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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
9 febbraio 2012
Insegno itagliano


No, perché io mia figlia (notare: sesso richiesto nel commento appena sotto lo stato) a far ripetizioni da una che si firma Kucciola proprio non ce la manderei. Però devo ammettere che con quel "kua" (traduzione su cui ho speso almeno qualche minuto: qua) o quel "kalkola" mi aveva quasi convinta. Poi ho definitivamente detto no quando ho letto che il fidanzato Mau, detto il bono, è geloso (anche) dei bambini.
Vista la madre mia figlia potrebbe benissimo non avere tutte queste fattezze femminili. C'è da stare attenti.

Però accorrete numerosi all'annuncio. Kappa e x saranno felicissime di essere usate con tanto sproposito.

22 giugno 2011
619 [modi di fare i genitori] Anche i dentisti hanno un lettino

Stavo scrivendo tutto un altro genere di post. E buttiamo via intere pagine di idiozie in bella forma, okay, tanto il sudore (le dita sudano signori!) è mio.

 

Una litigata da racconto epico con mia madre, ecco cosa mi ha fatto cambiare argomento. Perché qualsiasi cosa io faccia, in qualsiasi modo e con qualsiasi risultato non basta mai e non è comunque nemmeno lontanamente paragonabile a quello che non faccio.

 

Promemoria personalissimo: nella malaugurata ipotesi avessi figli io non gli farò mai, ma mai, niente del genere.

 

Ci stavo già pensando oggi guardando i Simpson (alto momento riflessivo).

Nella scena a cui mi riferisco Homer diveva a Bart una cosa come: “non è vero che riuscirai a fare tutto quello che vuoi. Qualsiasi cosa tu sia bravo a fare ci sono almeno mille e cinquecento persone che la sanno fare meglio di te”.

 

Attenuanti generiche di morte prematura bypassate mi è venuto in mente che mi sono sentita dire una frase del genere almeno un milione di volte.

 

Continuiamo con un ricordo che la psicologia intera sarebbe molto orgogliosa di sentirmi raccontare.

Ero una ragazzina e avevo appena finito il mio primo libro, il cui titolo vi terrò nascosto fino alla mia morte. Un libricino idiota, semplice, da ragazzini appunto.

Lo lessi in una settimana. All’epoca pensai di essere stata molto brava. Mi dicevo: “duecento pagine in soli sette giorni? Incredibile!”
Allora andai da mio padre per condividere il successo e lui rispose che andava bene ma che nel mondo c'erano studiosi che leggono libri enormi in due giorni.

Forse non disse proprio così, mi ricordo solo i "due giorni” perché io non capii il senso generale del “si può migliorare” ma la pensai come “il prossimo libro lo leggerò in due giorni, così sarò brava”.

 

Aveva ragione, certo.

Lui cercava di spingere verso l’eccellenza, verso la perfezione.

Ma la perfezione non è raggiungibile e a volerla cercare sempre, continuamente, in un primeggiare continuo si rischia di perdere di vista che un otto non è un dieci ma nemmeno un 4.

Mio padre rispondeva a questo genere di frasi che se volevo essere una pesona mediocre allora potevo benissimo continuare ad accontentarmi degli otto.

 

Lo faceva perché mi migliorassi certo, mica per distruggermi, però questo continuo sentirmi dire che tanto qualcuno lo aveva già fatto o che lo avrebbe fatto meglio di me, a poco a poco, deve aver impresso una qualche forma nella mia testa.

 

Fingetevi psicanalisti che io mi sdraio sul lettino.

 

Non me lo ricordavo. Né la storia del libro, né il collegamento con certe mie fisime. Curioso come una sola frase, e sentita casualmente nei Simpson, apra certi nascondigli.

 

Mi viene in mente che io cerco sempre un modo per non essere abbastanza soddisfatta di me.

E non che non ne abbia motivo a volte eh. Però anche quando potrei essere contenta, o dirmi “brava” io mi invento (forse), consapevole o inconsapevole non lo so, cose per smontare questa soddisfazione.

 

Posso fare esempi svariatissimi.

Il mio ultimo esame. Trenta e lode. E sono stata fortunata.

Ecco, vediamo se riesco a spiegarlo. Io vorrei dirmi, da sola, “cavoli, sono stata brava!”, invece sono seriamente convinta (e mi infurio con chi non è d’accordo con me) che sia stato troppo semplice, che sia stata questione di fortuna e quasi mi sento insoddisfatta.

 

Essere insoddisfatti di un trenta e lode significa essere leggermente incontentabili.

 

Sono uscita da lì pensando “il prossimo andrà meglio”. Come se avesse senso, come se fosse possibile. Ed è l’impossibilità di quello che pretendo a farmi in svariati pezzi perché continuo a ritenermi quasi cretina ma a non poter far niente, o comunque poco, per dimostrarmi che non lo sono.

 

La msdc (mezza specie di cugina) ha sentenziato: “vabbè, la prossima volta chiediamo se puoi farlo a testa in giù”. Mi piacciono le sospensioni.

 

Oppure quando esco con qualcuno: io sono sempre convintissima che se esce con me, quando invece potrebbe uscire con altre centocinquanta persone meglio di me e che sanno uscire meglio di me (come da Simpson), è perché mi vuole fregare in qualche misura. E se proprio non trovo motivi per vedere le fregature (e li cerco bene) allora inizio a pensare che siccome frequenta me allora deve essere veramente scemo (mi scuso).

Distruggo, distruggo, distruggo.

 

Ci sono ragazzi a cui i genitori dicono bravo continuamente (povera LadyMarica, okay, questo post fa ridere, mi scuso anticipatamente), io li vedo sostenere gli esami, uno dopo l’altro, serenamente: studiano, vanno, hanno fortuna, certe volte sfortuna e tornano a casa tranquilli, consapevoli di quello che valgono o di quello che sono.

 

Io poche ore prima dell’esame mi convinco al 100% che probabilmente ho frainteso tutto quello che c’era scritto e che tutto significa la cosa opposta a quella che ho pensato io. Dal primo esame che ho fatto fino all’ultimo di venerdì sono sempre stata convinta, ma non per scaramanzia, proprio convinta, che sarei stata bocciata. Non è successo.

 

Un amico, quando gli comunico i risultati, dice che tanto l’unica a non saperlo prima sono solo io. E avrà pure ragione da vendere. Ma questo lo dico solo dopo.

 

Mi distruggo in duplice parte insomma. Mi considero cretina fino a che un esame non stabilisce per iscritto che non lo sono e poi, quando l’ha stabilito, io inizio a costruirmi motivazioni (certe volte più reali di altre –quest’ultima volta per esempio sono seria, è stata fortuna –Marica!) che mi dicano che non sono motivi validi e che sì, sono cretina.

 

Lo so che avreste preferito il racconto della litigata con mia madre, l’evolversi delle grida isteriche e il mio aver detto tutte le parolacce di cui sono capace nel giro di 30 secondi (mi pento e mi dolgo). Mi dispiace, invece vi sono toccati i ricordi ombrosi di una malata di mente che ha perso il suo posto sul lettino dell’analista.

30 settembre 2010
494 [la maricaparlante] Figli d'arte

Spero che abbiate guardato le iene.

Perché se così non fosse, sono dispiaciuta, ma sono riuscita a trovare solo questo tipo di video, che non è propriamente quello che cercavo ma vabbe’. Amen. Anzi RAmen.

 

Non so se conoscete i rimbalzati, della Iena Gauthier.

Niente di incredibilmente fantasioso: semplicemente una Iena, in incognito, “rimbalza” i vip all’entrata delle discoteche. Cioè chiede loro “se sono in lista”, gli chiede il nome, gli chiede se hanno inviti: insomma, li sottopone al rito a cui viene sottoposto chiunque desideri entrare negli esclusivi locali disco della bella vita. E alla fine non permette loro di entrare, almeno sembra.

 

Per carità, i vip sarebbero anche d’accordo a sottoporsi alla procedura o a non entrare nelle discoteche, è quell’essere associati a “chiunque” che non gli va propriamente a genio.

 

Fintanto che la rimbalzata è la Tatangelo, comunque, tutto il caso si limita a lei che alza gli occhiali da sole (che porta in piena sera perché è una vippessa), che dice il suo nome ridendo e pensando che la povera scema all’entrata non riconosca sua altezza e poi, quando capisce che non entrerà nemmeno se è la Tatangelo (originaria di Sora, ciociara di sangue e col padre Dante che vende caciotte –tutto il mio rispetto per le caciotte) che si mette da parte e chiama quello che penso sia il padreterno. Niente di più che una figura di merda, insomma.

 

Quando però “i vip” (eh?) sono i figli di La Russa e Tremonti, rispettivamente Geronimo e Giovanni, le G PdL Rampolli, le cose diventano un poco più divertenti.

Magari volevano vedere le modelle della settimana della moda di Milano e quindi con la giusta fretta.

Oppure è tutto un fatto di principio e si sono giustamente indispettiti dal fatto che quella contadinozza (?) all’entrata non avesse subito riconosciuto i figli di due grandissimi ministri.

Eh, santocielo, come si sarà permessa?

 

Ma finché, abbassando la cresta, avessero fatto dietrofront, io non avrei detto niente. Invece, il figlio di La Russa, pensando forse di trovarsi allo stadio, o al governo volendo, si è messo a gridare dicendo alla povera scema “avanti, su, muoviti” o anche "andate a cag***, io me ne vado" perché lui, se non aveste capito, deve entrare, ha da fare, non può mica perdere tempo con queste cose. E’ in pericolo l’orgoglio italiano, l’amore per la fica: trasmesso dalla tv, esibito dal premier, quasi quasi stampato sulla bandiera. O sulla costituzione volendo.

 

E' finita che alle Iene non sono completamente stupidi, quindi la tipa ha finto ancora di controllare e poi ha dichiarato che “in lista c'è solo Tremonti”.

Povero il La Russino, perde le modelle per colpa del caratteraccio.

 

Vorrei tanto citare, visto che siamo in tema, anche il figlio di Bossi, però non saprei come fare.

Ah, ci sono, mi basta scrivere “idioti” da qualche parte, non devo specificare altro.

vita familiare
21 settembre 2010
489 [modi di fare i genitori] Pilota
Tacciatemi, a preferenza vostra, di essere presuntuosa o anche molto stupida, infondo anche solo a pensare di creare una rubrica dal titolo “modi di fare i genitori” mi sono sentita un po’ troppo convinta di me. Non sono convinta affatto, altrimenti mi sarei risparmiata almeno questa introduzione.

Alla luce di tante cose ho deciso che è un tema che mi appartiene molto. Appartiene nel senso morale, nel senso del sentire: tutti verbi poco oggettivi e poco reali, concordo con me stessa.

Precisiamo che l'accusa (ipotetica) di presunzione nascerebbe forse un po' per la mia età, forse un po' perché io figli non ne ho e credo anche abbastanza di non volerne (sì, ho ricambiato idea, abbiate pazienza).
Quindi potrei dire tante cose senza senso e senza presupposti.

Però, dall'altra parte, dobbiamo precisare che sono stata, e anche sono, figlia, che sono stata giovane recentemente, con giovani diffusamente e che ho una discreta (oggi voglio essere odiata, vabbe’) capacità d’ascolto. Con le orecchie certo e con i dettagli anche di più. Forse perché la superficialità, su me da parte degli altri, mi ha sempre innervosita e allora ho imparato a non esserlo io per prima. E spero di esserci riuscita.

Ho visto tanti miei coetani, con problemi meno e più gravi dei miei e ho maturato alcune convinzioni, qualcuna forse anche inutile.

Questa rubrica nasce così, come semplice gioco letterario e senza pretese. Poi, se ci si trovano cose sensate è anche meglio, ma in generale questo è lo spirito del blog.

C’è un film sorprendentemente interessante che spiega bene la mia idea di buon genitore: film italianissimo, abbastanza moderno, di Pupi Avati con Silvio Orlando, Francesca Neri e la straordinaria Alba Rohrwacher “il papà di Giovanna”.

Ecco, per tracciare subito la mia idea di buon genitore: un genitore non è colui che fa nessuno sbaglio, meno sbagli possibili o pochi sbagli, è colui che non abbandona (nel senso più morale possibile) i figli, non scappa per le cose complicate, non si inventa alibi per non fare il proprio dovere, non pensa prima a se stesso e poi ai suoi figli, non contrappone le sfere economiche a quelle morali.
Occorre un’altra precisazione: nessuno ha chiesto a nessuno di nascere. Quando decidi di mettere al mondo un figlio non lo fai perché la fila al Mc donald’s è troppo poco lunga, non lo fai perché la terra merita un altro piccolo impiastro e non lo fai (o non dovresti) per sentirti utile, lo fai perché vuoi dare bene, felicità, possibilità ad un altro essere umano, lo fai (o dovresti) perché hai la sciocca ma nobile idea che forse tuo figlio renderà il mondo migliore. Poi passano gli anni, svanisce l’entusiasmo e i figli vengono lasciati a se stessi, certe volte creando esseri infelici, depressi e in qualche caso anche abbastanza pericolosi.
I capelli si sanano alla base, non alle punte.

Ma torniamo al film.
Giovanna, la protagonista, oltre che il padre del titolo ha anche una madre.
Forse lui fa più errori di lei però mentre lui rimane un padre lei smette di essere una madre fin dal principio.

In breve la trama è quella di un uomo che fa credere alla figlia bruttina e complessata cose che non esistono. La figlia inizia a credere quindi di aver fatto innamorare un ragazzo e uccide la sua migliore amica, colpevole di avere, con questo ragazzo, una storia (vera).
Quando si scopre il delitto la madre di Giovanna abbandona completamente la ragazza.
“E’ un mostro” è l’alibi poco convincente. E infatti in seguito si viene a scoprire che la madre stupida ma bellissima si sente inadeguata davanti a sua figlia che la vede per quello che è, si scoprono tresche, amori che la ragazza aveva da sempre capito e dolorosamente accettato.
Bravissima Francesca Neri.
E bellissima.

Il papà di Giovanna, invece, seppur colpevole di aver favorito il dramma, non è biasimabile. Rimane accanto alla figlia per tutto il tempo, colpevole come uomo che credeva di fare il bene, ma non arreso davanti al fallimento che non sa prendersi responsabilmente sulle spalle. Infatti cerca di rassicurare la figlia per tutto il tempo e se anche inizialmente il metodo sembra sbagliato alla fine risulta essere il meno problematico, il più ottimale per la ragazza, il migliore. Da un padre colpevole di troppo amore si trasforma in un padre "alla vita è bella" cioè, in uno che s'inventa un mondo solo per mascherare una brutta realtà.
Si sacrifica per lei o meglio si sacrifica per risanare (ma non è possibile) quegli errori che lui ha commesso. Quanto sarebbe stato più semplice lasciarla a marcire nel manicomio? Ma lui tenta di tenerla sveglia, di insegnarle materie, di amarla e di darle tutte le sue possibilità. E' da esempio, assolutamente.

Non so se ho spiegato il punto.
Non si può essere uomini perfetti e non si possono essere genitori perfetti però si può essere responsabili, si possono accettare i propri errori senza scappare. Vale nella vita, forse, ma di più se da quegli errori dipendono altri. Finché sei solo puoi scappare alle Maldive, ma quando hai rovinato altre vite difficilmente scapperai da te stesso (Marica la guru).

Non tutti hanno questa forza, capisco.
E non tutti, quindi, possono essere buoni genitori, lo capissero.

Forse io la vedo troppo egoisticamente da figlia.
Infondo il sacrificio costa la vita intera.
Però, anche se ci provo, io proprio non riesco a uscire dal quesito “eh, ma chi te lo ha chiesto di farmi nascere?”
Fare figli non è come mangiare bruscolini, richiede un minimo di riflessione.
Attualmente, mi sembra che si perda più tempo a calcolare le calorie dei bruscolini (occupazione che io considero assolutamente vitale, tra l'altro) che a pensare seriamente di mettere al mondo una persona che ha il diritto di ricevere amore, comprensione e sacrificio.

Se ne hai da darne.
E se non ne hai, esistono metodi per il controllo delle nascite.
E se poi sei cristiano, mi dispiace.

Io forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore (De Andrè, il testamento di Tito).

Il primo passo, secondo me (ripeto: quando hai consapevolmente scelto di creare una famiglia), è rimanere. Rimanere sempre.

E fu così che arrivarono al divorzio…
letteratura
14 settembre 2010
483 La solitudine dei numeri primi

Le persone non sono numeri.

Per questo non rispondono a leggi precise, a regole numeriche e logiche.
Quindi te lo aspetti: ti aspetti che basti un gesto, uno sguardo, un'infinitesimale parte di volontà a far ruotare le cose, a far ruotare la logica.
Perché le persone non sono numeri no? Lo sai.

Ti aspetti quindi il finale, il bel filale, proprio lì, proprio nell’ultima pagina.
Dopo tutta la sofferenza, il dolore e i pianti che ti sei fatta con i protagonisti proprio non puoi concepire che non ci sia il lieto fine.
E invece, non c’è.

Lo digerisci a fatica, ma alla fine ci trovi lo stesso bellezza.
Anzi, persino capisci. Gli esseri umani non sono numeri, ma i numeri primi, anche tra gli esseri umani, quelli sono numeri veramente, sennò non ci sarebbe tanta particolarità, tanta innovazione nel descriverli.
Perché i numeri primi non possono decidere di comportarsi da persone e continuare comunque ad essere numeri primi, devono scegliere, anzi, non sceglieranno, questo è il punto, rimarranno numeri primi per naturalità.

Poi decidi di vedere anche il film.
Bum. Il lieto fine, come lo volevi tu.
Incredibilmente stonato ormai.

Il film è pregevole, come il romanzo.
Onirico, di incubi, delicato, sussurrato.
Triste.
Anche troppo reale.

Se c’è una regola che osservo quando devo “scrivere una recensione” è quella di scriverne appena finito il film/libro/cosa che intendo recensire.

Mi piace aver ancora negli occhi le immagini, le critiche, i profumi e i sapori.

Mi piace avere la mente intrappolata, assorta, totalmente immersa.

Mi piace, in poche parole, essere ancora lì, legata alla storia.

 

Trovo difficile dire qualcosa con un senso critico di un libro, film attualmente, come la solitudine dei numeri primi, quindi, nonostante io l’abbia letto quasi un anno fa e lo abbia visto sabato, sono arrivata fino ad oggi per scriverne.

 

Farei un torto al libro (o, anche, al film) se trattassi dei temi che sono, non narrati, ma spalmati in esso.

Già perché cose come il male sotterraneo, la nausea di vivere, l'ingiustizia degli eventi, la tristezza lenta e soffocata di una vita, senza le storie di sottofondo appaiono sempre banalità.

Quindi scusatemi se non riesco a trasmettere quel mondo sottostante, quel colore, quella costruzione che fa da base alle vite dei due straordinari personaggi.

 

Questa è la chiave di lettura giusta secondo me: il raccontare una nausea di vivere (che non è solo un tema interessante e denso di richiami letterari, primo fra tutti Madame Bovary, ma è una realtà, e non troppo distante da tanti, anche moderna) sulla base di due vite, togliendo tutto il patetico, il generale, lo stereotipato.

 

I protagonisti hanno infatti tutto il valore della non banalità.
Autolesionismo e anoressia forse, come spettri interiori, non hanno tutta questa innovazione, ma le motivazioni così ben delineate, quelle interne, quelle che spingono a detestarsi, sono di una tale sottigliezza che è difficile non trovarci assoluta originalità.

Mattia e Alice.
Legati da uno strano silenzio, dalla particolarità di capirsi senza aver mai condiviso le cose a voce troppo alta. Legati da tutta una schiera di personaggi negativi che gli ruotano intorno, che gli causano male, tutto il male (che sia bene?) oppure, al massimo, tanto inermi da non poter cambiare nulla, nemmeno volendo.


Il personaggio più negativo in assoluto è la madre di Mattia, il ragazzo, un genio, che si auto lesiona.
Mattia è un ragazzino di nemmeno sette anni, a cui la madre ha affidato la responsabilità, quantomeno morale, della sorellina ritardata. Lui è schiacciato dalla responsabilità, schiacciato dalle limitazioni che l’aver sempre dietro una sorella così comportano, per un adulto, figurarsi per un bambino.
Una giornata piovosa e una Torino bagnata fanno da sfondo all’inevitabile dramma.
Invitati ad una festa Mattia lascia la sorellina in un parco dicendole di aspettarlo lì.
Desidera essere per una volta solo, unico, normale.
E, infatti, per la prima volta in vita sua Mattia si diverte.
Quando ritorna a prendere la sorella lei non c’è più.
Inutile cercarla, inutile disperarsi.

Si è divertito per una volta nella vita: una che è troppo.

Da quel giorno la madre inizia ad odiarlo e a non volerlo in casa.
Così, intelligente come pochi, Mattia finisce a lavorare in Germania.
Mamma, mostro, contenta.

Non è la debolezza del personaggio a infastidirmi tanto ma è quella costante incapacità di farsi schifo.
Perché “la colpa” è solo ed unicamente sua.
Incapace di prendersi cura di sua figlia veramente e incapace di amare sufficientemente l’altro figlio, incapace di, una volta successo il dramma, prendere la responsabilità con le mani.
Totalmente e irrimediabilmente orrenda, senza indulto.

Non capisco questo pessimo gusto di far figli quando non si è capaci a farli vivere serenamente.
Non basta l’impegno, mi spiace.
Non basta il dire “eh, ho fatto del mio meglio”.
Non basta dire “buonafede”.
No, perché sono vite quelle con cui giochi, perché creare un’infelice è come uccidere qualcuno.
Mi fa rabbia, e non solo cinematograficamente parlando.
Vabbe', ho deviato.

Dall’altro lato c’è Alice.
Con motivazioni profonde quasi ossimoriche al destino che c’è in un nome tanto spensierato.
Lei si dedica ad un gioco interno.
Un gioco sadico, uno di quelli più orrendi che si possa fare con se stessi.
Punirsi, punirsi, punirsi.
E trovare quindi altre colpe per farlo.

In bilico tra la colpa e la rinascita, costantemente.
Costantemente piena, stracolma, nauseata dal niente.
E reagire con il fisico sembra essere l’unica soluzione.
Perché è più facile, non serve pensare.

Nemmeno a dirlo, una storia che mi ha toccata profondamente.

Vabbe’, che ve l’ho raccontato tutto?
No, manca la delicatezza di due strade che non si toccano ma si sfiorano, manca la genialità dell'autore, mancano le vite, quelle vere.
Cose che non vi posso raccontare io: ci vuole un premio Strega.

Ma non andate a vederlo, il film dico, non prima di aver letto il libro, almeno.

17 gennaio 2010
341 Sui figli (la panna spray)
                 
Ho del curry ovunque.

Dimenticatevi i giochi erotici piccanti, o le altre fantasie da persone non frustrate che avete (!).
Semplicemente mi è caduto addosso.
Ora, potrebbe apparire di difficile collocazione mentale pensare ad un curry che cade dall'alto.
Spiegazione lunga e noiosa.
Sono ricoperta di curry.
E non è un'esperienza piacevole.
Diciamo solo che tentavo (avevo promesso di smettere, lo so!) di cucinare.
Tanto ci basti a procedere!

Voglio un figlio (che non richieda nutrimento?)
Non ora, certo, ma non escludo nella mia vita di volerlo.
Lo so che non è una cosa che molti di quelli che leggono questo blog si aspetterebbero da me, ma è così.
Sono contro il matrimonio, perché penso che stabilire ciò che deve durare per sempre sia da presuntuosi (ingenui o ottimisti!), ma non sono contro il creare forme di vita, e il tentare di renderle forme di vita migliori, interessanti e felici.

Premessa costruttiva di pensiero fatta, un figlio non lo faccio certo da sola.
Parlavo dunque con Lui (per una volta non è dio il soggetto) di convivenza (ipotetica fantasia del futuro) e di arredamenti.

All'improvviso ci cade l'occhio su una seconda stanza che la casa che stavamo arrendando (con belle parole) avrebbe, una seconda camera "da letto" insomma.
Ovviamente io ho pensato immediatamente a "la stanza dei bambini".
Che pensiero idiota!
Così da donna che non me ne capacito!
Stanza dei bambini?
Ma mi sono fatta una canna?
Stanza delle torture-sadomaso!
Nulla, il mio corpo chiede sesso, la mia testa figli (notare la correlazione).

Ma Lui è stato geniale, nel smontare il pensiero non detto (ma intuito):
"Bè, ci possiamo allestire una specie di biblioteca personale!"
Lo ha detto serio.
Una biblioteca?
Eh?!

Sono gentile, decido di indirizzarlo io sulla strada giusta: "ma amore, i libri li mettiamo in salotto, penso che sia esteticamente migliore allestire una libreria stile ...einsnjd....con menso...sidn...insomma, tu non ne capisci molto, faccio io!"

Uso il metodo ecclesiastico.
Non lo conoscete?
Quando qualcosa è inspiegabile (o meglio non la si vuole spiegare) si usa il latino.
Don Abbondio, il cuor di leone dei promessi sposi, usa la stessa tattica spiegando a Renzo, in latino, i motivi per cui non può sposarlo con Lucia.
(motivo che non esiste, se si esclude l'incolumità fisica del prete)

Io, perché magari Lui comprenderebbe il latino, uso l'ostrogoto insistente e concludo con "faccio io".

Mi aspetto ora che lui nomini "la stanza dei figli"!
Caspita mi pare ovvio, no?

"Bè, allora è una camera da letto? E chi ci mettiamo a dormire...?"
"Bè amore, chiaramente..." siamo sulla strada giusta, ma deve dirlo lui, non voglio sembrare la classica donna che vuole un figlio prima o poi..

E quando sono certa di aver indirizzato la cosa, e aperto un varco al mio senso (non voluto) di maternità (futurissima eh!) lui arriva alla conclusione
:"ah, ho capito, sarà una perfetta stanza per ...per gli ospiti!"

Alla conclusione sbagliata.
Gli uomini sono tanto intelligenti da trovarla sempre..

Ma io non mi sono arresa, domani gli spiego i motivi per i quali non esisterà alcuna stanza "degli ospiti"...
Tra i metodi di spiegazione non ci sarà il curry, ma la panna spray.
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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE