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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
5 maggio 2013
Giorni fatti di cose. Cose come obblighi. Cose senza scampo. Chi le ha decise per me? Certamente io. Giorni fatti di impegni sociali che non puoi evitare, giorni fatti di pacchetti di sigarette finite che non puoi non ricomprare. Giorni fatti di una serata che avevi pensato tanto ma a cui non puoi...

Il seguito del post è su webnode, che funziona certo meglio del cannocchiale. Ci trovate anche qualche post che qui non ho inserito se proprio vi interessa. Intanto, per questo post, basta cliccare, come al solito, sul titolo.

20 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
21 giugno 2012
Ultima impresa senza "tremolazione"
Solitamente non sono molto soddisfatta dei 30 che prendo all’università. Il più delle volte sono convinta di essere simpatica, e non competente. Il più delle volte mi dico che comunque ci manca la lode. Il più delle volte sostengo che io quel 30 non me lo sarei data. Con l’esame di ieri, invece, posso decretare il mio primo 30 soddisfatto.

Occorre raccontare perché.    

Siamo partiti malissimo. E che senso abbia dirlo quando ho già distrutto tutta la suspense nell’incipit stabilitelo voi.
Ora dell’esame 9.30. Arrivo in facoltà alle 9.25 convinta che comunque i professori inizino gli esami con quel giusto tempismo del ritardo, tanto perché chi non terrorizza si ammala di terrore.
Cerco il nome della materia che voglio dare sul tabellone per capire in che aula passerò il giorno.
Sul tabellone ovviamente il mio esame non esiste.
Provo a gettare sguardi e a capire senza dover chiedere niente a nessuno: non amo socializzare, non amo socializzare quando sono nervosa, non amo socializzare chiedendo le cose. Alla fine mi arrendo alla limitatezza del mio intuito e mi getto in un passante-informatore che dà la risposta giusta.
Bene, grazie, 30.
Arrivo nell’aula contrariata dal mal funzionamento universitario. E scopro che il professore ha già fatto l’appello e se ne è andato a prendere un caffè. Pazienza. Mi siedo ed aspetto. Ma non faccio a meno di masticarmi il fegato pensando al perché diamine mi fanno fare una prenotazione online che non ha alcun valore se poi mi devo registrare un’altra volta su un foglio di carta. E questo sarà, diciamolo, il pensiero dominante della giornata.
Quindi arriva il professore io, timida e carina (?), mi avvicino per chiedergli di iscrivermi su quel tecnologissimo pezzo di carta. Lui mi guarda e già mi sta antipatico dicendo: “signorina, lei è in ritardo”. Io gli dico che credevo l’esame fosse alle 9.30. Lui guarda l’ora. L’orologio mi dà ragione e lui, contrariato, mi dice: “sì, è in tempo. Ma la segno all’ultimo. Non farà l’esame prima dell’una”.
Gli sorrido pensando “fanculo-sticazzi, quello che mangerà tardi sei tu, io ho smesso con questi vizi animaleschi.”

Quindi mi metto in pace. Non l’anima, decisamente tutto. Vado al solito bar dietro casa mia, quello con la puzza di marcio ma il barista carino pensando che me la sfogherò con lui. Invece lui non c’è (disdetta) quindi mi prendo un caffè e mi studio tutto quello che avevo saltato. Non vi cruccio sui tediosi argomenti più politici che filosofici che mi sono dovuta infilare nel cervello in quelle due brutte ore buttate.
Poi torno in facoltà.

Mi siedo anche se ogni 20 minuti, forse meno, esco a fumare. Vedo scorrere tempo e ragazzi, sono le 14.30 quando finalmente sento fare il mio nome.
E solo a quel punto scopro che è un esame diviso in due parti. Pure.
Il tipo che ho di fronte, un assistente, ma comunque anziano, del professore, è molto gentile. Mi guarda il libretto, mi dice che sono brava, nota l’agitazione mi fa domande sceme. Solo che è distratto, non mi guarda, mi ascolta poco, non mi lascia parlare. Io avevo organizzato dei discorsi in maniera precisa, se mi interrompi mi sballi tutto il giro.
Mi fa solo due domande e mi dice: “le cose le dovresti approfondire”.
Sintetizzo il mio secondo sticazzi-fanculo della giornata. E bollo la mia prestazione come fallimentare. Inizia qui il solito monologo autodistruggente interiore: “brava marica, come puoi ben vedere hai sempre avuto ragione tu: i 30 te li regalano! E’ chiaro che hai delle conoscenze marginali e poco approfondite, finalmente qualcuno te lo ha detto!”.
Non faccio in tempo a finirmi la critica poco costruttiva che sento il professore comunicarci che è meglio se facciamo una pausa. Una pausa? Sono le tre, io vorrei andar a casa.
Solo un fanculo stavolta, sticazzi proprio no perché mi importa. Esco a fumare.

Non mi accorgo che mentre io fumavo, il professore aveva chiuso l’aula a chiave: non sia mai che qualcuno rubi la polvere.

Quindi rimango fuori e i libri, che avrei distrutto cercandovi ansiosamente risposte senza registrarle nel cervello, rimangono dentro. Forse la fortuna è dalla mia.

Dico addio ad ogni possibilità di recuperare nella seconda parte. Mi do bocciata. Peggio, mi do per scacciata dall’intera facoltà di filosofia, vista la mia limitatezza conoscitiva. E mi tranquillizzo immediatamente.
Non me ne sono andata a casa solo per non creare impicci burocratici. Avrei fatto la seconda parte serena nel sapere che mi sarei ripresentata, volontariamente, la sezione successiva.
Quindi mi tranquillizzo. Mi sembra come di aver finito l’esame, non so se mi spiego. Provo la stessa sensazione di calma e di peso tolto che provo in genere a prova finita.

Sopravvivo la pausa e mi ripresento 45 minuti dopo in aula, sudata, sporca e con una faccia stanca. Mi siedo e aspetto che i 5 ragazzi prima di me concludano la loro sorte. Ed è alla prima ragazza in questione che la mia idea del fatto che oramai mi boccerà/ò si fa realtà.

La tipa mi colpisce per un dettaglio: ha una maglietta indosso che dice “sono stronza, embè?”.
Si siede e mi sembra preparata. Il professore verso la fine di 30 minuti d'agonia le fa una domanda semplice, fondamentale direi. Lei si incasina e la situazione peggiora e precipita a un ritmo meravigliosamente armonico. E' un crescendo di tragedia: appunto tragico, appunto incantevole. E' anche l'esplicazione di un dato incontrovertibile: più stai andado male più peggiorerai; al peggio fine non c'è.

Il professore, che non brilla di simpatia, come oramai abbiamo capito, le dice che la ragazza sembra non aver capito nulla. Lei si giustifica dicendo che è l’ansia. E io, francamente, ci credo. Anche se, ma questo è un consiglio, potresti evitare magliette tanto idiote per dare gli esami. Lui, forse abbastanza scazzato, le dice che questa è una facoltà di filosofia e non di psicologia (ricordatevi questa frase per il futuro del post) e che lui la giudica sui concetti e non sulle emozioni.
Bel discorso, molto sensibile. Finisce che si accordano sul disaccordo e che lei tornerà il prossimo appello.

Chiaro che a quel punto mi dessi ancora più per bocciata no?
Insomma, tutto ciò porta a una sola cosa: quando arriva il mio turno sono la più tranquilla e serena del mondo. Infatti mi siedo e non provo la benché minima emozione. E io, ricordiamolo, sono quella che entra e esce da una aula tre volte prima di riuscire ad aprir bocca.

[e siccome sono anche pignola, vi invito a leggere come era andato l'esame precedente
cliccando qui]

Lui mi guarda, non dice nulla di interessante e inizia a chiedermi. Mi chiede di leggere un passo ad alta voce. E se c’è una cosa che odio è leggere a voce alta, ma sono così tranquilla che lo faccio come se stessi leggendo un testo teatrale, con le pause che non so nemmeno io dove ho tirato fuori.
Mi fa qualche domanda sulla cosa letta, mi fa domande più in generale, io semplicemente gli dico quello che so, senza stare a pensarci troppo. Tiro fuori persino un argomento, involontariamente, e lui ci infila il dito, tanto per sperare di beccarmi in fallo. Peccato non ci riesca: mica perchè sono brava, solo perché è il mio filosofo preferito. Alla fine mi guarda, non accenna all’unico testo di cui non mi ha chiesto nulla e se ne esce con la frase che mi ha costretta a sintetizzare un ultimo fanculo-sticazzi: “signorina, le metto 30 anche se lei è troppo sicura, la invito ad essere più tremolante”.

E' diventata, improvvisamente una facoltà di psicologia?

La prima considerazione che mi viene in mente è istintiva ma spicciola: come si fa a non capire così niente di chi hai di fronte e dirlo così ad alta voce? Per carità, lui ha diritto alla sua impressione sbagliata ma mi sarei aspettata che un professore così anziano avesse più occhi e meno voce. Io, dico la verità, e l'ho detto anche a lui, prendo la "troppo sicura" come un complimento: essere presuntuosa, dopo l'essere magra, è la mia aspirazione più grande.

Meglio tacere e sembrare idioti che aprir bocca e togliere ogni ragionevole dubbio (cit.). E’ la seconda considerazione che invece voglio proporvi. E’ dalle 9.30 di mattina che mi massacri facendomi aspettare e dandomi di una che “dovrebbe approfondire” e che "è in ritardo" e non vuoi che mi sia oramai messa l’anima in pace?

La terza e ultima considerazione invece è molto meno citazione da Oscar Wilde e anche molto poco lady: non è che perché mi metti 30 a fanculo non ti ci manco dal corridoio eh?!

13 febbraio 2012
Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo
E così, neve finita e scuse non rinnovabili, oggi è stato. Il mio, stracitatissimo, esame.
Lo stato mentale che ieri notte mi affliggeva coincideva, più o meno, con “vorrei spendere 100 lire per un pesciolino cieco, montargli sulla groppa e sparire, con lui, in un momento”. Spontaneamente deandreiana.
Stamattina invece pensavo, a mo’ di scudo protettivo, alle sigarette finite e da rinnovare. E così dopo una tappa caffè-sigaretta, immancabile ma insoddisfacente, sono andata in facoltà. Tre persone e un solo esame. Ero la seconda. Perché il mio principio è “prima entri prima finisce”.

E così dopo la prima era il mio turno.
Mi siedo, il mio bel professore di scienza e metafisica, adorabilissimo oltre che bello, mi sorride con fare rassicurante e poi dal cilindro estrae la domanda che non mi aspettavo. Non che fosse particolarmente difficile, affatto, solo che ero sicura me ne avrebbe fatta un’altra.
E la sicurezza, si sa, rende idioti gravemente.
Lo guardo sconvolta, incespico, ma provo a dire. La mia bocca, esattamente in quel mentre, inizia la sua manovra di rivolta contro di me. Si secca improvvisamente.
Niente salivazione. Nemmeno una piccolissima riserva per permettere alla bocca di continuare una qualche, seppur ridotta, funzione. Lui mi guarda e per darmi un attimo mi dice: “di lei mi ricordo” (!) “ha seguito tutto il corso!”.
Io sorrido ma non riacquisto salivazione.
Incespico per altri due minuti, pensando di affogare. Lui mi chiede se voglio una pausa. Io non sono troppo masochista e accetto. Cerco un bagno, trovo solo quello degli uomini, ci entro e mi sciacquo la faccia, imprecando mentalmente. Ritorno al mio supplizio e penso che decisamente questa vita universitaria non fa per me.

Lui mi ripropone il quesito iniziale.
Io incespico un altro po’. Poi silenzio. Mi dichiaro, a me stessa, in silenzio, sconfitta. Lui mi guarda e mi chiede se non voglio tornare tra una mezz’ora. Il mio cervello traduce: scordati un voto sopra il 25. Però acconsento. Esco e chiedo all’altra ragazza di entrare. Scendo all’esterno, compro una bottiglietta di the verde senza nemmeno guardare le calorie (ero sconvolta gravemente).
Mi fumo una sigaretta sull’orlo delle lacrime. E l’unica cosa che riesco a pensare di costruttivo, invece che dare uno sguardo ai punti che mi sfuggivano sul libro e che, tornata dentro, sicuramente mi avrebbe richiesto è: “devo chiamare L.”.
E’ incredibile come nella necessità la mia mente non si faccia alcun problema su eventuali implicazioni, sui pro e i contro, sulle distanze, su tutti i santi del gioco.
Penso di chiamare il mio amico perché so che lui sa cosa dire. Sempre. E soprattutto se ho un problema. Perché io, in quel momento, me ne sarei andata a casa, senza se e senza forse. Lui invece avrebbe detto che non sarei stata affatto razionale.

Ma questo non è un film e quindi il suo telefono era spento. Sconforto anche più totale. Sono risalita pensando che avrei dichiarato al prof.: “guardi, proprio non è il caso. Grazie lo stesso di tutto”. Forse anche con fare epico. Poi sono salita, ho aspettato una quarantina di minuti (tempo dell’esame della ragazza prima) e sono rientrata. Con una differenza più che sostanziale: la bottiglia di the stretta in mano.
Assenza di salivazione, ti aggiusto io!

Lui, il professore, che è l’essere più gentile che mi sia mai capitato, mi sorride come prima e mi chiede se è tutto a posto. Mi da del tu correggendosi immediatamente. Ma oramai l’ha fatto ed è un tu che mi mette tranquillità. Mi chiede se voglio continuare a parlargli dei tropi (lasciamo perdere!). E io, forte degli appunti appena letti, qualcosa farnetico. Qualcosa. Non sufficientemente comunque. Poi passiamo al secondo testo e mi chiede, incredibile ma vero, l’unico capitolo che non avevo fatto del tutto. Non so come sono riuscita a parlare di monadi e Liebniz. Ma pare che io l’abbia fatto.

Passiamo quindi all’ultimo testo. E stavolta, stavolta sì, mi fa la domanda che mi aspettavo.
In quell’esatto momento entra dalla porta un altro professore più studente esaminato. Lui mi guarda, poi guarda il professore appena entrato e mi riguarda. Mi sorride e mi dice “stai tranquilla. E vai.” Ancora il tu, ancora la mia capacità di essere a un tale livello di patetico da ispirare tenerezza.
Inizio a parlare, stavolta, anche se non mi ricordo, so di sapere e in una altra quindicina di minuti il mio supplizio ha termine. Lui mi guarda. Poi mi dice in quella che non mi è sembrata un’esclamazione “insomma sapeva tutto”. Io lo guardo e non penso. Al ché lui mi dice “trenta”. Io non riesco a essere normale e quindi ripeto il suo trenta interrogativamente. Lui mi dice “farà l’abitudine all’ansia, non si preoccupi”. Scrive il voto, mi chiede una firma e io riesco a trattenere un “ti amo” per pura capacità di non essere del tutto disprezzabile.

Morale della favola.
Ecco un altro trenta insoddisfacente. Massimamente insoddisfacente. E adesso vallo a spiegare alle persone che domandano “come è andato l’esame?” che il mio “mah, meglio di un calcio in faccia” non è per essere pignoli sulla lode (che comunque manca e ci facciamo caso) ma è perché è me stessa che non mi soddisfa: la reazione di fronte a una difficoltà, la mia costante autostima a livelli insignificanti, l’incapacità di gestire le situazioni, di essere veramente razionali. Sul letto di morte, se continuo così, finirò per dichiararmi cattolica. E per carità.
E un voto, anche un 30, certo non mi può far cambiare idea su quello che comunque sono stata oggi: una cretina. E senza appelli.

Io riuscirò a fare un esame decente prima della laurea, lo giuro.

7 febbraio 2012
I quindi diversi dai quindi
A quest’ora, pensavo non meno di 2 giorni fa, tutto sarebbe stato.
Avrei già passato l’esame, avrei comprato, per festeggiare, il libro del prossimo esame in lista per tenerlo rigorosamente chiuso fino a una settimana prima e sarei stata occupata solo a pensare a cose poco importanti come il contare le calorie che durante i week end, solitamente, non conto.
Quindi sarebbe stato martedì. E poi mercoledì.
La pensavo una settimana significativa. Martedì sarei uscita con un uomo con cui desidero capire un paio di cose prima di affezionarmici ancora (già fatto, già sofferto, già perdonato) e mercoledì avrei addirittura compiuto gli anni.
Tutto per tempo. Tutto con un certo tempo.

Ed era proprio perché avevo degli impegni a tempo che le mie ultime parole, dette al telefono, venerdì pomeriggio, ad un amico, erano state: “ma questo finesettimana, sicuramente, né bevo né fumo, sabato mattina devo studiare un po’!”.

Fare il marinaio è una vocazione.

Invece venerdì notte ha nevicato. E il tempo ha iniziato a sovrapporsi. Le promesse a infrangersi e la fantascienza a far da regista.
Ha nevicato e quindi io sono rimasta a dormire con gli amici. Prima di dormire abbiamo brindato alla neve, a noi, non mi ricordo più a cosa. E non si può far un brindisi senza bere, è chiaro. E allora ho bevuto. Poi qualcuno ha acceso un po’ d’erba e io non devo aver pensato molto. Sicuramente non si può fumare senza fumare. Come al solito è finita che non capivo più tutto.

Alla fine abbiamo non dormito. Almeno a tratti. Io su un divano scomodo, semi sdraiata in una posizione anche più scomoda con le gambe sotto le gambe di un ragazzo, con le sue mani tra le mie mani, con il suo svegliarmi ogni 20 minuti per aggiornarmi sulla situazione climatica che vedeva dalla finestra. Davanti a noi altri tre ragazzi e una ragazza a dormire in posizioni altrettanto scomode.
Ma io ero mezza addormentata, altrimenti mi sarei ricordata che: lui è tutto quello che non voglio.

Sabato mattina, o per meglio dire dimensione temporale non accertata, siamo andati, tutti insieme per boschi e paludi. Almeno 12km di collinette innevate, fiumiciattoli, e ponti, costruiti da noi, che non avrebbero retto niente. E non hanno retto. Bagni di fango gelati.
Prima di morire siamo giunti a casa di un altro amico (ecco perché la traversata), abbiamo mangiato torta di mele e rifiutato un passaggio in macchina per tornare indietro. Siamo tornati a piedi. Io per puro spirito di sopravvivenza.
Quindi abbiamo continuato a dormire nelle stesse posizioni anche sabato notte. Eppure aveva smesso di nevicare. Diciamo che nessuno aveva tanta voglia di separarsi dagli altri. Io non mi esprimo in merito.

Domenica mattina, che era domenica per via dell’inderogabile calcio, nessuno aveva tanta voglia di parlarsi, quindi il ragazzo con cui ho condiviso la scomodità delle notti mi ha acceso la sigaretta, come fa sempre. Poi tutti siamo tornati a casa ed io per il resto del tempo ho dormito, nel mio letto.

Però tra l’accensione della sigaretta e la dormita continuativa nel tempo c’è stata una mail. Anzi, la mia email e la sua risposta. Ho scritto al mio bel professore di scienza e metafisica per chiedergli se l’esame era, o meno, confermato. Spostato, almeno a martedì 7 febbraio.

Sul momento sono stata felice perché odio dare esami di lunedì, perché nel week and avrei dovuto studiare qualcosa ma non l’avevo fatto, perché rimandare gli esami è la cosa che mi riesce meglio.
Poi stamattina mi sono svegliata e l’influenza aveva preso possesso del mio corpo e delle mie già limitate facoltà intellettive.

Quindi
dovevo studiare le cose che avevo saltato a una prima lettura dei testi con la capacità di capirle dimezzata. Panico e sconforto. Ho pianto amarissime lacrime di arrabbiatura verso me stessa: “potevi almeno darti al sesso facile prima di morire così, cretina!”.
Poi ho pensato che tanto valeva farsi odiare bene dal bel professore e mandargli un'altra email. Fortunatamente le email non hanno faccia quindi mi è stato abbastanza facile prostrarmi per il disturbo e poi chiedere se per caso non si fosse pensata un’altra data più ufficiale.
E lui, più che prontamente (nemmeno 5 minuti dopo) ha detto: “13 febbraio”.

Un’altra settimana per oziare, distruggermi nel week end e ritrovarmi nelle stesse condizioni precedenti. Non potevo sperare in niente meglio.

Quindi tutto è spostato alla prossima settimana. Darò l’esame lunedì, uscirò con il tipo martedì e compirò gli anni mercoledì. Tutto prossimo. E non me ne frega niente se i compleanni non sono rimandabili: il mio lo è.

2 febbraio 2012
Bene
Il mio stomaco pareva, in questo inizio di settimana, essere diventato un ammasso insano di caffè, fumo di sigaretta, concetti sparsi, nozioni, formalismi scientifici (o limitatamente tali) e cocacola zero. Anzi, una sottomarca. Ovvio, con tutta questa non materia, che il mio bisogno di entità materiali poi si amplificasse in altri campi.

Ho un’ossessione e si chiama burro. Ho notato che la domanda che pongo più spesso è “mica ci sarà il burro dentro, vero?”. Non ho così tanta paura di niente. Né del fritto, né dei fantasmi, né delle relazioni, né della nutella. Perché il burro è infame, si nasconde. E non che mi faccia male come cosa, preoccuparmi del burro dico, però mi preoccupo perché tutte le religioni hanno iniziato, pressappoco, così. Si demonizza qualcosa e ci si costruisce sopra una finzione: un amore per un’altra cosa (se è un ente inventato poi ci divertiamo di più) che faccia dimenticare che in realtà il fondamento ultimo era l’odio verso un nemico abbastanza dichiarato.

Tanto per fare una cosa altamente nuova stasera sono uscita con un’amica. Possibile che io abbia deciso di incrementare così tanto la mia socialità (che di solito si muove a livello zero) proprio sotto gli esami? Pare di sì.
Smalto nero, come la mia mente, niente trucco perché tanto rimango sempre il mostro che sono, anche in maschera, ma un orecchino a stelle così, per dichiarare al mondo che anche io sono donna: ho i buchi, alle orecchie.

Il giapponese in cui siamo state era uno di quelli “no limiti”, tanto perché per riempire le mancanze bisogna farlo bene. Ho risparmiato, a questa cena di sushi, giusto il gestore del posto ma più che altro perché stonava con tutto quel pesce. Ho ingerito, con sguardo bavoso, tanto sushi da star bene per più di qualche tempo. Fino a domani almeno. E avevamo scelto il sushi perché, io e la mia “amica”, ci siamo conosciute come iscritte a un sito di dieta. E che altro possiamo fare su un sito di dieta se non la dieta? La facciamo, precisamente, da tutta la vita e per tutta la vita, come si conviene alle creature femminili con la testa vuota (io almeno). Scegliere il sushi come “mangiare leggero” e poi farcisi il bagno dentro però, ammettiamolo candidamente, è peggio che l’esseri mangiati una pizza a testa. Dal punto di vista calorico dico. Apporto calorico non stimabile. E non lo voglio stimare. Dal punto di vista “piacere” mangiare sushi è un orgasmo, solo che inizia un po’ più in alto.

A conclusione della serata, tornata a casa, ho ricevuto il più bel complimento che un uomo mi abbia mai fatto. E io non sono pratica di queste cose. Un ragazzo (35 anni) che ho conosciuto da pochissimo, che non ci sta provando con me (è sposato addirittura!) e che l’ha detto, così, ingenuamente (e per questo vale doppio). Lui mi conosce come un avatar, precisamente come Shane. Di cui esplicativamente vi linko una foto.

E ha detto: “sai che pensavo che quella fossi tu?” (per piacere, riguardate la foto sopra: pensava che fossi io! Capite? Mitico). E poi, come se non bastasse ha aggiunto: “adesso che ti ho vista” (un’amica ha pubblicato sul sito dove parlo con questo ragazzo una nostra foto) “la scelta di quell’avatar non ti rende giustizia!” Vabbe’, non ho parole. La galanteria mi uccide. Ho tentato di farneticare della mia mostruosità però poi mi sono arresa alle sue bugie.

Alla fine della chattata ho scoperto che fa il volontario nel tempo libero. Che la sua missione della serata fosse mentire spudoratamente alle racchie in internet per essere buono nel mondo?
Il mio spirito distruttivo non aiuta il suo programma sperimentale.

E, appropriatamente a spirito distruttivo, ho fatto saltare in aria un altro accendino. Semplicemente ci appoggio sopra la sigaretta accesa e dopo un po’ quello, quasi letteralmente, esplode. Eppure non ci vuole un genio a capire che un accendino a gas non è un posacenere e meno che mai un degno sostituto. Perdendo qualche dito forse me lo ricorderò meglio.

L’esame di fisica+filosofia si avvicina. O io mi avvicino a lui. Ma non studio ancora. Questo perché sono convinta di sapere tutto. Mi ricorderò che non è così solo domenica notte, in altre parole troppo tardi. Non riesco a spiegarmi perché sono convinta di sapere cose che non ho nemmeno letto di sfuggita e mi si pongono davanti due alternative: A) sono una veggente; B) la mia è una forma di presunzione idiota. Escluderei la A) per varie e articolabili evidenze in altri campi e sprofonderei quindi nella B).

E poi ora ho scoperto il tresette online. Mai fondo fu più raschiato. Ma visto che lo dico sorridendo va tutto bene.

24 gennaio 2012
Marica, fottiti
Ho una pagina pseudo culturale su fb. Molto pseudo.
E oggi ho raggiunto il massimo delle preferenze. Oggi perché ieri ho pubblicato una foto triste e superficialissima di 5 ragazzi, cinque c.d. bei ragazzi, mezzi nudi. Non apprezzo, in generale, chi taccia di superficialità il mondo così e poi fa la bella statuina. Però nella mia minuscola paginetta c’erano citazioni di Woody Allen che valevano, almeno tre volte, quei ragazzi. E pure il loro nudo.
Ma io sono disinteressata ai consensi quindi da domani ne pubblicherò solo di più. Di ragazzi nudi dico.

Oggi si apre la sezione invernale. Appelli. Non rispondere sarebbe sconveniente.
Mi ero promessa di non ridurmi più all’ultimo, mi ero giurata che stavolta mi sarei detta “non vedo l’ora di andare lì e confrontarmi con il docente”, mi ero detta che è tempo di superare questo panico improduttivo ritornando al panico produttivo delle interrogazioni scolastiche: bei tempi, l’adrenalina era al massimo e io, messa sotto pressione, davo il mio meglio.
E il mio meglio a volte era pure eccellente.

Mi sono persa nel passato. Dov’ero? Ah sì, facevo una lista, priva di numeretti, delle promesse che non ho mantenuto.
Mi sono ridotta all’ultimo (dieci giorni e meno oggi nove) e soprattutto non ho un briciolo di adrenalina al positivo: vorrei solo chiudere gli occhi e svegliami con il tutto alle spalle.
Questo significa che balbetterò come la solita incapace che sono ma potrei non essere.

Poi questo esame mi preoccupa particolarmente (anche questa non è propriamente un'esclusiva, siamo seri). Ho fatto troppe battute stupide sulla sensualità del professore per non ricordarmene mentre mi chiederà del problema del solipsismo in Strawson. E sapessi che diavolo è il solipsismo poi. Quello che so è che Strawson ha risolto i miei problemi di insonnia. Se mi boccia (leggi: prendo meno di 30 e lode) prometto solennemente (tanto per aumentare la pila delle mie promesse da marinaio) che lo informerò della cosa.

Superato Strawson, niente paura, devo sapere qualche concetto basilare di fisica quantistica, le implicazioni filosofiche e qualche miliardo di teorie su che "cos’è un oggetto" per mille miliardi di filosofi. Perché mi preoccupo tanto? Quanto vorrei fosse scritto.
E’ un esame che ho scelto di fare. Il corso è stato talmente bello che lo rifarei anche una trentina di volte: con un po’ di sfortuna realizzerò questo desiderio.

Intanto ho dato l’addio a tutte le mie voglie (cosa che mi rende più morta “emozionalmente” del solito) sostituendole tutte con una sola, dilagante, malefica, preoccupante, deliziosa voglia-prima: dire parolacce. “Si fotta” è la mia preferita. Si fotta Strawson. Si fotta l’esame. Si fotta questa ansia da apnea.

Materiale viscoso l’ansia però, scivola anche dietro i miei bei “si fotta”.

Intanto di notte, col silenzio bacchettone del ricordo del tempo in cui avevo tempo e non l’ho usato, ogni pagina studiata vale una sigaretta. Mi chiedo se con la mia laurea in filosofia potrò almeno ripagarci quanto speso di tabaccaio e mi rispondo anche: “fottiti e non perdere altro tempo”.

E mentre brucia lenta questa sigaretta, io un po’ di fretta ce l’ho (semi cit.).

23 novembre 2011
Sotto la panca

E’ un post lagnoso, e lo preciso anticipatamente per giustificarmene.

Oggi è stato mercoledì.
E usare questo profondo passato composto mi trasmette una certa tranquillità. Come a dire che oramai il mercoledì è “segnato passato” su un ipotetico calendario mentale e difficilmente potrà venire a darmi fastidio. Soprattutto perché c’è un prode cavaliere a difendere la mia serenità: il già pigiama. Non il pigiama e basta eh, ma il già-pigiama cioè il pigiama alla insolita ore che inizia con le 19.30.
E ho pure un fosso, come si conviene a principesse della mia natura a difesa del proprio castello: il divano.

E’ stato, per rimanere nello stesso passato, un mercoledì impegnativo.
Incredibilmente per una volta sono andata a un esame più o meno serena, più o meno consapevole e più o meno preparata.
Io non ammetto mai di essere preparata per un esame, stavolta lo ero. Lo avevo preparato in poco tempo, vero, ma semplicemente perché era, è e sarà, un esame nozionistico, di memoria.
All’esame prima di questo (tanto per fare confronti), la nota filosofia politica (tanto per essere maniaci di dettagli), sono andata sapendo di aver preparato un libro su due e consapevole di stare sul punto di (perifrastica attiva) essere bocciata.
E invece ho preso 27.
Stavolta sono andata sapendo che gli argomenti erano limitatamente quelli, che li sapevo bene quasi tutti e che, in definitiva, non avevo tralasciato niente.
E ho fatto un disastro.
Era un compito scritto, cinque domande più una per la lode. E le sapevo tutte, raffinatamente bene.
E questo, in questi test, è il più grande dei mali possibili.
Ho banalmente perso fiumi di tempo con i dettagli delle prime domande e ho banalmente trascurato le ultime. E non sono arrabbiata per l’ancora non conosciuto esito, sono arrabbiata perché sono stata banalmente idiota.
E io sono indulgentissima con me stessa e mi perdonerei tutto, tranne la banalità.

Quante e iniziali!

Pazienza, mi prendo la serata libera e ci ripenso domani.
E non solo dalla logica, il mio esame del pomeriggio, mi prendo la serata libera dall’esistenza.


Per stasera non voglio più avere ansie.

Ansie, sì: le strane creature che popolano densamente le mie giornate.

Non voglio parlare con nessuno all’infuori delle persone con cui mi va di parlare spontaneamente, senza sforzi insomma (e sono pochine).
Pausa obblighi.

Non voglio scusami di alcunché, ringraziare di nessun favore che non ho chiesto, pensare se questa o quella cosa che ho scritto, detto, pensato, fatto capire offenderà un/una ipotetico/a lettore/lettrice, ascoltatore/ascoltatrice, mago/maga perché lui/lei comprende la mia ironia quanto Averroè la rivelazione cristiana.
Non è sempre un mio problema.

Non voglio contare le calorie, le proteine, i grassi, gli zuccheri di nessun cibo, non voglio pensare ad alcun cibo, non voglio segnarlo su nessuna tabella, non voglio nemmeno masticarlo, non voglio nemmeno cercarlo.
Mi crea troppi problemi e stasera non ho fame: per me il cibo non esiste.

Non voglio dover avere qualcosa di brillante da dire, non voglio star attenta a non deludere le impressioni, non voglio chiedermi se ho passato o meno l’esame di socialità, non voglio chiedermi se ho deluso o se non l’ho fatto, se ho perso interesse o l’ho guadagnato, se sono più noiosa o meno noiosa.
Ossessione bilanci.

Le liste di “non voglio” (o anche di “voglio”) nei post sono noiose, improduttive e fanno tanto post infantile, lo so. Tutti questi non voglio, in realtà, io li dovrei trasformare, uno per uno, in “non farò” o in “eviterò di”. Anzi, ancora meglio dovrei non dirlo, dovrei solo evitare di pensare e ripensare a certe cose, dovrei evitare di sottopormi a tutte quelle angosce strette, a quelle torture volontarie. Dovrei, e anche le liste dei dovrei sono altrettanto insignificanti quindi smetto subito, iniziare un percorso di normalizzazione.

Domani, per normalizzarmi, non vado dallo psicologo e mi prendo la giornata per compilare un'altra lista. Precisamente una lista di regali da spedire a babbo natale.

Attualmente il mio pigiama ed io ci conosciamo, non me lo mangio e non devo impressionarlo: pace è fatta.

22 giugno 2011
619 [modi di fare i genitori] Anche i dentisti hanno un lettino

Stavo scrivendo tutto un altro genere di post. E buttiamo via intere pagine di idiozie in bella forma, okay, tanto il sudore (le dita sudano signori!) è mio.

 

Una litigata da racconto epico con mia madre, ecco cosa mi ha fatto cambiare argomento. Perché qualsiasi cosa io faccia, in qualsiasi modo e con qualsiasi risultato non basta mai e non è comunque nemmeno lontanamente paragonabile a quello che non faccio.

 

Promemoria personalissimo: nella malaugurata ipotesi avessi figli io non gli farò mai, ma mai, niente del genere.

 

Ci stavo già pensando oggi guardando i Simpson (alto momento riflessivo).

Nella scena a cui mi riferisco Homer diveva a Bart una cosa come: “non è vero che riuscirai a fare tutto quello che vuoi. Qualsiasi cosa tu sia bravo a fare ci sono almeno mille e cinquecento persone che la sanno fare meglio di te”.

 

Attenuanti generiche di morte prematura bypassate mi è venuto in mente che mi sono sentita dire una frase del genere almeno un milione di volte.

 

Continuiamo con un ricordo che la psicologia intera sarebbe molto orgogliosa di sentirmi raccontare.

Ero una ragazzina e avevo appena finito il mio primo libro, il cui titolo vi terrò nascosto fino alla mia morte. Un libricino idiota, semplice, da ragazzini appunto.

Lo lessi in una settimana. All’epoca pensai di essere stata molto brava. Mi dicevo: “duecento pagine in soli sette giorni? Incredibile!”
Allora andai da mio padre per condividere il successo e lui rispose che andava bene ma che nel mondo c'erano studiosi che leggono libri enormi in due giorni.

Forse non disse proprio così, mi ricordo solo i "due giorni” perché io non capii il senso generale del “si può migliorare” ma la pensai come “il prossimo libro lo leggerò in due giorni, così sarò brava”.

 

Aveva ragione, certo.

Lui cercava di spingere verso l’eccellenza, verso la perfezione.

Ma la perfezione non è raggiungibile e a volerla cercare sempre, continuamente, in un primeggiare continuo si rischia di perdere di vista che un otto non è un dieci ma nemmeno un 4.

Mio padre rispondeva a questo genere di frasi che se volevo essere una pesona mediocre allora potevo benissimo continuare ad accontentarmi degli otto.

 

Lo faceva perché mi migliorassi certo, mica per distruggermi, però questo continuo sentirmi dire che tanto qualcuno lo aveva già fatto o che lo avrebbe fatto meglio di me, a poco a poco, deve aver impresso una qualche forma nella mia testa.

 

Fingetevi psicanalisti che io mi sdraio sul lettino.

 

Non me lo ricordavo. Né la storia del libro, né il collegamento con certe mie fisime. Curioso come una sola frase, e sentita casualmente nei Simpson, apra certi nascondigli.

 

Mi viene in mente che io cerco sempre un modo per non essere abbastanza soddisfatta di me.

E non che non ne abbia motivo a volte eh. Però anche quando potrei essere contenta, o dirmi “brava” io mi invento (forse), consapevole o inconsapevole non lo so, cose per smontare questa soddisfazione.

 

Posso fare esempi svariatissimi.

Il mio ultimo esame. Trenta e lode. E sono stata fortunata.

Ecco, vediamo se riesco a spiegarlo. Io vorrei dirmi, da sola, “cavoli, sono stata brava!”, invece sono seriamente convinta (e mi infurio con chi non è d’accordo con me) che sia stato troppo semplice, che sia stata questione di fortuna e quasi mi sento insoddisfatta.

 

Essere insoddisfatti di un trenta e lode significa essere leggermente incontentabili.

 

Sono uscita da lì pensando “il prossimo andrà meglio”. Come se avesse senso, come se fosse possibile. Ed è l’impossibilità di quello che pretendo a farmi in svariati pezzi perché continuo a ritenermi quasi cretina ma a non poter far niente, o comunque poco, per dimostrarmi che non lo sono.

 

La msdc (mezza specie di cugina) ha sentenziato: “vabbè, la prossima volta chiediamo se puoi farlo a testa in giù”. Mi piacciono le sospensioni.

 

Oppure quando esco con qualcuno: io sono sempre convintissima che se esce con me, quando invece potrebbe uscire con altre centocinquanta persone meglio di me e che sanno uscire meglio di me (come da Simpson), è perché mi vuole fregare in qualche misura. E se proprio non trovo motivi per vedere le fregature (e li cerco bene) allora inizio a pensare che siccome frequenta me allora deve essere veramente scemo (mi scuso).

Distruggo, distruggo, distruggo.

 

Ci sono ragazzi a cui i genitori dicono bravo continuamente (povera LadyMarica, okay, questo post fa ridere, mi scuso anticipatamente), io li vedo sostenere gli esami, uno dopo l’altro, serenamente: studiano, vanno, hanno fortuna, certe volte sfortuna e tornano a casa tranquilli, consapevoli di quello che valgono o di quello che sono.

 

Io poche ore prima dell’esame mi convinco al 100% che probabilmente ho frainteso tutto quello che c’era scritto e che tutto significa la cosa opposta a quella che ho pensato io. Dal primo esame che ho fatto fino all’ultimo di venerdì sono sempre stata convinta, ma non per scaramanzia, proprio convinta, che sarei stata bocciata. Non è successo.

 

Un amico, quando gli comunico i risultati, dice che tanto l’unica a non saperlo prima sono solo io. E avrà pure ragione da vendere. Ma questo lo dico solo dopo.

 

Mi distruggo in duplice parte insomma. Mi considero cretina fino a che un esame non stabilisce per iscritto che non lo sono e poi, quando l’ha stabilito, io inizio a costruirmi motivazioni (certe volte più reali di altre –quest’ultima volta per esempio sono seria, è stata fortuna –Marica!) che mi dicano che non sono motivi validi e che sì, sono cretina.

 

Lo so che avreste preferito il racconto della litigata con mia madre, l’evolversi delle grida isteriche e il mio aver detto tutte le parolacce di cui sono capace nel giro di 30 secondi (mi pento e mi dolgo). Mi dispiace, invece vi sono toccati i ricordi ombrosi di una malata di mente che ha perso il suo posto sul lettino dell’analista.

7 giugno 2011
613 Aderite numerosi

Oggi sono preoccupantemente serena.

E la condizione mutabile non è nell’avverbio.

 

Il problema, che in un gioco di assurdi minaccerebbe tale condizione, è che il motivo della sopraggiunta serenità mi sembra chiarissimo: ma perché insisto a farle cose che so non farmi bene?


Oltre alla solita componente masochista deve esserci una fottuta motivazione psicologica.

Stanotte nel mezzo di una crisi isterica che definirei la peggiore fino ad ora (ma di tutte dico “la peggiore” e vista la comunque sopravvivenza mi accorgo che tanto “la peggiore” non sono state), mi sono scritta un biglietto.

 

E siamo già a i biglietti della follia, in questo ho preceduto il mio Nietzsche, anagraficamente parlando.

 

In realtà con i bigliettini ho iniziato al liceo e per motivazioni funzionali: a quel tempo la pazzia non c’entrava molto, ero una persona quasi normale.

Ero normale ma svampita e quindi solo in piena notte mi facevo venire in mente che dovevo assolutamente ricordami il vocabolario di latino (o nella sfiga di greco) per il compito in classe del giorno dopo. Quindi, invece di farmi una rampa di scale nel gelo delle notti invernali, me lo scrivevo su un foglietto che poi mettevo in qualche posto sicuro.

Il posto più sicuro era l’armadio ovviamente perché a meno che di non andare a scuola in mutande avrei sicuramente letto il biglietto. La sicurezza aveva addirittura una doppia chiusura perché nella malaugurata ipotesi fossi andata a scuola in mutande non mi sarei certo dovuta preoccupare di essermi dimenticata il vocabolario.

 

Diciamo che la storia è trascesa un po’ nella follia quando ai bigliettini per ricordarmi di prendere qualcosa ho iniziato ad aggiungere consigli di ogni sorta.

Sì, mi scrivevo consigli derivanti dalle notti proverbialmente consigliere.

Okay, forse iniziava a vedersi il gene del cui risultato potete vedere le manifestazioni oggi.

 

Sul biglietto della follia di ieri notte non c’era scritto nessun confusionario “PRENDI IL” (confusionario perché IL sembra ma non è un articolo: è il nome del dizionario) ma un perentorio e consigliato “chiamalo”.

 

E quel "lo" si riferisce (ma sto migliorando, in tempi passati avrei specificato essendo poco sicura di riuscire a capirmi) allo psicologo perché sarebbe il caso, ma seriamente, di tornarci. E pure di corsa.

Stamattina ovviamente non ho dato retta alla me scritta e non l’ho chiamato.

Intanto perché me ne sono andata in modo pessimo dicendo che l’avrei richiamato passato il periodo degli esami (novembre scorso) senza farlo e poi perché dovrei spiegargli cosa non va e non muoio dalla voglia di dirgli qualcosa come “salve, ho problemi con il sesso anale, gli uomini sposati e la zooerastia. Ma solo se non fumo cocaina”. Che posso farci, ho anche io un limite di dignità.

 

Non vi fate brutte idee su di me, non pratico queste cose (non separatamente almeno), facevo solo esempi dimostrativi del perché uno potrebbe aver bisogno di pensarci a certe telefonate.

 

Avrei deciso di concentrarmi su due cose passato l’esame di etica e spero anche un po' di isterismo. Sempre che l'esame non mi uccida. Ci sono probabilità se devo realmente conoscere anche l’esegesi di Heidegger su Nietzsche. Scusate questa è una divagazione ma non ho mai letto niente di meno comprensibile (forse Gadda?) di Heidegger: lui dovrebbe andare in analisi, ha dei problemi.

 

Comunque dicevo della mia concentrazione (estiva sicuramente per il resto vedremo) su due cose: il tedesco e i matrimoni.

 

Col tedesco ho intensione semplicemente (?) di impararlo (ma ce l'avevo già da novembre la bella intensione). Sembra una lingua ostile in effetti ma mi pare mi si adatti meglio dell’inglese (lingua dissoluta per eccellenza!). Oddio, non impararlo in un’estate in effetti ma dargli qualche colpo qua e là per iniziare.

Sembra sempre che io parli di sesso, incredibile.

 

Il secondo fronte di azione saranno invece i matrimoni. Quanti più possibili. Anzi, parte la campagna ad adesione gratuita: “se ti sposi invita anche ladymarica”. E aggiungo a titolo personale: “ho già comprato le scarpe giuste!”.

Questa inclinazione ai matrimoni nasce dal fatto che ho scoperto che sono i luoghi al primo posto in cui si può rimediare qualche flirt o in alternativa del sesso facile e nonostante io sarei interessata alla prima soluzione non scarterei a priori nemmeno la seconda.

 

E flirt non significa storia seria, flirt significa fermarsi poco prima delle complicazioni. Vi stupirò (non tutti) ma anche poco prima del sesso.

Ho letto chissà dove una massima con le nespole. Una storia d’amore è come una nespola: tranne che per il primo morso (il flirt appunto n.d.r.) poi stai tutto il tempo a sputare noccioli.

E francamente passare tanto tempo a sputacchiare in giro non solo non è elegante ma è anche rischioso perché può capitare che un osso che non hai sputato ti rompa un dente.

 

E trovare un altro fidanzato col dente rotto poi diventa più difficile. Togliendo l’estetica è una metafora sulla serenità, non sugli uomini, ma non so quanto chiara.

 

Bene. Quindi mentre aspetto gli inviti ai matrimoni (per il momento solo uno) vado a cercare di capire che razza di differenza ci sia tra essenza, essere, esistente ed essente. A parte le differenze grammaticali, immagino.

25 gennaio 2011
559 Una mia Salomè
Come dice la cara msdc (mezza specie di cugina carissima) io non è che provo sentimenti di odio per nessuno solo che se quel nessuno stesse bruciando e io avessi dell'acqua ecco, io quell'acqua me la berrei.
 
Detto questo sarebbe carino rintracciare qualcuno che in questo periodo non rientri nella sopracitata categoria, qualcuno di quelli che non lascerei ardere altrimenti detto. Ed è una cosa difficile.
Sarò isterica io, senza dubbio, e magari senza motivo.
 
In cima alla lista delle cose che lascerei bruciare ci sono sicuramente i miei capelli, maledetti capelli, ma lasciamo perdere.
 
Quindi nel pomeriggio mi sono data al modellismo e ho pensato una tautologia: il das non è galbanino.
Questo è vero se e solo se ho capito bene il significato di tautologia sennò ho detto solo una cazzata.
 
Ho scattato delle foto per dimostrare la tautologia e le sue conseguenze: ero più brava con il galbanino.
Però domani cerco di dipingerla, magari migliora (e anche questo conferma la tautologia: con il galbanino non sarebbe possibile).
 
 
 
Non è un granché ma ci ho passato il pomeriggio (visto che sono troppo scazzata per lo studio -molto male, lo so) e se non le avessi pubblicate queste foto sarebbe stato un pomeriggio perso.
Così invece è un pomeriggio migliorabile.
 
Rappresenta il mio modo di vedere (e ricordare) la Salomè wildiana.
Salomè è una bellissima ma sanguinaria e spietata sfanciulla di cui molti sono innamorati. Tra i molti lo stesso re anche suo padrino. Nella foto, Salomè tiene tra le mani la testa di Iokanaan, il profeta carcerato da Erode di cui la ragazza voleva "la bocca". Iokanaan aveva ovviamente rifiuto la giovane (essendo un uomo di dio?!) e questa aveva, per ottenerlo, strappato al re la promessa di esaudirle un desiderio qualora la ragazza avesse ballato per lui.
Il re acconsente e la ragazza balla. Poi lei reclama e ottiene il suo desiderio: la testa del profeta da baciare.
 
"Ho baciato la tua bocca Iokanaan"
 
Io ho immaginato sangue da pertutto.
Avete mai visto le raffigurazioni di Aubrey Beardsley?

(in realtà non ricordavo troppo bene la storia e il vestito della mia Salomè è strappato perché pensavo che lei stessa avesse staccato quella testa. Dovrei coprire almeno le tette ma oramai il das è secco e immodificabile. La versione di Wilde è assai più bella di quello che ricordavo. Meno male.)

18 gennaio 2011
553 Emmanuel (3)

Avete sofferto abbastanza, respirate, è l’ultimo giorno che vi costringo a questa roba.

Ultima parte.

 

Dicevo (nella puntata precedente) che finì con il non bastarmi quel solo rapporto di amicizia e così il 6 giugno 2006 (06-06-06: scelsi anche la data accurata, che deficiente -e due!) gli spiegai che non volevo imbrogliarlo più, che mi dispiaceva ma che io non potevo essere solo sua amica.

 

Altro esempio della mia deficienza unica. In realtà di questo tipo di deficienza un pochino ancora mi compiaccio: io sono leale (anche se tonta!).

Quindi io non gli chiesi “di mettersi con me”, mi sentivo un verme perché mentre lui mi dava un’amicizia disinteressata (ciao Marica!), completamente disinteressata, io gli davo i miei sporchi inganni.

 

Lui rispose qualcosa che aveva a che fare con amica e solo.

Ed io mi convinsi, serenamente, che avrei potuto far passare l’estate tranquillamente, per dimenticare.

 

Lo stesso pomeriggio lui mi telefonò per chiedermi se potevo interrogarlo per telefono, come se niente fosse.

 Il fatto non denota amicizia, intelligenza e maturità, il fatto denota bisogno.

 

Ma lui chiamò ed io feci un altro errore.

Mi comportai come se nulla fosse accaduto, perché era la soluzione che mi faceva meno male. E nei momenti in cui vacillava la mia voglia di frequentarlo, seppur non come volevo io, arrivava laPazza a spiegarmi di quanto Emmanuel fosse timido e ci mettesse tempo a dire le cose.

 

Ero stupida e non vedevo.

Ci sono cose che non vogliamo vedere, favole a cui preferiamo credere

E trallallero trallallà, sapete come continua questa solfa.

 

Lei aveva capito tutto di me ed io niente di lei, questa è la cosa che dell’intera storia, oggi, più mi sorprende.

 

Quindi tutto andò avanti.

Arrivammo alla completa “dimenticanza della dichiarazione”, tanto che Emmanuel mi parlava delle sue cotte e mi chiedeva persino come, secondo me, dovesse agire.

 

Io mi mangiavo il fegato, che mi ricresceva nella notte per poi poter essere mangiato il giorno dopo.

 

Poi ci fu la tragedia della festa di compleanno.

Lui è nato un giorno dopo di me.

E sua madre insisteva perché facessimo il compleanno insieme nonostante lui non volesse festeggiare. Lei mi parlava di fargli una festa a sorpresa ed io le dicevo di quanto fosse un’idea sbagliata visto che lui era stato chiarissimo.

Ma lei raramente mi ascoltava e più raramente ancora capiva. 

Pochi giorni prima del compleanno (del mio compleanno!) Emmanuel scoprì i piani della madre, la quale, per non litigare con il figlio disse che l’idea era stata mia e che io avevo insistito (ed io non sapevo nulla, avevo già organizzato tutto per quella famosa festa!).

 

Ma queste furono tutte cose che scoprii dopo, tanto dopo.

 

Emmuanuel non mi disse nulla, come non mi disse nulla nessuno.

Lui pensò fosse un mio tentativo di chissà fare cosa e le cose si raggelarono.

Venne a quel compleanno come un cubetto di ghiaccio si butta nella coca-cola, ma io, lì per lì, non ci feci troppo caso.

 

Il tutto continuò e si amplificò.

Lui mi chiamava rare volte (mentre prima lo faceva ogni giorno anche tre volte al giorno, anche per tutta la notte) ed io non capivo.

 

E lui aveva il diritto di chiamarmi come e quando voleva, ma forse io avevo il diritto, in un’amicizia, a sapere il perché di certe decisioni.

 

Finì con una brutta litigata, quando lui, senza una parola, senza spiegarmi, iniziò a ristudiare con Scozza (vi ricordate? La ragazza di cui parlava male con me).

Non solo riniziò a studiarci, ma venni a scoprire cose che non immaginavo, che non avevano mai smesso di frequentarsi completamente per dirne una.

O che in tutto quel tempo (due anni) Lapazza con me aveva sempre parlato male di quella famiglia mentre con loro aveva sempre mantenuto i contatti. Scoprii che Lapazza e la madre di Scozza erano amiche dalle elementari, che si frequentavano in chiesa e che uscivano tutti insieme.

Tutti, ripeto, comprensi Emmanuel e Scozza.

 

Scoprii in poche parole di essere stata un bellissimo argomento di conversazione tra le due genitrici: “che stupidotta quella ragazza, è innamorata di Emmanuel e gli dà ripetizioni per questo. Ma tanto noi sappiamo bene che Emmanuel è destinato a Scozza. Ahahah.”

 

Ho sentito frasi del genere nella mia testa per tutto il seguito dell’anno, dell’ultimo anno di liceo. E ovviamente non ho dispensato Emmanuel dagli insulti che meritava.

Ameba era il mio preferito.

Ma oggi capisco bene che gli insulti erano solo una prova della mia scottatura.

 

Io credevo in un mondo di buoni ed invece le persone per cui avrei dato tutto, o tanto, mi avevano tradita, e miserevolmente alle spalle, il mio punto era primariamente quello.

Troppa ladyoscar.

 

Vedete?

Io mi sto facendo passare da buona, sapevo sarebbe successo è il rischio di quando si raccontano litigi.

La verità è che sì Lapazza aveva macchinato, che sì forse Emmanuel non era stato troppo sincero con me ma è anche vero che se io non fossi caduta in quell’amore (che amore non era, era smania, come sempre), in quel rapporto che mi ero cercata escludendovi (abbastanza volontariamente) il male, niente sarebbe stato loro possibile.

La verità è che mi volevo cuocere e trovai una griglia rovente.

 

La mia più grande soddisfazione, da brava maligna, fu quando Emmanuel venne bocciato agli esami di maturità dopo che la cretina, io, smise di dargli ripetizioni, appunti e riassunti.

Mi sentii come se quel voto dicesse che senza di me lui era il nulla.

 

La mia soddisfazione sarebbe stata meno potente se non ci si fosse messa di mezzo anche la mia professoressa di greco, una donna che inspiegabilmente (anche se a greco ero una rapa) mi amava.

A Lapazza venne la bella idea di parlare, ai ricevimenti con i professori, di quanto la “serpe” (io) avesse distrutto l’emotività di Emmanuel (ah, pure!). Fu in uno di questi ricevimenti che la mia prof di greco la buttò fuori quasi gridando (sì, non era molto normale nemmeno lei, ma è stata un pezzo unico). A me venne raccontato in classe, direttamente dalla prof, anche davanti Emmanuel.

 

Non nego che agli esami, la prof di greco, a me chiese una cosa su cui eravamo d’accordo mentre ad Emmanuel chiese tutto l’opposto di quello che avevano concordato dicendo che si era dimenticata.

Non è stato giusto forse, ma non era giusto nemmeno parlar male di una alunna ai suoi professori durante i ricevimenti per una cosa personale.

Questa non è una giustificazione davanti ad una “scrupolosa morale” ma ai tempi ne risi profondamente.

(addio parte di Socrate!)

 

Non ho mai visto Lapazza andare così fuori di testa, balbettò che l’avrebbe denunciata.

Poi Emmanuel e la dantesca sorella finirono a scuola privata visto che in quella scuola non si sarebbero mai diplomati.

 

Credo che laPazza pianse amaramente il non aver aspettato almeno metà anno per rendermi erudita sulla verità. Più vittorioso ancora, nel mio scontro diretto con Emmanuel, fu quando ci trovammo entrambi davanti ai quadri e guardando i voti appesi ci fissammo.

Credo sorrisi e me ne andai.

 

Poi ovviamente ho pianto per altri tre mesi. Oggi credo che quell’esperienza sia una delle cose più preziose che io possieda.

 

Rimane solo, in conclusione, da stabilire se qualcuno di voi abiti o meno al sesto piano

(okay, faceva ridere solo la me sedicenne).

14 gennaio 2011
550 Punti solidali

Io direi di fare qualche punto della situazione.

Non perché sia importante, ma perché presumo che quando non si riesca ad andare avanti (ed io e questo blog continuiamo la nostra guerra fredda a colpi di indolenza) ci si debba almeno fermare e guardare indietro. Volendo ci si può non fermare e si può continuare a camminare girando il collo in quella sensualissima e molto femminile versione dell’esorcista: rotazione di metà collo e mento verticale sulla schiena.

 

Cercavo un’immagine ma scrivendo “esorcista gira collo” è venuto fuori un pene che la metà si chiama Siffredi.

 

Preparo un esame con quattro giorni, due libri e molta poca voglia.

Si chiama disastro o tragedia.

In realtà avrei fatto un programma e basterebbe seguirlo per uscirne vittoriosi o almeno incolumi. Rimane da trovare qualcuno con la voglia di seguirlo. E non guardate me.

 

Questo dettaglio, dell’esame, mi colloca anche abbastanza geograficamente e mi dà l’occasione di dire che: vivo da sola da circa quattro giorni consecutivi. In effetti smetterò di farlo domani sera e ricomincerò a farlo domenica sera, portando i panni sporchi a casa di mamma e prendendo quelli puliti. Il ché equivale a dire che vivo da sola con i mezzi di qualcun altro.

Sì, è molto comodo.

 

Fatico persino a pensare di lavare la macchinetta del caffè. Per non parlare di bicchierini e cucchiaini. Sono arrivata a comprare di plastica gli uni e gli altri.

 

Non riesco a non parlarvi del mio essere (seppur lievemente) preoccupata per la gioia che provo a stare da sola. A parte il silenzio, di cui io sono una veneratrice e la non puzza di sigarette o cucinato (altri argomenti su cui scoccio parecchio) io proprio amo non dover parlare.

Non dover spiegare a nessuno niente di quello che deciderò o non deciderò per il semplice o l’anteriore futuro.

 

Io amo non essere chiamata, soprattutto dalle scale: “Maricaaa”.

E poi la risposta che non sentiranno, e poi il dover lasciar perdere quello che stai facendo per scendere a dargliela, e poi, e poi.

E poi gli altri eccetera di tutte le conversazioni su piani.

 

Nella solitudine c’è un ritmo mio, di cui non credo potrei stancarmi. E faccio fatica a capire come si possa “temere la solitudine”, cioè non che non capisca la posizione, ma non riesco a immaginarmi come sia.

 

Qualcuno una volta mi ha detto che il punto è nella differenza tra “il sapere di poterla dissolvere volendo e il sapere di doverci convivere per sempre anche non volendo”.

 

Sarà pure un post un po’ senza coda (ma con il capo) sarà pure un punto un po’ sommario ma a me scriverlo è scivolato dalle dita. E tanto, attualmente, mi basta.

2 dicembre 2010
532 Natali

 

Oggi è stato natale.

Scusate se non vi ho avvertiti, è successo di fretta.

E poi è fuori tempo. Io stessa me ne sono accorta solo stasera, tardi.

 

Non è stata una bella giornata, non dico questo. E' stata una giornata faticosa: una netta sensazione dell’arrivo di qualcosa di importante, scarto di regali, regali fantastici, delusione perché li hai scartati già e adesso non ti rimane che il regalo, senza carta.

 

Quest’anno per me (noi) natale è come se saltasse.

E allora lui, il natale, è venuto un po’ a sbandierarsi.

O almeno, ovviamente, così la voglio vedere io.

 

Partiamo da principio ciò da questa mattina.

 

“Agli esami gli sciocchi fanno domande a cui i saggi non sanno rispondere.”

Ovviamente Oscar Wilde

 

E questo spiega inesorabilmente il voto che ho preso al famoso esame di cui oggi sono usciti i risultati. 

Non sono saggia ma ho preso trenta. E con la lode. Che fa, sommando, trenta e lode.

 

Ora, in un mondo possibile (perché lo si può pensare –ma possibile non è uguale a esistente) trenta e lode potrebbe anche cambiare significato e diventare il contrario di quello che significa in questo mondo. O in un mondo anche più possibile (esistente e anche probabile direi) io sono fuori di testa e completamente svampita quindi posso aver letto male. 

 

Quindi ho una foto così che ognuno possa leggerci quello che vede.

 

 

 

Poteva andare peggio, certo, ma poteva andare meglio.

Poteva per esempio essere l'ultimo esame prima della laurea e confermare la media del trenta, no?

 

Era un esame, visto il risultato, facile.

Insomma non è propriamente una cosa chissà quanto eccezionale questo voto, ecco, per precisarlo.

Non fingo modestia, solo che se ho preso io 30 e lode poteva farlo quasi chiunque, almeno studiando la materia, diciamo.

 

Forse non ho una brutta consederazione di nessuno come di me stessa, ma nessun problema, ci sono abituata.

Quando faccio qualcosa che altre persone considererebbero "bene" io devo trovarci il perché non sia così bene.

Ah, e ci riesco!

 

Succede la stessa cosa con le relazioni (soprattutto frequentazioni sentimentali, dico): quando qualcuno inizia a nutrire interesse particolare per la cretina che sta scrivendo  io inizio a pensare che quella persona, per provare interesse per me, deve essere stupida, non normale, "gentile".

"Gentile" come quelli che leggono un mio scritto e lo vogliono pubblicare.

Per me sono tutti gentili.

 

Non sono modesta, sono insicura, matta e pericolosa (non sono certa che lasciare l'analistia sia stata una bella scelta!).

 

Comunque sto cercando di dar peso all'evidenza che trenta e lode è un bel voto e che non chiunque l'ha preso. Avrei dei "ma se" in proposito ma vabbe'. Mi sforzo di migliorare su questo punto anche perché prima o poi qualcuno mi manda bellamente a farmi fottere se ripeto che non è che conta così tanto un esame nel mare degli esami che devo ancora fare (anche se io in reatà lo penso).

 

Devo dire che "e lode" mi piace. Mi sembra di essere stata brava!.

 

Tornando a natale lo è stato anche per un regalo che inaspettatamente ho ricevuto.

Se non fanno natale i regali cosa lo fa?

 

Io odio i regali (tanto per dire una cosa non cinica!).

E li odio anche di più quando a natale manca un mese e io non ho quindi il contro-regalo.

Quindi ho pregato Ce di non darmelo, il regalo, dopo il cinema, ma lei, visibilmente eccitata, non mi ascoltata.

 

Io odio i regali anche perché nessuno riesce quasi mai a regalarmi cose che mi piacciano e mi sorprendano un po' ed io non riesco a nascondere le mie espressioni facciali naturalissime. Le cose che mi sorprendono di solito lo fanno negativamente (e io odio anche le sorprese -buonanotte!) e le cose che mi piacciono di solito me le aspetto (o le ho chieste). Difficile indovinare cosa voglio perché non lo so bene nemmeno io e perché anche quando lo scopro è già cambiato.

 

Quindi quando ho aperto il pacchetto di Ce sono rimasta senza parole perché una persona che mi fa un regalo tanto indovinato deve conoscermi o almeno prestare molta attenzione. E l'attenzione mi piace.

Un modellino di Oscar, LadyOscar.

A parte la rarità dell'oggetto (non si trovano facilissimamente) e l'eleganza del soggetto (!) è il pensare che quel regalo è fatto proprio per me, su mia misura che mi sorprende.

Dire che mi è piaciuto è poco.

Per l'occasione ho persino fatto una foto mentre aprivo il pacco con la faccia sorpresa!

 

Vi ho abbastanza rimbambito con le mie cazzate?

Sono piena di sentimenti (stati d'animo anzi!) contrastanti in questo periodo, mi passerà.

 

Venerdì parto. Tre giorni a Salerno niente di che ma tutto quel mare a me fa bene.

A qualche parte del cervello.

Devo studiare, ma da lunedì.

23 novembre 2010
526 Chiamatemi Giulia (che fu Cesare, che fu Maria Antonietta -eh?)

Alea iacta est.

E lo dico senza voglia di saltare fiumi, intraprendere guerre civili, rincorrere pompei, o lasciargli sposare mia figlia. Per Giulio Cesare ho sempre avuto un debole. Forse perché è mezzo scrittore e mezzo combattente, forse perché costringeva i pirati che catturava a sentire le sue orrende poesie, forse perché è sempre stato solo. O quando non solo tradito.

 

Ma quello che volevo dire, parlando di dadi tratti, è semplicemente che oramai ho fatto le mie mosse.

Fuor di metafora “ho studiato le mie pagine” per l’esame di domani.

E quelle non studiate bè, non lo saranno.

 

Non ha senso mettersi a rincorrere dati, dettagli infiniti letti qua e là. Non ha senso mettersi a cercare confusamente tra le pagine alla ricerca della cosa che non sai per fare in modo che la lettura occasionale generi fortuna e conoscenza. E poi io penso che la mia mente sia troppo rigida per comprendere cose innovative di un argomento che ha già catalogato. Anche se leggessi proprio stasera la risposta alla domanda che domattina comparirà sul mio foglio di esame, probabilmente, non me la ricorderei.

 

Il fatto che sia un esame scritto un po’ mi impensierisce, almeno perché non so, e forse nemmeno lo devo dire, scrivere.

Almeno non su un foglio, almeno non con una penna.

E’ una questione di lessico, non di grammatica (io e la grammatica ci siamo sempre amate) ma di ortografia (che invece è una stronza), una questione di vera e propria mancanza di capacità espressive almeno se le devo esprimere scrivendo con la penna.

La mente che genera le parole, le stesse parole che uso qui, dovrebbe, a rigore, essere sempre la stessa eppure la pagina del PC, la tranquillità di poter cancellare senza rendere disordinata la storia e altre differenze che non conoscono, la rendono, la mente, diversa, quasi sottosviluppata (ed è tutto dire se il confronto è con questa mente qui!). Non è una questione di “giudizio” quello c’è sempre (ed il mio credo sia il più infame) è proprio una questione di foglio e penna.

 

Niente, ma sono tranquilla (lo sono, lo sono, lo sono sicuramente!) perché male che vada c’è sempre l’orale a gennaio, non sarebbe la fine del mondo.

 

Certo, rimane a mettermi un po’ d’ansia l’idea che se non prendo almeno 52 mi considererò cretina per qualche settimana (non si può prendere 52, Marica!) e che ho un rapporto strano con la bocciatura.

Non è “rifare” l’esame che mi preoccupa, è proprio il fatto che io in quella bocciatura non vedo solo un “devi studiare meglio quegli argomenti”, ma un giudizio olistico sulla mia intelligenza.

Forse nemmeno troppo a torto.

Sono stata bocciata una sola volta (fino a domani!) e dopo ho cambiato facoltà. Precisamente diritto privato, un esame scritto, che su 90 persone hanno superato in 9. Nelle mia mente si è scatenata un’esplosione a catena: io non ero tra queste 9 persone, ero meno intelligente, meno portata, meno capace. Non sono più riuscita nemmeno a guardarlo il manuale di privato.

 

Questo per dire che sono leggermente paranoica e leggermente esagerata e questo, mi sa che devo convenire produce una certa ansia collaterale.

 

Ma sticazzi.

Questo è lo spirito con cui mi pongo al domani.

 

Certo, inutile dire che, anche questo atteggiamento, di calma e menefreghismo, mi mette ansia.

E giustamente.

 

Oddio, ma, sul finale, sarò ansiosa o no?

15 novembre 2010
522 Sapersi divertire

Fin da piccoli ci insegnano che ci sono giorni per lavorare e giorni per riposarsi.

Lo dice la bibbia, i padri pellegrini, qualche puntata dei simpson e i proverbi sfusi.

Quindi lo si tramanda oralmente da lungo tempo, tanto quanto altre infallibili verità: buttare il pane è peccato mortale, visto che in tempo di guerra poveri bambini lo avrebbero mangiato con gioia; bisogna rifarsi il letto perché può venire qualcuno, proprio in camera tua e proprio un giorno che non ci sarai; i tuoi genitori ti hanno messo al mondo e hanno potere di toglierti dal suddetto (mi sembra sia argomento dei padri romani!); non si può mangiare e/o camminare scalzi in salotto (chissà poi per quale magico motivo!).

 

Quindi da adolescente ti risulterà chiaro, almeno se quelli che ti vivono intorno non sono così irresponsabili, che se non si diverti, adesso, “da giovane”, sarai piena/o di rimpienati, sensi di colpa e sostanzialmente avrai svolto una vita sprecata.

 

L’idea che di sabato sera, di venerdì e alle feste comandate ci si debba divertire a me ha sempre fatto salire l’ansia. Ricordo che ero adolescente e in tanti si sbattevano per dirmi che se non avessi frequentato le discoteche pomeridiane allora non lo avrei più fatto.

Mai. Mai più. Mai, mai, mai più. Mai nell’intera vita. Perdendo tutto.

 

Ogni venerdì sera era un incubo. Sudavo pensando costantemente a quanto mi dovessi divertire il giorno dopo. Ma quanto?

 

E dopo le discoteche pomeridiane fu la volta di “perdere” quelle serali (tipo Spazio900 –lo dico perché il nome, anche solo il nome, mi fa ridere). Se non fossi andata lì ad ubriacarmi, far sesso o ballare avrei certamente rischiato di fallire in tutto, ma proprio in tutto e sarei piombata nei già predetti (con le discoteche pomeridiane) vortici di sensi di colpa e rimpianti avendo perso tutta la mia vita.

 

Poi sono arrivata all’età adulta che si misura dal momento in cui devi divertirti anche a capodanno, in poi.

Oltre le solite minacce sul “perdere per sempre occasioni”, “sprecare vite”, “lasciarsi sfuggire il senso della vita” sono subentrati anche i detti come: “chi non ride il primo dell’anno non ride tutto l’anno”.

Così tra una lenticchia e l’altra uno si sforza di ridere e pensa che non si sta divertendo abbastanza, che deve divertirsi di più. E suda. Io che odio i fuochi d'artificio, il rumore delle miccette e persino le stelle filanti (o come si chiamano) ho sempre sudato di più, come ad agosto.

Se sei fortunato ti prende la febbre per l’ansia, sennò mangi altre lenticchie pensando che quindi sarai più fortunato, ricco e bello l'anno prossimo.

Cosa che, sveglia, non succederà comunque.

 

Nessuno si prende la briga di dirti mai che “tanto ad andare quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa”. Questo non vuol dire “tanto vale che ti siedi in poltrona” ma significa che puoi fare con calma le tue scelte, puoi provare e dire che non ti piace divertirti, non come dicono “loro”, e fare altre cose perché tanto nessuna scelta non implica anche una perdita, perché non divertirsi il sabato non ti fa perdere le occasioni della tua vita, ti fa essere altro rispetto a quelli che lo fanno, senza per forza migliori o peggiori.

 

Okay, o così, o sono una sfigata.

La seconda, lo so.

 

Tanto per completare il post (sul mio grado di essere umano triste) aggiungerò una piccola descrizione del mio sabato sera di questa settimana. Non spaventatevi, grazie.

 

Allora, la msdc ha iniziato a sostenere alle 16 di pomeriggio, di sabato, mentre facevamo programmi per una festa che daremo sabato prossimo (non bastasse il mio esame a farmi arricciare i capelli e a farmi perdere anche le ore della notte a pensare) che “dovevamo uscire”.

Io, lei, M1 e loro figlio (msdc è la mia mezza specie di cugina, M1 è suo marito, hanno un figlio e 24 anni di media –escludendo il figlio dalla media!).

Lei ci convince, ci prepariamo e saliamo in macchina verso le 19 (tre ore di convinzione!).

Pronti, bellissimi e splendenti verso al conquista del mondo (tze!).

Arriviamo fino a casa mia (non so cosa dovessi prendere -30km di distanza circa) e lei fa: “sentite, io ci avrei ripensato, perché non andiamo a prendere i panini al mc e torniamo qua?”

 

L’ho sfottuta tutta la sera su quanti prossimi sabato avrei passato a divertirmi al centro anziani - il punto-croce non deve essere tanto male!

L’ho sfottuta finché suo figlio non ha, in camera mia (non in camera mia, siamo seri, in una specie di stanza dove teniamo cose vecchie, diciamo stanzino, ma è grande, dico camera mia perché un tempo ci studiavo) trovato una scatola con delle barbie.

Allora lei ha iniziato a sfottere me (la media, inclusa me, è 23 anni, lo so!).

Io, che non ci sto a passare per una che gioca con le barbie (si possono dire tante cose di me, ma ho una dignità alla fin fine!), ho svuotato la scatola per mostrarle che sono giocattoli vecchi.

 

E’ finita che ci siamo messi tutti a giocare con le barbie mentre vedevamo "C’è posta per te".

Considerando che “C’è posta per te” è un programma per vecchi (con tutto il rispetto di chi se lo guarda) e le barbi un gioco per minori (e noi minorati!) direi che abbiamo rispettato la media degli anni.

 

Okay, o così o siamo tre sfigati.

Sempre la seconda, lo so.

 

Però devo dire che abbiamo una fantasia un po’ preoccupante, ma sconfinata.

Le fotografie e le descrizioni le ho, ovviamente, fatte io.

 

(è il matrimonio di questi individui -io ho fatto il vestito alla sposa -il bianco solo in chiesa!)
 
(invitati al matrimonio: mutilati della guerra, piratessa estinta e in alto, con in mano la testa di una sua vittama, pericolosa terrorista in rosa -il vestito della terroriste è sempre opera mia!)
 
(il marito stupra e uccide la moglie -si vede la mano maschile? Io gli avrei fatto prendere il the: questi uomini, che violenti! C'è da dire che sposare un tipo con un'arma da fuoco alla mano è un tantino irresponsabile!)
 
(foto del prete che ha celebrato il matrimonio. Riconoscete che è un prete per via del bambino che usa-ideata dalla msdc)
 
(barbie transessuale. Perché noi siamo contrari a giochi che devino la sessualità in esclusiva eterosessualità, demonizzando tutte le altre!)
13 settembre 2010
482 io parlo inglese oppure, volendo, potrei anche i speak english

Ovviamente, e persino giustamente, se ti vuoi laureare, in qualsiasi cosa, devi conoscere l’inglese.

 

Non basta che tu abbia scelto la cosa più distante possibile dalle lingue straniere, non basta che tu abbia scelto la cosa più meravigliosamente intellettuale possibile.

 

E non bastano nemmeno le preghiere in ostrogoto se ve lo state chiedendo.

 

Così, iscritta all’università, ho avuto l’amara sorpresa, ma non molto sorpresa in realtà, del dover(mi) far riconoscere i crediti nella conoscenza di una lingua straniera.

Tze, lingua straniera: diciamo direttamente inglese che facciamo prima.

 

Il panico da inglese. Non me lo ricordavo nemmeno più. Che bello o’ che bello (da leggersi in tono piatto e assolutamente privo di entusiasmo).

 

Colpa del liceo, ovviamente.

Oppure dei miei che non mi hanno mai detto milk invece di latte.

E se milk l’ho scritto in modo giusto è solo perché ho controllato su google (!).

 

Al liceo, dicevo, la mia professoressa era piuttosto facile alla comprensione.

Bastava le promettessi (da rappresentante di classe) molto silenzio e totale attenzione che le interrogazioni venivano sospese e rimandate a data da destinarsi.

Ovvero alla fine del semestre, programmatissime.

 

E così io non ho, personalmente, mai fatto nulla.

E ai compiti scritti ho sempre, e dico sempre, copiato.

Avendo, alla fine dei giochi, un sette e tanta bella ignoranza.

Dire che me ne sono pentita è poco.

Studiate finché siete in tempo (e negli intervalli, ricordatevi, se non lo fate abitualmente, che dovete morire)!

 

La mia antipatia, la mia inabilità e tutta la mia ingoranza, con il tempo si sono concentrate, indurite e fortificate, creando la tizia geneticamente idiota che qui vi parla.

Con il tempo poi, forte della mio timore reverenziale del non sapere, ho iniziato a trovare l’inglese esattamente quello che è, una lingua sterile.

Sì, sul serio.

O no?

Magari è l’odio sopra esposto che me lo fa dire eh.

Ecco, non la trovo una lingua musicale, fluida, bella, composta e componibile come l’italiano, ma capisco che sia difficile eguagliare la lingua dei grandi.

(non amo fare apologia, soprattutto della nazione, ma le parole, quelle, sono un’altra cosa).

 

Fa eccezione, ma un po’ a tutto, Oscar Wilde.

 

Mi trovo così a dover riprendere in mano libri di grammatica inglese.

E la cosa, non esagero, ma è quesi umiliante.

 

Dovrò poi quindi fare un test la cui valutazione mi attribuirà al corso di studi esatto e, in seguito ad un nuovo test, mi considereranno attribuiti i maledetti crediti (o anche no, ovviamente).

Probabilmente finirò al livello “ahaha”. Suppongo che sia quello immediatamente sotto a “incapace grave”.

“Troll” se vi piace detta alla Harry Potter.

 

Mi sto impegnando per il momento, ma fallirò non appena dovrò tentare di ricordarmi i paradigmi dei verbi irregolari, quelli sono sempre stati una croce.

Ad eccezione di cut (cut, cut) che è così simpaticamente uguale che mi fa quasi tenerezza.

16 febbraio 2009
AtTerRaGgi DiPLoMatiCi e SeMAfoRi RoSsI
 -Possibile? Tutte le volte che mi trovo in “prima fila” davanti ad un semaforo rosso che sta per scattare mi prende un’ansia come se si trattasse di una questione di vita o di morte…mi sento le macchine dietro che mi guardano, sento la tensione sul manubrio e tengo lo sguardo fisso sul semaforo rosso pronta appena vedrò il verde a scattare…sento la macchina che mi prende in giro, lo sentiamo entrambe si spegnerà, lo fa solo per farmi dispetto, solo quando sono in “poull position”…non è possibile mi dico, stavolta caspita non me la faccio spegnere e per un filo riesco a mantenerla accesa (nonostante il rumoraccio che penso si senta pure a Pechino!)…uff meno male!!-

Mancano sostanzialmente tre giorni…tre giorni a questo primo maledetto (e non mi hanno ANCORA bocciata…) esame, e francamente, nonostante io passi tutto il giorno a studiare, o meglio passo tutto il giorno relegata a casa di mia nonna, cioè nella casa di sua proprietà dove però lei non vive (e dove non c’è NULLA, ma proprio nulla, nulla solo un televisore che però non fa poi così differenza!, non mi porto il pc per non essere distratta, nemmeno il giornale compro per evitare) in realtà non me ne frega proprio nulla dell'esame (detta come la si doveva dire!)! eppure solitamente sono un tipo piuttosto coscienzioso su queste cose (e lo dimostra il fatto che tuttavia io mi impegni almeno fisicamente!)…

Eppure così va...su quel libro (di diritto privato…ancora!) potrebbe starci scritta pure la divina commedia (che in nessun caso potrebbe lasciarmi indifferente!) ma non me ne importerebbe nulla ugualmente…

Sono impegnata in altro ora non posso certo occuparmi di queste sciocchezze sul diritto!! Non posso occuparmi di capire cosa succede quando il contadino invade il fondo di non so chi…non posso perché sono occupata a captare altre cose, sono occupata a cercare qualcosa…sono occupata a sognare...

Però mi va bene così…e non vorrei fosse altrimenti per nulla al mondo!!

…E intanto metto le mani avanti preparandomi così un bell’atterraggio diplomatico nei confronti dei miei…ahah continuo a ripetere: “ma lo sapete che questo è l’esame più difficile del primo anno?” Fortunatamente un avvocato amico di mio padre ha confermato la mia versione…e così me la sto salvando anche da quel punto di vista…

:D


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CULTURA
22 settembre 2008
Madonna di Edward Munch
      

Questo è uno dei miei quadri preferiti... l'ho scoperto per caso mentre facevo delle ricerche per quadri più "convenzionali", per quadri che a differenza di questo si trovano sui libri di scuola...

Mi ha incantata soprattutto per via di quell'evidentissima contraddizione (sesso e morte) che domina l'intera opera.

Per posizione, infatti, la donna sembra essere coinvolta in un rapporto sessuale: è distesa, il corpo nudo, gli occhi chiusi che cercano, forse, il piacere e l'oblio e i capelli sparpagliati e ribelli, forse sconvolti dalla passione. Anche le braccia ricordano la pasizione dell'amplesso; tutta la figura è nel complesso elegante e armoniosa.
Ma nello stesso tempo vi è nel quadro qualcosa di sinistro che si lega indissolubilmente alla morte.
Infatti, i colori pallidi della donna richiamano quelli di un cadavere ed anche il contrasto fra i colori pallidi e quelli scuri dello sfondo rendono misterioso e per certi versi tetro il quadro. 
In ultimo il quadro colpisce per quell'odore di profano che emana..infatti, l'aureola rossa posata sul capo di una donna dalla dubbia moralità, che ha il ventre rigonfio e che può quindi far supporre di essere incinta, dimostrano quanto poco affine sia questa immagine di Munch con quelle "tradizionali" rappresentanti la Madonna.

Il mio professore di arte non sopportava Edward... ed io non sopportavo lui...all'esame non solo ho portato "Madonna" ma l'ho anche usata come copertina della tesina...

Esiti? 

Lui ha continuato a ritenere che Munch piacesse solo ai "ragazzini ribelli" e a non ricordarsi il mio nome ed io ho continuato a pensare che fosse un idiota...
                   

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE