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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
14 aprile 2013
Ed è sempre più spesso domenica notte. Una cosa che mi infastidisce molto. Nessuna voglia di dormire, un gatto che mi fa le fusa sulle gambe, una sigaretta appena spenta e tanti pensieri. Nessuno che mi vada. Penso all'amicizia. Cose che ho imparato in 24 anni: tutti ti sono amici, tutti sono...

Per sapere come va avanti questo post, basta cliccare sul titolo.
4 febbraio 2013
Chiedo pareri

Ho scritto un post. E l'ho pubblicato. Però non qui. Non ho deciso niente eh, vorrei solo un parere (e qualche commento perché io sono un'isterica!). L'edit è una meraviglia, ho una homepage oltre che un blog, la grafica è spaziosa e posso metterci di tutto con una facilità incredibile. L'unica cosa che mi preoccupa è la poca visibilità, perché si sa, se perdo un lettore io mi deprimo veramente.

Il link è questo. Con cautela per piacere.
C'è un post inedito e poco sotto, il mio post, per me, meglio venuto.

http://lady-marica.webnode.it/news/debiti-di-fumo/ (link al post)

http://lady-marica.webnode.it/ (link al sito)


Saluti a tutti

p.s. questo blog NON sta chiudendo, solo stiamo pensando SE allargarci di là. 

p.s. 2 Il cannocchiale oramai non mi permette nemmeno più di linkare le cose, santa pazienza la mia! Vabbe', metto il link diretto nei commenti.

16 maggio 2012
Le modificazioni corporee
Io arrivavo a considerare, tra le modificazioni corporee, solo, o più che altro, tatuaggi e piercing. Anche gli interventi di chirurgia plastica direi, ma quelli sono la roba della gente ricca.

Poi l’insonnia del giorno oggi mi ha portato a dare uno sguardo a un programma de la7 che titola, più o meno come “la vita segreta delle donne” e tratta di temi che normalmente la gente non considera troppo: sadomaso, donne muscolosissime, feticiste e tanti eccetera.

Stasera si parlava di modificazioni corporee e se la prima tipa, biondissima e super tatuata, quasi mi annoiava essendo abbastanza già vista, siamo poi passati alle modificazioni corporee più reali di disegnini colorati chissà dove. Si è parlato di piercing in cui saltava completamente, per esempio, un pezzo d’orecchio (ritagliato a cuore e donato alla figlia, tra l’altro -che regalo splatter!) fino a scarnificazioni e sospensioni.

E direi che serviva proprio un servizio in tv per farmi balenare in testa qualche nuova idea stupida.

Partiamo dalle sospensioni. Avevo già sentito parlare di sospensioni ma semplicemente come gioco erotico, fatto con corde e solo in casi più “al limite” (ma che bel limite) con i ganci. Però l’ambito, a corde o ganci, si esauriva in una sfera, comunque, privata.
La sospensione di cui parlavano al servizio era invece di altro genere. Non riguarda una coppia e non ha un fine erotico. E’ semplicemente fatta da gente, donne soprattutto, che, spinta dall’idea di gestirsi il proprio corpo, non solo esteticamente ma anche mentalmente e nella gestione del dolore, entra in queste botteghe e si prenota una sospensione.
La sospensione avviene in modo semplice. Quella che ho visto funzionava più o meno così: alla ragazza venivano infilati (lei si faceva infilare, per dirla meglio) due grossi ganci nella schiena, sotto le scapole e altri due ganci sul braccio. L’idea era quella di far tenere alla sospesa le braccia aperte, ricordando una crocifissione.

E già il farsi infilare arnesi appuntiti nella schiena non deve fare molto bene.

In seguito agganciano questi ganci a delle corde e aspettano che la tenutaria della schiena sia pronta a farsi sospendere. Chi assiste, e io non faccio eccezione, si chiede se la pelle presa così sottilmente reggerà il peso.
Lo regge.

Che debba far male è indubbio ma è altrettanto indubbio che il confine tra dolore e piacere sia tutto da tarare sull’individuo. Io, nonostante le immagini non siano state molto confortanti, sarei molto tentata, lo ammetto. Però questa non è una novità, si sa che quel certo lato di sofferenza indotta mi incuriosisce.
Deve essere la sensazione più potente di controllo sul proprio corpo. Io, che per un numeretto sulla bilancia, divento felice o isterica, e non per il peso in sé ma più che altro per la quantità di controllo che in quel periodo sono riuscita (o non sono riuscita) a esercitare su di me immagino, nella sospensione, un controllo amplificato: il controllo della reazione della mente su un atto chiaramente doloroso; la sopportazione; il godimento tratto dal dolore, dal riuscire a sfiorare un qualche limite, a far prevalere la forza volontaria sulla fisicità. Tutto ciò deve corrispondere a una scarica di endorfine incredibile.

So che potrebbe sembrare un discorso a metà tra il sadomasochismo molto fetish e la psicosi grave, ma io credo che la mente umana sia complicata e che nessuno possa riuscir a cogliere le sfumature che ogni singola mente ha in relazione alle cose del mondo. Il dolore che è e allo stesso tempo diventa, piacere, per esempio, pur essendo un meccanismo non credo poco diffuso (basterebbe pensare a un rapporto anale, direi) è difficile da cogliere interamente. Più o meno come, immagino, per me sarebbe difficile cogliere il fascino degli undici uomini che seguono una palla e che chiamano giocatori di calcio.

Poco prima della sospensione, al servizio made la7, hanno parlato anche di una pratica che io non avevo mai sentito prima: la scarnificazione. Consiste nel farsi far un simbolo, a mo’ di tatuaggio, sul corpo ma senza inchiostro: disegnano quello che si vuole riprodurre sulla parte del corpo scelta e poi semplicemente la ritagliano.
La ragazza che si era, volontariamente, sottoposta alla cosa si era fatta scrivere su una coscia “freedom” . Male questo faceva male sul serio, eppure la ragazza ha raccontato di come tra il dolore fortissimo e altro dolore fortissimo provasse anche una specie di piacere, di sensazione di astrazione. Non so se mi farei scarnificare la libertà su una coscia, direi di no francamente, ma trovo che abbia almeno più senso di un tatuaggio. Un tatuaggio richiede, al massimo, la fatica di un pizzico e di una spesa, la scarnificazione, richiede, almeno, un po’ di genuina sofferenza. Vuoi scriverti addosso qualcosa che ha un senso per te? Ha più senso se paghi anche con un minimo di dolore. Avere un simbolo pagato col sangue ha, dal mio esageratissimo punto di vista, un po’ più di fascino, di carattere, di forza di un simbolo disegnato. E, ripeto, non sto dicendo che io lo farei: la sospensione è una cosa, è il piacere di un momento, di quel momento, scarnificarsi qualcosa addosso deve essere un po’ più riflettuto, deve avere un significato, e io non credo in niente così tanto da farmelo stampare addosso, né con inchiostro né col sangue.

Altre due sono state le cose che mi hanno stupito del servizio.

La prima consiste nel farsi infilare pezzi di silicone, con forme scelte, sotto la pelle. Una ragazza aveva sotto al collo infilato in silicone sotto la pelle il simbolo dell’infinito. Personalmente non mi piace molto, la trovo una modificazione corporea esasperata e, soprattutto, al tatto non la troverei così gradevole. A me, e parlo di me perché di queste cose si può parlare solo a titolo personale, piace sentire la pelle e le ossa, quanto più naturale possibile. Escluse tette finte sentirmi dei pezzi di silicone sotto la pelle non mi piacerebbe molto.

La seconda che invece io ho giudicato veramente carina consiste in un corpetto istallato sulla schiena nuda. Niente di estremo direi: si fanno dei piercing nella schiena del richiedente e poi si uniscono, a ricordare un corpetto, con dei nastrini. Il risultato è un vestito sulla schiena nuda. Mi piace la formulazione ossimorica, mi piace il colore, mi piace l’idea in sé. Su di me non farei nemmeno questo, intanto perché è abbastanza definitivo e poi perché non ci starebbe tanto bene.   

Voglio fare una promessa ufficialissima però: qualora io mi facessi attaccare dei ganci nella schiena e poi appendere al soffitto per dondolare, prometto, che ne pubblicherei una foto proprio qui.

1 settembre 2011
639 Ichi the Killer

Ecco un altro film portatomi dallo sgocciolio nevrotico estivo.

 

Duemila e uno, genere splatter, horror, thriller o non meglio identificato, regista giapponese meno che più famoso, consigliato dal lettore audace.

Anzi, non-consigliato dal lettore audace il quale, nonostante lo definisca il suo film preferito, al mio “devo vederlo”  ha scritto (ah sì, la novità del periodo è la chat-chiacchiera – e meno male): “no, ti prego. Sono un ragazzo rovinato”.

 

E uno che mi dice di non guardare una cosa, in pratica, me la sta obbligando.

 

Già dalle scene iniziali, devo dire, ho capito perché lo definisse un film perverso.

Ora, nonostante la perversione rientri nella sfera sessuale in uno strano connubio con la stravaganza, la trasgressione o semplicemente la fantasia, tanto che alle volte i confini dell’uno o di una delle altre si confondono, è innegabile che il piacere mischiato alla violenza (se la violenza è poco consensuale però) sia da ritenere una forma se non perversa (perché rientra in un campo in cui è difficile muoversi) sicuramente da scoraggiare (che invece rientra in un campo sociale).

 

La scena iniziale con la prostituta picchiata e violentata dal suo “protettore” (ma c’è un termine meno adatto?) che poco lascia alla fantasia e molto mostra, tanto per dirlo, non fa pensare, allo spettatore, che ci saranno, nemmeno in futuro, scenette con fiori o nani da giardino che viaggiano per il mondo (e chi capisce il riferimento è bravo): esibisce subito, in brutta forma ad essere seri, il colore principale: rosso sangue.

 

E la violenza è e rimane, infatti, la costante di tutto il film.

 

Violenza splatter e irrealisticamente esagerata a tratti, violenza mentale in altri, violenza sessuale in altri ancora: violenza in ogni forma e devianza.

 

Quello che sicuramente sottolinerei è come, tutta questa violenza, non abbia forma statica ma si mescoli in continue forme di altre cose nell’intero film. Non si smarrisce il senso, il divisorio tra dolore e piacere però il regista lascia intendere che il confine non è così netto come siamo abituati a pensare, che esso può variare a seconda dei soggetti interessati, può variare dalla abitudine alla violenza e dagli intenti di una determinata azione. Per esempio, le torture che uno dei protagonisti, un certo Kakihara, esercita sui suoi “avversari politici” (club mafiosi più che altro) sfiorano certi gusti sadomaso, le sospensioni con tanto di ganci conficcati nella pelle (avranno nomi specifici immagino) che, per gli amanti del genere, sono artistici oltre che apprezzati.

 

Si crea il dolore con gli stessi mezzi con cui per altri si crea piacere. Diciamo che l’idea di fondo, che forse, nel mio volervi mostrare brillantemente, ho rigirato (si crea piacere con mezzi di dolore?) è interessante.

 

Come pure i due protagonisti (e mi chiedo se ce ne sia uno più protagonista dell’altro) la cui caratterizzazione è, a mio avviso, piuttosto geniale.

Ichi e Kakihara sono due generi completamente differenti e sembrano voler dimostrare un’affermazione uscita chissà dove nel film: “in ogni sadico c’è un masochista”.

Ichi è moro, timido, complessato, magari non buono, difficile, tonto, con gli occhini pieni di lacrime per ogni singola cosa andata male; l’altro, Kakihara, è biondo, spettinato, magrissimo, colorato, eccentrico, sicuro, violento, crudele, sadico.

Poco ovviamente Ichi è il sadico che Kakiahara aspetta, teme e vuole.

 

C’è, secondo me, in questa caratterizzazione molta dell’essenza del sadomaso o di qualcosa che gli si avvicini (in una forma estrema, forse impraticabile, ovviamente): voler ricevere dolore ha di passivo solo la meccanicistica ma è, dal punto di vista di scelta, totalmente una posizione attiva, forse persino più attiva rispetto al dare dolore.

 

Per dare dolore (sempre di rapporti consensuali parliamo) serve che qualcuno l’abbia chiesto. L’azione attiva (dare dolore), in poche parole, parte dalla richiesta attiva (fammi soffrire) di chi quell’azione la riceve passiva (il prendere dolore). Senza richiesta attiva l’azione non ci sarebbe. Non so se riesco a spiegarmi. In un rapporto sadomaso, come del tipo che nel film Kakihara desidera, tutto parte dalla donazione (direttamente proporzionale, in completezza, alla profondità del rapporto) dell’accettare il dolore.

 

Credo che il finale, confuso, leggermente intrecciato e poco chiaro, del film sottolinei questa visione, questo rovesciamento che io credo essere, in generale, l’accento peculiare, l’aspetto più ossimorico dei rapporti sadomaso (lo ripeto: il fatto che il sottomesso decida di sottomettersi rendendo possibile il rapporto che altrimenti non lo sarebbe). Ichi, che non avrebbe la personalità, il coraggio, nemmeno il fisico, nemmeno la mente probabilmente, per essere “il sadico”, quello dominante, quello che dà il dolore, viene fatto rientrare nel suo ruolo da Kikihara, dal sottomesso che lo identifica come sadico, lo pensa come sadico e ricerca il suo sadismo anche quando quello sembra proprio essere scomparso. E come al solito mi sembra, soprattutto nei film giapponesi, di notare che l’essere la realtà o l’essere un’illusione dell’intera scena appare poco importante quando quella è l’unica prospettiva che ci viene mostrata dal regista, dal film, dalla storia.

 

Appena svelerò al lettore audace che il film, nel complesso, non mi è dispiaciuto (nonostante io non apprezzi, non sempre, lo splatter), lui capirà che sono una pervertita (io sì, veramente) e una pervertita senza speranze.

Però correrà a legarmi (ma prima deve capire anche il mio deviato umorismo da post).

13 agosto 2011
633 Alle 20 tre respiri. Ma brevi

Così oggi pomeriggio ancora in lacrime, ancora lacerata dal vuoto cosmico, ho deciso di telefonargli. Ho preso il coraggio, ho pensato positivamente che un limite al peggio c'è, ho composto il numero e l’ho chiamato.

Ma questa è la versione da Gossip Girl.

 

In realtà la faccenda è stata molto meno istintiva e ganza. Mia madre, stanca di pianti isterici e debolezza mortale, mi ha quasi messo il telefono in mano con il numero composto dicendo che o lo chiamavo subito o lo avrebbe fatto lei. Ed io pur di non farmi prendere in giro dall’uomo fino all’eternità ho chiamato. Incredibilmente lui si ricordava di me. E già sentirgli dire “mi ricordo perfettamente” mi ha scaldato il cuore. Poi abbiamo fissato un appuntamento per venerdì prossimo.

Solita ora, solito luogo, solita tariffa.

E mi sento molto più leggera a pensare che mi siederò di nuovo sulla sua sedia, lui mi guarderà con gli occhi azzurri e mi chiederà cosa c’è che non va. Io piangerò anche tentando di non farlo, lui guarderà l’orologio e mi dirà “ci rivediamo venerdì prossimo”. Gli darò 50 euro prendendo per me la convinzione di essere stata ascoltata. Ma che dico, anche capita!

 

Eppure mi sento meglio veramente. Ancora non alleggerita dei 50 euro ma meglio. Sembra come di poter tornare indietro di mesi e mesi, a quando ero, almeno, tendente alla felicità. Oh sì, perché c’è stato un momento in cui lo ero. Quello che mi fa sorridere è che se avessi potuto esprimere un desiderio allora mi sarei chiesta più vicino ad oggi, senza sapere che poi avrei, oggi, desiderato assolutamente tornare indietro.

 

Poi sono stata felice, veramente, almeno per qualche tempo. Forse una settimana. Molto felice. Periodo di massimo splendore. Ma più in alto vai e più cadere fa male. E questa si chiama banalità.

Ora ho paura, costantemente e di tutto. Sull’idiotissimo piano sentimentale, temo di affezionarmi a qualcuno che non può darmi certezze. Cosa decisamente comune (oltre che giusta): nessuno può darmi certezze prima dell’affetto o anche solo prima di un po’ di conoscenza come io vorrei. Già la sicurezza del dopo è una finzione, figuriamoci quella del prima.

 

E’ come sempre colpa dei miei: non hanno stipulato il contratto di matrimonio alla mia nascita con uno sconosciuto. 

 

I perché io, che ero quella che blaterava di tranquillità, coppie libere, l’agnosticismo dell’amore, il sesso facile e tante altre cose, sia caduta in questo terrore, li conto più o meno tutti ma metterli in ordine, tirarli fuori e restarli a guardare, con l’aiuto di doctor (che è uno psicologo se non lo avessi spiegato bene) non può che farmi bene. E forse potrei riuscire a capire il perché di questa ansia, senza motivo, che mi prende pensando alle cose più strane.

Sono arrivata ai livelli massimi: mi ci sveglio certe mattine che credo di non poterne respirare.

 

Qualche sera fa parlavo con un ragazzo in fb. Oramai la chat di fb è casa mia. Non so perché gli ho detto una cosa che non dico mai a nessuno, una cosa molto personale, fisica, che mi riguarda. E lo conosco veramente pochissimo. E lui ha detto “per aver fatto una cosa del genere devi aver i coglioni!”

Intendiamoci, io non volevo gratificazioni, non ero alla ricerca di consensi, ammetto che lo so da me che è una cosa impressionante e piuttosto difficile e che ad averla fatta da sola, con la mia sola forza, proprio uno schifo non sono, però sentirlo buttato lì, sentito messo così senza abbellimenti, senza riflessioni su “come, quanto e quando” o su “sano, non sano” mi ha fatto effetto. Come mi avesse suggerito che sì, non ho solo rimediato alla mia stupidità, ho fatto qualcosa che magari non tutti riescono a  fare.

 

Quindi ho i coglioni, mi va bene, però anche l’ansia da cambiamento, o per meglio dire, una totale perdita delle priorità. E’ come se improvvisamente io non sapessi più cosa volere e lo volessi tutto insieme, velocemente. Voglio divertirmi, conoscere persone, sempre più persone e allo stesso tempo voglio essere considerata quello che ero prima e apprezzata per quello e solo quello. E’ ambivalente e complicato.

 

Quindi stasera, ultima botta presa e portata a casa (non ne vorrei parlare, non ancora, se permettete) ho stilato un programma.  Programma che mi vedrà morta e che gestisce ogni mio movimento dalla sveglia, passando per la doccia e per il primo caffè. Un programma scritto veramente eh, tipo per bambini con problemi comportamentali/mentali.

Il programma include una sveglia delle 7 precise ogni mattina, un’ora di corsa (sperando sia l’orario giusto stavolta) poi una doccia e un caffè. In seguito prevede altre attività che variano di giorno in giorno (adesso ricordo un centro estivo -o sociale?) e cercano di dare tempo a internet sì, ma poco, sempre meno, quasi a disintossicarmi. Il tempo per la scrittura, invece, è garantito dai diritti civili.

Il programma prevede persino 15g di nutella quando il mondo sembra distruggermi: 80 calorie per un po’ di felicità.

Lo so che è quasi folle oltre che molto maniacale ma è l’unico modo per salvarmi, per cercare di mandar via un po’ di ansia o almeno l’ansia del fare. E in più il cercare di regolarizzare tutto dovrebbe aver come scopo anche quello di ricordarmi di studiare quando ho finito con le crisi isteriche e i messaggini da adolescente sul telefonino.

 

Agosto non è il mese giusto per la rinasciata, ci vedo meglio settembre, il settembre che ricordi la scuola. Però, intento, possiamo far esercizio.

16 giugno 2011
616 Un uccelletto

Non amo, particolarmente, l’azione.

Direi che più spesso possibile la sostituisco a una profonda riflessione. Inutile ovviamente, come si conviene a qualsiasi riflessione. E anche se pensare di fare una corsa di un’ora non corrisponde al farla sul serio, certe volte riesco anche a sudare.

 

Lasciando da parte le idiozie che intermezzano tanto per rendere il tutto meno suicidio-take away, direi che meno dell’azione amo la non azione prodotta dalla riflessione.

Perché, quasi alla fine, quando uno una cosa non l’ha fatta ha comunque preso posizione sull’azione e precisamente nella non-azione.

Spiegare concetti intuitivi, o che per me lo sono, è faticoso: quasi sto sudando.

Penserò comunque di aver corso.

 

Ero sdraiata in giardino con il gatto tra le gambe, un libro tra le mani e un evidenziatore perennemente tra le labbra, quando vedo un uccellino avvicinarsi.

 

Sì, io mordo le penne, le matite o gli evidenziatori: tremendamente antiestetico.

 

Non faccio in tempo a spaventarmi (le cose in movimento mi spaventano, così come le persone, così come certe parole lanciate, così  come gli animali, così come i volatili) che vedo il gatto, quell’adorabile creatura che dormendo tra le mie gambe incrociate sembrava comunicarmi tutta la bontà del mondo, fare un salto e, in un rapido, bellissimo in quanto tragico, gesto, prendere l’uccellino.

 

Cosa si pensa di una azione così?
Io, razionalmente (sì, ogni tanto ancora mi succede) avrei detto che una scena del genere è normalissima amministrazione, che è più indicato aspettarsi sensibilità nelle telenovele che non nella natura, che non si può chiedere al gatto di non essere cacciatore o all’uccello di non essere preda così come una pianta o, per rendere ancora meno vita e conseguentemente meno volontà, un cassetto non smettono di essere pianta e cassetto per una richiesta. Nemmeno fatta a lacrimucce.

 

In una parola un evento del genere è semplicemente “vita naturale”.

E io sarei stata d’accordo nella mia stessa riflessione se l'avessi fatta a stomaco vuoto (d’esperienza diretta intendo). Perché c’è stato qualcosa di, istintivamente, poco razionale e assolutamente poco naturale nel cinguettio disperato dell’uccello, dilaniato dai denti del gatto.

Insomma, cercando di spiegarla meglio se è naturale che un gatto faccia preda un uccellino, piccolo e abbastanza indifeso, ed io questa naturalezza la riconosco, la apprezzo e ci conto in generale nell’esistenza, altrettanto naturale non è il grido dell’animale ucciso.

 

Non so se riesco a spiegarmi. La morte è naturale, la caccia è naturale, vincitori e vinti sono naturali, prede e cacciatori anche, lo stesso movimento del gatto, quel balzo aggraziato e nevrotico insieme è stato, nella sua tragicità ripeto, molto naturale, è nel cinguettio di strazio, di dolore, di pena  dell'uccello che la naturalità improvvisamente si infrange.

Mi ha fatto orrore, mi veniva da piagere, mi ha disgustata incredibilmente, non tanto per la pena verso l’uccellino morto ma più propriamente per quel suono, per quella violenza fatta all’armonia naturale.

 

La violenza non è naturale, non è l’esplicazione di una forza, è l’esplicazione malata di una forza, l’impossibilità di quella forza di cogliere nel suo esistere anche l’esistere dell’altro. Non è, la mia, una sorta di morale di compassione per la preda, ma più universalmente una sorta di disgusto per l'interruzione della melodia naturale.

 

Mi sono, ovviamente, preoccupata bene di togliere dalla storia l'intero grado di grottesco che come in ogni buona storia tragica c’era. Il mio gridare “mamma” per esempio, incapace all’azione o anche solo incapace di prendere una decisione (correre dietro al gatto?), il mio gridare come una pazza isterica. Ho anche lanciato al gatto un libro, le scarpe che mi ero tolta e pure una crema solare, ma senza successo. Solo all’arrivo di mia madre il gatto traditore è stato acciuffato.

 

Promemoria personale: "a distanza di cinque metri anche se usi tutte le belle parole che vuoi non riuscirai a convincere il gatto a fare quello che vuoi tu, cara Marica".

 

L’uccellino, liberato dai denti di dubbia pulizia del gatto, è comunque morto, senza possibilità di appellarsi a lieto fini accidentali di questa storia (non attiva).

31 maggio 2011
611 Dimenticanze isteriche

Ho scoperto stasera voci parlanti su di me, alle mie spalle, quando io non ci sono.

Aspettate che ci ho messo troppe cose.

Non possono le voci parlanti parlare su di me e contemporaneamente alle mie spalle. Al massimo possono parlare sulle mie spalle se mi stendo a pancia in giù sul letto. Quello che proprio non possono conciliare è che parlino di me alle mie spalle (o come abbiamo giustamente rivisto sulle mie spalle) quando non ci sono. E’ una questione ovvia e fisica: se non ci sono io non ci sono nemmeno le mie spalle.

Comunque, pur non avendo capito quale combinazione metaforica-proverbiale sia più consona la storia non cambia di molto: ci sono persone che quando io non ci sono parlano di me. E precisamente dicono: “ultimamente Marica è isterica!”.

Scusate, ma vi sembro isterica? E soprattutto perché limitare a ultimamente?

 

La faccenda comunque, le voci su di me quando io non ci sono (?), mi ha fatto diventare isterica. Ecco, adesso sì.  Se l’isterismo lo notano anche gli altri forse è tempo di farsi curare. Peccato che decido di chiamare lo psicologo solo a quest'ora e mai ad orario consono per una telefonata.

Sarebbe giusto che uno psicologo comprendesse le fisse dei suoi pazienti e fosse disponibile ad avere una paziente che telefono solo alle 2 di notte.

 

E a proposito di giusto tanto vale, vista l'ora, l'isterismo di cui sopra, e l'insonnia solita, parlare delle beghe mentali che il film che ho visto sul divano della msdc (mezza specie di cugina) venerdì pomeriggio mi ha fatto venire in mente.

 

Intanto c’è una questione di fondo non so quanto risolvibile: il mondo funziona come vorrei io o come tristemente è?

 

Io credo di pensare (ma perché lo penso senza volerlo pensare?) che la giustizia sia molto relativa al “sistema” (di vita, di pensiero, di idea) in cui collochiamo la cosa che deve essere giusta/ingiusta.

Sostenere questo equivale però, per logica direi, anche a sostenere che essendo la giustizia relativa al sistema di riferimento e prendendo in considerazione quello di un omofobo, sia giusto pensare che gli omosessuali vadano discriminati. E questo va contro tutto quello che io credo ovviamente. Quello che io vorrei poter affermare (e lo affermo, assolutamente!) è che in qualunque sistema è ingiusto discriminare sulla base di una preferenza sessuale. Per fare questo però devo necessariamente non considerare la giustizia come relativa al sistema ma la devo considerare come poggiante su qualcosa di solido e indistruttibile, qualcosa di evidente e indiscutibile. E, morto dio, dove la trovo una cosa almeno potenzialmente simile?

 

A me viene sempre in mente la forza degli assiomi, quella roba che non va spiegata perché è ovvia, evidente a tutti, così e innegabile della matematica. Ecco, il mondo come vorrei io (e che voglio credere ma forse non credo) poggia su assiomi evidenti a tutti di giustizia e ingiustizia. Discriminare le persone per i gusti sessuali non è sbagliato per me perché io vivo in un sistema mio ma è sbagliato in generale per tutti. 

 

Torniamo al film.

La trama è semplice semplice.

Alcune persone vengono prese per un lavoro. Un esperimento di 14 giorni in un finto carcere. Alcuni tra i scelti fanno i prigionieri e altri le guardie. Inutile dirlo in brevissimo tempo le guardie scoprono come sia bello giocare a fare dio e i prigionieri scoprono quanto sia divertente fare le vittime e/o i rivoltosi.

 

Le guardie commettono ogni sorta di orrore: iniziano con l’obbligare delle flessioni ai detenuti per comportamenti errati e dopo poco passano ad urinare in testa loro per punirli di comportamenti sempre più sbagliati (bè, sbagliati?). I detenuti non ci stanno: si ribellano, si alleano, si fanno forza e massacrano letteralmente di botte le guardie.

Ed io ho pensato vedendo un detenuto picchiare la peggiore delle guardie: “bene così, ammazzalo!”

 

Il fatto è che, ho pensato dopo, in quel sistema di riferimento, in quel carcere senza uscita alcuna, “la giustizia” ci viene fatta credere coincidente con la vendetta. Ma lo è? La vendetta non è giustizia, su questo penso di essere abbastanza sicura, ma nel caso in cui, come nel film, manca completamento un riferimento più vasto (la realtà) e l’unica cosa che si vede è un certo mondo, un certo sistema (il finto carcere), allora anche la giustizia si riproporziona a quel sistema ristretto?

 

Nel momento della vendetta (massacrante) finale la giustizia, sembra volerci dire il regista del film, è proprio quella. Non è più la Giustizia quella del mondo ma è una giustizia di violenza e sangue, una giustizia orrenda e raccapricciante. E soprattutto che, in virtù degli assiomi evidenti di cui dicevamo prima, non è giustizia (massacrare, uccidere, umiliare la dignità umana credo siano tutti punti-assiomi di ingiustizia).

 

Il male per vendicare male non può portare al bene ma solo ad altro male. Anche le guardie, all’interno del sistema del penitenziario-esperimento, si credono, e realmente, nel giusto. Loro puniscono “commisuratamente” gli errori dei prigionieri, le ribellioni, i casini in genere. Una sorta di catena della vendetta peggiore insomma: piccolo torto, media vendetta, torto più grande, vendetta ancora più grande e così via.

 

E non si può certo stabilire chi abbia ragione nei due mali chiedendoci l'infantile "ma chi ha cominciato"? Spontaneamente ci verrebbe di essere dalla parte di quelli che hanno subito il potere, dalla parte dei deboli insomma, ma ragionandoci la faccenda è almeno discutibile.

 

Io non sono per il “porgi l’altra guancia” che ha di cristiano anche l’apostrofo, io sono per un (credo) migliore “dimenticati di aver preso un primo schiaffo”. C’è una certe differenza tra il perdono (così cattolico che finisce per essere un debito) e il dimenticare che invece è solo enormemente naturale, solo un atteggiamento naturale e non un atto di volontà.

 

Direi che è un comportamento spontaneo rispondere alle ingiustizie con nuove ingiustizie, ma non “giusto” (sempre pensando che la giustizia viaggi per assiomi). Insomma il mondo si arricchisce solo di cattiveria, di vendetta, di torti e persone con il risentimento. Così facendo non ci evolviamo, rimaniamo scimmie.

 

Sempre che esseri umani sia meglio che essere scimmie.

24 febbraio 2011
572 Pocket Coffee

Sono arrivata  ad una conclusione.

Conclusione di tutti i pensieri che ho tenuto bassi, bassi in questa settimana.

Mi sembra più o meno inutile preoccuparmi di tutti gli imbecilli del mondo. Non solo perché il mondo ha una superficie troppo estesa perché io riesca veramente a rendermi conto di ogni imbecille, ma anche perché già occuparmi dell’imbecille me stessa mi dà un gran da fare.

 

Parliamo di cose serie, o altrimenti dette, sesso.

L’ispirazione mi è venuta ieri (e non per farlo, per parlarne –e questo non si può dire non sia un problema) quando mi è stato proposto di tutelare un rapporto utilizzando una safeword.

 

Peccato che il contesto fosse dal poco al per niente riguardante il sesso e che la proposta mi è stata fatta solo per evitare si dicesse troppo o troppo poco in una specie di forum (no, non partecipo a forum e chat porno anche se in quel posto le foto delle mutande sono all’ordine del giorno –tutta roba anche troppo solo amichevole).

 

Forse mi capisco da sola.

 

Su fb c’è un gruppo chiuso (meglio privato, sennò si fa riferimento alle case chiuse e mi tocca difendere onori) di bloggers a cui partecipo e in cui si discute di tutto. Per evitare di pestarci i piedi un amico mi proponeva di utilizzare una safeword tra noi in modo da capire bene quando è il caso di smettere di parlare.

Meno sessuale di così devo solo dire che l’argomento su cui non dobbiamo pestarci i piedi è topolino (no, scherzo).

 

Lo dico per chi fingesse di non intendersi di queste cose, la safeword è una c.d. “parola di salvezza”. Serve nei rapporti di un certo tipo a garantire i partecipanti. In realtà “di un certo tipo” lo dico io per facilitare il contesto di riferimento: la safeword sarebbe intelligente utilizzarla in ogni rapporto. Secondo me perché permette di sfiorare certi limiti senza farsi troppo male. E non intendo con “farsi male” soltanto dolore fisico eh, intendo a livello morale o anche solo emotivo. Anche in un rapporto amichevole che si basa per esempio su una scherzosa e continua presa in giro, porre una safeword significa garantire che il rapporto non si rovini involontariamente. Inoltre, se uno sa di poter dire una parola e far capire all’altro che ha toccato il limite o lo sta toccando esplorarli certi limiti diventa meno rischioso. Perché non devi necessariamente essere certo che l’altro/a abbia capito il tuo concetto di eros, di dolore, di gelosia, di possessività, di amicizia eccetera ma puoi stare tranquillo che se anche non l’ha capito hai la soluzione in una parola (che poi sarebbe uno slogan bellissimo se si volesse promuovere l’uso della safeword in una pubblicità progresso –ah, se io fossi dittatore a vita!).

 

Forse si perde una parte del divertimento, forse, se le esperienze sono poche si acquista una sicurezza. Non è facile abbandonarsi all’altro non conoscendo i propri limiti, con una safeword ci si abbandona tenendo sicuro il tasto stop.

 

Lo spiego meglio facendo un esempio. Fingiamo di parlare di un’esperienza erotica in cui si vuole sperimentare dolore fisico. L’espressione dolore fisico non indica una cosa e niente altro, indica diversi livelli di una sensazione particolare (sì, sfioriamo il complicato ma quella sensazione che si vuole provare è il male). Io per prima non saprei qual è il mio limite massimo, non saprei se voglio arrivare a piangere e strillare o se mi voglio fermare prima, a un morso scherzoso.

Ed è qui che entra in gioco la safeword. Sapendo che se dico pocket-coffee posso ottenere che tutto si fermi mi spingo un po’ oltre.

 

Inoltre se si ha una concezione come la mia di relazioni che oscilla tra “tutto è finzione” a “molto è finzione” a “qualcosa fingiamo sempre”, la safeword assicura che lo si dica quasi esplicitamente. L’unica parola reale diventa infatti quella che abbiamo scelto come “parola di salvezza”. Glucosio per esempio. Tutto il resto non significa nulla. Persino “puttana” (che sempre secondo il mio “mi piace” è la cosa meno bella che si possa dire, anche se sei eccitato e non ragioni), se hai istituito una safeword, non vale più molto. O meglio vale ma in un contesto che rimane esclusivamente quello.

Non so se mi spiego.

E’ come se tutto cambiasse di livello. Se “glucosio” o “pocket-coffee” sono il livello “realtà” tutto il resto, tutto quello che si dice, sta sotto. “Puttana” (scusate) ha lo stesso valore di “non voglio”.

 

Le “parole di salvezza” hanno quindi una caratteristica che secondo me le rende ancora più importanti: garantiscono il gioco.

Già, perché i rapporti erotici, almeno secondo la mia limitata esperienza (ma quando ero giovane avevo tanta fantasia), sono fatti (devono essere fatti) da no che significano sì, da “fermo”, che significa “non smettere”. E questi comportamenti, purtroppo banalizzati dalla letteratura di un certo tipo (leggi mondezza), dalla tv, dai film eccetera, sott’intendono tutto un meccanismo di gentile violenza (nella concezione più positiva che riuscite a dare al termine) che a me personalmente non smette mai di piacere.

 

Se ad uno piacesse essere soffocato (attualmente non è questo il caso, ma non escludo un futuro a sacchetti di plastica) il dire “basta”, “non respiro” o altro potrebbe far parte del gioco. Con una safewrod non rischi di morirci soffocato nel gioco, ecco.

 

Poi ci sono uomini che amano avere rapporti con ragazze dal seno enorme e si lasciano quasi soffocare da queste, ma si chiama essere deficienti ed è un’altra storia (la mia solita invidia da terza, quarta, quinta ecc, lo so).

 

Sempre secondo la mia limitata esperienza questo discorso sulla sessualità, forse su una sessualità poco condivisa, è difficile da spiegare a chi non lo comprendere spontaneamente. Io non l’ho propriamente imparato leggendo una qualche cosa o facendo determinati cammini, diciamo che mi è spontaneamente molto chiaro. E questo prima (a undici, dodici anni –oddio, lo posso dire?) mi preoccupava mentre oggi mi incuriosisce molto, come meccanismo mentale.

 

Quello che ancora oggi mi preoccupa è l’influenza che tutto questo ha e deve avere in una relazione, diciamo seria. Perché io di certo non mi invaghisco (boh, scegliete un termine appropriato voi) di una persona solo se mi ho presa a schiaffi (questo sì che richiederebbe il ricovero immediato) ma per tutti altri fattori. E il fatto che la persona di cui mi sono invaghita (?) per altri fattori comprenda o meno la sottigliezza di questi meccanismi di piacere (in continua evoluzione ovviamente) ha di certo un grado di importanza in una relazione. Sono esplicita, non che non si possa arrivare all’orgasmo per altre vie, solo che il punto non è l’orgasmo, il punto è tutto il mondo che c’è dietro.

Rimane da stabilire il grado di quella importanza.

21 febbraio 2011
571 Luce del ragionamento

Quando vedo un uomo piangere al buio nella sua stanza mi domando cosa lo spinga a non accendere la luce (cit.)

 

Capitolare mi sembra un verbo abbastanza esprimente l’immagine di qualcosa che cade giù, con tonfo precisamente

 

Il mio bagno è lucido, la mia anima nera e la mia connessione lenta (lentissima).

Peggio di così si chiama iniziare a pregare.

 

Preparare la moka mi risolve qualche problema.

E’ un momento terapeutico. Perché segui certi procedimenti, in quell’ordine preciso, con attenzione, dedizione e precisione. Non fai altro, prepari la moka. E’ sufficientemente impegnativo. Almeno per una con il mio basso quoziente intellettivo.

 

E io li seguo, questi procedimenti, nella mia cucina, in silenzio assoluto pensando solo a mettere il caffè nell’imbuto (quello delle moka si chiama così, no?).

A casa con i miei non ho mai fatto una moka. Questo perché c’è una caffettiera da espresso. Ho imparato a farla, la moka, da quando sto da sola, senza macchinette da espresso.

 

Meno terapeutico è provare la nuova Moka Alicia con sveglia e timer a mezzanotte (msdc regalo) perché poi tutta casa sa di caffe’ e il caffè, si sa, allontana il sonno. Anche quello delle due di notte e anche solo con l’odore.

 

Parlare della moka mi impedisce di parlare del resto, bene così.

 

Perché il resto è solo una rabbia, contenibile e contenuta, contro me stessa.

10 febbraio 2011
566 Estratti conto

Le azioni si dividono in due categorie (e in tutte le altre ovviamente) quelle che andrebbero fatte e quelle che andrebbero fatte ma non facciamo.

 

Per esempio chiudere i rapporti con qualcuno che non ci piace.

 

E dovremmo farlo sul serio, ma tante volte non lo facciamo.

Non saprei dire il perché.

Paura che la scelta sia troppo definitiva da sopportare?

Paura che poi il rapporto chiuso ci serva?

Paura delle conseguenze.

 

Già, perché i rapporti servono, anche solo perché ci è impossibile stare lontani dall’altra persona, ma servono sempre, in primo luogo, a noi. Quelli che dicono “se non mi ami me ne vado” non lo fanno, come sostengono perché pensano che l’altro, quello che non ama, dovrebbe essere felice con un’altra, lo fanno perché a loro serve un rapporto totale. E nei rapporti è sempre, inesorabilmente, compreso il giudizio. Se non giudicassimo l’altra persona non avremmo un’opinione di lui/lei e non avremmo motivo per avere un rapporto (di qualsiasi natura esso sia) con lei/lui.

Ma sto divagando.

 

Quando decidiamo di non chiudere quello che andrebbe chiuso dimentichiamo che ci sono le conseguenze di aver mantenuto quel rapporto. Non solo le fini hanno conseguenze irrecuperabili, anche le continuazioni. Ci sembra, ma è un’illusione, che per finire ci sia sempre tempo mentre non si può continuare qualcosa se l’hai finita ieri. Ma è un’illusione appunto. Ci sono continui che se continuati (perdonate l’assenza di sinonimi) fanno più fatica a essere fermarti poi. E ci sono anche fini che poi hanno nuovi inizi.

 

La fine delle cose è una parte non opinabile, non trascurabile. Forse a volte è rimandabile. Ma arriverà quella chiamata per la quale non otterrai l’esonero.

Finisce l’amore, finisce il più strabiliante degli orgasmi, finisce anche la vita.

E finisce anche il caffè, certe volte.

 

Ci ingoiamo i fanculo perché ci sembra di dover essere superiori, ce li ingoiamo perché ci sembra che così abbiamo una sorta di potere, di controllo, sulle cose.

Ci ingoiamo i fanculo e facciamo bene, ma certi li lasciamo solo scivolare nell’esofago sapendo che non sono così esili da mandare più giù ma nemmeno tanto grossi da ostruire tutto. Rimangono lì e pensi sempre di sputarli fuori, ma poi lasci perdere perché ti hanno convinta che essere superiori sia meglio.

 

Essere superiori non significa nulla in realtà, è solo un luogo comune che ci hanno insegnato a ripetere.

Sì è persone non superiori, ma migliori (in un confronto con un altro se stesso) se non si odia veramente non se si sopprimono gli insulti.

Si è persone migliori se senza cadere nella bassezza dell’odio si decide di troncare la roba vecchia e di aspettare la nuova. Aspettarla consapevoli che potrebbe non arrivare. Questa è la chiave, la differenza tra troncare i vecchi rapporti malati o semplicemente sostituirli. E la seconda è più che altro una bassezza.

 

Sostituire i rapporti è appunto “l’altra possibilità”, è la possibilità di inscenare la vita. Di contare la felicità, i figli e le tragedie, di sistemare tutto come su un palcoscenico aspettando che gli altri guardino.

Non è questione di costruirsi una apparente felicità, non so se mi capite, è questione di costruirsi una vita intera, piangere, ridere, soffrire non tanto per gli eventi, tanto per riempirsi la vita.

 

Riempirsi la vita.

E’ un’espressione piena di tanti problemi.

Riempirsi la vita.

E' la cosa che meno mi riesce al mondo.

 

Non darò giustificazioni a questo post, non dirò “l’ho scritto perché”, o “pensavo a”, o robe del genere. Semplicemente pensavo scrivendo. E forse, ma non me lo dite, questa è una giustificazione.

24 gennaio 2011
558 Un po' di male

Vi assicuro, in premessa, che ridere del mio comportamento non mi farà migliorare.

 

Io sono seriamente convinta che una collana, cioè ferro (boh, bigiotteria scarsa) montanto alla bella e meglio, mi porti sfortuna.

E l’idea che qualcosa ci porti fortuna o sfortuna è tanto irrazionale (e criticabile) come quella di pensare che dio ci salverà o non ci salverà. Anzi, forse pure peggio.

E’ una collana che ho comprato tanti anni fa, nera, con una croce e un cuore.

Ovvio che porti sfortuna, è pure un’offesa all’estetica!

Non serve che io la indossi o cose del genere, mi basta toccarla.

Spostarla soltanto ultimamente e le cose più tremende si abbattono su di me.

“Più tremende” in senso abbastanza figurato, ovviamente.

Non ho tanti esempi ma vi assicuro che è una situazione non sostenibile con quella collana. Ho deciso di prendere e buttarla, di solito la riciclerei per i regali dell’ultimo secondo (visto che non l’ho mai nemmeno messa convinta della sfiga che mi avrebbe portato) ma non c’è nessuno che io odi così tanto.

Anche perché se poi uno odia qualcuno non fa regali.

Almeno questo nel funzionamento classico delle cose (ma non sono un’esperta di rapporti umani però) poi si possono cambiare le combinazioni e le posizioni.

 

Sabato sono uscita con una ragazza che non vedevo da un anno.

Una compagna di giurisprudenza, rimasta a voler far l’avvocato, che ho continuato a sentire grazie a facebook.

La prima cosa che mi ha chiesto è stata: “ma me la spieghi la litigata su facebook?”.

Ed io mi sono stupita perché è vero che se non vuoi far leggere le cose trovi un modo per non farlo, ma da una ragazza che su facebook pare non esserci mai non mi aspettavo una lettura tanto attenta.

 

Così ho maturato l’idea che forse le persone ci leggono, ci guardano e ci vivono più di quello che ci aspetteremmo, direttamente o no che sia la cosa.

Rimane da stabilire se noi dovremmo correre a specificare di noi o lasciar fare loro quello che vogliono.

Io solitamente specifico ma non sono certa che sia poi la scelta così giusta. Infondo si potrebbe sostenere la pirandellica “la verità è una questione di chi guarda” e quindi parlare di percezioni, ma credo si arriverebbe anche troppo in fretta a un qualche tipo di stupido relativismo.

In realtà io parlo male del relativismo per cerca di allontanarmelo ma è una posizione che mi affascina non poco. E’ sostanzialmente l’idea che tutto sia sempre relativo: a chi guarda, a come lo guarda, a perché lo guarda.

 

Dobbiamo, se vogliamo sostenere questa posizione, ignorare i problemi logici che scaturiscono da: “se tutto è relativo allora anche l’idea che tutto è relativo è relativa e quindi senza un preciso livello di validità”.

Non c’è modo di uscire da questo problema di autoreferenzialità, se non provando a sostenere che “tutto è relativo” è una frase con un livello diverso da “i cani sono meglio dei gatti” perché una parla di fatti l’altra di proposizioni sui fatti. Quindi la seconda, quella sui fatti è relativa a chi la pronuncia, mentre la prima parla solo della natura della seconda.

Sono troppo contorta?

 

Il relativismo porta anche a problemi etici non indifferenti: come si può sostenere che male o bene, torto o ragione, verità o falsità siano sostanzialmente la stessa cosa, due immagini di una stessa medaglia?

Il fatto che però il relativismo porti a problemi etici non credo basti a decretarlo infondato o falso.

L’idea che a me piacerebbe avere, ma che forse non ho, è che il male e il bene non siano mai relativi e che anzi ci siano diritti umani evidenti tanto quanto gli assiomi matematici, cioè senza possibilità di essere messi in discussione. E’ un’idea bellissima, ma quanto reale?

Se ci fossero questi “diritti evidenti” forse nel corso della storia non assisteremmo sempre a guerre, massacri, omicidi (quando ci va bene), prevaricazioni ecc.

Se fossero tanto evidenti persino il vaticano riuscirebbe a capire che non si possono discriminare le persone a seconda dei gusti sessuali, tanto per dirne una.

 

Io, dal canto mio, credo che gli uomini nascano malvagi, cattivi, desiderosi di comandare, di fare dio e vedano un bene tutto loro e che solo con la cultura (e per cultura non intendo solo libri o studio, intendo esperienze di vita, età ecc), la legge (sì, una sostanziale imposizione della "bontà": sono una persona triste?) e, forse, un certo tipo di religione (ma la religione come strumento di potere fa sempre più male che bene. E quando non fa male basa tutto sulla paura o su istinti primari come il voler rivedere i morti, voler vivere per sempre o cose del genere) tutto questo si può attenuare. Forse può anche scomparire ma è cosa rara.

 

Il malvagio che c’è in noi tende sempre ad avere la meglio e questo è un fatto che personalmente mi preoccupa. Perché mi chiedo sempre fin dove arrivi, o potrebbe arrivare, il mio livello.

 

Non esiste qualcuno di interamente buono, e soprattutto non gratuitamente (qual è il prezzo?).

 

Giorni fa un uomo che io reputavo (o reputo) bravo mi ha raccontato di quando in Romania torturava gatti per divertimento. E’ un uomo piacevole, pieno di rispetto e di attenzioni, eppure ha fatto cose per le quali io non guarderei in faccia un essere umano.

Questo non dimostra nulla ovviamente, ma io sono convinta che se avesse avuto più possibilità di cultura (libri e studio -è brutta metterla così, ma non saprei come altro dire) avrebbe trovato repellente simili attività e oggi non lo considererebbe un racconto divertente. Non so come descrivervelo bene, potrei parlare della sua sensibilità, del suo senso del dovere ecc però non posso non sottolineare che nel buono si nascondeva il “malvagio”.

E ripeto è un “malvagio” comune a tutti, secondo me, più o meno affievolito, diversamente espresso, ma comune a tutti.

 

Certo, però poi ci sono eccezioni a simili regole generali che non possono valere così rigidamente per individui singoli. Eppure un qualche fondo di verità io ce lo vedo intuitivamente.

 

Dopo  aver dichiarato di avere una collana maledetta che mi porta sfiga non posso pensare di avere una qualche credibilità, lo capisco bene.

Buonanotte corte.

6 ottobre 2010
498 Dedicato ai miei pensieri, a com'ero ieri, e anche per me

Questa notte è troppa per dormila soltanto.

Direi che è bella, ma non riuscirei a trasmettervi il senso.

E’ bella perché mi permette di farmi due calcoli interni.

Non è bella cioè allegra, serena, normale.

E’ bella e mi mette tanta tristezza.

Due cose che in me coincidono.

Tristezza che non so come affogare, o meglio lo so, ma ho smesso.

E allora, parliamone.

 

Tristezza non è la parola adatta.

Mi chiedo se ci sia tra le tante quella giusta.

Descrivo: è un movimento circolare, precisamente, che viaggia tra rabbia, sdegno, tristezza appunto, amarezza, non senso. Antonio Damasio dice che le sensazioni che noi chiamiamo emotive sono puramente fisiche. Cioè, forse non ve lo so spiegare bene, ma, in sostanza, egli dice che la sensazione, negativa o positiva, non parte mai dalla testa, dall’emotività (che non esiste), ma parte dal corpo, il cervello cioè, è indissolubilmente legato al corpo che abita. Non, per esempio, scegliamo mai per raziocinio ma sempre e solo per “movimenti corpori” che poi chiamiamo istinto. Dipendesse solo dalla testa finiremo come l’asino di Buridano a morire di fame perché non sappiamo scegliere la balla di fieno che fa per noi.

 

Mi si sgretola il mondo davanti agli occhi.

O meglio, mi accorgo di quanto sia sgretolato, insano, malato, imperfetto, deforme, mostruoso.

Se non credete al FSM che era ubriaco, mi chiedo come possiate giustificare un simile scempio. Lasciamo andare che di teologia si muore.

Lo so che capita, non mi illudo di essere speciale.

E non mi illudo nemmeno di aver scoperto acque calde.

Solo che certe volte me ne accorgo più di altre.

 

Sento, io sento, di dovere qualcosa.

Al prossimo, a me stessa, a chiunque.

Devo qualcosa alla signora alla cassa del supermercato.

Perché lei c’era prima di me.

E non importa che fosse in un’altra fila e dopo un litigio sia passata alla mia, lei c’era prima, è giusto farla passare avanti. E’ giusto non nella logica del supermercato, è giusto in un ordine universale delle cose.

Mica lo so se mi spiego.

Mica lo so se prenderete questo esempio come io spero. Non faccio cose per la signora, in questo caso, o in generale per gli altri, io lo faccio per me stessa, per me stessa che sente un senso immenso di “dovere giustizia”.

E’ giusto perché da qualche parte lo sento.

Qual è la parte corporea della giustizia?

Secondo le gambe.

Perché al massimo puoi correre via.

Lontano, lontano.

 

Vedo sofferenza.

E non sono certo Gesu Cristo, per ovvie motivazioni sessuali e perché io esisto e non sono trina, però sento schifo. Sento freddo.

 

Chiudere la finestra sarebbe un buon inizio, lo immagino, eppure, ironia per ironia, sentire un po’ di freddo mi piace, come sentire tristezza, come sentire dolore. Ricorda di essere vivi, in un mondo fatto e foderato di nulla.

 

Vorrei ficcarmi nelle orbite due occhi nuovi e provare a vedere il mondo senza pensare alle persone, a quelli che hanno smesso di esistere, a quelli che non esisteranno mai pur essendo vivi, alla superficialità, alla stupidità, alla sofferenza e al nulla cosmico che ci divora.

 

Ci divora.

Lentamente, inesorabilmente, persi nelle cose che crediamo importanti.

Il nulla nel nulla.

 

Allegria?

 

Scusate se ho chiuso i commenti, il vostro parere è sempre gradito (graditissimo e se ci fossero altri gradi li esprimerei), come sapete, solo che sono un po’ desolata dal movimento del mondo attualmente.

O anche lui è desolato dal mio movimento.

Io corro.

Sembra positivo, ma non lo è.

Io scappo, passo oltre, vado per andare.

E’ frenetico non è uno “stare avanti”.

Corro cambiando tutte le direzioni, senza logica alcuna, cercando me stessa forse, cercando la mia dimensione.

Tendo verso qualcosa costantemente.

Un post dedicato a me, insomma, riflessivo.

23 agosto 2010
468 Le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore (cit.)

Ho costatato che le visite che credevo essere tante sono una miseria se paragonate ad altri blogs.

 

Per questo oltre che dolermi costantemente (ironia) ho deciso che posso affrontare anche temi leggermente più intimi.

Leggermente.

 

In effetti più intimi di "qualsiasi cosa sia mai successa nella mia vita" la vedo difficile, ma cercherò di provarci tenendo soprattutto in considerazione che l'intimità non deve essere per forza mia personale e che già parlando di intimità generale in effetti tratterei di un argomento più intimo del solito.

Non so se mi sono spiegata.

 

Quindi oggi sesso.

Che nell'intimità è l'argomento eccellermente più grosso.

Fuor di misura (metonimia per fuor di "metafora sulla misura").

 

Questo grande, misterioso, difficile, sistema mente-corpo che si muove costantemente intorno a noi, con noi e dentro di noi. Questa spinta animale ma alla fine anche incredibilmente divina. Questo spaventoso anticristo.

 

Dobbiamo metterci d'accordo sul termine sesso?

Naturalmente, se mai lo avete pensato, toglietevi dalla mente missionario (!) , obblighi matrimoniali e procreazione che col sesso c'entrano solo se c'è di mezzo un cattolico.

 

Il termine sesso racchiude molto più di quello che un post supercompleto potrebbe mai raccontare, quindi se dovessi escludere le vostre preferenze abbiate pazienza.

 

Non inizio da c'era una volta ma devo citare una cosa vecchia.

Iacopone Da Todi qualcuno ce lo ha presente?

Quel poeta (forse) che si studia al terzo anno in letteratura italiana e che rimane impresso più che per le rime noiose per la vita completamente sacra, pura, senza vizi. Anzi, di Iacopone da Todi rimane impresso un cantico (?) di cui non ricordo il nome, in cui il frate pregava Dio (o simili) di gettare su di lui tutte le peggiori malattie del mondo.

Sofferenze e sofferenze.

 

Ecco, diciamo che Iacopone da Todi pensava di fare fesso dio, senza tener presente (a parte le non esistenze) che è impossibile escludere completamente il piacere dalla vita.

 

Senza voler prestar gioco a inutili teorie sul masochismo puro e la perversione che c'è nel desiderare castighi celesti e salvezza (ma sono pronta a farci un post separato se qualcuno dubita), e sarebbe molto divertente parlarne, chiunque non può non ammettere che alla fine di un folle dolore c'è piacere.

 

La cosa funziona pressapoco così: se non bevi per quattro giorni il giorno che berrai, l'acqua ti darà più piacere ancora.

E non si può non bere per sempre.

 

Posso fare un esempio più vicino?

Se mangiate un gelato troppo in fretta, vi viene un fortissimo mal di testa.

Di solito dura poco, poi passa.

E quando passa sembra che un lento piacere si sia diffuso per il corpo.

E' il rapido passaggio di quel dolore.

Ed è piacere.

 

Ecco, Iacopone non faceva sesso in senso stretto però alla fine i dolori a cui si costringeva lo portavano sicuramente in una terra di godimento, senza che la beatitudine celeste c'entri nulla.

 

Dolore e piacere è, nel sesso, uno dei temi che più mi incuriosiscono.

Non in senso sadomaso, anche se niente è da escludere a priori (a parte il cilicio, dicono).

Dove finisce il dolore e dove inizia il piacere?

Dove finisce il piacere e inizia il dolore?

Quanta distanza c'è?

Il limite è opinabile?

E' possibile che esista il piacere senza dolore?

 

La descrizione classica del coito è: un dolore meraviglioso.

E' sudore, dolore, fatica.

Temo che se non fosse per lo straoridinario e insuperabile piacere che si genera nessuno farebbe sesso (non è una teoria proprio mia).

 

Poi, quasi di fianco al dolore, c'è un altro aspetto, meno evidente e magari meno universale (perché il dolore secondo la mia visione non può essere separato dal piacere e dall'amplesso) che io trovo affascinante: l'umiliazione.

 

Nella più classica interpretazione psicologica solitamente il desiderio di umiliazione viene associato a sensi di colpa latenti. Nel sesso cioè il voler essere umiliati dovrebbe in qualche modo "punire" quelle cose che noi consideriamo colpe nostre.

 

Io la trovo un'interpretazione sensata, ma non così totalizzante. Quello che voglio dire è che "l'umiliazione" nel sesso potrebbe anche essere sempre presente, cioè senza motivi psicologici secondari.

Per esempio associando il senso di umiliazione all'essere posseduti.

Sto entrando troppo nello specifico?

E' complicato da spiegare, però se si parte dall'idea che noi stessi apparteniamo solo a noi stessi, l'atto sessuale ci mette nel diretto utilizzo di qualcun'altro.

Lasciando fuori i sentimenti che volete voi.

 

Questa non è l'umiliazione classica, pesante, ossessiva, del, per fare un esempio, pissing (wikipedia vi racconta tutto volendo) però costituisce certamente un "non normale utilizzo di sè"

 

Forse io sono troppo rigida nel considerarmi, certe volte ricordo l'avvio in modalità provvisoria dei computer, lo so.

 

Nelle donne poi, l'atto fisico, in generale, di aprire le gambe è, non voglio dire umiliante, ma comunque uno stravolgimento dei comportamenti considerati dignitosi.

 

Insomma, forse parecchi considererebbero non propriamente dignitoso per una donna, star a gambe aperte, che so, in metropolitana, ma, poi ovviamente de gustibus non disputandum est e si sa.

 

Si chiama intimità perché si fanno e dicono cose che devono restare lì.

E' l'unico momento in cui è fondamentale essere da soli anche in due, in cui i due devono avere lo stesso movimento.

Due corpi estranei non posso avere un orgasmo (metteteci i sentimenti che volete ma è pura chimica, secondo me).

 

Come da titolo.

 

C'è una cosa che io infilerei nella categoria "umiliazione" (meno o più profonda che sia): le parolacce.

E' una "pratica" che io decisamente non riesco a capire: essere definita troia al massimo può far venire voglia di tornare a casa, ma dubito che accenda il desiderio.

Poi la mente è una cosa complicata e l'eccitazione anche di più.

 

Faccio meno fatica a capire invece i meccanismi mentali di pratiche meno comuni e più erroneamente mal giudicate. Non faccio esempio sempre perché...

 

Come da titolo.

 

Okay, ho già mandato tutto a puttane (per restare in tema)?

Avevo iniziato seriamente.

Continuo senza serietà.

 

Per quanto riguarda le quantità dei convolti io non ho problemi.

Cioè, lo trovo meraviglioso da sola e meraviglioso in tredici, varianti in mezzo, dal due al dodici, annesse.

In quattorci si può provare, ma insomma, faticherei ad avere il giusto grado di egocentrismo.

E, soprattutto, dall'uno al tredici, senza distinzioni di sesso, razza, tendenze sessuali, credo, opinioni politiche e misure.

Sì, sono tollerante, e abbastanza costituzionale, ma le ultime tre fanno distinzione, altroché.

 

Concludo con una coversazione ai limiti dell'assurdo che dovrebbe spiegare la mia visione sulle differenze che ci sono tra apparenza e apparire (non pensate male di me, io scherzo quasi sempre)

 

Lui (un amico, che conosco da molto tempo e che si diverte a prendermi in giro): «come ce le hai le tette? ».

Io (che sono cretina ma molto spiritosa): «non lo so, un giorno ti faccio vedere così me lo dici tu e mi aiuti a rispondere al prossimo che me lo chiede».

Lui: «okay. Immagino che sia una domanda che ti fanno spesso, non vorrei che fossi impreparata».

Io: «mi stai dando della t****? Veramente sei l'unico che si permette queste domande; uno una volta mi ha chiesto la taglia del reggiseno e ancora non ho finito di arrossire»

Lui: «ma io lo so, stavo scherzando».

Io: «lo so che lo sai, altrimenti non te lo avrei mai raccontato».

 

(e per la cronaca ci scrissi un innocentissimo post e per questo lo sto raccontado anche a voi)

 

Scusate, dodici marinai (atei, di sinistra e con grandi misure), aspettano la tredicesima, scappo.

SCIENZA
1 luglio 2010
443 LadyMarica, ovvero il puntaspilli

Stamattina dovevo vedere delle persone.
Pensavo in camice bianco, ma sembra non sia più di moda.

Ieri mi ero preparata al solito modo che hanno di farti sentire colpevole e ignorata, almeno a me, e credevo che avrei sofferto solo leggermente per l'antipatia che ho da sempre verso la categoria.
Sofferenza morale, pensavo, ma mica fisica.
Anche perché, insomma, a meno che non ti sventrino, credevo che il dolore fisico postesse essere sopportato, e da me (presuntuosa) anche piuttosto egregiamente.
Credevo.
"Male che vada", sempre credevo, "dura quel che deve durare, ma poi finisce."

Ma non avevo fatto i conti con lui e i suoi aghi.

Lui è un medico piuttosto recente, "barbetta", per gli amici M.
Ci ho parlato due volte con oggi, e la prima volta, mentre mi toglieva i punti (una settimana dopo operata), non ha avuto la gentilezza nemmeno di chiedermi se sopravvivevo ed ha parlato tutto il tempo al cellulare.

Lieta oggi di aver attirato la sua attenzione.

Fatti.

Entro e lo vedo.
Io che speravo ci fosse invece il dottore con gli occhieletti tanto carino.
Mi stendo sul lettino e la prima cosa che dice non riguarda me.
Vabbe'.
Poi mi alza la maglietta leggermente, tocca l'addome, prende l'ago e gentilmente lo infila.
Non sento molto.
Almeno al primo inserimento.
Non trova quello che dovrebbe trovare (come ve lo spiego che dovrebbe trovare? diciamo un "passaggio"ecco), quindi ritasta e reinserisce l'ago.
Non esagero dicedo che avrà tentato almeno 30 volte, e con tre aghi diversi (pare si rompessero).
Dopo i primi 5 minuti ho iniziato a sentire un doloretto.
Per tutti gli altri minuti invece ho sentito un dolore tremendo, e mica per l'inserimento dell'ago, ma perché non riuscendo a trovare il passaggio lo sfiorava (pungendolo) e facendolo smuovere un po'.
La sensazione è quella di sentire un chiodo di plastica che hai ficcato sulla pancia muoversi da tutte le parti.
Fa male, ve lo assicuro.

Niente, dopo la rottura di un terzo ago decide di cambiare sala, usare una macchia per l'ecografia, identificare il "passaggio" e conseguentemente procedere all'inserimento del contenuto della siringa (soluzione salina, nemmeno 1 cc).
Ci spostiamo, mi ristendo e ricominciamo.
Passa la macchinetta per l'ecografia, spingendo e trastullandomi mentre io sento solo che con il gomito si è appoggiato sulla mia coscia: comodo?
Crede (ahah, crede!) di aver indovinato il punto e giosamente inserisce l'ago; non voglio fare l'esagerata, io il dolore fisico lo sopporto, ma lui, non trovando l'affare, gira dentro la mia stessa carne.
Fa male.

"Se ti faccio male dimmelo" (dopo l'ottavo ago abbiamo iniziato a darci del tu).
"Ma non mi posso lamentare costantemente, visto che è costantemente che mi fai male!" non glielo dico, ma lo penso anche in aramaico.

Mezz'ora, forse di più.
Aghi su aghi spezzati.
Ho recitato mentalmente almeno il primo canto della divina commedia.
Fori su fori.
Entrata e uscita.
Dolore tremendo sulla valvoletta che sento spostarsi dentro di me.

"Non sopravviverò", a metà lo penso.
E intanto mi colpevolizzo (perché sono una malata di mente parecchio grave) pensando: "avrò fatto qualcosa di male io? Magari ho mangiato cose sbagliate, magari ho dormito in una posizione sbgliata, magari sono proprio sbagliata..."

Gli chiedo di fermarsi.
Di darmi 10 secondi.
"Anche venti" dice lui.
A 7 ricomincia a tastare, non infila aghi però oramai mi fa male anche toccandomi soltanto.

Facciamo un altro quarto d'ora di tentativi (sono stata lì, stesa, un'ora totale a farmi infilzare), altri aghi, altra ecografia, niente di niente.
Poi M., barbetta il genio delle valvolette, decide di mettere da parte l'orgoglio e di chiamare aiuto.
Quando dice il nome di House mi rassereno un poco.

Nella realtà è il dottor P. di nome L. l'unico che tollero (anche quello degli occhialetti devo dire).
E' il dottor House, non da oggi, da sempre.
Dalla prima volta che l'ho visto.
Perché zoppica allo stesso modo e ha gli stessi occhi celesti.
E da oggi pure perché ha la stessa genialità.
Anche se è molto più gentile, ma meno carino.
Dice che è meglio farlo in piedi se non ho intenzione di svenire.
Non ho intenzione.
Tasta l'addome per tre minuti, prende l'ago, io mi preparo alla morte, e con un dolore minimo (c'è, ma è nulla paragonato alla mia ora di agonia) infila la soluzione salina lì dove deve infilarla, nel passaggio.
Al primo, e dico primo, tentativo.

Barbetta M. è rimasto un po' male, ma dice che può succedere "una mano diversa, certe volte...".
"Tua sorella".
Ci sarebbe da dirglielo, ma io l'ho ringraziato, non ironicamente, ma perché comunque sì è impegnato. Certo, si poteva impegnare con meno buchi, però l'impegno e l'attenzione un po' valgono.
Insomma, mi ha chiesto (non so se dopo il ventesimo ago) anche il nome: umanità, stiamo arrivando pure con Barbetta.

Pare che tra quindici giorni sia consigliabile ripetere.
E anche se il motivo "lividi e puntini" mi dona, stavolta magari si potrebbe tentare di riuscirci, non dico al primo, ma al decimo ago almeno.

Perché mai questi tipi in camice non mi siano simpatici non riesco proprio a capirlo.

20 giugno 2010
436 Affetta d'afta

Siete liberissimi di prendermi in giro.

Anche per due o tre giorni consecutivi.

O di non creder a una parola di quanto sto per dire.

 

Io sono mortalmente allergica alle persone.

Non per metafora o senso figurato, la cosa, direi, è dimostrabile scientificamente.

 

Eppure non sono mai stata una misantropa, anzi, il genere umano, seppur osservato con un lontanissimo “cannocchiale” mi piace.

Volano paroloni?

 

Dicevo dell’allergia.

Allora presento un flashback.

O analessi.

Ed io preferisco analessi.

 

L’ultimo anno di liceo andammo a Valencia, con la scuola.

Era marzo e non avevamo previsto, scesi dalla crociera (bel viaggio d’istruzione, veramente!), tutto quel caldo.

E non avevamo previsto nemmeno un’idiota di professoressa che sbagliando strada ci fece camminare sotto il sole rovente per kilomentri e kilometri.

Ricordo soprattutto una grande sete generale.

E ricordo che tutti cercavamo acqua.

Anche liscia e caldiccia.

 

E non so come, nemmeno se fosse propriamente la mia per la verità, ma io avevo una bottiglia d’acqua.

Non essendo munita di poteri magici miracolosamente inventati non riuscii a moltiplicarla, ma essendo fondamentalmente buona, decisi di condividerla.

 

Precisazioni sul termine “buona”.

La bontà ovviamente (=secondo me) non esiste.

Comae l’amore e tutto il resto.

Si tratta sempre del “non sentirsi in colpa” (quindi non riconoscersi, come invece è, egoisti, interessanti solo a se stessi ecc ecc), del “farsi amare”, e del, nel caso specifico, non farsi picchiare.

Poi, per quanto mi riguarda c’era pure un senso artistico: veder morire persone di sete non è propriamente quello che si dice “estetico”.

 

Quindi io, che per principio provo repulsione a bere (fumare, ecc) da cose in cui hanno bevuto (fumato ecc) altri, ho lasciato che la mia bottiglia passasse di bocca in bocca.

Non un esercito, facciamo attenzione, tre persone al massimo.

 

Vi ho già parlato di quanta sete avevamo?

Ho ribevuto (inorridite pure!) alla bottiglia anch’io.

E il giorno dopo, prova indelebile della mia allergia alle persone, un'afta infetta (?) è venuta a bruciarmi le labbra.

 

Potrebbe essere il caso, certo.

Potrebbe benissimo.

 

Mi ero scordata dell’incidente fino a ieri o circa.

Un bacio, forse due (una persona sola, niente esercito nemmeno stavolta)

E sapete cosa è successo sulle mie labbra?

Nuova afta a bruciare.

 

Ora, pur non volendo io dire numeri o far statistiche devo confessare che tra la bottiglietta passata e il bacio di questi giorni non c’è stato il deserto (anche se sarebbe più morale, più gradevole per me, e più artisticamente in tema con acqua e baci). Però direi che anche se non sempre le afte si sono presentate (ma qualche altra volta sicuramente è successo) non ci interessa.

Facciamo esami a campione.

 

O anche ai campioni che m’interessano.

 

Sono andata al mare, temo che l’acqua salata abbia contribuito alla diffusione dei germi. Su wikipedia si dice che lo stress, il contatto con oggetti e/o animali (e l’uomo?) possono causare le afte, insieme a tante altre mancanze di vitamine o cose del genere.

 

Sempre da wikipedia leggo che le afte non sono contagiose.

Meno male, chiamate l’esercito.

Da baciare.

2 maggio 2010
411 Di orti in sogni
Sarò franca pur restando marica.
E già iniziamo malino, lo so.
 
Finalmente ho smesso di pensare.
Non che lo avessi mai fatto realemente, pensare.
Di ricordare, diciamo meglio.
 
E ho l'impressione che stanotte per la prima volta da tanto tempo dormirò bene.
E' una frase celebre eh.
Ma è più celebre se a "tanto tempo" sustituiamo sedici anni.
 
Mi volete dire che non avete mai visto "la bella addormentata nel bosco"?
Più o meno alla fine, Malefica, la pronuncia dall'alto delle scale, prima di andarsene a dormire e dopo aver incatenato il principe Filippo, poco azzurro ma vero amore della principessa Aurora, e quindi l'unico che potrebbe risvegliarla.
 
Nell'orto, oggi, mi sono fumata uno spinello.
Canna?
Devastante fa troppo "drogato"?
 
Non ho capito nulla per quindici minuti, forse meno.
Poi lieto offuscamento omogeneo.
Ed ora adorata stanchezza liscia.
Senza ghiaccio.
 
Devo dire che man mano che i giorni passano le cose vanno anche peggio.
Il peggio dello schifo, non so definirlo.
 
Ieri notte ho fatto un incubo spaventoso.
 

Di incubi così né ricordo solo un altro, in prima elementare.

Non ricordo cosa io avessi sognato, ma ricordo che ero talmente spaventata che la maestra mi chiese di raccontarlo.

Parlare esorcizza la paura.

Nel mio caso parlare la fa diventare solo più strana.

Scrivere la esorcizza.

No, forse non la esorcizza, ma la scioglie un po’.

E ci riempio un post.

 

La trama del sogno è semplice-semplice.

Un po’ triste mi sa.

 

Dovevo fare una visita medica (ma stranamente non era quello a terrorizzarmi).

E per farla dovevo entrare in una stanza, un reparto azzarderei da sveglia, recante un’insegna (mi sento Dante: sono strana io o qualcuno ha sentito che pure lui fumava l’erba?).

Una particolarissima insegna, scritta da fior fior di medici: “brutta”.

Femminile e singolare, riferita non a me (se lo avete pensato, che farabutti!) ma alla stanza.

Come dire “una brutta stanza”.

 

Qualcuno, forse mia madre (mia madre?), mi spiegava che era un reparto di persone molto malate.

 

Sono stata in procinto di entrare per tutto il sogno.

E l’ansia di “stare per entrare” costituiva un elemento importante per il nutrimento della paura che mi mozzava il fiato.

Non sono entrata, non che io ricordi.

Ho guardato dall’esterno, da davanti la porta, lasciando alla mia immaginazione tutto un mondo.

 

Le persone non erano “mostri” (ma anche).

Soffrivano tremendamente.

Per cosa io non saprei dirlo.

Soffrivano per tutto.

Privati di dignità e decoro.

Mutilati, mi viene in mente.

Doloranti.

 

Il reparto era buio, puzzava di muffa, di desolazione.

 

Sentivo il loro respiro fiacco.

Sentivo l’odore della morte.

Sentivo il dolore di chi rimane.

Sentivo il dolore di chi sta per morire e non vorrebbe.

 

Improvvisamente mi viene in mente chi c’è in quella stanza.

Eh, mio padre ovviamente.

 

Inizio a piangere e a gridare mentre dormo.

Non so se vi è mai successo.

E’ diverso che piangere da svegli.

Le lacrime costano più fatica: piangi nel sogno, ma vorresti che uscissero dagli occhi.

Le grida, invece, ti svegliano.

O forse, volevi scappare e cercavi dei piedi veri per farlo.

 

Cazzo, entra.

 

Mi sono detta da sveglia, la mattina dopo.

 

Non sono più riuscita ad addormentarmi.

Ma sono riuscita a piangere meglio, da sveglia.

 

Sono soddisfatta di me.

L'ho raccontato bene.

 

Non mi farò altre canne troppo presto, penso.
Ho uno sguardo così da scema!
Ed io gli scemi proprio non li sopporto.
Soprattutto così vicino.
19 marzo 2010
379 L'amaro sorriso di S. Giuseppe

Sono capitata per caso su un blog, e nonostante non fosse periodo nè serata, mi sono fatta un sacco di risate.

E’ assurdo, l’autrice non lo saprà mai, eppure l’ho adorata circa per 10 minuti.

 

***

 

“e fa male quando il dolore t’assale e non sto con te”

(semi-cit. Pier Davide Caroni –Di Notte)

 

Dovrei dire al mio psicologo che domani non andrò perché di parlare non ho alcuna voglia. Ma il “non ho voglia di parlare” naturalmente vale anche per le comuncazioni di servizio telefoniche, quindi mi trovo in una strana situazione.

Cerco qualcuno che gentilmente lo chiami al posto mio: sono aperte le iscrizioni fino a domani alle 12.

Perché non ha un’email?

In un’email farei meraviglie!

 

Domani è la festa dei papà mi pare d'aver saputo tanto tempo fa.

Festa? Diciamo ricorrenza?

Anzi, diciamo stupido modo di mettermi in difficoltà anno dopo anno.

 

Ecco, quest’anno è cambiato qualcosa.

Anzi, è cambiato pochi giorni fa.

Respiro profondo: tranquilla io, tranquilli voi.

Mio padre ha una qualche forma di leucemia.

Lo hanno ricoverato giovedì scorso.

I medici dicono che è “curabile”, io non ho alcuna fiducia in quei tipi che per tanti versi sono così simili ai preti, però mi attacco alla speranza.

 

Ma non vi crucciate, vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole.

(anche se io intendo la cosa in maniera meno religiosa di Dante)

 

Io penso che la più grande intelligenza che si possa avere sui fatti che accadono, sui fatti che ci sembrano privati, tremendi, insopportabili e atroci, sia quella di condividere, per dare una possibilità in più di esperienza a chi li legge, di crescita anche, di conforto eventuale, di confronto.

 

La vita vissuta non ha alcun valore se non può essere anche a servizio di qualcun altro.

 

La prima cosa che ho provato è stato un profondo senso di colpa.

Per tutte quelle volte in cui ho pensato di mandarlo a quel paese, per tutte quelle volte che (sono Scanu?) ho pensato che se fosse morto sarei stata meglio (un pensiero da deficente ovviamente), per tutte le volte in cui l’ho detto, presa dalla rabbia.

 

Poi, smaltito quello, mi sono domandata se avrei mai avuto modo di dirgli che provo per lui una profonda stima, una stima che esula dall’affetto. Provo affetto per mio padre, certo, ma provo stima per un uomo che partendo da nulla ha creato tutto.

Lo stimo perché aveva un progetto e lo ha ralizzato, tutto da sè.

Un progetto ambizioso, anche, che ha garantito felicità e benessere non solo a lui, non solo alla sua famiglia, ma anche ai suoi dipendenti.

 

Forse un progetto che io non condivido per la mia vita, ma se sono i risultati, le azioni, gli sforzi quelli che parlano, allora mio padre è un Uomo che vale, veramente.

 

Oh, sto scrivendo un necrologio?

Che pensiero carino per un uomo vivo!

No, stavo solo spiegando quello che non ho mai scritto di lui, lasciando trasparire, negli altri post, solo le guerre generazionali che tanto ci animano di solito.

 

Quando avevo dodici anni ho scritto (non ancora in un blog) che gli avrei dato, volentieri, 20 anni della mia vita.

Lo farei anche ora, non per generosità, ma per egoismo.

 

Okay, adesso non facciamoci prendere dal “poveraLady” (mi basta che lo facciano in ufficio -lavoro meno di prima oramai, qualcuno ci crederebbe?); quindi, quelli che mi trattavano male continuino a farlo e quelli che mi trattavano bene comincino: adoro essere maltrattata!

 

E adoro anche alcune pratiche sadomaso di cui vi parlerò alla prossima catastrofe...ehm, puntata.

 

(p.s. per decidere se pubblicare o meno questo post ho pensato tanto; alla fine, come sopra, ho deciso che è sempre vita vissuta, sempre motivo di riflessione, sempre modo per mettere per iscritto le cose e dargli una collocazione.)

5 febbraio 2009
METTENDOCI UN PO' D'IRONIA...al lupo, al lupo...e il finale lo sanno tutti!!
Ebbene succede da milioni di anni, è sempre la solita solfa…
Una passa tutta la vita a pensare che non succederà a lei e poi alla fine, abbassa un attimo le difese e stang si prende un cazzotto in faccia che è destinato a far male per circa un quarto di secolo…sembrerebbe!

E non è un “cazzotto morale” che non lascia segni tangibili anzi, lascia più segni di quelli del tradizionale cazzotto fisico…e tutti, tutti, pure una lontana zia rincoglionita, anche alla distanza considerevole di 15 metri esclamano come se nulla fosse: “ehi ma che fai fatto? Hai una faccia…” senza sapere che con buone probabilità hai passato l’intera mattinata a far finta di stare bene e a truccare  “quella stessa faccia”!!

E poi quando veramente fa male, che dal dolore ti sembra di aver bevuto acido corrosivo capita sempre una persona, che magari non ha nessuna altra colpa tranne quella di essere capitata lì in un momentaccio all’interno dell’intero cataclisma psicologico che vivi in quei giorni, a cui ti viene la voglia di spaccare la faccia…un po’ perché sorride, un po’ perché respira, un po’ perché fa domande e parla…

E poi becchi una canzone di Luca Napolitano (e chi è? Un belloccio di “amici di Maria De Filippi” !) che senza esagerazioni sembra abbia scritto quelle parole direttamente con il tuo sangue (e per fortuna che era senza esagerazioni!)

…e poi ti accorgi che anche all’università ti guardano tutti, perché si legge scritto a caratteri scarlatti in faccia “UCCIDETEMI, SOFFRO TROPPO!” ed anche se probabilmente qualcuno ne sarebbe pure felice (di ucciderti!) tutti si tengono un po’ a distanza indecisi se chiedere, se non farlo, se dare un consiglio su qualcosa che comunque non capirebbero o se stare semplicemente zitti (l’accendiamo!)…

E allora decido per alleggerirmi l’anima di buttare giù quelle lettere fittizie che poi fanno la loro bella fine, (l’unica che si meritano del resto!) nella spazzatura….ma, mezza intontita dal sonno di prima mattina e dall’aura di morte che mi circonda (almeno quella celebrare) mi arrabbio pure con il foglio di carta perché mi fa rileggere parole che non vorrei mai aver scritto…e allora scatto e strappo il foglio come una pazzoide mentre il ragazzo sedutomi vicino salta per il colpo che gli ho fatto prendere e mi guarda tra il divertito, l’impensierito e il comprensivo…

Finisco con la canzone del suddetto Napoletano…(parziale!)

“E non ti accorgi quanto mi fai male
E dillo che c’è un altro al posto mio

Vai non voltarti, vai
E vivi la tua vita come vuoi

Sono stanco di aspettare
Ho paura di affondare
Giuro che non ce la faccio più
Nn c’è un’altra via d’uscita
Sai di ssere importante

Che vuoto dentro, sento che mi manchi
Ma io mi arrendo, non ti fermerò

Vai non voltarti, vai
E vivi la tua vita come vuoi
Io non mi fermerò
Ho già toccato il fondo, cosa vuoi

Ahah…
Respirerò dolore

….mi hai già distrutto il cuore!!”

E non è troppo male comunque!!


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permalink | inviato da LadyMarica il 5/2/2009 alle 19:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
27 dicembre 2008
UN DOLORE TUTTO MIO....purtroppo!!
Natale è passato (fortunatamente dice una parte di me...)
E' passato bene, male, insolito o banale non saprei dirlo...

la mia mente come al solito era altrove...
completamente fuori...

Finché non è successo!!

Insomma non dovrei più farci caso...

Prima o poi in questi magnifici pranzi con i parenti, qualcuno come pensandolo un argomento interessante di conversazione lo tira fuori, lo getta tra ciancicate parole sul tavolo della cena, su un gelato, in cucina o in una stradina campana.

E allora io che faccio?

Io rimango lì come se una doccia gelata mi avesse travolta, come se non avessi parole e, lì impalata, rispondo cercando una disinvoltura che non ho e, mentre il mio viso assume un espressione da condannato a morte salente al patibolo, la mia lingua incespica tra parole ostinate che non si decidono a uscir fuori dalla bocca.
 
In me è come se si aprisse una voragine che risucchia tutto quello che di solito c'è di buono (o circa!) e poi (maledizione) i miei occhi si riempiono di lacrime (non posso proprio fermarle, anche per la minima sciocchezza esse iniziano a cadere!)...
 
Ed è allora che, l'altro, il qualcuno che ha tirato fuori l'argomento (brillante!) di conversazione mi guarda come se in realtà mi vedesse per la prima volta...

e nei suoi occhi io vedo...vedo...il biasimo e lo sdegno!

Rimango muta, fredda come la pietra impossibilitata persino a resirare...non sono più me stessa...non sono più niente in effetti...

Allora finalmente l’altro lascia cadere il discorso che si perde nell’oscurità della dimenticanza...

Non ho finto abbastanza disinvoltura -dico a me stessa-. 
La prossima volta sarà diverso.

Mento.
So che non sarò mai preparata...



Questo post è incomprensibile...per chi non è me!!

C'è una cosa (di me) che non sopporto,
di cui non vorrei parlare,
che odio immensamente...
(tanto per spiegarmi...confusamente ed in breve!)

Ma per la gente "normale" questa cosa di me, dipende solo da me e quindi non è così "grave"...

Per me è la fine del mondo...
per me è un incubo che ogni tanto rispunta fuori...
e che mi fa male da morire...


Oggi è stata una bambina a "dirlo"...
a sbattermi ancora addosso questo orrore...
Lei ha tre anni...lo ha detto con la voce innocente di chi non vuole nè potrebbe ferire...
lo ha detto come parlasse del tempo...

Ed io? 

Io non sono stata capace di sorridere o di fare qualsiasi cosa "normale"...mi sono girata sapendo già che stavo per piangere...ho afferrato la maniglia della porta e sono uscita in giardino!!

Che stupida!

Sono stata un po' a maledire me stessa...poi ho avuto una voglia matta di fumarmi una sigaretta (proprio io!) ne ho presa una da un pacchetto scordato fuori in giardino e...l'ho accesa, attenta che nessuno mi vedesse...e l'ho fumata!! 

L'ultima volta avevo 15 anni...mi sono sentita ancora quella ragazzina (e a ragione visto il mio comportamento idiota!)...insicura e spaventata...

Di solito queste "scene" non capitano spesso... in questo mese, però, è la seconda volta...

semplicemente sfortuna!!

Andrà meglio...
sperando che il 2009 mi porti più forza di volontà per....risolvere il "problema"...



Ah, però, in compenso ho giocato a poker...e ho pure vinto...oddio 10 euro...ma meglio di niete!!
C'è solo una cosa (si fa per dire in effetti!!) che mi proccupa...il proverbio "sforunati al gioco fortunati in amore" mica vale anche al contrario...???
;D

 


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permalink | inviato da LadyMarica il 27/12/2008 alle 1:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
7 novembre 2008
Chiuso per tristezza...ADDIO NANO!! e stop alle parole!!


Sono uscita di fuori dal cancello di casa mia, ignara...con un sacchetto da buttare e l'idea in testa della banaità del gesto...
Neppure mi guardavo intorno tanta la fretta che avevo di liberarmi dall'incombenza e tornarmene ai miei svaghi e poi giro lo sguardo e mi ritrovo a fissare qualcosa d'insolito sull'asfalto gelido e bagnato, qualcosa di innaturale, fermo come un sasso, doloroso come un'appnea costretta e prolungata.

Il respiro mi si gela. Guardo ancora, consapevole di non avere il coraggio di avvicinarmi.

Le lacrime, che mai riesco a tenere a freno, che sgorgano contiuamente dai miei occhi, scivolano giù. E ripenso a quando la sera prima quello stesso corpo morto sull'asfalto si affusolava sul mio letto vivo; letto di cui si era appropriato di nascosto ed io incapace di mandarlo via lo tenevo lì e lo coccolavo...

...ripenso a quando era piccolo e, morta la madre, gli davamo il latte con il biberon, ricordo come gli piaceva giocare con qualsiasi cosa si muovesse, ricordo quanto amore mi ha dato senza saperlo...Ed ora io non riesco nemmeno a recuperare il suo corpo...non mi avvicino neppure e, senza coraggio, lo lascio solo su quell'asfalto...MA CHE PERSONA SONO!! 
E l'apnea si prolunga, il dolore non smette di far male, ma io non posso farci nulla...
Chi lo ha ucciso non lo so che uomo è! Non lo so se si sente bene con se stesso...se fosse successo a me (perchè lo capisco che magari in piena notte ti sbuca  un gatto su una vietta di campagna non illuminata e tu non fai in tempo a evitarlo..) io avrei citofonato, o al massimo sarei tornata la mattina dopo scusandomi e cercando di fare il possibile...

Questo post Nano è per te...senza la banalità di ogni altra parola che possa io aggiungere!!

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permalink | inviato da LadyMarica il 7/11/2008 alle 10:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE