lo ha ancora chiesto?) che ha appena scavalcato una finestra (reale) e che io le abbia viste?

 

Che posso dire? Un curioso sogno dove sonno non c’è (semi-cit.).

 

E’ assurdo, lo capisco.

Ma la sostanza ha lasciato qualcosa. Non parole impresse nel ventre, questo no, ma ha lasciato scaturire una forza spaventosa, che travolge tutto di te e riesce a farti fare quello che non avresti mai creduto di riuscire a fare. E lo fai senza fatica alcuna, lo fai senza pensarci veramente.

Che cosa?

Non posso dirlo (è uno di quegli argomenti che preferisco non toccare mai o solo se sono costretta).

Pensate alla cosa più difficile per voi da fare (o non fare) e immaginate di averci provato tante, troppe volte. Immaginate di essere ricorsi a tutto per sistemare la cosa e di non esserci mai riusciti veramente. E improvvisamente, dopo che la sostanza è entrata dalla finestra, dopo che vi ha costretto a prendere coscienza del suo esistere, si scatena una forza senza precedenti, che dipende da voi, magari, ma certo in parte anche da lei.

 

“voci di strada, rumori di gente, mi rubarono al sogno mi ridarmi al presente”

 

Ho paura, certo, che tutto si riveli fumo, magari quello dei miei vaneggiamenti, questo sì. Soprattutto quando la notte non ritorna a trovarmi temo di averlo solo immaginato io, temo sia un appiglio che mi sono inventata, uno come gli altri, uno come dio.

 

Però poi ripenso a quella forza, quella che viene dalla sostanza, e mi dico che se quella ha effetti reali sul corpo corpo allora qualcosa di “vero”, da qualche parte, ci deve pur essere.

 

Ed è per questo che non ho scritto per tanti giorni, signori. Perché non potevo scrivere niente altro che questo e forse proprio in questo modo e mi preoccupava non potergli dare una spiegazione migliore in termini, non dico razionali, ma almeno un po’ meno favoleggianti.

28 febbraio 2011
573 [filosofie alternative] Rivisitazioni del comunismo

Stavo invidiando la bella vita della carota che masticavo (e per invidiare qualcuno che viene masticato bisogna veramente essere alla frutta) quando mi sono ricordata che avevo da raccontare un paio di filosofie alternative.

 

La prima è esilarante o molto triste, a seconda che ci faccia o meno ridere il grottesco.

A me di solito no, ma dipende.

 

Parlavo con un signore, 50anni circa, di una nascita recente. Lui mi dice che spera ci si possa tutti incornare al futuro battesimo del piccolo. Io che conosco la coppia (msdc –mezza specie di cugina e marito) cerco di spiegargli che non faranno un battesimo, visto che nessuno dei due è credente. E soprattutto visto che entrambi fortunatamente disdegnano il cattolicesimo, ma questo ho evitato di dirglielo.

Ho appena concluso la spiegazione quando lui mi risponde: “ah, ma perché M. (il marito della msdc n.d.r.) è mussulmano?”

Io: “no, non è mussumano”

Lui: “perché allora non fanno il battesimo?”

Io: “perché non credono in niente.”

Lui: “e lo lasciano “senza niente” il ragazzino? Che roba…”

Io: “eh, vabbe’,  ma non credendo…”

Lui: “ah, ma è lei quella mussulmana?”

E’ la famosa teoria che ho sentito più di qualche volta proporre, in base alla quale gli atei non esistono. Anzi, in questo caso tutto il mondo si riduce alle persone normalmente cristiane e a tutti gli altri. Volgarmente detti mussulmani.

 

La seconda, degnissima filosofia alternativa, forse la più bella filosofia alternativa a oggi, riguarda il variopinto mondo della pizza.

Ero con un’amica a pranzo.

Io avevo preso un pezzo di pizza rossa, solo pomodoro e lei un pezzo di margherita. Due bottiglie d’acqua, la mia frizzante la sua no.

Io pago, perché per sei euro mettersi a fare i conti mi sembra sfiorare l’assurdo (la verità è che non so contare, lo sappiamo tutti). E poi lei mi porta sempre dei cioccolatini a lezione, mi pare il minimo.

 

Ci sediamo quindi su una panchina a mangiare e lei inizia a disquisire dei prezzi della pizza:“la pizza rossa dovrebbe costare di più della margherita”.

Questa è l’affermazione chiave perché tutto quello che segue è il processo fantasioso di una mente che spero volesse solo fare pratica a difendere teorie assurde.

Io le ho quindi fatto notare che nonostante io non me ne intenda, dei prezzi, credo che il prezzo della pizza sia direttamente proporzionale a quanto quella pizza sia elaborata: più cose ci sono sulla e nella pizza più quella costerà.

 

Mentre io mi sento piuttosto deficiente per lo stare lì ad alimentare un discorso sui prezzi della pizza lei mi spiega che “no, non è un ragionamento giusto”.

No solo, ci tiene anche particolarmente a spiegarmi il perché.

Riassumo il suo discorso.

Secondo lei la margherita dovrebbe costare di meno perché pesa più della pizza col pomodoro; quindi prendendo due pezzi dello stesso formato (ma evidentemente non dello stesso peso n.d.r) se la margherita costasse più della pizza col solo pomodoro uno si troverebbe a doverla pagare due volte di più: più peso, più prezzo. Se invece costasse di meno di quella rossa ecco che la si pagherebbe di più di peso ma di meno di prezzo. Così facendo, ha concluso lei, si pagherebbero allo stesso modo la pizza rossa e la margherita, rapportandole al peso.

 

Pensare, per superare i traumi del lunedì che noi siamo stati i primi ad esserne informati di questa grande teoria. Credete nel sogno comune: riformare i prezzi della pizza facendo pagare di più quella che peserà di meno (e quindi con meno ingredienti)!

E’ una teoria che passerà alla storia sostanzialmente come la teoria comunista della pizza.

14 gennaio 2011
550 Punti solidali

Io direi di fare qualche punto della situazione.

Non perché sia importante, ma perché presumo che quando non si riesca ad andare avanti (ed io e questo blog continuiamo la nostra guerra fredda a colpi di indolenza) ci si debba almeno fermare e guardare indietro. Volendo ci si può non fermare e si può continuare a camminare girando il collo in quella sensualissima e molto femminile versione dell’esorcista: rotazione di metà collo e mento verticale sulla schiena.

 

Cercavo un’immagine ma scrivendo “esorcista gira collo” è venuto fuori un pene che la metà si chiama Siffredi.

 

Preparo un esame con quattro giorni, due libri e molta poca voglia.

Si chiama disastro o tragedia.

In realtà avrei fatto un programma e basterebbe seguirlo per uscirne vittoriosi o almeno incolumi. Rimane da trovare qualcuno con la voglia di seguirlo. E non guardate me.

 

Questo dettaglio, dell’esame, mi colloca anche abbastanza geograficamente e mi dà l’occasione di dire che: vivo da sola da circa quattro giorni consecutivi. In effetti smetterò di farlo domani sera e ricomincerò a farlo domenica sera, portando i panni sporchi a casa di mamma e prendendo quelli puliti. Il ché equivale a dire che vivo da sola con i mezzi di qualcun altro.

Sì, è molto comodo.

 

Fatico persino a pensare di lavare la macchinetta del caffè. Per non parlare di bicchierini e cucchiaini. Sono arrivata a comprare di plastica gli uni e gli altri.

 

Non riesco a non parlarvi del mio essere (seppur lievemente) preoccupata per la gioia che provo a stare da sola. A parte il silenzio, di cui io sono una veneratrice e la non puzza di sigarette o cucinato (altri argomenti su cui scoccio parecchio) io proprio amo non dover parlare.

Non dover spiegare a nessuno niente di quello che deciderò o non deciderò per il semplice o l’anteriore futuro.

 

Io amo non essere chiamata, soprattutto dalle scale: “Maricaaa”.

E poi la risposta che non sentiranno, e poi il dover lasciar perdere quello che stai facendo per scendere a dargliela, e poi, e poi.

E poi gli altri eccetera di tutte le conversazioni su piani.

 

Nella solitudine c’è un ritmo mio, di cui non credo potrei stancarmi. E faccio fatica a capire come si possa “temere la solitudine”, cioè non che non capisca la posizione, ma non riesco a immaginarmi come sia.

 

Qualcuno una volta mi ha detto che il punto è nella differenza tra “il sapere di poterla dissolvere volendo e il sapere di doverci convivere per sempre anche non volendo”.

 

Sarà pure un post un po’ senza coda (ma con il capo) sarà pure un punto un po’ sommario ma a me scriverlo è scivolato dalle dita. E tanto, attualmente, mi basta.

11 gennaio 2011
549 Titoli originali, fatevi avanti
Lo so che non appena pronuncerò quella parola qualcuno abbandonerà il blog, gli altri si strapperanno i capelli, voleranno insulti, stoviglie e schiaffi.
Però io lo devo fare perché ho pensato che considerando tutto quello di cui non posso scrivere (per un motivo o per un altro) potrei serenamente aprire almeno altri tre blog. Tutti con tanti argomenti. 
E di LadyMarica, ringraziate qualsiasi cosa atea si ringrazi, ce ne può essere solo una. E peggio, può essere solo qui.
 
Questa è la mia giustificazione a quello che verrà: a me le persone incuriosiscono molto. Le guardo per strada, sui blog, su facebook e quindi se capita anche in tv. E lo faccio più dettagliatamente possibile perché questo mi dà un certo vantaggio. Certo vantaggio che mi è difficile spiegare: so per esempio quasi sempre cosa aspettarmi, so impostare la mia reazione a seconda di quello che vuole la persona (in questo senso sono un po' pirandelliana ed è una tendenza naturale anche se parecchio "difetto") e quasi sempre so rispondere quello che la persona vuole sentirsi dire, nei casi in cui non voglio o non ritengo importante esprimere veramente la mia opinione.
Prima non sarebbe mai successo, ora, con l'età, inizio a farlo sempre più spesso.
E' essere leggermente più selettivi perché francamente non tutti meritano di essere criticati o di sentire la mia vera opinione.
 
Dico mia perché parlo di me ma vale lo stesso discorso con le altre opinioni.
 
Quindi, fatta la premessa posso, con una percentuale spero ridotta di "questa è cretina", parlarvi delle mie opinioni sul Grande Fratello, che è certamente uno spettacolo orrendo, diseducativo e raccapricciante ma è anche (che sia un sinonimo) molto umano.
 
E' come, dal mio punto di vista un po' filosofico un po' strano, come se i concorrenti fossero in un "acceleratore di vita". La noia in quella casa con tutti i lussi è all'estremo. Perché magari la prima settimana sei esaltato, la seconda anche, la terza ti scateni ma dopo la decima inizi a sentire il peso del nulla che aleggia.
E niente è più accellerante della noia.
 
Così nascono amori, tradimenti, tragedie, liti.
 
Racconti di come è morta tua nonna, sbranata dal marito, anche il sencondo giorno, e al terzo chiedi di sposarti.
Augurati di uscire al quarto se non vuoi veramente che arrivi un prete.
E le uscite sono ovviamente le morti, anche queste accelerate.
Piangono per la morte (uscita) di un concorrente per poi ridere un'ora dopo. E non è incoerenza (e l'incoerenza non è sempre il male) è la natura umana accelerata.
 
Ma quest'anno lo squallido si è moltiplicato forse più dei famosi pani e pesci.
 
A parte le parolacce e le bestemmie (ed io li butterei fuori oltre che per le bestemmie, tra ateismo e civiltà c'è differenza, anche se un concorrente superasse le 10 parolacce) una coppia è persino arrivata a lasciarsi perché lei non voleva fare sesso con lui. Cioè, lui, che si dice innamorato, l'ha lasciata perché lei, ripetiamo, non voleva far sesso con lui, nella casa del grande fratello, sotto un divano arrangiato con tende, come due animaletti. E l'ha lasciata spiegandolo dettagliatamente e in diretta tv.
Tanti saluti a casa!
 
Ma lei è almeno 20 volte più condannabile di lui: stava lì, a piangere come una 13enne lasciata. Io gli avrei spiegato che con la mia parte della settimana poteva comprarsi una bambola gonfiabile: quella sì che gli avrebbe lasciato fare quello che lui voleva davanti a tutte le telecamere del mondo. Ma io non so quanto potrebbe costare una bambola gonfiabile e con ogni probabilità sarei finita a morire di fame per settimane e settimane.
 
Il massimo dello scandalo, almeno in questa edizione, è stata però la concorrente presentata dai genitori al mondo come Ilaria, che in pieno giorno, telecamente sempre fisse, stava chiamando a gran voce "i due nella tenda del sesso" perché aveva una gran fretta di accedervi col fidanzato che solo 3 giorni prima la tradiva con un'altra.
 
Due escono dalla tenda, due entrano e gli altri aspettano il loro turno.
 
Io sono per la libertà sessuale, per l'abolizione dei tabù e delle ristrettezze mentali ma non smetto di pensare che si chiami intimità per un motivo.
Non farei del sesso nemmeno con un marito consacrato da dio e gli uomini se ospito qualcuno sul divano per esempio, per il rispetto al tipo e perché penso che ci sono momenti e non momenti.
 
Ma il motivo vero di questa riservatezza quale sarà? Retaggio cattolico o urli fino al sesto piano?
Scherzo, scherzo.
 
E ho concluso.
Ma non voglio si pensi di me che guardo solo tv trash. No, stasera, potrei giurare, mi vedo Amici.
3 gennaio 2011
546 Salvatrice
Parte tutto dal maledetto giorno in cui sono nata.
Già, perché passare tutta la notte (quel che rimane!) a cercare i "perché" di simili accadimenti mi sembra fuori luogo.
 
Il fatto che mia madre sapesse complicava le cose.
Ma avevamo capito sarebbe successo e avevamo accettato le clausole tacite.
Lui dormiva al civico X, della via X.
Ed io non potevo dormire nella stessa via anche se questo avrebbe reso più facili le cose a tutti.
 
Ora, lasciando perdere le narrazioni alla Zola, lui, il lui di questa storia,  la prima del 2011, è un amico che ospito per qualche giorno.
Il fatto è che sarebbe normale, visto che lo accompagno a casa e alle volte anche tardi che mi fermassi, anche io, a dormire nella casa in cui l'ospitiamo senza rifarmi 30 km in più per le volontà di mia madre.
 
Ed ecco che ritorniamo al problema della nascita: ma proprio in una famiglia di semi-cattolici non praticanti dovevo nascere?
 
E il sesso non c'entra niente.
Perché io potrei e non potrei farcelo. Indistintamente.
Anche a giorni alterni, anche nello stesso giorno, anche alternativamente, anche esclusivamente.
Non potrei farlo e non farlo contemporaneamente, ma quella è una questione di fisica non di mia volontà.
 
Nel vocabolario straccio-cattolico il termine amici non esiste.
Quindi, il punto è che non posso dormire nella stessa casa (e io odio dormire con qualcun'altro quindi dormirei, addirittura, posso assicuravelo, in un'altra stanza!) del mio amico, anche se è tardi o anche se sto per morire. 
 
Cara mamma,
quello che vorrei dirti è che per fare sesso con una persona non serve dormirci insieme.
Notizia che ti sconvolgerà: potrei farci sesso sul tavolino e in pieno giorno e senza spogliarmi completamente.
E, tanto per la cronaca, smettila di proteggere una verginità che quasi-quasi non c'è mai stata!
 
Se vado avanti nella narrazione capirete perché sono tanto nera.
 
Ieri sera abbiamo, io e il mio amico ,cenato insieme, lì, nella casa in cui non posso dormire.
Meglio, lui ha cenato ed io sono rimasta a fargli un po' di compagnia visto che non avevo fame.
Siamo rimasti a parlare (parlare mamma!) a lungo e non mi sono resa conto che era tardi.In realtà era presto, ma avevo detto a mia madre che sarei tornata molto prima proprio per non crearle strane turbe psitiche visto che nel vocabolario straccio-cattolico non esiste nemmeno l'espressione chiacchiere tra amici.
Quindi, vista l'ora,s ono uscita di fretta, quasi correndo, senza aver dato un'occhiata in giro.
 
Ed io, se mi prende, sono ansiosa da morire.
Per non farmela prendere devo essere stata almeno norlmalmente attenta.
 
Esempio dimostrativo: quando mi faccio la piastra per capelli poi devo metterla, una volta staccata dal bagno, in salone per essere certa di non potermela dimenticare accesa: posso scordarmi se ho staccato o no la spina ma non mi scordo se ho trascinato o meno una piastra per il corridoio.
 
Dovevo solo dare un'occhiata al gas e tutto sarebbe andato bene.
 
E invece non l'ho fatto.
 
Sono tornata a casa, a casa mia, quella in cui devo dormire per legge cattolica e sono andata su internet, serenamente. Poi ho spento tutto pensando che avrei finalmente dormito bene, ma non avevo ancora fatto i conti con la tragedia che stava per succedermi addosso.
 
Ho iniziato a sentire una voce dirmi: "Marica, ma l'hai staccato il gas".
No, che non l'avevo staccato, era ovvio.
 
"Marica, ma il fornello lo avrai spento bene?"
E il nessun ricordo si faceva beffe di me.
 
"Marica, lui avrà visto il gas aperto?"
Aveva parecchio sonno!
 
"Marica, se muore per colpa tua? Non lo vedrai mai più ridere, piangerai sulla sua tomba, ecc"
E' l'esasperazione dell'ansia, un classico.
 
Non riporto tutto perché è durata, questa tortura mentale, almeno mezz'ora.
Poi mi sono decisa: mi sono vestita e sono andata a comunicare a mia madre che sarei tornata indietro (altri 30 km) per controllare il gas. Mi madre, intuite, non è stata felice. Il vocabolario straccio-cattolico non spiega nemmeno bene che portare la macchina di notte non più difficile che farlo di giorno: c'è solo meno luce.
 
Comunque, tanto per confessarvi quanto sono idiota, ero arrivata anche ad un pianto isterico dirotto.
 
Quindi mi sono fatta il grande raccordo anulare a 160 km/h mettendo diligentemente le frecce per ogni piccolo spostamente finché non sono arrivata all'eur. Perché io corro ma non mi dimenticherei mai una freccia. Quasi arrivata a destinazione ho trovato la strada sbarrata causa incidente. Non vi nascondo che il pianto disperato è diventato principio di infarto:  perché col buoio, in macchina, da sola, senza cellulare (dimenticato!) l'ansia era cresciuta fino ai livelli massimi slash esplosione.
 
Il traffico si è sbloccato dopo 15 minuti e sono arrivata. Ho parcheggiato in doppia fila, ho preso l'ascensore, ho fatto in tempo a vedere che ero veramente un mostro (mancava il tempo per il fondotinta!) e ho citofonato.
Nulla.
Ho citofonato ancora, ancora, ancora disperata e finalmente una voce dall'oltretomba mi ha risposto. Io gli ho detto semplicemente "scusa, gas" e sono andata a spegnere tutto. 
E seguito un altro po' di pianto a dirotto, come fosse realmente morto qualcuno, pianto assolutamente immotivato e un bicchiere d'acqua.
 
Lui mi ha detto: "pensavo che ti fossi dimenticata una crema per i capelli". Cioè, alle due di notte. In una parola do l'idea di una che si preoccupa solo dei suoi capelli!
 
Il bello, veramente bello, è che poi sono dovuta tornare a casa perché mia madre non ha certo detto "vabbe', rimani a dormire visto che poi ci devi tornare domani mattina", no, i mezzi cattolici non rischiano la morale per una vita!
Per un po' di cattolicesimo, mia madre che pensa che chiunque guidi di notte potrebbe morire malissimo, mi avrebbe rischiata serenamente.
Sembrava un telefilm tipo "a spasso con un cattolico".
 
Sono tornata a casa stremata e con una convinzione chiarissima circa la conclusione di questo post: non vi fate strane idee con l'amore e gli innamoramenti questa si chiama sindrome pre-mestruale.
31 dicembre 2010
545 Annali
Aria di crisi tra noi, questo è il problema.
E la crisi destabilizza la coppia, ma anche soltanto me. Anche perché io e lui siamo legati, esattamente come fossimo una persona sola, più precisamente come fossimo solo me.
 
Le crisi succedono a tutte le coppie, certo, però poi qualcuno cerca di non buttare al vento tutto, soprattutto se quel tutto dura da due anni. E' più facile se si è in due a cercare di superare che se si impegna solo uno. Se poi quell'uno sono io, "addio ai monti". Anche perché io non so da dove iniziare, non so qual'è il problema tra noi, non so per quale ragione è successo.
Ci siamo antipatici ultimamente tutto qui.
Per come reagisco io, preferirei ignorarlo, semplicemente, in attesa di tempi migliori, in attesa di aver pensato a tutto, in attesa di aver fatto due conti. Ma lui insiste e dice che non si è mai visto che non scriviamo due righe per la fine e l'inizio di un anno.
 
A me non va di scrivere, perché per scrivere devo parlarci e a lui non va di non scrivere. E forse non va nemmeno a me. Quanto è complicato.
Quindi alla fine ho deciso di dire che io e il mio blog (o io e ladymarica più precisamente, almeno credo) siamo in crisi però entrambi ci teniamo a scrivere qualche cosa su un anno che si chiude e uno che si apre, a farvi gli auguri e a montare tutto a neve con un po' di cinismo.
Scusate ho le metafore storte.
 
Non cambierà niente se non la data, questo è fondamentale dirlo.
Le cose succedono e vanno male e poi vanno bene e poi ritornano ad andare male, l'anno non porta niente, l'anno è solo un modo per prendersela con qualcuno che non siamo noi stessi o la nostra sfortuna.
L'anno nuovo non salute, soldi, sanità e santità.
Non sesso.
Non gioai e letizia.
Nemmeno Gioia e Letizia nude, come dicono messaggi benauguranti stantii.
 
Non voglio fare la pessimista anzi l'anno nuovo ha il grandissimo pregio di poter essere ben iniziato e se uno ben inizia poi può anche permettersi che un po' di sfortuna gli rovini i piani. Questo io festeggio del nuovo anno, un altro inizio. Come aprire una nuova confezione di cereali e gettare la scatola quasi finita di quelli vecchi. No, perché facciamo che sono cereali con pezzi di cioccolato, è possibile che qualcuno abbia cercato solo i pezzi di cioccolato lasciando i cereali. Se apri la scatola nuova , invece, il rischio non c'è, ecco. Hai la possibilità di pescacare, senza imbrogli però, anche un po' di cioccolato. Poi la sfortuna è sfortuna però parti con la probabilità intatta.
Non è una grande cosa e sarebbe meglio poter pensare che l'undici è il nostro numero fortunato e ci andrà tutto massimamente bene però non è così e saperlo accettare in anticipo è un altra grande fortuna.
Come il morire, il fatto che le persone moriranno e il fatto di essere il nulla cosmico, è triste però è meglio che farsi illudere.
 
Ecco, e dopo questo bellissimo e allegrissimo post spero non passerete la serata a suicidarvi in massa facendomelo notare il giorno dopo (non facciamo domande). Se vi può tirar su il morale è da questa mattina che cucino e credo di dover buttar via tutto perché "da qualche parte devo aver sbagliato". Mangeremo tanto amore stasera. E va bene così.

Buona fine e buon inizio.

VIAGGI
28 dicembre 2010
544 Impero Marocco

Lasciamo perdere la barca (sempre nave!) e passiamo alla terra, perché è vero che quella, la barca, è ciò che fa più “racconto”, ma è anche vero che senza “i posti” non c’è vero viaggio.

Oddio, in realtà ho conosciuto persone (leggi: elementi che non mi piacerebbero nemmeno somigliassero a Johnny Depp) che non scendevano nei luoghi ma restavano “a godersi la nave”. 

( ! )

Non mi esprimerò con le parolacce che mi stanno pregando di uscire, no, non lo farò.

 

Abbiamo toccato Savona (Jerico e Gianni, la prossima volta!), Barcellona (bella metropoli!), Casablanca (e anche Rabat) Cadice e Malaga (che metto insieme perché hanno una radice molto comune).

 

Tutti i luoghi sono belli (più e meno) ma quello che mi ha colpito di più è ovviamente il luogo con più “religione”: il Marocco.

 

Partiamo dalle raccomandazioni (furbissime) Costa Crociere.

Su una nave da crociera funziona che, volendo, puoi prenotare delle costosissime “escursioni” organizzate da loro.

Organizzate è un’ espressione un po’ povera, totalmente pilotate è un’espressione migliore.

Furbamente loro, quelli della Costa, hanno convinto, esattamente tutti i tremila (non è una cifra a caso!) passeggeri, che Casablanca è un paese del terzo mondo  (?) in cui è facile essere preda di violenze, torture, omicidi e tutto il resto, quindi (ma tutti dimenticano che niente è più pericoloso dei quindi -lo ripeto!), per essere tranquilli è meglio prenotare un’escursione costa, al prezzo speciale di 150 euro a testa.

Ma il prezzo e il convincimento a sfondo quasi razzista sono solo una parte, forse quella meno preoccupante. La cosa, a mio avviso peggiore, è che, una volta prenotata l’escursione le guide turistiche, affiliate Costa, portano i “turisti” in determinati luoghi dove miracolosamente spuntano strani venditori di cose.

Non ti obbligano a comprare ma ti danno quella sola possibile scelta.

 

Per esempio: vuoi comprare una cosa in un negozietto che vedi perché gli passi davanti mentre raggiungi un monumento?

No, la guida te lo sconsiglia caldamente perché lei non può fermarsi e “non possiamo perderci di vista”.

In realtà l’unico motivo per cui te lo sconsiglia è che la Costa non prende la sua ricca percentuale su quel negozietto e quindi le conviene che tu finisca per comprare all’altro venditore, quello giusto, insomma.

 

Piccola divagazione, forse inutile visto che sono meccanismo tristemente famosi.

 

Quello che è certo è che il personale Costa non può oscurare i vetri dei pullman su cui ti fa viaggiare e non può impedirti di guardare quello che vuoi.

Ed io ho guardato quello che non indicavano (brava furba, dopo i 150 euro!).

 

Partiamo da Rabat, la prima città (un’ora da Casablanca) che abbiamo visitato.

 

“Quelli del mio pullman” l’hanno preferita a Casablanca, a me, se devo essere sincera, è sembrata piuttosto insipida.

 

Quella che abbiamo visto di Rabat è stata soprattutto la città imperiale: una città nella città - tipo il Vaticano (che dio ce ne liberi una buona volta!): un quartiere residenziale che nasce e circonda il palazzo reale (che è ampissimo e molto bello e in cui ovviamente non si può entrare!).

Quindi appena entrati nella città di Rabat, a cui attribuirei, al massimo, l’aggettivo “normale”, almeno giudicando secondo la mia presa visione da pullman, subito ci hanno portati in questo Vaticano Reale Marocchino in cui tutto è tremendamente perfetto. Stradoni enormi, alberi tagliati regolarissimi, siepi fatte da ingegneri, palazzi altrettanto regolari: una città residenziale, perfetta e vuota. Totalmente vuota, nemmeno una macchina, nemmeno uno a portare il cane a spasso, lo zero assoluto tipo un quartiere chic per straricchi estivo, vicino al mare, in inverno.

 

Fine di Rabat, niente di eccezionale.

 

Quindi siamo tornati a Casablanca che ha invece lo straordinario pregio di essere una città che stupisce. Non ti aspetteresti quello che vedi, per esempio voltato l’angolo, questo è bello.

E’ particolare, non so se bella, vecchia e nuova, tradizionale e senza tradizione. Ci sono palazzoni moderni, strade che ricordano un’immagine dell’America e poi ti volti e vedi decorazioni, colori e mosaici decisamente arabi.

Le donne sono un po’ il paradigma della città, con il velo islamico e i tacchi occidentalissimi. La guida ci ha spiegato che indossano un abito (di cui non ricordo il nome) molto coprente ma che, al contrario di quello che pensano gli occidentali (questa l’ho aggiunta io), non “copre la donna” ma anzi ne esprime la personalità: non esistono due di quegli abiti uguali poiché ognuno è ricamato, abbellito e scelto dalla donna che lo indossa.

 

Le donne occidentali (non tutte, vabbe’) si vestono alla moda per uniformarsi al gruppo, lì, nel gruppo, pur facendone parte, ci si distingue.

 

C’è della povertà, ovviamente, ma non è niente di particolarmente diverso da quello che si vede, che ne so, a Roma-Termini.

 

Non posso non vitare la visita alla moschea. Di Hassan II precisamente.

E’ un’immensa architettura quadrata, bianca e azzurra, voltata verso la Mecca (quindi dalla piazza principale sembra come obliqua) e affacciata sul mare.

 

Se trovi un giorno in cui l’Atlantico è abbastanza agitato sembra che le onde le si infrangano addosso e che lei, la moschea, sia lì, con la sua grandezza, a difendere la città dal mare.

O il fedele dagli schizzi volendo.

 

La moschea (la più grande del Marocco, tanto per dirlo) ha un Minareto altissimo (210 metri dice Wikipedia). Lo dico perché questa particolare struttura (su una lingua di terra, circondata dal mare –visibile da dentro la moschea, attraverso un pavimento trasparente, e con il minareto a “sfiorare il cielo” –il tetto si apre) simboleggia il contatto con Cielo, Terra e Acqua, con gli elementi naturali. In questo senso la sottomissione a dio ha il carattere meno servile possibile: sottomissione a tutto il creato, sottomissione alla natura, sottomissione al mondo che è più immenso della mera esistenza umana.

C’è l’idea dell’uomo come parte di cielo, terra e acqua, alla pari degli altri esseri viventi, e questo, azzarderei io, apre più le porte al darwinismo (l’uomo è come le altre specie, ha la stessa origine, non è superiore) rispetto al cattolicesimo che si interessa al rapporto dio-uomo. E l'uomo in questo rapporto è un essere “a immagine e somiglianza” quindi in una posizione preferibile agli esseri non somiglianti –tutti gli altri.

 

Ho finito, tirate sospiri.

Non volevo far lezione, io odio anche le guide, spero di essere stata più riflessiva che geografica.

Quello che voglio dire è che una visita a Casablanca la consiglierei, almeno prima di farsi rimbambire da Daniela Schifo Santanché.

 

(Devo aggiungere che a Casablanca ho trovato una connessione wi-fi gratuita: non potrebbe non essere amore!)

24 dicembre 2010
542 Buon Natale
 
E dio disse: "su gepiù si spanda la più fragorosa delle risate!"
E fu riso.

Io sono impazzita dal ridere, anche se ho sentito dire che era vecchia.

Mi sembra, comunque, sufficientemente natalizia!

22 dicembre 2010
541 Memorie

Se ci sono riuscita, e non era difficile, mentre leggete questo sono in viaggio.

Partita, esattamente come il mio cervello da una ventina (più due) d’anni.

 

Dovrebbe durare, il viaggio fisico, non quello mentale, fino al 27 dicembre, morti premature escluse.

 

Se non dovessi aver trovato connessioni abbastanza free a internet i post si pubblicheranno automaticamente (almeno quelli per scongiurare natali troppo cattolici) ma per piacere annaffiatemi la lavanda.

 

Ho deciso, per l’occasione (della prolungata assensa sul Natale), di lasciarvi con le gesta delle grandi persone, visto che sulle mie (di gesta) non si può mai contare.

 

Quindi, chiedo retoricamente a voi: cosa farebbe Marilyn Monroe se adesso fosse viva?

 

Pensate almeno 30 secondi.

 

Cercherebbe di sollevare il coperchio della propria bara (*).

 

Non c'è mai un limite al peggio.

 

Con tutto il mio spirito natalizio

 

(*) tratta da Fight Club

17 dicembre 2010
539 Fatima alla Mecca

Ci sono momenti della vita in cui le certezze crollano e bisogna rendersi conto che un qualche dio a cui rivolgere preghiere da qualche parte deve pur esistere.
Almeno nella misura in cui esistono le preghiere da rivolgergli.


Non importa che tu sappia che non esiste, non importa nemmeno che tu sappia di essere una persona razionale e non importa nemmeno che potresti passare almeno tre ore a spiegare perché le preghiere non fanno esistere dio.
E non importa, tutto questo, perché può capitare, a chiunque, di aver bisogno di un miracolo.


Capita per esempio di dover partire per una “crociera di Natale” che mille secoli fa avevi accettato (e proposto tu stessa, mio dio!) di fare, giustamente a Natale, e di scoprirsi non propriamente una “tipa da cena di gala”. "Scoprirsi", in realtà saperlo già.

 

Ah, della partenza non vi avevo detto nulla.

Ed era meglio: mi garantiva un certo successo nel non pensarci. Ma oramai domenica è peggio che arrivata: molto prossima.

E molto prossima è peggio che arrivata per ovvi motivi. Arrivare è il passo appena precedente al “passare”, “molto prossima” non è il passo precedente di nulla, tranne che dell’ansia dell'arrivare.


E non è che tu voglia fare la gran fica, sulla barca dico, basterebbe non avere questa “faccia da intellettuale” (si usa, nel gergo delle commesse/parrucchiere/rivenditrici, per dire “sfigata”), se non per te almeno per quelli con cui parti.

 

Quindi ci vuole un miracolo.

E il miracolo, come tutti i miracoli, inizia dalla fede, dalla testa: io farei dai capelli.

 

Ecco perché può succedere, alle due di pomeriggio, che un'atea convinta si trovi ad una fermata della metropolitana ad aspettare Fatima che ti miracolarizzi i capelli.

L'appuntamento al mio miracolo l'ho dato io.

Avere il numero del tuo miracolo, di Fatima precisamente, ha i suoi vantaggi.

Eccetto quando sbagli numero e ti ritrovi a dire ad una estranea “salve, parlo con Fatima?”. Perché c’è tutta la probabilità del mondo che non ti prendano sul serio e ti mandino alla Mecca. Dalla concorrenza.

 

Alla fine, dopo giri e giri, ho parlato con Fatima, quella vera.

Ancora non passata al vaglio del miracoloso ma con buone credenziali, fosse altro che per il nome.

 

Quindi ci troviamo alla metro, deciso.

Ed io la vedo.

La vedo perché è impossibile non vederla, non perché mi appaia.

 

Lei non mi immaginava così, ne sono certa, e fatica non poco a capire che voglio da lei.

 

Le persone che chiamano Fatima sono leggermente belle.

O almeno aspirano alla.

Io non faccio parte della categoria.

Forse “belle” non esprime bene, diciamo che le persone che chiamano Fatima hanno una certa cura particolare di se stesse che rientra in lampade, tatuaggi, capelli lunghissimi, unghie finte ecc

Insomma ci tengono alla loro bellezza.

Ed io non faccio parte nemmeno di questa categoria, che forse è la stessa di sopra.

 

Come da tradizione miracolosa generale non capisco niente di quello che mi dice parlando io solo italiano e lei solo poco italiano. Ma questo è fondamentale nelle apparizioni miracolose in genere, altrimenti alcuna pastorella ignorante direbbe di aver visto, sul serio, la Madonna.

 

Comunque, appurato che lei è Fatima ed io Marica, ci avviamo verso il luogo stabilito per il miracolo.

 

Lei è una madonna nera.

Che è nera lo vedo subito, non propriamente per la pelle, più che altro per uno strano fagotto che porta legato sulle spalle con una coperta: suo figlio, Bubi, sei mesi.

Non so se mi spiego, è più una questione di “dettagli tradizionali” (o tradizionalmente stereotipati) che di colore vero e proprio: non avrei fatto caso al colore della pelle se non fosse stato per il suo modo di fare (e "fare caso" significa solo notare).

 

E’ mediamente bella e stringe alla mano libera un’altra ragazzina: Babi.

Molto bellina, seria seria, che non mi degna di un sorriso nonostante io abbia ripetutamente cercato di ispirarle un po’ di simpatia, vabbe'.

 

Fatima, Bubi, Babi ed io arriviamo a casa.

Lei cambia il bambino, dà da mangiare alla ragazzina mentre io non so se andarmene per lasciarle piena libertà o se rimanere per non farle perdere tempo in attesa del suo dirmi “viene a me”.

Tanto per precisare forse questa è più da pokemon che da frase religiosa, non so.

 

Decido di rimanere ferma in quella stanza, ma girata verso il muro: una via di mezzo.

 

Poi Fatima mi fa sedere e inizia a toccarmi i capelli.

A tratti penso che mi strangolerà e a tratti guardo sua figlia che versa il mcflurry sulla mia sedia mentre mi fissa con due occhi neri come il mare di notte che vedi da una festante nave da crociera (è un come triste se ve lo state chiedendo).

 

Sorrido alla bambina, pensando che della sedia mi frega meno che del mio collo.

Banale istinto di sopravvivenza.

 

Il piccolo Bubi, ancora e sempre sulla schiena della madre, intanto inizia a piangere.

Fatima non si ferma dal lavoro tra i miei capelli ma improvvisa una danza che io non vedo ma sento nelle sue dita.

 

Le sue mani volano tra i miei capelli, intrecciando qua e là.

E’ quando prende l’ago e inzia a conficcarmelo nelle trecce da lei fatte che, Fatima, mi porta a veder le stelle.

E non solo le stelle, anche l’inferno e il paradiso.

 

Oddio, sembra stia parlando di un orgasmo, abbiate pazienza.

 

Fa male, tanto male.

Forse come partorire, se si partorisse dalla testa.

 

Mentre sono lì-lì per morire di dolore la ragazzina finalmente mi sorride e mi chiede di aprirle la sorpresa che le hanno dato al mc donald’s: un po' di luce nell'oscurità della sofferenza.
E' il miracolo!

Quindi apro il pacchetto, monto e lei finalmente mi dà un po’ di confidenza.

Visto che la sorpresa fa veramente schifo e c’è da restarne delusi le regalo un porta cellulare con sopra una bomboletta che a lei piace molto e si mette al collo come borsetta.
L'avrei regalata a qualsiasi bambina, non l'ho regalato a lei per motivi raziali, gliel'ho regalato perché la sorpresa faceva veramente schifo.
Non so perché ma mi verrebbe da precisarlo, soprattutto a sua madre.

Il tutto dura mezz’ora e il risultato è che ho tanto capelli che metà basterebbero a rendere “figli dei fiori” almeno una colonia di calvi.

 

Lei riprende tutte le sue cose, i figli e 180 euro, mi saluta con un bacio e scompare come è apparsa. Miracolosamente.

 

Io mi trovo lì con metà capelli miei e metà neri come la pece.

Sembro una strega con un cattivo parrucchiere.

 

Cure successive hanno reso i miei capelli e quelli finti omogenei.

Il risultato, finalmente, oggi, mi convince abbastanza.

Fosse solo l’influenza dei 180 euro.

 

Mi devo solo abituare a non spostarli tutti insieme per non creare trombe d’aria o cataclismi.

15 dicembre 2010
538 Calzare

E’ inutile metterla sul complicato, farsi tanti problemi e il restante circolo, il tutto, alla fine, si riduce semplicemente all’atto di infilare.

 

Forse cerchi di far in modo che scivoli senza troppo dolore per te e per lei, ma quello che fai, senza lusinghe o poetizzazioni è solo e semplicemente infilare.

 

E lo infili per farcelo restare: il tempo di una sera, di una notte se le cose andranno troppo bene o troppo male. Il tempo che ti ci vuole per farti impazzire, perché pare che senza dolore non si arrivi al risultato.

 

E più è lungo più impazzisci.

Questa è la prima regola.

Di cui si parla, ed anche troppo spesso.

 

Poi, per tutta la sera, dopo averlo infilato, ti senti un poco instabile.

Ma è colpa del calzino, lo hai scelto troppo fino, troppo da donna.

“Eh, cara mia!”

 

E la scarpa scivola e continua a scivolare.

Finché è il piede a farlo, senza dolore per te e per lei, la scarpa dico, tutto è okay, ma se mentre cammini, e ti godi il gemito del tacco sul pavimento, senti il piede naufragare nel mare della scarpa allora quello che ti monta addosso è uno strano senso di sospensione e instabilità.

Insieme a tanta femminilità.

Rigorosamente artificiale.

 

Hai visto mai che essere donna significhi essere scivolosa?

 

Disistima per la calzatura.

E arriva, la disistima, perché non hai provato tutte le altre scarpe e non puoi amarla più delle scarpe che potresti trovare se tu le cercassi.

Significa che non la ami.

O che l’amore non esiste.

Preferisco.

 

“Ma perché ti deve venire in mente proprio adesso, mentre attraversi la strada?”

Mi dispero con me stessa.

“Fingi normalità!”

Sono un pezzo della tappezzeria.

“Fingi almeno di non essere nulla!”

 

Consigli. Per abbellire le pareti.

 

“Ma tanto non puoi levartele, le scarpe, perché pensi che ne troveresti, in linea di principio, di meglio.

Non ora e non sulle strisce pedonali, comunque. Ti conviene usarle.”

 

Parlo senza fiato.

Con e tra me.

E non a quelli che mi fanno compagnia nella cena.

Non ci parlo perché tanto sono già cucinati nei loro brodi di isterismi e commedie, senza preoccuparsi di essere autentici.

 

E’ possibile essere autentici quando ceniamo l’uno con l’altro perché non possiamo cenare con chi vogliamo cenare?

Perché “con chi vogliamo cenare” potrebbe essere chiunque. E in scala infinita.

 

E allora ce ne freghiamo.

Se devo fingere un po’ tanto vale che metto in scena una (e la) vita.

 

L’autenticità è la mancanza di ipocrisia.

Almeno un po’.

 

Tutta colpa della calzatura.

Probabile che non fosse quella giusta.

E come potrebbe esserlo nel mare delle possibilità?

 

Bukowski ha messo un tacco nella piaga.

Pensando fosse un dito.

 

E il tacco non scivola.

Scivola il piede, ma quella era un’altra storia.

 

“L'amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa comodo. Come fai

a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se

solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri"

 

Il comodo del momento che impera nei rapporti umani.

Stretto, riassunto e anche unto.

 

Bello!

 

Mi si è incastrato il tacco, come (in) tutti i tombini.

Cercasi cavaliere per liberazione.

Liberazione troll.

Perché troll non ha il femminile.

 

Non datemi tanto peso: dormo poco, con Figh Club sotto il cuscino (a giustificazione del modo), ho un piano di studi da presentare tra 7 ore e ancora non ho deciso se voglio metterci “biologia” o “storia del cristianesimo”.

 

Una scazzottata mi sembrerebbe allettante.

Solo con uomini però: gli incontri-sexy-tradonne-nelfango li lascio ai siti erotici che hanno perso, giustamente, anche l’ultimo lettore.

 

E poi io i cazzotti li voglio prendere, non dare.

10 dicembre 2010
536 Credenze

Ho avuto tutto il giorno per postare ed ora, che è ora di andare a casa, mi prende la voglia.

Mi trattengo un po’ di più un ufficio, non mi farà male.

Cioè, “non mi farà male” a meno che insieme a me non si trattenga o un uomo con l’ascia o la mia pessima collega (avevo scritto una parolaccia, ma ci ho ripensato sempre tributativamente al nome del blog che ho scelto!).

Comunque sulla collega non proferirò altra parola.

Oggi.

 

Per il resto è stata una giornata ai limiti dell’inferno.

Credevo... e invece sono la solita fessa.

 

E a proposito di credere ho trovato, su facebook, una immagine piuttosto interessante.

 

          

 

Io ci ricamerei sopra una pubblicità progresso.


Immaginate.
Tutto buio, quella sola immagine e il pianto disperato di un bambino in sottofondo.

Poi il pianto diminuisce e la voce fuori campo maschile e brillante dice (per piacere, immedesimatevi un poco!):

“Stamperesti uno di quei simboli, a fuoco, sul corpo di tuo figlio? Quando gli stampi in testa una tua credenza gli fai lo stesso danno”

Con quel “tua” che aumenta a dismisura come insegnano gli effetti delle presentazioni powerpoint e il pianto del bambino che cresce.

 

I battesimi diminuirebbero (almeno se passassero la pubblicità tra un pezzo di uomini e donne e l’altro) e spero, con buona pace dei cattolici, diminuirebbero anche le famiglie che scelgono di avvalersi dell’ora di religione cattolica a scuola.

Non tanto nelle scuole medie inferiori e superiori (tanto quelle sono ore inutili in cui si finisce quasi sempre per sentire i deliri di un mezzo prete) ma soprattutto alle scuole materne ed elementari.

Mi ero scordata di questa tradizione barbara, stamattina una e-mail me l’ha ricordata (grazie!).

Non so perché, soprattutto all’asilo, non ricordavo ci fosse un’ora e mezza di indottrinamento cattolico.

 

L’imposizione del cattolicesimo nelle scuole pubbliche è un fatto allarmante.

Io vi ero così assuefatta che nemmeno ci pensavo più concretamente.

Certo, si può scegliere di non avvalersi (cito dal sito dell’UAAR “come se si rifiutasse chissà che vantaggio –io mi sentivo sempre un po’ in colpa sbarrando la casella, come se mi perdessi una cosa che gli altri facevano. Vabbe’.) ma a decidere, soprattutto ad asilo ed elementari (ma anche medie, forse), sono i genitori.

E ritorniamo al marcare a fuoco le credenze in menti che dovrebbero invece essere abituate a “cercare”, termine che a me ricorda sempre, inesorabilmente, progresso e scienza.

Per questo io credo necessaria l’istituzione di un’ora di storia delle religioni. Dalle materne alle superiori, materia obbligatoria, che mantenga il senso “religioso” collocandolo in una dimensione storico-conoscitiva.

 

Se a un bambino dai 3-4 anni insegni le diverse percezioni che si possono avere di dio, le diverse visioni della religione, i diversi gruppi religiosi non solo quel bambino avrà un'impostazione mentale aperta e tollerante (conoscendo veramente il diverso si annulla il razzismo) ma avrà anche più l'abitudine di "cercare cosa scegliere" e sostanzialmente di conoscere.

 

Ovviamente i metodi d’insegnamento andrebbero studiati, soprattutto per l’asilo. E questo, ma di economica non capisco un tubo, potrebbe generare un nuovo settore, un nuovo ambito di professione. Dico forse, magari in maniera molto minore roba simile esiste già e io parlo di acqua calda.


Il problema rimane sempre che in Italia non abbiamo alcun interesse a sviluppare una dimensione di questo tipo visto che è tanto più facile dirci quanto dio ci ami, esista e sia simile a noi.

6 dicembre 2010
534 La cosa importante è il clima

Quando mi fanno incazzare io divento molto cattiva.

No, non è vero, fa solo fico dirlo e quindi l’ho detto.

O sì è sempre cattivi oppure non lo sì è mai.

I cattivi a tratti sono come i sensibili a tratti: finti.

Io dico di essere sempre cattiva, di me dicono, altri, che non lo sono mai.

Ma non è un bene, per niente, anzi, quelli che lo dicono di solito lo usano come insulto perché alla fine dicono “ingenua”.

Che poi, significa stupida.

Sarò stupida, non ho problemi.

 

Però torniamo sul cattiva e su una tipa che mi ha fatto incazzare.

Ho notato che in gioventù ero tremendamente meno incline alla rabbia.

O almeno, se mi arrabbiavo, bastava poco per farmela passare.

Con la vecchiaia (mia madre ride, ma io uso creme preventive per le rughe da almeno un anno) mi innervosisco, oltre i limiti del lecito, con le persone stupide, superficiali e mediocri.

Cerco di non frequentarle da quando ho scoperto che i miei morsi sono velenosi.

E così loro hanno iniziato a cercare me.

Che vi devo dire?

E’ che arrabbiata sono più bella.

Già, gli occhi fuori dalle orbite, la faccia che accenna un po’ di rosso, le vene del collo tirate, la schiena eretta e quella lieve approssimazione in Hulk mi rendono affascinantissima. Come una ferrovia, più o meno.

 

Tutto avviene su Facebook, sempre bacheca del cattolico (come lo dovrei chiamare, qualcuno me lo dica!).

E stranamente non è lui a farmi incazzare (anche se lo farà).

 

Noi ci divertiamo con le nostre conversazioni pseudo-serie (io mi diverto probabilmente, lui cerca di convincermi!) quindi stavamo giusto naufragando in una delle solite. Precisamente parlavamo dell’etica ricavabile dal metodo scientifico, cioè, io ne parlavo.

E’ un discorso lungo, complicato e articolato che mi sono data la pena di semplificare e riassumere perché infondo una bacheca di facebook è una bacheca di facebook (logica dell’identità?).

Quindi il cattolico risponde alla mia lunga spiegazione che vi evito (prego!) chiedendomi spiegazioni su un punto. Prima che io possa rispondere (ero in un’altra regione!) risponde una tipa, uscita non so da dove: “non mi pare un ganche voi che dite”.

 

Ciao, bella ciao, punteggiatura!

 

Passi che si esprima un’opinione contro la mia, passi volermela far leggere e passi senza argomentazione alcuna, ma non può passare la mancanza dell’accento.

 

Quindi le rispondo leggermente acida, lei mi risponde leggermente patetica e arriviamo a costruire la conversazione che qui riporto e tagliuzzo per voi.

 

Io: M. (mi rivolgo al cattolico ndr), te ne parlo lunedì (sono in viaggio), se vuoi, ma in privato. Considerami un po' snob ma non mi va di spiegare cose SU CUI PROFESSORI UNIVERSITARI STUDIANO a persone a cui "non pare granche". Non mancano solo accenti, manca anche interesse e capacità argomentativa (non si lanciano giudizi, si spiega!).

 


p.s. gli atei tra loro sono tutti diversi, ci tengo a sottolinearlo adesso più che mai.

 

(la tipa è atea ndr)

 Lei: “non è che mancano gli accenti e l'interesse e la capa una laurea ce l'ho anche io (ndr: perché tutti devono dire se sono o meno laureati? Questo li fa intelligenti? Una cattolica qualche giorno fa ha precisato, mentre mi augurava di incontrare dio, come ha fatto lei, di essere intelligente e razionale poiché è un ingegnere. Non sapevo che a ingegneria dessero anche l’attestato di intelligenza e razionalità. Brava!) semplicemente ci sono momenti in cui le persone forse hanno problemi personali piu grossi e allora fanno commenti brevi solo per dire ci sono anche io nella discussione ma ho altro per la testa. grazie pr la critica comunque potevi evitare visto che non mi conosci..”

Forse sono io che svalvolo.

Cioè riassumendo: io e un altro parliamo di cose serie, almeno per me, arriva la prima zappa del mondo e dice che la cosa che ho detto (ma non l’ho detta io, professori e libri e studiosi lo hanno fatto) non è un granché, io gli faccio notare (concediamole “con un po’ di acidità e presunzione”) che sarebbe stato opportuno argomentare e lei tira fuori i suoi grossi problemi personali, ringraziandomi per la critica (lo avrà letto nel manuale della felicità, lo so).

 

No, vabbe’, ho evitato di dirglielo, ma se erano problemi mentali, bastava me lo dicesse e io avrei detto che aveva ragione, volendo.


Ma non si ferma così. Anzi, lei, di sua iniziativa mi manda un messaggio personale in cui scrive:

“ti pregherei di essere meno precipitosa nelle tue risposte se non conosci chi scrive e i suoi grossi problemi”.

 

Ehi, sono io che sono matta o notate anche voi che io ho solo detto (antipaticamente, ripetiamolo) che discutere così, senza argomenti è da idioti?

 

Le rispondo (io rispondo a tutti!):

“Ed io ti pregherei di non mischiare "l'andamento della tua vita" con questioni di ordine filosofico/scientifico/conoscitivo. Grazie”

 

Breve e concisa: le volte in cui mi amo.

 

Lei non si perde d’animo e con forza ribadisce la sua ostinata stupidità:

“l'ho fatto solo per spiegare il mio commento veloce e comunque puoi evitare grazie si vede che a te va tutto cosi bene che puoi dedivìcarti alle questioni di oridne filosofico/scientifico/conoscitivo..beata te e tanti auguri peer le tue riflessioni....chiudo perche non vorrei diventare maleducata ciao”

 

Non vorrebbe diventare maleducata.

Con me.

La povera lingua italiana non può dirsi altrettanto fortunata dopo questo massacro, dobbiamo ammetterlo.

(ovviamente non ho evitato di dirle nemmeno questo. Un po’ sono pentita, dovrei evitare di cedere a certe sciocche soddisfazioni, almeno a quelle.)

 

C’è da dire che non la possiamo scusare con l’età, mi spiace. La signora ha un figlio quasi della mia età, ho letto su facebook e quindi non credo abbia (proprio per dire poco) meno di 40 anni.

 

Io sono stata leggermente antipatica, decisamente snob e un po’ presuntuosa, ammettiamo anche questo.

Quello che mi manda fuori di testa nelle discussioni è quando qualcuno tira fuori il personale (tuo o suo).

Una tattica che usano in molti e l’unico modo per rispondere è farla presente. Poi diranno che rispondevano a una tua accusa, facevano domande retoriche o lo facevano per “mostrare perché il commento era frettoloso”.

 

Sapete come è vitale commentare su fb, no? Anche con miliardi di problemi grossi, tante cose da fare e un senso alto della morale la signora riesce a farlo. Dovremmo tutti prendere esempio, soprattutto io con la mia vita lieta, spassosa e meravigliosa.

 

E’ tanto difficile accorgersi di essere idioti?

Per questo ci si sposa, per stare in allerta?

 

“Giuriamo che il primo di noi che si accorge che l’altro è diventato idiota glielo dice magari tramite raccomandata con ricevuta di ritorno!”

Questo è il giuramento che chiederò al mio prossimo fidanzato, ho deciso.

(la signora è divorziata, sarà perché il marito glielo aveva detto? Ebbene sì, sono una stronza).

sessualità
1 dicembre 2010
531 Punizioni corporali

Che meriti soprattutto se quello che hai fatto è una buona azione.

Potresti commettere atti osceni, anche in luoghi pubblici, darti all’alcol, leggere (attività condannabili), contare le pecore, pregare (attività inutili) comprarti un asino e girarci il palazzo (attività da filmare) e invece tu, nel mare delle combinazioni possibili, scegli  il “fare una buona azione”.

 

Ci vuole una punizione.

Se fossimo in un bel mondo probabilmente sarebbe una punizione corporale.

Bè sì, di quelle che pensate voi.

No, un poco meno in effetti.

Niente frustini.

Niente strumenti dolorosi in generale, facciamo così.

 

Massì, scherziamoci su, che il mio scazzo è pericoloso.

 

Comunque non viviamo in un bel mondo.

Ed è l’ora delle grandi verità (vedi sopra).

Quindi se fai una buona azione il massimo della pena è stupidissima sorte avversa.

 

Tutto comincia lunedì pomeriggio quando penso che la mia povera vicina di casa, una vecchietta di ottantasette anni, abbia passato probabilmente tutto il fine settimana da sola, in compagnia della casa in cui è morto il marito e dei suoi libri (il marito era uno scrittore). Mi faccio coraggio e, presa da una botta di stupidissimo amore incondizionato (sono sbalzi ormonali, maledetti loro), busso alla porta della vecchia.

 

“Chi è?” risponde l’anziana.

Possibile che non ho collegato la frase a quella delle megere delle favole?

No, io no e quindi le ho detto il mio nome.

In tono normale, senza gridare, ma udibilissimo.

Se vi dico che mi ha tenuta lì fuori almeno cinque minuti mi credete?

E se ci aggiungo che mi ha fatto gridare che mi chiamo Marica in modo che risultasse chiaro anche al condominio di fianco mi credete sempre?

“Finalmente” (virgolettato una serie imprecisata di volte) entro. Mi siedo, rifiuto acqua, biscotti, the, caffè e qualsiasi altra cosa: io voglio fuggire via, non consumare vivande.

 

Parliamo, parliamo, parliamo.

Lei parla.

Io annuisco cercando di indovinare la risposta che vorrebbe sentirsi dire, in una grandissima recita di naturalità.

Lei mi sorride dicendo che “ho un bel viso”.

Ed io sorrido, fingendo imbarazzo, e pensando che vorrei avere qualcosa di bello anche più in basso.

Comunque amen.

 

Prima di andarmene, finalmente (senza virgolette) formulo l’invito dicendole che domani sarei andata a mangiare la pizza (con tante persone diverse, che lei conosce, giovani ma anche persone adulte) e che se le andava poteva aggiungersi.

Lei mi bacia, mi abbraccia, mi ringrazia.

 

Rimaniamo d’accordo per le 19.30 del giorno dopo, l’avrei chiamata io.

Ed è qui che comincia l’horror vero e proprio in cui mi sono chiamata.

 

Stasera vestita e non truccata (sono troppo scazzata per il trucco), mezz’ora dopo le 19.30 (avevano tardato i nostri accompagnatori) mi presento alla tipa che prontamente mi apre la porta.

“Mi infilo in panton e… (si scrive così panton?)”

Io penso:“cosa diavolo sarà un panton? Solo un giacchetto, Marica, dai!”

Lei aggiunge “…e vengo. Ma entra, non stare sulla porta.”

 

Io non voglio contraddire nessuno, specialmente la vecchia, quindi entro appena, senza voler disturbare, senza voler essere scortese, senza voler essere invadente (troppi senza).

La puzza di morto chiuso mi assale.

Ma resisto e faccio un altro passo.

Vedo di sfuggita la vecchia entrare in una stanza buia proprio frontale a dove ero io. Lei mi guarda fissa, si tira su la gonna, si abbassa qualcosa e si siede sulla tavoletta del water.

Tu-tu-tu-tu-tu.

Quanti secondi posso aver impiegato a capire che cosa stava facendo? Ma soprattutto quanto ho impiegato a capire che io non volevo assolutamente assistere?

Tanti, veramente tanti.

 

“E’ il bagno” penso alla fine, mentre trattengo un conato di vomito. Faccio due passi indietro uscendo dalla casa e pensando una sola cosa: voglio morire.

Ma il pianerottolo (che è sempre un po’ casa) mi rasserena un po’. Non faccio in tempo a dirmi che magari posso campare altri due, tre anni, che sento, inesorabile come la morte, il rumore della pipì che scorre.

Non vomito solo perché il mio stomaco è vuoto.

 

Non devo sottolinearlo io che la signora deve avere tendenze al pissing veramente spaventose.

 

Non penserò a niente di nemmeno vagamente eccitante per i mesi a venire.

Appena chiudo gli occhi mi riviene in mente la scena e non posso far a meno di… imprecare come una turca (se i turchi imprecano almeno).

Poco lady, ma decisamente appropriato.

teatro
30 novembre 2010
529 Umoristico ma, ebbene sì, sempre su dio (o Dio).

Nonostante io sia contraria alle promesse, perché nulla può essere tanto certo da essere ipotecato, anche se per brevi lassi di tempo, farò un'eccezione promettendovi che nonostante io ne parli spesso, di dio (il primo che dice "sempre" sarà immolato sull’altare della scienza –scherzo), non sarò (come spero di non esserlo mai stata) ripetitiva.

 

Se poi lo fossi non avete che da farlo presente a un mio qualsiasi contatto email.

Sto scherzando. Di nuovo.

 

Come i cattolici fanno proselitismo anche io, nel mio minuscolo, cerco di allontanare quante più persone possibili dalla religione. Per ora il risultato è circa zero.

Comunque riporto una conversazione avuta su facebook con un cattolico. Mi spiace chiamarlo cattolico, ma non saprei come chiamarlo. Lui è un individuo a che fa parte di una comunità: io lo tratterò non come comunità ma come individuo (scelta fatta dal richiedente).

 

Così per rispettare entrambe le identità (la mia e la sua) chiamerò me atea e lui cattolico, tenendo ben presente che i cattolici hanno cose in comune (più più che meno) mentre gli atei di cosa in comune ne hanno solo una: non credere in nessun dio.

Poi ci sono atei che rubano, atei che leggono la bibbia, atei che partecipano a orge e atei che si mantengono vergini fino al matrimonio (no, vabbe’. Quelli sono sfigati –scherzo. Sì, di nuovo). Il punto è che non si può dire lo stesso dei cattolici, non ci sono cattolici che partecipino a orge.

Dimentico sempre il perdono (semi-cit.).

Dico in linea generale.

 

Ne abbiamo dette tante di cose, io e il cattolico, riassumo e tagliuzzo per voi.

Sembra lunga ma è scorrevole, chi vuole leggere solo le cose sensate può leggere solo quello che dice A.

Scherzo, scherzo.

 

Quindi C è cattolico e A, ateo.

A voi stabilire chi sono io.

 

C:Tu e io parliamo di due cose diverse: io di Dio, di Cristo e dell'Uomo; tu di religione, di preti di regole morali e di sessualità.

 

A: Ti posso garantire che saremo diversi anche parlando di Dio, di Cristo e di Uomo escludendo la religione. Dio non esiste non solo per questioni di evidenza e di logica ma anche per questioni di moralità. Sai perché poi ci metto sempre dentro la religione e la chiesa? Perché Dio, anche se non esiste, non fa del male, ma le regole issate su una presunta esistenza ne fanno, eccome.

 

C: Certo che siamo diversi anche parlando di Dio. Tu Dio non sai nemmeno che esista mentre io sono convinto di averlo incontrato.

Non ci sono evidenze né logiche né morali per la non esistenza di Dio. Pensa che la mia ragione, mi dice esattamente il contrario, e la mia ragione non è certo inferiore alla tua.
Non dico che un ateo sia irrazionale (come invece tende a dire l'ateo del credente) dico solo che la sua ragione non vede una buona parte della realtà.

 

A: Come dicevo sulla tua bacheca non tutto può essere detto liberamente e ancora di più non tutto è relativo: ci sono posizioni giuste e posizioni non giuste. La nostra ragione non è uguale: una ha ragione, l'altra no. Io ovviamente credo sia la mia, tu l’opposto.

Ci sono evidenze logiche e morali per dire che Dio non esiste e se tu non lo ammetti non perché sei più stupido di me, ma perché percorsi di vita ti hanno portato a quella convinzione. Ancora di più quella convinzione è radicata in te.

Ma io non posso credere che ti spieghi tutte le cose razionalmente, che dai percentuali a ipotesi e possibilità, che ragioni per evidenze. Tu, come gli altri, ti sei convinto che la Fede spieghi tutto, ma non ti sei dato pena di analizzare questa spiegazione.
Se un bambino muore (facciamo questi esempi estremi e stereotipati) tu pensi che dio abbia un disegno non comprensibile, non spieghi nulla, semplicemente giustifichi cose senza senso.

Mi sbaglio? E allora dimmelo tu come te lo spieghi.

 

(ndr io sono sempre la più grafomane, dannazione!)

 

C:

Azzardo.
Tu parli (male) di chiesa e di regole, e di religioni, perchè è esattamente questa la radice del problema fra noi, e forse del tuo 'ateismo': il rifiuto di una norma morale, di un vincolo che leghi la suprema volontà umana e le impedisca i movimenti.
Il vero problema fra noi non è filosofico, ontologico, cosmogonico, il vero problema è la libertà del fare.
Se Dio pone delle regole al fare, allora io lo disconosco, ne nego l'esistenza e il gioco è fatto. Risultato? Io divento dio e mi permetto ciò che voglio.
Gesù Cristo fu crocifisso in nome della Legge e della Tradizione. Tu rifiuti Cristo in avversione alla Legge e alla tradizione.

 

Marica, siamo alle solite. Io non parlo "degli atei" se parlo di te. Tu invece generalizzi sempre.
La mia razionalità non è inferiore alla tua e tutto ciò che credo è sempre attentamente valutato dalla ragione, Anche di più, vista la mia formazione di base, ho bisogno di confrontarmi con la scienza.
Io ragiono proprio per evidenze, non funziono per fantasie, come forse pensi tu, ma non mi limito alla fisica, che invece è il solo terreno che tu sembri conoscere.
Io accedo alla metafisica e tu non so.

 

A: Tu sorvoli il problema.

Che è assolutamente filosofico, logico e soprattutto etico.

Veramente pensi che io non creda in dio perché questo mi permette di essere giudice di me stesso, di farmi le mie regole e così di fare, sostanzialmente, quello che mi pare? Allora potrei credere a un dio meno rigido no?

Potrei per esempio essere panteista e pensare che le orge servano a congiungermi con la mia spiritualità.

Scherzi?

 

Per esempio io amo particolarmente il velo islamico, qualora esso sia voluto dalla stessa donna che si sente non solo di obbedire a dio ma di essere più preziosa. Sono scelte che non danneggiano nessuno, mi capisci? Però non posso pensare che sia civile la regola islamica (di un certo islam!) di picchiare la moglie se si comporta male (ho fatto esempi anche con il cattolicesimo, incredibile ma vero! ndr).

 

Il problema vero è che io non trovo giustificazione a dio. E uno dei motivi è esattamente quello che ho scritto nel messaggio precedente (ndr morti orrende di innocenti) e a cui tu, infatti, non hai risposto.

Magari perché non si può rispondere a chi non ha “fede”. E allora vieni al mio discorso, le posizioni non sono uguali, la mia io la posso spiegare anche a te (che mai la condividerai) per capire la tua serve un requisito non della mente, ma derivante da dio. Se dio non esiste allora non esisterà nemmeno la fede ed io non potrò mai capirlo. E’ tutto chiuso in sé ed è per questo che manca totalmente di razionalità.

 

C: No non 'da dio’ (deriva questo requisito per la comprensione ndr), ma ‘da Dio'. Sai che non sono la stessa cosa.

Vero, verissimo.
Per questo dico che se non puoi arrivare a Dio con le tue forze, (nessuno lo può) puoi però arrivare ad ammettere che chi crede in Dio non è per niente irrazionale.


A: Perfetto. Per me questo passaggio racchiude tutto. E' un'affermazione di irrazionalità bella e buona. Se io la applicassi a qualsiasi altra cosa farebbe sorridere anche te, ma se lo applichiamo a dio (okay, a Dio se ci tieni) diventa ovvio.

 

Io vedo uomini che partoriscono dal polpaccio, tu no. E non puoi farlo finché non li vedrai, finché la stessa evidenza non ti darà modo (o mezzi) per vederli.

I miei uomini che partoriscono dal polpaccio esistono quanto il tuo Dio.

 

In finale io citerei Eistein, che mi pare sempre una cosa buona e giusta: “per essere l’immacolato membro di un gregge bisogna per prima cosa essere una pecora”.

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE