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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
16 aprile 2013
Gioire del “bello” (che non si esaurisce certo nella dimensione estetica) credo che sia un'inclinazione umana per nulla secondaria a quella di mangiare, bere e riprodursi. Ovviamente nel mondo moderno, chissà se primariamente in quello occidentale, il bello viene comunemente confuso con la...

Il cannocchiale mi dà ai nervi ultimamente per le sue continue mancanze. Quindi questo post continua su webnode. Basta cliccare sul titolo.



20 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
21 giugno 2012
Ultima impresa senza "tremolazione"
Solitamente non sono molto soddisfatta dei 30 che prendo all’università. Il più delle volte sono convinta di essere simpatica, e non competente. Il più delle volte mi dico che comunque ci manca la lode. Il più delle volte sostengo che io quel 30 non me lo sarei data. Con l’esame di ieri, invece, posso decretare il mio primo 30 soddisfatto.

Occorre raccontare perché.    

Siamo partiti malissimo. E che senso abbia dirlo quando ho già distrutto tutta la suspense nell’incipit stabilitelo voi.
Ora dell’esame 9.30. Arrivo in facoltà alle 9.25 convinta che comunque i professori inizino gli esami con quel giusto tempismo del ritardo, tanto perché chi non terrorizza si ammala di terrore.
Cerco il nome della materia che voglio dare sul tabellone per capire in che aula passerò il giorno.
Sul tabellone ovviamente il mio esame non esiste.
Provo a gettare sguardi e a capire senza dover chiedere niente a nessuno: non amo socializzare, non amo socializzare quando sono nervosa, non amo socializzare chiedendo le cose. Alla fine mi arrendo alla limitatezza del mio intuito e mi getto in un passante-informatore che dà la risposta giusta.
Bene, grazie, 30.
Arrivo nell’aula contrariata dal mal funzionamento universitario. E scopro che il professore ha già fatto l’appello e se ne è andato a prendere un caffè. Pazienza. Mi siedo ed aspetto. Ma non faccio a meno di masticarmi il fegato pensando al perché diamine mi fanno fare una prenotazione online che non ha alcun valore se poi mi devo registrare un’altra volta su un foglio di carta. E questo sarà, diciamolo, il pensiero dominante della giornata.
Quindi arriva il professore io, timida e carina (?), mi avvicino per chiedergli di iscrivermi su quel tecnologissimo pezzo di carta. Lui mi guarda e già mi sta antipatico dicendo: “signorina, lei è in ritardo”. Io gli dico che credevo l’esame fosse alle 9.30. Lui guarda l’ora. L’orologio mi dà ragione e lui, contrariato, mi dice: “sì, è in tempo. Ma la segno all’ultimo. Non farà l’esame prima dell’una”.
Gli sorrido pensando “fanculo-sticazzi, quello che mangerà tardi sei tu, io ho smesso con questi vizi animaleschi.”

Quindi mi metto in pace. Non l’anima, decisamente tutto. Vado al solito bar dietro casa mia, quello con la puzza di marcio ma il barista carino pensando che me la sfogherò con lui. Invece lui non c’è (disdetta) quindi mi prendo un caffè e mi studio tutto quello che avevo saltato. Non vi cruccio sui tediosi argomenti più politici che filosofici che mi sono dovuta infilare nel cervello in quelle due brutte ore buttate.
Poi torno in facoltà.

Mi siedo anche se ogni 20 minuti, forse meno, esco a fumare. Vedo scorrere tempo e ragazzi, sono le 14.30 quando finalmente sento fare il mio nome.
E solo a quel punto scopro che è un esame diviso in due parti. Pure.
Il tipo che ho di fronte, un assistente, ma comunque anziano, del professore, è molto gentile. Mi guarda il libretto, mi dice che sono brava, nota l’agitazione mi fa domande sceme. Solo che è distratto, non mi guarda, mi ascolta poco, non mi lascia parlare. Io avevo organizzato dei discorsi in maniera precisa, se mi interrompi mi sballi tutto il giro.
Mi fa solo due domande e mi dice: “le cose le dovresti approfondire”.
Sintetizzo il mio secondo sticazzi-fanculo della giornata. E bollo la mia prestazione come fallimentare. Inizia qui il solito monologo autodistruggente interiore: “brava marica, come puoi ben vedere hai sempre avuto ragione tu: i 30 te li regalano! E’ chiaro che hai delle conoscenze marginali e poco approfondite, finalmente qualcuno te lo ha detto!”.
Non faccio in tempo a finirmi la critica poco costruttiva che sento il professore comunicarci che è meglio se facciamo una pausa. Una pausa? Sono le tre, io vorrei andar a casa.
Solo un fanculo stavolta, sticazzi proprio no perché mi importa. Esco a fumare.

Non mi accorgo che mentre io fumavo, il professore aveva chiuso l’aula a chiave: non sia mai che qualcuno rubi la polvere.

Quindi rimango fuori e i libri, che avrei distrutto cercandovi ansiosamente risposte senza registrarle nel cervello, rimangono dentro. Forse la fortuna è dalla mia.

Dico addio ad ogni possibilità di recuperare nella seconda parte. Mi do bocciata. Peggio, mi do per scacciata dall’intera facoltà di filosofia, vista la mia limitatezza conoscitiva. E mi tranquillizzo immediatamente.
Non me ne sono andata a casa solo per non creare impicci burocratici. Avrei fatto la seconda parte serena nel sapere che mi sarei ripresentata, volontariamente, la sezione successiva.
Quindi mi tranquillizzo. Mi sembra come di aver finito l’esame, non so se mi spiego. Provo la stessa sensazione di calma e di peso tolto che provo in genere a prova finita.

Sopravvivo la pausa e mi ripresento 45 minuti dopo in aula, sudata, sporca e con una faccia stanca. Mi siedo e aspetto che i 5 ragazzi prima di me concludano la loro sorte. Ed è alla prima ragazza in questione che la mia idea del fatto che oramai mi boccerà/ò si fa realtà.

La tipa mi colpisce per un dettaglio: ha una maglietta indosso che dice “sono stronza, embè?”.
Si siede e mi sembra preparata. Il professore verso la fine di 30 minuti d'agonia le fa una domanda semplice, fondamentale direi. Lei si incasina e la situazione peggiora e precipita a un ritmo meravigliosamente armonico. E' un crescendo di tragedia: appunto tragico, appunto incantevole. E' anche l'esplicazione di un dato incontrovertibile: più stai andado male più peggiorerai; al peggio fine non c'è.

Il professore, che non brilla di simpatia, come oramai abbiamo capito, le dice che la ragazza sembra non aver capito nulla. Lei si giustifica dicendo che è l’ansia. E io, francamente, ci credo. Anche se, ma questo è un consiglio, potresti evitare magliette tanto idiote per dare gli esami. Lui, forse abbastanza scazzato, le dice che questa è una facoltà di filosofia e non di psicologia (ricordatevi questa frase per il futuro del post) e che lui la giudica sui concetti e non sulle emozioni.
Bel discorso, molto sensibile. Finisce che si accordano sul disaccordo e che lei tornerà il prossimo appello.

Chiaro che a quel punto mi dessi ancora più per bocciata no?
Insomma, tutto ciò porta a una sola cosa: quando arriva il mio turno sono la più tranquilla e serena del mondo. Infatti mi siedo e non provo la benché minima emozione. E io, ricordiamolo, sono quella che entra e esce da una aula tre volte prima di riuscire ad aprir bocca.

[e siccome sono anche pignola, vi invito a leggere come era andato l'esame precedente
cliccando qui]

Lui mi guarda, non dice nulla di interessante e inizia a chiedermi. Mi chiede di leggere un passo ad alta voce. E se c’è una cosa che odio è leggere a voce alta, ma sono così tranquilla che lo faccio come se stessi leggendo un testo teatrale, con le pause che non so nemmeno io dove ho tirato fuori.
Mi fa qualche domanda sulla cosa letta, mi fa domande più in generale, io semplicemente gli dico quello che so, senza stare a pensarci troppo. Tiro fuori persino un argomento, involontariamente, e lui ci infila il dito, tanto per sperare di beccarmi in fallo. Peccato non ci riesca: mica perchè sono brava, solo perché è il mio filosofo preferito. Alla fine mi guarda, non accenna all’unico testo di cui non mi ha chiesto nulla e se ne esce con la frase che mi ha costretta a sintetizzare un ultimo fanculo-sticazzi: “signorina, le metto 30 anche se lei è troppo sicura, la invito ad essere più tremolante”.

E' diventata, improvvisamente una facoltà di psicologia?

La prima considerazione che mi viene in mente è istintiva ma spicciola: come si fa a non capire così niente di chi hai di fronte e dirlo così ad alta voce? Per carità, lui ha diritto alla sua impressione sbagliata ma mi sarei aspettata che un professore così anziano avesse più occhi e meno voce. Io, dico la verità, e l'ho detto anche a lui, prendo la "troppo sicura" come un complimento: essere presuntuosa, dopo l'essere magra, è la mia aspirazione più grande.

Meglio tacere e sembrare idioti che aprir bocca e togliere ogni ragionevole dubbio (cit.). E’ la seconda considerazione che invece voglio proporvi. E’ dalle 9.30 di mattina che mi massacri facendomi aspettare e dandomi di una che “dovrebbe approfondire” e che "è in ritardo" e non vuoi che mi sia oramai messa l’anima in pace?

La terza e ultima considerazione invece è molto meno citazione da Oscar Wilde e anche molto poco lady: non è che perché mi metti 30 a fanculo non ti ci manco dal corridoio eh?!

15 febbraio 2012
[4] Lettera ai cavoli
Caro il mio bel professore di scienza e metafisica,
Le comunico che da oggi, fino a data da destinarsi, per me lei diventa il suo nome di battesimo, Matteo, con infiniti cuoricini e propositi di matrimonio. Mi piacerebbe invece far rimanere il Lei, lo trovo un incremento valido per la nostra futura, e immancabile, sessualità.

Le scrivo queste poche righe in un limbo senza tempo che separa la giornata degli innamorati dalla festa dei single. E la cosa è come minimo significativa: le sto arbitrariamente donando tutta la mia razionalità. E lo sappiamo entrambi, è un po’ poca.
Ho deciso che non mi interessa la sua posizione a riguardo, io e lei ci sposeremo.
Sappia che non mi sto inventando niente in realtà, scelgo di avere un tipo di rapporto, rigorosamente a senso unico, già omologato e sperimentato. Le suore lo fanno da un tempo lunghissimo e ne sono pure felici. Io ho il vantaggio di credere in una religione, il pastafarianesimo, che non ha nulla in contrario all’utilizzo dei vibratori. Almeno non credo, ma sono certa che Sua Appendice Spaghettosità apprezzerebbe la mia capacità di improvvisare dogmi irregolari e a mio unico beneficio.

Se vuole possiamo sposarci in un sistema microscopico a sua scelta. Sono certa che, quando arriveremo, come ogni buon matrimonio, al divorzio, con un bravo avvocato riuscirà anche a non passarmi nemmeno gli alimenti. Che poi diciamocelo, uno che vive di filosofia ha ben poco da alimentarsi. Infondo deve solo convincere loro, come ha convinto me, che le probabilità non sempre sono epistemiche; che certe volte insomma, il massimo che possiamo sapere non è definito. Di lì arriverà in un baleno alla sovrapposizione, citando qualche animaletto famoso, qualche esperimento ritardato e potrà dire a tutti che mi ha sposato e+o non sposato. Io un avvocato che riesca a convincere giurie di fotoni del fatto che il suo sussurrarmi il formalismo quantistico all’orecchio equivaleva, più o meno, a una scelta d’amore per la vita forse non lo troverò altrettanto facilmente.

Tutto questo è un artificio letterario, io lo so. Non tanto perché mi rimarrebbe da spiegare come due esseri decisamente macroscopici (“decisamente”) si possano sposare in un sistema microscopico (eppure, grazie a John Stewart Bell potrei), per giunta a scelta (nessuno se le fa queste domande puntigliose), ma perché mi è più problematico spiegare che assurdo essere sono se penso il divorziare una tappa fondamentale del matrimonio.

Che la amo l’ho capito perché non faccio mai una serie così pietosa di figure proprio di cacca a gratisse. Di solito le faccio solo se ho deciso che mi sposerò quell’uomo. Lei è circa la quarta persona che decido di sposare a mia unica scelta, però stavolta è per sempre.
Nessuno mi fa sudare così freddo senza nemmeno toccarmi.

Ricordo con dolcezza il giorno in cui indietreggiando come una cretina, che poi è il mio stato ontologico, le sono finita addosso. E immagino che lei si sia innamorato pesantemente (!) di me esattamente in quel momento penoso. Oppure il giorno dell’esame mentre parlavo con la bocca rattrappita in stile mummia egizia. Eh, lo so: difficile trovare un così alto grado di sexy. O ancora il giorno, famosissimo oramai, in cui ha spiegato la polarizzazione della luce. Il mio sguardo bavoso, la mia bocca spalancata per qualcosa che si conosce già, circa, alle elementari e la mia voce agonizzante che le chiedeva: “ancora. Matteo, me lo dica ancora!” le sarà rimasta nel cuore. Sarà contento di sapere che riservo certi gemiti solo per la fisica di cui sono ignorante (cioè tutta meno la parte di cui la devo ringraziare), qualche filosofia e il sushi.

Il suo, stranominato, maglioncino sexy sarà il nostro unico figlio. Non siederà a nessuna destra di nessuno ma questa è una divagazione inappropriata. Invece prometto che la smetterò di essere tanto idiota davanti a lei e inizierò a essere ordinaria, come si conviene a qualsiasi matrimonio a scadenza.

Oggi guardavo la nostra aula inesorabilmente vuota e mentre tentavo di sperimentare “una stretta al cuore” (argomento in cui ammetto di non essere ferrata) pensavo che sarebbe un posto perfetto dove vivere appena sposati. E’ pure vicino ai bagni.

Concludo augurandomi che lei non finisca mai per leggere questo scritto. Sarebbe la ciliegina sulla torta per la nostra relazione, certo, ma mi costringerebbe a scavarmi una buca ed emigrare all’estero già seppellita e ricoperta. E come sia (im)possibile lei lo sa meglio di me.

Rispettosamente, fino al divorzio, sua
L.M.

13 febbraio 2012
Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo
E così, neve finita e scuse non rinnovabili, oggi è stato. Il mio, stracitatissimo, esame.
Lo stato mentale che ieri notte mi affliggeva coincideva, più o meno, con “vorrei spendere 100 lire per un pesciolino cieco, montargli sulla groppa e sparire, con lui, in un momento”. Spontaneamente deandreiana.
Stamattina invece pensavo, a mo’ di scudo protettivo, alle sigarette finite e da rinnovare. E così dopo una tappa caffè-sigaretta, immancabile ma insoddisfacente, sono andata in facoltà. Tre persone e un solo esame. Ero la seconda. Perché il mio principio è “prima entri prima finisce”.

E così dopo la prima era il mio turno.
Mi siedo, il mio bel professore di scienza e metafisica, adorabilissimo oltre che bello, mi sorride con fare rassicurante e poi dal cilindro estrae la domanda che non mi aspettavo. Non che fosse particolarmente difficile, affatto, solo che ero sicura me ne avrebbe fatta un’altra.
E la sicurezza, si sa, rende idioti gravemente.
Lo guardo sconvolta, incespico, ma provo a dire. La mia bocca, esattamente in quel mentre, inizia la sua manovra di rivolta contro di me. Si secca improvvisamente.
Niente salivazione. Nemmeno una piccolissima riserva per permettere alla bocca di continuare una qualche, seppur ridotta, funzione. Lui mi guarda e per darmi un attimo mi dice: “di lei mi ricordo” (!) “ha seguito tutto il corso!”.
Io sorrido ma non riacquisto salivazione.
Incespico per altri due minuti, pensando di affogare. Lui mi chiede se voglio una pausa. Io non sono troppo masochista e accetto. Cerco un bagno, trovo solo quello degli uomini, ci entro e mi sciacquo la faccia, imprecando mentalmente. Ritorno al mio supplizio e penso che decisamente questa vita universitaria non fa per me.

Lui mi ripropone il quesito iniziale.
Io incespico un altro po’. Poi silenzio. Mi dichiaro, a me stessa, in silenzio, sconfitta. Lui mi guarda e mi chiede se non voglio tornare tra una mezz’ora. Il mio cervello traduce: scordati un voto sopra il 25. Però acconsento. Esco e chiedo all’altra ragazza di entrare. Scendo all’esterno, compro una bottiglietta di the verde senza nemmeno guardare le calorie (ero sconvolta gravemente).
Mi fumo una sigaretta sull’orlo delle lacrime. E l’unica cosa che riesco a pensare di costruttivo, invece che dare uno sguardo ai punti che mi sfuggivano sul libro e che, tornata dentro, sicuramente mi avrebbe richiesto è: “devo chiamare L.”.
E’ incredibile come nella necessità la mia mente non si faccia alcun problema su eventuali implicazioni, sui pro e i contro, sulle distanze, su tutti i santi del gioco.
Penso di chiamare il mio amico perché so che lui sa cosa dire. Sempre. E soprattutto se ho un problema. Perché io, in quel momento, me ne sarei andata a casa, senza se e senza forse. Lui invece avrebbe detto che non sarei stata affatto razionale.

Ma questo non è un film e quindi il suo telefono era spento. Sconforto anche più totale. Sono risalita pensando che avrei dichiarato al prof.: “guardi, proprio non è il caso. Grazie lo stesso di tutto”. Forse anche con fare epico. Poi sono salita, ho aspettato una quarantina di minuti (tempo dell’esame della ragazza prima) e sono rientrata. Con una differenza più che sostanziale: la bottiglia di the stretta in mano.
Assenza di salivazione, ti aggiusto io!

Lui, il professore, che è l’essere più gentile che mi sia mai capitato, mi sorride come prima e mi chiede se è tutto a posto. Mi da del tu correggendosi immediatamente. Ma oramai l’ha fatto ed è un tu che mi mette tranquillità. Mi chiede se voglio continuare a parlargli dei tropi (lasciamo perdere!). E io, forte degli appunti appena letti, qualcosa farnetico. Qualcosa. Non sufficientemente comunque. Poi passiamo al secondo testo e mi chiede, incredibile ma vero, l’unico capitolo che non avevo fatto del tutto. Non so come sono riuscita a parlare di monadi e Liebniz. Ma pare che io l’abbia fatto.

Passiamo quindi all’ultimo testo. E stavolta, stavolta sì, mi fa la domanda che mi aspettavo.
In quell’esatto momento entra dalla porta un altro professore più studente esaminato. Lui mi guarda, poi guarda il professore appena entrato e mi riguarda. Mi sorride e mi dice “stai tranquilla. E vai.” Ancora il tu, ancora la mia capacità di essere a un tale livello di patetico da ispirare tenerezza.
Inizio a parlare, stavolta, anche se non mi ricordo, so di sapere e in una altra quindicina di minuti il mio supplizio ha termine. Lui mi guarda. Poi mi dice in quella che non mi è sembrata un’esclamazione “insomma sapeva tutto”. Io lo guardo e non penso. Al ché lui mi dice “trenta”. Io non riesco a essere normale e quindi ripeto il suo trenta interrogativamente. Lui mi dice “farà l’abitudine all’ansia, non si preoccupi”. Scrive il voto, mi chiede una firma e io riesco a trattenere un “ti amo” per pura capacità di non essere del tutto disprezzabile.

Morale della favola.
Ecco un altro trenta insoddisfacente. Massimamente insoddisfacente. E adesso vallo a spiegare alle persone che domandano “come è andato l’esame?” che il mio “mah, meglio di un calcio in faccia” non è per essere pignoli sulla lode (che comunque manca e ci facciamo caso) ma è perché è me stessa che non mi soddisfa: la reazione di fronte a una difficoltà, la mia costante autostima a livelli insignificanti, l’incapacità di gestire le situazioni, di essere veramente razionali. Sul letto di morte, se continuo così, finirò per dichiararmi cattolica. E per carità.
E un voto, anche un 30, certo non mi può far cambiare idea su quello che comunque sono stata oggi: una cretina. E senza appelli.

Io riuscirò a fare un esame decente prima della laurea, lo giuro.

2 febbraio 2012
Bene
Il mio stomaco pareva, in questo inizio di settimana, essere diventato un ammasso insano di caffè, fumo di sigaretta, concetti sparsi, nozioni, formalismi scientifici (o limitatamente tali) e cocacola zero. Anzi, una sottomarca. Ovvio, con tutta questa non materia, che il mio bisogno di entità materiali poi si amplificasse in altri campi.

Ho un’ossessione e si chiama burro. Ho notato che la domanda che pongo più spesso è “mica ci sarà il burro dentro, vero?”. Non ho così tanta paura di niente. Né del fritto, né dei fantasmi, né delle relazioni, né della nutella. Perché il burro è infame, si nasconde. E non che mi faccia male come cosa, preoccuparmi del burro dico, però mi preoccupo perché tutte le religioni hanno iniziato, pressappoco, così. Si demonizza qualcosa e ci si costruisce sopra una finzione: un amore per un’altra cosa (se è un ente inventato poi ci divertiamo di più) che faccia dimenticare che in realtà il fondamento ultimo era l’odio verso un nemico abbastanza dichiarato.

Tanto per fare una cosa altamente nuova stasera sono uscita con un’amica. Possibile che io abbia deciso di incrementare così tanto la mia socialità (che di solito si muove a livello zero) proprio sotto gli esami? Pare di sì.
Smalto nero, come la mia mente, niente trucco perché tanto rimango sempre il mostro che sono, anche in maschera, ma un orecchino a stelle così, per dichiarare al mondo che anche io sono donna: ho i buchi, alle orecchie.

Il giapponese in cui siamo state era uno di quelli “no limiti”, tanto perché per riempire le mancanze bisogna farlo bene. Ho risparmiato, a questa cena di sushi, giusto il gestore del posto ma più che altro perché stonava con tutto quel pesce. Ho ingerito, con sguardo bavoso, tanto sushi da star bene per più di qualche tempo. Fino a domani almeno. E avevamo scelto il sushi perché, io e la mia “amica”, ci siamo conosciute come iscritte a un sito di dieta. E che altro possiamo fare su un sito di dieta se non la dieta? La facciamo, precisamente, da tutta la vita e per tutta la vita, come si conviene alle creature femminili con la testa vuota (io almeno). Scegliere il sushi come “mangiare leggero” e poi farcisi il bagno dentro però, ammettiamolo candidamente, è peggio che l’esseri mangiati una pizza a testa. Dal punto di vista calorico dico. Apporto calorico non stimabile. E non lo voglio stimare. Dal punto di vista “piacere” mangiare sushi è un orgasmo, solo che inizia un po’ più in alto.

A conclusione della serata, tornata a casa, ho ricevuto il più bel complimento che un uomo mi abbia mai fatto. E io non sono pratica di queste cose. Un ragazzo (35 anni) che ho conosciuto da pochissimo, che non ci sta provando con me (è sposato addirittura!) e che l’ha detto, così, ingenuamente (e per questo vale doppio). Lui mi conosce come un avatar, precisamente come Shane. Di cui esplicativamente vi linko una foto.

E ha detto: “sai che pensavo che quella fossi tu?” (per piacere, riguardate la foto sopra: pensava che fossi io! Capite? Mitico). E poi, come se non bastasse ha aggiunto: “adesso che ti ho vista” (un’amica ha pubblicato sul sito dove parlo con questo ragazzo una nostra foto) “la scelta di quell’avatar non ti rende giustizia!” Vabbe’, non ho parole. La galanteria mi uccide. Ho tentato di farneticare della mia mostruosità però poi mi sono arresa alle sue bugie.

Alla fine della chattata ho scoperto che fa il volontario nel tempo libero. Che la sua missione della serata fosse mentire spudoratamente alle racchie in internet per essere buono nel mondo?
Il mio spirito distruttivo non aiuta il suo programma sperimentale.

E, appropriatamente a spirito distruttivo, ho fatto saltare in aria un altro accendino. Semplicemente ci appoggio sopra la sigaretta accesa e dopo un po’ quello, quasi letteralmente, esplode. Eppure non ci vuole un genio a capire che un accendino a gas non è un posacenere e meno che mai un degno sostituto. Perdendo qualche dito forse me lo ricorderò meglio.

L’esame di fisica+filosofia si avvicina. O io mi avvicino a lui. Ma non studio ancora. Questo perché sono convinta di sapere tutto. Mi ricorderò che non è così solo domenica notte, in altre parole troppo tardi. Non riesco a spiegarmi perché sono convinta di sapere cose che non ho nemmeno letto di sfuggita e mi si pongono davanti due alternative: A) sono una veggente; B) la mia è una forma di presunzione idiota. Escluderei la A) per varie e articolabili evidenze in altri campi e sprofonderei quindi nella B).

E poi ora ho scoperto il tresette online. Mai fondo fu più raschiato. Ma visto che lo dico sorridendo va tutto bene.

24 gennaio 2012
Marica, fottiti
Ho una pagina pseudo culturale su fb. Molto pseudo.
E oggi ho raggiunto il massimo delle preferenze. Oggi perché ieri ho pubblicato una foto triste e superficialissima di 5 ragazzi, cinque c.d. bei ragazzi, mezzi nudi. Non apprezzo, in generale, chi taccia di superficialità il mondo così e poi fa la bella statuina. Però nella mia minuscola paginetta c’erano citazioni di Woody Allen che valevano, almeno tre volte, quei ragazzi. E pure il loro nudo.
Ma io sono disinteressata ai consensi quindi da domani ne pubblicherò solo di più. Di ragazzi nudi dico.

Oggi si apre la sezione invernale. Appelli. Non rispondere sarebbe sconveniente.
Mi ero promessa di non ridurmi più all’ultimo, mi ero giurata che stavolta mi sarei detta “non vedo l’ora di andare lì e confrontarmi con il docente”, mi ero detta che è tempo di superare questo panico improduttivo ritornando al panico produttivo delle interrogazioni scolastiche: bei tempi, l’adrenalina era al massimo e io, messa sotto pressione, davo il mio meglio.
E il mio meglio a volte era pure eccellente.

Mi sono persa nel passato. Dov’ero? Ah sì, facevo una lista, priva di numeretti, delle promesse che non ho mantenuto.
Mi sono ridotta all’ultimo (dieci giorni e meno oggi nove) e soprattutto non ho un briciolo di adrenalina al positivo: vorrei solo chiudere gli occhi e svegliami con il tutto alle spalle.
Questo significa che balbetterò come la solita incapace che sono ma potrei non essere.

Poi questo esame mi preoccupa particolarmente (anche questa non è propriamente un'esclusiva, siamo seri). Ho fatto troppe battute stupide sulla sensualità del professore per non ricordarmene mentre mi chiederà del problema del solipsismo in Strawson. E sapessi che diavolo è il solipsismo poi. Quello che so è che Strawson ha risolto i miei problemi di insonnia. Se mi boccia (leggi: prendo meno di 30 e lode) prometto solennemente (tanto per aumentare la pila delle mie promesse da marinaio) che lo informerò della cosa.

Superato Strawson, niente paura, devo sapere qualche concetto basilare di fisica quantistica, le implicazioni filosofiche e qualche miliardo di teorie su che "cos’è un oggetto" per mille miliardi di filosofi. Perché mi preoccupo tanto? Quanto vorrei fosse scritto.
E’ un esame che ho scelto di fare. Il corso è stato talmente bello che lo rifarei anche una trentina di volte: con un po’ di sfortuna realizzerò questo desiderio.

Intanto ho dato l’addio a tutte le mie voglie (cosa che mi rende più morta “emozionalmente” del solito) sostituendole tutte con una sola, dilagante, malefica, preoccupante, deliziosa voglia-prima: dire parolacce. “Si fotta” è la mia preferita. Si fotta Strawson. Si fotta l’esame. Si fotta questa ansia da apnea.

Materiale viscoso l’ansia però, scivola anche dietro i miei bei “si fotta”.

Intanto di notte, col silenzio bacchettone del ricordo del tempo in cui avevo tempo e non l’ho usato, ogni pagina studiata vale una sigaretta. Mi chiedo se con la mia laurea in filosofia potrò almeno ripagarci quanto speso di tabaccaio e mi rispondo anche: “fottiti e non perdere altro tempo”.

E mentre brucia lenta questa sigaretta, io un po’ di fretta ce l’ho (semi cit.).

9 gennaio 2012
Non scelgo di non scrivere

Rabbia. Incontenibile ma contenuta. Verso me, verso altro, verso questo foglio di carta bianco.
Vorrei, dovrei, potrei scrivere. Ma la paura di chi leggerà è così tanta che forse solo quella di sapere chi non leggerà potrebbe uguagliarla.
Rabbia. Perché vorrei dire milioni di cose e scrivo solo frasi generiche a cui non si potrebbe dare una colpa né una lode.

E non voglio correre nuda dietro un’insegna!

(è Dante)

Gli ignavi.
Meglio decidere l’insegna da vivi, almeno, no?

Finire all’inferno mi va bene, correre per l’eternità sarà questione di abitudine, essere punti da animaletti non può essere così dissimile da una notte d’estate in un campeggio all’aperto, i problemi sul “nudo” li scarto perché non ci voglio nemmeno pensare e arriviamo all’insegna. Che almeno abbia un significato. Come si fa a passare l’eternità a far una cosa senza significato? Una vita immortale e nudi: non riesco a pensare a niente di peggio.
Ma se l’insegna la scegli, da vivi dico, forse smetti di essere ignavo.

E siamo da capo.

Alcuni sono convinti che non decidere sia veramente non decidere. Procrastinare, rimandare, lasciar soccorrere, passare le mani. Sembrano modi per sopravvivere un giorno in più alla vita ma poi, piano piano, diventano brutte abitudini di procedere. Io, troppo spesso, per esempio, “passo le mani”.
E arriviamo all’asino erroneamente di Buridano. Come fa un asino affamato a non decidersi tra due balle dello stesso fino equidistanti e quindi a lasciarsi morire di fame?
Credo, scientificamente, sia improbabile la faccenda.

Recentemente ho sentito che “il banco di prova di una scelta è farla una seconda volta sapendone già le conseguenze”. Per me, che sono una lady, è una colossale minchiata che solo in un film per begli incassi può essere detta con tanta convinzione.
Scegliere è un fatto di sistema nervoso. Poi c’entrano anche le scale delle priorità. E ci possono anche essere sporche infiltrazioni di condizionamenti esterni, certo.

Io credo che non decidere e morire di non decisione sia una scelta, non una non scelta. E arriviamo al punto a cui nemmeno volevo arrivare. L’asino di Buridano avrebbe veramente “non scelto” solo in un mondo in cui la sua “non decisione” non avrebbe comportato nulla.
Più in generale insomma se una non scelta comporta delle conseguenze allora non è niente altro che una scelta camuffata. Un po’ come il libero arbitrio. Non c’è libertà vera in un ricatto che funziona come “o sei buono per la mia via o vai all’inferno”.
L’asino di Buridano nel nostro mondo, non scegliedo, una scelta l’ha fatta: morire di fame. In un mondo che non esiste l’asino avrebbe potuto non mangiare niente e rimanere lì vivo a “non decidere”.

Il nostro mondo ha delle conseguenze, anche se facciamo il gioco di non pensarle.

La non decisione è la finzione con cui chiamiamo una scelta che abbiamo fatto ma di cui non vogliamo prenderci la responsabilità. Il mio aver salvato un’email, messaggio o quel che preferite, dicendo che “non ho deciso se mandarlo” non è un non aver ancora scelto, è aver scelto di non mandarlo.
E ci sono cose che sembrano star lì sempre, come le balle di fieno dell’asino, ma a un certo punto si incendiano. Oppure muore l’asino, non so.

Anche la decisione è una finzione. E se la decisione è lo strumento della libertà segue che anche la libertà lo è. Siamo cattolici perché nati in Italia, niente decisione di fede. Siamo qui oggi perché le cose sono andate così, non per scelta, anche se ogni tanto, per qualche cosa, si può fingere. 

Esce la rabbia ed entra la confusione.
Distinti saluti. A me, tra i gironi danteschi, toccheranno gli epicureisti, lo so da anni. Però devo dire che lo status di morta vivente mi si addice sempre parecchio.

2 gennaio 2012
[sentenze] Visioni d'insieme
Devo mettere tra me e te la stessa distanza concettuale che c'è tra l'atomo e il gunk.


30 novembre 2011
[le non parole] Un autunno in sole
Un autunno come non ne avevo mai visti.
O forse li avevo visti, ma non me ne ricordavo.

Fatto di sole e colori, tanto che le foglie, sul contrasto della strada, mi pregavano di fotografarle. E così ho fatto.
Precisamente davanti la facoltà. E hanno un ché di filosofico, dobbiamo ammetterlo.

Io che amo i fiori di primavera, quelli bianchi di maggio da restituire, canta De Andrè, nel mese che si conclude stanotte, li ho trovati, questo autunno e le sue foglie, infinitamente piacevoli.
Tanto che mi veniva voglia di poesia, io che sono prosastica per indole.




(per colpa del cannocchiale, o della mia passima capacità di adattare le immagini, è venuta orrendamente sgranata però vi basta cliccarci sopra per ovviare al problema)
15 novembre 2011
I concili di se stessi

Ho letto che i semi di papavero hanno un effetto conciliante su se stessi.

Forse l’articolo diceva “calmante”, nella formulazione più moderna possibile di “eliminano lo stress”, ma io preferisco di gran lunga dire, per estetica, che i semi di papavero mi conciliano con me stessa. O che conciliano qualche parte di me che di solito stona; o anche che anestetizzano la parte di me che risente di più delle stonature.
Scegliete la versione che volete, io ho assunto semi di papavero e quindi sono conciliante anche sull’ammettere visioni multiple di questo scritto (e quindi dello stato di cose che esso descrive).

 

Non è necessario vi sforziate di capirmi interamente, sono conciliante e confusa.

 

Deve essere, comunque, un effetto totalmente mentale. Insomma, quanti semi di papavero ci vorrebbero per avere un effetto tangibile? Ed io ne ho assunti pochi, con la cena. Sulla cena, precisamente.

 

Capisco che a questo punto potrebbe aversi il sospetto che io abbia iniziato, anche, a far uso di sostanze stupefacenti. Ma no, dicevo su facebook, semi di papavero senza Bauderlaire. I semi di papavero a cui mi riferisco sono una spezia dal sapore particolare che si usa prevalentemente sul pane ma anche nella preparazione di un qualche tipo di sushi prezioso.

Riso bianco, poca salsa si soia e un po’ di semi di papavero fanno una delle combinazioni più raffinate possibili.

Digressione culinaria finita, anche se potrei passar qualche ora a specificare cosa c’è di meravigliosamente equilibrato in un piatto del genere e che invece non c’è in un piatto di bucatini alla amatriciana.

 
Anche camminare, mi concilia con me stessa.

Camminare, ho scoperto recentemente, mi piace molto.

Peccato che Roma sia una città che non lo permette molto. O è il mio modo di vivere Roma a non permetterlo?

In effetti al camminare che mi piace segue una precisazione: mi piace camminare con un scopo.

Facciamo qualche esempio. Se prendo la metropolitana, l’autobus o qualsiasi mezzo pubblico io scendo sempre a qualche fermata prima. Oppure, se conosco il percorso (tipo Piazza di Spagna – Colosseo) evito i mezzi pubblici (nel caso la metro, soprattutto la A) e volentierissimo me la faccio a piedi. Perché appunto camminare non mi dispiace.
Al contrario, passare un’ora sul tapis roulant, mi massacra almeno 13 volte di più, anche se passo l’ora a camminare a un ritmo più lento di quello che userei per strada. Camminare senza scopo non solo mi annoia, mi innervosisce anche. 
 Camminar con uno scopo, invece, soprattutto di sera, con l’aria fredda che fa a cazzotti sul mio viso, mi concilia con me stessa (nelle accezioni di cui sopra).

 

E visto che questo post sembra voler elencare i diversi modi con cui me stessa concilia con me stessa allora dobbiamo anche, assolutamente, menzionare quel suo maglioncino nero (semi-cit).

Mi ero resa benissimo conto che il tipo aveva qualcosa che me lo rendeva abbastanza caro. Quello che non avevo capito era che questa specie di affetto fraterno si sarebbe trasformato in una considerazione piuttosto articolata su quanto un solo essere umano, nella fattispecie lui, possa essere così smodatamente, fastidiosamente, maniacalmente, eccessivamente sexy.
Non pensavo bene del sesso da tanto tempo.


Il tipo in questione (e non in uso: è un post platonico) è il bel professore di scienze e metafisica. Materia meravigliosa che, essendo io leggermente ancorata a certi argomenti, posso descrivere come un tentato coito (sì, ancorata a questi argomenti -ma è il prof a portarmici) tra una certa metafisica e la meccanica quantistica.
Ovviamente, inutile dirlo, la cosa investe tutta la mia perversa curiosità.

Oggi tra tutte le evidenze empiriche e le formulazioni metafisiche più favoleggianti io non ho fatto altro che pensare, filosoficamente però, a quanto quel maglioncino nero, che il prof aveva deciso, colpevolmente, di indossare, per distrarmi, personificasse l’istanza dell’universale sexy nel giovane, occhialuto, professore.

Tanto per spiegarlo meglio “istanza dell’universale sexy personificata nel prof” significa semplicemente che l’idea platonica (avete presente quella storia della caverna e delle idee pure di cui gli oggetti reali sono solo “gradi” o, appunto, istanze?) di Sexy non si trova affatto nell’iperuranio ma si trova espressa nella realtà e precisamente nella persona-prof. che, appunto, non è solo sexy ma è Sexy.

 

Me stessa si concilia benissimo con me stessa anche se tutta questa storia la rende profondamente incoerente: alle idee platoniche (o agli universali) non ci crede per niente ma ha deciso di credere, in aperta parzialità, al Sexy-sexy del professore.

14 ottobre 2011
E morì, come tutti si muore (cit.)
A parte i troll che trolleggiano in questo blog come fosse una selva oscura lasciata alla bella e meglio (per questo ho inserito la moderazione dei commenti, ma state tranquilli che poi appaiono), a parte il disfunzionamento sempre crescente della piattaforma, a parte che mi sembrava ultimamente di essere ripetitiva e inutile, ho tanti buoni motivi per lasciar chiudere questo blog. Lo amo (e non esagero, è così) ma credo anche che le cose abbiano ascritto nella loro costituzione ontologica che debbano finire, credo di non essere nessuno per impedirlo e credo che forzare quel certo livello, dopo il quale una cosa deve naturalmente morire, sia comportarsi in modo irrazionale, sia tradire l'essenza delle cose. Credo che si muoia un po' in ogni cambiamento ma che la morte sia anche la chiave ineludibile per il nuovo.

Questo blog rimarrà così per un po', sospeso a un tempo che dice 14 ottobre 2011. Perché io stessa alcuni post me li rileggo ogni tanto volentieri (non si smette di essere presuntuosa sulla propria grafomania da un giorno all'altro). Ringraziando tutti quelli che si sono dati la pena di leggere, tutti quelli che hanno lasciato anche solo un commento, tutte le persone incredibili che in queste righe virtuali ho conosciuto (e non solo in termini d'amicizia ma anche di stima personale) qui ci salutiamo.

20 settembre 2011
644 Le mie Lapponie

Nessuno mi capisce.

Che potrebbe benissimo essere, mica solo per contenuto ma anche per formulazione linguistica (e questo è il peggio), un concetto (vabbe’, concetto: esageriamo!) espresso dal capo animatore di una setta di bimbiminchia mascherati da emo.

Lo so che ho messo troppe categorie insieme, abbiate pazienza, ho la testa in Lapponia.

 

Io credo che i temi siano sempre gli stessi, quelli a cui si gira intorno (letteratura, film, racconti, stati in fb e tanti eccetera) e che solo la formulazione linguistica li renda buoni o patetici.

Vasco Rossi (cfr binomio “buoni e cattivi”) mi demoralizza: lasciamo perdere i criteri etici facilitati.

 

Raramente trovo qualcuno che abbia le mie stesse considerazioni su me stessa.

Ecco, ho detto l’identica cosa che ho detto in apertura solo meno frasetta spersonalizzante e generalmente vuota. Il cosa conta meno del come, l'interno meno del guscio, l'intelligenza meno della bellezza.

 

Il punto più vero della faccenda è che mica lo so se è vero che raramente trovo qualcuno che comprenda le mie fisse. Questo è scocciante: quando parlo di me non so mai se sto dicendo una verità sacrosantissima o meno. Peggio, sono quasi certa che qualsiasi verità sacrosantissima io stia per manifestare prima o poi (e di solito prima) si esaurirà.

Quando parlo di altri, in generale, arrivare al vero è più semplice: posso fermarmi al mio di vero su di loro. Su me stessa invece non posso fermarmi al mio vero su di me perché è proprio quel mio vero su di me che cambia (insieme a tutti i me in gioco).

Non sono confusa, ho la testa sempre in Lapponia.

E alla faccia del mio analista che si è inventato (inventato non vuole mancare di rispetto alla sua intuizione, figuriamoci, inventare è una cosa meravigliosa secondo me) una mia nuova patologia: non riesco a distinguere me stessa “dai miei attributi”.

 

Esclusa la prima considerazione che ne deriva (ovvero: ho degli attributi quindi sono dio), io penso che sia una teoria abbastanza più bizzarra del solito. Ci aggiungo che andare dall’analista mi farà impazzire perché per capire questa sua definizione della mia patologia (di una delle mie patologie, precisiamo) sono passata a farmi una di quelle domande esistenziali prive di senso come “chi sono io se non i miei attributi?”.

Facciamo un esempio. E prendiamo il mio attributo più bello: sono atea. Quando parlo di me quindi certo io mi identifico con “atea”. Non confondo me stessa con la mia idea su dio: io sono la mia idea su dio. Come potrei non essere la mia idea su dio? Sono anche la mia idea su dio, certo, mica solo la mia idea su dio, però quella è una parte di me. Se viene meno, viene meno un po’ di me.

Non sono io che mi confondo con le mie idee, io sono le mie idee. Vaccaboia, come potrei non essere le mie idee? E se le idee che mi fanno io cedono io smetto di esse così io. Non dico di morire fisicamente, certo, però cambierebbe l’io. E tenendo conto che io non credo affatto a un io unico ma, credo, a una pluralità di io che se la giocano in tempi diversi come lavoratori, regolari, part time, direi che se muore un certo io, fatto delle mie idee, nasce un altro io, con altre idee, che però è diverso dall’io precedente: che non è più la me di ora-.

 

Altro che Lapponia, stavolta è confuso?

Però io non penso che tutto si debba capire, in generale, potete anche solo godervi il paesaggio certe volte (o la linguistica insomma).

 

Il quindi della faccenda, per ritornarci insomma, è uno solo. Io mi confondo con le mie idee perché non penso di essere altro che le mie idee.

“E il corpo dove lo metti?”

Ernst Bloch, che è un filosofo che a me piace molto poco, e non sono nemmeno certa che fosse una filosofizzazione sua, ha scritto, da qualche parte nella sua immensa produzione, che il corpo lo sentiamo solo quando “soffre” o quando ha bisogno di qualcosa. Se è affamato lo sentiamo, se è troppo sazio lo sentiamo, non lo sentiamo nella quiete del mediocre.

Detta meglio e più brevemente: ci ricordiamo di avere la lingua solo se la mordiamo per sbaglio.

 

Entrare nella selva di quanto e come sento il corpo attualmente è la cosa che meno desidero. Quindi la chiudo bruscamente così e passo a quello che avrei voluto fosse il tema del post.

 

Il mio esame di giovedì.

Qui lo scrivo e qui lo ripeterò (giovedì), io lo so già l’esito, non lo dico per scaramanzia o giochetti del genere, lo dico perché così sarà (e lo stabilisco in base all’ovvio aver fatto metà programma e pure male): mi bocceranno. Me ne sono persino già fatta una ragione, figuriamoci.

 

Riprendendo l’apocalittica sentenza iniziale, nessuno vuole comprendere che stavolta la faccenda è abbastanza diversa dalle volte precedenti. Ed è questo che mi mette ansia e nervosismo, non l’esito dell’esame (perché ripeto io già lo conosco).

E’ vero che io lo penso sempre, prima degli esami, di essere bocciata e non faccio altro che dirlo ma è anche vero che di solito non vado agli esami se non sono convinta di aver riflettuto abbastanza anche sulle virgole (che poi non lo ammetterei mai è un altro discorso). Stavolta però non lo sono, preparata. Colpa del fatto che era estate, del ritardo con cui la facoltà ha comunicato le date degli esami (credevo di aver almeno un’altra settimana) e del mio totale disinteresse per una materia che parla di mercati finanziari, occidente e stato (troppo concreta per noi gente delle religioni, spiacente) ho dato uno sguardo al libro semplice mentre non ho nemmeno aperto l’altro libro, quello che, cercato su internet per riassunti o robe simili, si definisce infattibile.

Non ci vuole un genio a capire che non sarò promossa e comunque non con un voto decente (o che accetterei).

 

Il mio andare all’esame giovedì è la dimostrazione (di me a me stessa, suggerita dall’analista) che non mi identifico affatto “con i miei attributi” perché quell’esame non metterà in gioco tutta me stessa, tutta la mia intelligenza, tutto il mio tutto ma solo la mia conoscenza di quell'argomento. E questo si chiama auto convincersi. Quando il professore dirà “guardi che se torna a gennaio di sua spontanea volontà smetto di umiliarla con domande che non sa” io ci vedrò solo il mio dover studiare meglio quegli argomenti ostici e non la tragedia immane che vedo prima di ogni esame prefigurandomi in un’eventuale bocciatura una mia inesorabile condanna all'iscrizione all'albo degli stupidi.

 

Secondo il mio analista, questa è  bellissima e quasi vorrei crederci, io non mi sono volutamente preparata per tempo per aver una scusa per non andare all’esame, sempre perché vivo ogni esame come se fosse un giudizio totale su di me e la cosa mi fa precipitare in uno stato d’ansia insopportabile. Ecco, per dimostrarmi che non è così, e che se anche fosse così io devo assolutamente evitarmeli certi atteggiamenti disfattisti (perché sennò ha ragione mia nonna che non fa che ripetere che ho dato pochi esami e che non vado affatto bene –secondo quanto riportato dalla msdc) io andò a quell’esame consapevole di non sapere (peccato non sia su Socrate direi) e appena concluso mi rimetterò a studiare per darlo a gennaio, senza lasciarmi abbattere dal fattaccio. Altro autoconvincimento (e speriamo su due, di autoconvincimenti, me ne riesca almeno uno).

 

Bene, ho esaurito tutte le inutili e dispendiose (energicamente) peregrinazioni mentali e vado a farmi una doccia bollente, che in Lapponia faceva freddo.

E poi mi darò al mostro (Filosofia Politica) quasi vergine ma molto pura, per i nostri scontri notturni.

14 settembre 2011
642 Eternal sunshine of the spotless mind (perché in italiano il titolo “Se mi lasci ti cancello” faceva enormemente pena)

Io succhio.

E’ una cosa che premetto sempre. E succhio anche bene se mi piace la persona che ho di fronte. Se devo succhiare male invece evito a prescindere. Poi che c’entra, certe volte mi trovo nella situazione di dover frequentare chi non mi piace; però in quel caso non succhio, mando giù amaramente.

 

Brutto inizio, lo ammetto.

E’ che trovo il verbo succhiare così esplicativo quando devo dire quello che sto per dire (un attimo ancora e lo dico) che non usarlo mi sembra un peccato. Poi però lo uso e non riesco a non giocare sui riferimenti porno.

 

Questa era la premessa. Lunga e malvagia, solo per dire che anche stasera ho visto un altro film consigliatomi dal lettore audace. Ed è qui che entra in gioco il succhiare. Io quando sto conoscendo (usiamo questa finzione di presente continuato, anche se le cose vanno malino attualmente) qualcuno, qualcuno che mi piace (e questo mi piace anche troppo), non solo cerco di informarmi su quello che gli piace, molto spesso, tanto spesso, enormemente spesso, finisco per farmelo piacere anche io. In alcuni casi mi piace tanto da adorarlo fino a che morte non ci separi: la passione per la qualsiasi cosa, nata perché piaceva al tipo che piaceva a me, finisce per durare molto di più della mia passione per il tipo in sé.

 

Stasera mi sono data quindi al film il cui titolo in inglese, pur riprendendo un verso di Eloisa to Abelard (Alexander Pope) è certo meglio del titolo in italiano che sembra richiamare “se scappi ti sposo” o robette leggere-romantico, commedia-romantico del genere. Che mi guardo anche eh (io guardo tutto) ma solo quando sono predisposta alla leggerezza (tipo di sabato sera).

 

Bè, per essere romantico, eternal sunshine of the spotless mind, è un film romantico, però ha una dimensione onirico, favoleggiante, fantascientifica, filosofica, riflessiva, visionaria, psicologica che a noi gente con strane inclinazioni piace parecchio.

 

Quindi niente da obiettare, anzi molto da applaudire, al “contorno” della storia: l’idea di una totale mescolanza dei tempi narrativi, di un gioco nei ricordi, di una confusione della realtà, nella realtà e con la realtà.

Molto più discutibile è la trama. Ma da un film romantico come ci si potrebbe aspettare originalità? L’unica cosa romantica originale che conosco io è la canzone di De Andrè, un malato di cuore:

 

“e tra lo spettacolo dolce dell’erba, tra lunghe carezze finite sul volto, quelle sue cosce color madreperla rimasero forse un fiore non colto”

 

tutto il resto, sull’amore e gli innamorati, nei film, nelle canzoni e pure nei libri ha un certo sapore di già detto non proprio facilmente eludibile.

 

Quindi la trama è quello che è. La storia di due innamorati alle prese con le loro due personalità diversissime ma unite da una profonda insicurezza di base, alle prese con l’amore, quella cosa che distrugge e crea per intenderci, con la quotidianità, con le rotture, con i per sempre e con i, una volta conclusa la storia, “vorrei cancellarti dai miei ricordi, svegliarmi e non ricordarmi più della tua esistenza”.

 

Desiderio anche in questa formulazione non proprio raro al termine delle storie d’amore.

Quanta gente lo avrà pensato? Quanti lo avrebbero voluto? Quanti richiesto? Quanti pianto per il non esaudimento del desiderio?

 

Sarebbe facile eh? Un brutto ricordo e chiami la ditta di pulizie “lacuna” chiedendo che venga rimosso insieme a chi quel ricordo lo causa. E la mattina dopo il ricordo è sparito, per sempre. Non ti ricordi più, nemmeno a volerlo, nemmeno sbattendo contro il tipo per cui piangevi fino alla notte prima.

Diciamo una forma un tantino più fantasiosa dei famosi stravolgimenti di look che le donne fanno al termine di una storia importante (o si dice facciano, io per me non lo so). Solo che è un pochino più risolutiva la cosa. Però come per i capelli anche per i ricordi devi essere deciso, proprio deciso, a tagliare via tutto, perché tornare indietro è impossibile esattamente come riattaccare i capelli con la colla. Per i capelli puoi aspettare che ricrescano ma se hai tagliato via l’anima gemella forse aspettare di rincontrarla è un tantino un azzardo.

 

Come dicevo la trama semplice e poco originale (che perdoniamo al genere romantico, tanto perché il film stasera ci ha reso agnellini) è arricchita da una mescolanza dei tempi narrativi notevole.

Mescolanza che crea fumo ma non confonde più del sopportabile.

E così i ricordi si mischiano al presente in un groviglio di cose, facce, momenti.

 

Le genialità, sempre secondo me, sono due. La prima è che la chiave per sciogliere il groviglio e ritrovare il senso temporale è data dal colore dei capelli (un po’ sibillina come affermazione ma se la spiego potete pure non vederlo per niente il film). La seconda, non è propriamente un trovata geniale innovativa ma richiama, sempre secondo quello che ci ho visto io, l’idea (filosofica, ma certo!) dell’importanza del momento. Quando la storia dei due è già stata vissuta (quindi è fuori dall'aspettativa o dalla suspence del "succederà") e la ditta lacuna cerca di cancellarne le tracce quello che compare della storia non è una pista temporale degli eventi ma un alternarsi di momenti, in ordine sparso. E’ l’idea dell’istante, del momento, dell’attimo, che taglia il tempo orizzontalmente, che è eterno non perché non finisca ma perché non ha durata alcuna.

Meraviglioso.

Ma è la filosofia ad esserlo, non il film.

 

Pregevole, assolutamente, anche il nascondino che i protagonisti dei ricordi (e non i protagonisti della storia che hanno, invece, scelto di cancellare quei ricordi) giocano, tentando di scappare all’impresa di pulizie “lacuna” per salvare il ricordo, “l’esistenza” quindi, dell’altro nell’uno.

Detta così è incomprensibile? I protagonisti dei ricordi, il lui e la lei che vivono nei ricordi (e solo lì) del lui e della lei che quei ricordi hanno chiesto di cancellare, cercano di sfuggire a questa cancellazione per preservare l’esistenza dell’altro in se stessi.

 

Anche l’idea di due piani dell’esistere (persone e ricordi) ci porta su un piano filosofico piuttosto battuto: l’idealismo. Se, poniamo il caso, la lei ricordo venisse cancellata da lui la lei ricordo smetterebbe di esistere e la Lei stessa per lui non esisterebbe più visto che lui non avrebbe mezzi per percepirla. Non so mica se mi spiego. L’esistenza di Lei (lei persona), in lui, è strettamente connessa alla percezione (come ricordo) che lui ha: se lui smette di ricordare Lei smetterà di esistere (per lui). Allargando il discorso: se lei venisse non percepita non solo da lui ma da tutti potrebbe esistere comunque?

L’idealismo mi fa venire un gran mal di testa, è odioso, io sono contraria assolutamente e vorrei tanto non esserne tremendamente affascinata. Amen, ignoratemi.

 

Però il film non è male se si ha tempo da passare a vederlo.

 

Sono certa che il lettore audace apprezzerebbe quanto detto. Peccato che non lo leggerà: non gli darò il link di questo luogo prima del matrimonio, ovviamente.

In realtà lui dice il contrario ma io invidio molto il suo approccio a questi film, a questi libri, a questa musica di cui mi parla sempre. Il suo è un approccio istintivo: lui li sente, li vede, li vive, li prova. Il mio è invece un approccio molto più mentale, direi scarnificante: io sfiletto lentamente ogni singola cosa, guardo sotto ogni singola parte e mi perdo l’emozione generale che il film (perché di questo parliamo ma è così con tutto) potrebbe darmi per trarne invece migliaia di pensieri roteanti in continua moltiplicazione tra loro, faticosi.

Vedo tanto, vero, ma mai quello che stavo guardando.

4 luglio 2011
622 Gestazioni

Apro un’altra lattina di cocacola light e parallelamente un altro documento word. E ci saranno dissensi ma mi fa più male la seconda attività. Scrivere quando percepisco solo deserto mi crea un prurito interno. Mai provato? Qualcosa sotto al collo e prima del punto in cui dovrebbero esserci le tette (mi riferisco a chi ce le ha, non a me) ma all’interno, in un punto inarrivabile. Un prurito fastidioso, ronzante, quello che credo sia responsabile della storia di Madame Bovary, tutto compreso.

A me Madame Bovary viene in mente coi saldi, non so perché.

 

Tentiamo un punto della situazione. Non so di quale situazione in effetti ma lo scopriremo.

 

Intanto ho scoperto di essere tristemente eterosessuale.

Non che voglia o sia capace di mettere limitazioni e confini a quello che può succedere in generale o a quello che penserò in un futuro (che va dal domattina a tra 3 anni) ma attualmente il pensare ad una relazione con una donna non mi entusiasma come un tempo. Non saprei dire il perché. In generale perché appena apre bocca, la maggior parte delle donne è il soggetto, distrugge tutta la mia carica erotica e in particolare perché credo mi piacciano certe fattezze maschili.

 

Ma forse l’eterosessualità non c’entra e c’entrano i soggetti singoli, come sempre.

 

Recentemente sono stata bendata. Esperienza che merita almeno un vago richiamo qui. Devo specificare il contesto della benda sugli occhi o basta questa riga di leggera insinuazione per lasciarlo intenderlo?
Okay, ho un sorrisetto esplicativo sulle labbra. Pace.

 

La cosa non mi ha procurato particolare sofferenza/disagio, anzi, non sapere le intenzioni di certi movimenti prima o dove gli occhi si posassero o cosa guardassero mi ha forse resa più serena del solito.

 

Non sempre la serenità, nel sesso, è una nota positiva, ma in qualche caso forse sì.

In questo caso direi una variante strana rispetto alla solita ansia.

 

Ho scoperto di essere molto meno a mio agio invece non potendo sentire. Curioso, credevo che la vista fosse il senso più indispensabile e invece in una prova durata un secondo in cui lui ha messo le mani sulle mie orecchie ho sentito molta più “preoccupazione” che nei 10 minuti di benda.

 

E questa era una situazione.

 

Fronteggio di nuovo la filosofia politica. Due libri a cui cerco di scappare da due sezioni diverse. Francamente li trovo deliranti, odiosi e inutili. Scritti entrambi dal mio professore che per quegli stessi campeggia su wikipedia come filosofo italiano e in una lingua (italiana) che suona tra l’incomprensibile e l’esasperante.

 

Mi chiedo sempre se sia possibile sapere tante cose ma non riuscire a comunicarle.

C’è un limite direi. Anzi, di limiti ce ne sono due e nei due lati opposti. Da una parte non si devono banalizzare i concetti con espressioni inappropriatamente semplici ma dall’altro non si deve rendere nemmeno un concetto, anche particolarmente complesso, inarrivabile, impenetrabile per colpa di un lessico troppo aulico, sempre inappropriato.

 

Noto che nella filosofia purtroppo questa è una tendenza parecchio diffusa. Da un lato, ma mi rifersico a filosofi “famosi”  lo trovo un tentativo di mascherare concetti poveri e insulsi affinché meno facilmente vengano smontati e dall’altro, ma questo c’è anche nei filosofi moderni, persino negli universitari snob direi, c’è un atteggiamento elitario, chiuso, come se i filosofi potessero e dovessero parlare solo ai filosofi e per i filosofi. La filosofia non diventa una scienza solo perché si scelgono i termini più complicati e si chiude l’apprendimento “agli altri”, la filosofia è una scienza solo quando usa metodi scientifici per dimostrare qualche linea di pensiero.

 

Sapere una cosa e non essere in grado di trasmetterla è quasi non saperla.

 

E non vi state sorbendo tutto questo solo perché non mi va di studiare filosofia politica.

Ci sono anche dei ragazzi, della mia età, che pensano seriamente che usare melanchonia al posto di malinconia o espressioni come “l’infausto prometeico del ritorno dell’identico” per parlare di concetti chiarissimi e più facilmente espressi dal filosofo ideatore (in questo caso parliamo di Nietzsche) renda la filosofia molto più seria, molto più degna. Secondo me la rende solo molto più “arieggiante”, molto più vuota e molto più “che cosa inutile è la filosofia”. Gi autori che più hanno ispirato il pensiero scrivono, leggendo i testi stessi e non le interpretazioni di tutti quelli che per secoli dopo non hanno avuto nulla da fare, in un modo chiarissimo.

Per usare un’espressione famosa e a me molto cara scrivono in modo comprensibile a tutti concetti non comprensibili da nessuno.

 

Ho iniziato a correre dopo le nove di sera. Altro punto fondamentale nel punto della situazione.

E devo dire che mentre quando correvo di giorno la cosa era abbastanza noiosa ed io ero preoccupatissima di strare in ordine e ben vestita perché la “gente mi poteva guardare” (sono matta del tutto) adesso, di notte, con qualche animale notturno per compagnia, lo trovo un momento liberatorio. Corro, non penso, non vengo vista troppo dagli altri e lascio che la giornata mi scivoli addosso con tutto quello che di storto ho fatto, visto, sentito o letto.

 

Poi però torno a casa sudata, a pezzettini e con una mancanza di ossigeno non indifferente. Esattamente come di giorno.

20 aprile 2011
595 Quasi parabole

Una sera di non so quanto tempo fa, sicuramente un tempo in cui gli alberghi funzionavano tipo le osterie di “non ci resta che piangere” (avete presente quando arrivano Troisi e Benigni nella locanda e finiscono in una stanza comune prima di sapere che in realtà sono finiti nel “quasimilleecinque”? UEcco, una roba del genere), un uomo bianco arriva in un albergo insieme a degli amici del luogo. L’albergatore fa loro presente che non ci sono stanze e che l’unico posto in cui l’uomo può passare la notte è la stanza già occupata “da un negro”. L’uomo bianco decide che gli va bene, infondo deve passare lì sono una notte: ha un treno il mattino dopo molto presto. Quindi si raccomanda al ragazzo del piano di svegliarlo l’indomani, anzi, di buttarlo giù dal letto. "Il suo letto, non quello del negro."

Prima di coricarsi, l’uomo bianco, passa un’allegra serata con gli amici e beve parecchio. Gli amici decidono di tirargli un brutto scherzo e lo ricoprono di fuliggine. L’uomo se ne va a dormire fino al mattino dopo quando viene svegliato dal ragazzo del piano; in fretta si veste e corre a prendere il treno. Solo una volta in corriera si dirige nel bagno per lavarsi e guardandosi allo specchio intensamente esclama: “quell’idiota ha svegliato il negro”.                         

 

(Cfr Ernst Bloch, Destino, Un negro)

 

La vita è un cattivo sarto. Certe volte ci cuce addosso vestiti impropri, vestiti solo vestiti che impariamo a tollerare grazie alla droga dell’abitudine. Forse l’uomo era ancora addormentato, in corriera, eppure mai è stato tanto vicino a se stesso come in quel momento, mai ha sentito bene, come in quell’istante, quanto poco egli fosse la sua maschera, il suo vestito, il suo stesso corpo, la sua stessa pelle. E forse quanto poco egli sia in generale.

 

Siamo quello che crediamo di essere. E se iniziassimo a credere di essere una cosa diversa probabilmente alla fine lo diventeremmo anche.

E forse questo è l’unico potere che abbiamo sull’esistenza, ma non lo sappiamo bene.

(io mi devo sorbire ‘sta roba, mi pare ovvio che la dobbiate sorbire anche voi, attraverso me)

8 aprile 2011
589 Né A né B, adesso viene quello che prova M

Mi calmo, mi rilasso, mi tranquillizzo.

Che è un po’ fare Alex Britti senza vasca e senza balli (se non conoscete quel ritornello non è colpa mia, ma vostra).

 

Quanti di voi sono disposti a credere che mentre lasciavo un ragazzo, ieri, un altro lasciava me per altro modo?
Nello stesso, identico, preciso momento. La sua email (del secondo, chiamiamolo B) è arrivata esattamente mentre io dicevo al primo (chiamiamolo A) che era finita.

 

Questo implica che io avessi parallelamente due storie, vero. E implica che quindi non sono una brava persona, ovvio. Ma di certo ho delle buone, non valide ma buone, motivazioni.

Perché la prima storia era solo una forma. Era un sentimento messo su una credenza da tanto tempo e lasciato lì. Non che io non voglia bene a quel ragazzo, non che io non sia affezionata a lui e alla sua voce, ma quello che posso offrirgli è una semplice amicizia. E a sentimenti congelati. Aggiungerei al quadro che non lo vedevo da mesi. E questo potrà non scusarmi del tutto ma certo mi rende un po’ meno pessima.

 

Quello che in tutto questo io non ho capito è se sia peggio lasciare o essere lasciati, visto che è stato un dolore unico, sordo, continuato, non distinguibile.

Mi concedo di infischiarmene, stando ad oggi.

 

Ad oggi considerando la parte in cui sono stata attiva (il lasciare) sento un senso di profonda libertà. Mi ero messa in una gabbia e lo avevo fatto da sola. Non nella gabbia del non poter fare, non era certo quello il problema, diciamo in una gabbia che mi rendeva poco coerente con me stessa. Mi spiego un po’?

Lo facevo perché mi rendeva più sicura, lo facevo perché quella persona, A, mi piace e mi piaceva ma in sentimenti diversi da quelli che però gli dicevo di provare. Almeno in qualche misura diversi, almeno da un certo periodo in poi.

La chiarezza porta la luce ed io ne avevo bisogno. Lo dovevo fare prima, certo, ma un po' mi è mancato il coraggio, un po' non lo avevo capito così bene.

 

Poi possiamo passare a considerare la parte in cui sono passiva (l’essere lasciati, diciamo così), ma c’è poco da considerare. Diciamo che io lo sapevo sarebbe successo, questo è ovvio, lo sapevamo tutti e tutti e due soprattutto. Per dirla meglio io sapevo sarebbe successo quel giorno, esattamente il giorno con cui chiudevo con A., scioccamente pensavo che avrei sofferto solo una cosa. Credevo però, che sarebbe avvenuto in maniera diversa e pensavo che quella maniera diversa mi avrebbe dimostrato che era meglio così.

Invece è finita ma per tutto un altro motivo. Questo mi ha fatto del male vero, ma mi ha “fatto vedere” anche molto. Cose che si imparano solo così, solo imprimendole con dolore in noi.

Il voler sapere, il voler vedere, il voler avere una certezza, hanno un prezzo. E non è un prezzo buono, questo è certo e alla fine dei conti uno si direbbe che non vuole più sapere, ma non c'è la possibilità di tornare indietro.

 

Eppure non poteva essere altrimenti, questa è una cosa che ho maturato oggi: io non avrei rinunciato a quella informazione.

“Se tu mi avessi spiegato, se tu lo avessi detto così…” ho farneticato ieri, nelle mie due email di supplica (ridete di me, per piacere almeno mi sentirò stupida ma non troppo ridicolo-patetica), ma non era vero. Mi sarei attaccata anche ad un palo per fermarlo. Oggi, a cose più ferme invece mi accorgo che se lui non mi avesse detto quello che volevo sapere non avrei smesso di consumarmi. Forse non avrei detto “basta”, però avrei cercato altri modi per ottenere l’informazione, direttamente o indirettamente.

 

Quello che provo oggi, e mi dispiace fare post interiori, lo so che è noioso, è un senso generale di tristezza e la consapevolezza di aver perso qualcosa.

Due cose precisamente.

Una che dovevo perdere necessariamente, perché era quello il momento, l’altra che invece avrei voluto perdere tra qualche tempo, un po’ più stanca di certi baci insomma.

Ieri quando mi sono fermata a sentire il dolore, e non a vederlo nella mia preoccupazione di come stava A o di perdere/non perdere B, ho provato un senso enorme di meraviglia.

Mi prenderete per matta, poco male.

Ho sentito, provavo, qualcosa di enorme, qualcosa di meravigliosamente enorme, una disperazione molto profonda che ho sentito solo poche volte in vita mia. E sempre per motivi diversi.

Non vi è mai capitato di sentire talmente tanto e stupirvi di quanto riuscite a provare? Forse non ho le parole adeguate: è essere piccoli in confronto a ciò che dentro di te si mescola. Ditemelo se vi sembra stupido, non mi offendo.

Ché sia dolore è solo sfortuna, è la grandezza del sentire che mi ha meravigliata. Se si può provare così tanto, forse, alla fine, un senso qualche cosa ce l’ha, fosse solo in quanta vita ti viene dentro.

E sì, intendo quel viene, come un orgasmo.

Poi pianti, isterismi, nottataccia ci sono stati, certo, ma erano espressioni fisiche di tutto quel sangue, amaro, che sentivo invadermi.

E saremo tutti d’accordo a questo punto: il mio paragone con l’orgasmo non regge più.

Entro settimana prossima, in tutta questa tragedia, devo offrire una tesina sul “senso di tragico in Nietzsche” che guarda caso si concilia perfettamente con la mia esperienza personale di questi giorni. L’esperienza mi ha fatto capire il concetto, sembra assurdo ma così mi sembra essere. Se io la usassi, questa esperienza, come argomento in tesina, magari in generale e senza paragoni con l’orgasmo, sono certa, riceverei il consenso della docente che vuole proprio un’analisi delle emozioni, in Nietzsche e in oggi. Ma dove lo trovo il coraggio poi di leggerla agli altri studenti? Già mi farò una violenza leggendo quel che leggerò, figuriamoci dover leggere frasi come “se si può provare talmente tanto forse, alla fine, qualche senso la vita ce l’ha, fosse solo il sentirla soccorrere (non più “venire” n.d.r.) dentro di te”.

Queste cose le leggete voi, perché siete voi e perché io non so come vi risulteranno, ma vi assicuro che lette dalla mia voce, anche quando sono sola, suonano patetiche e stupide.

 

Da oggi ho qualche lettore di meno, devo iniziare a far magliette stampate con il nome di questo blog. Se avete preferenze sul colore la mia email è sempre la stessa.

31 marzo 2011
586 Decantare emozioni

La verità è che a noi umani non basta mai.

 

In una frase sola due errori: sto diventando meravigliosa.

Si chiama ironia. Ma in media la comprende 1 su 3. Statistiche a parte.

 

Non è la verità ma è la mia verità. E non è “a noi umani” ma è a me, LadyMarica.

Marica, perché oramai abbiamo iniziato a dividerci visto che quello che sembro, mi dicono, non sono, è nel suo mondo fatato, lasciatela perdere che è scocciante e irritante anche per me.

LadyMarica invece è più intelligente ma non solo, diciamo che è anche più filosofica.

In un concetto più semplice Marica è quella che sono, LadyMarica quella che ho scelto di essere, difetti compresi. La seconda è più detestabile della prima, questo è sicuro. Ma io la preferisco.

 

Ma questa è una variazione all’argomento del mio post, e le variazioni sono colpa di Marica, abbastanza spesso.

Dicevo che all’essere umano non basta mai, ma ho quasi perso il filo.

 

Per esempio.

Si inizia desiderando un solo bacio. E si ottiene.

Si continua desiderando di scendere (su questo verbo si apra la psicanalisi intera!) oltre. E si ottiene anche quello.

E poi, visto che pensavi quello essere il massimo del desiderio (con i dovuti continui) rimani male, malissimo, perché ti scopri a desiderare ancora altro.

Un'altra cosa ancora, stavolta. Una specie di “di più”, ma qualcuno la considererebbe una sciocchezza in confronto a quello che desideravi prima.

 

Ho un ragionamento corretto e vorrei esporlo. Per me soprattutto.

Il per sempre non esiste, viviamo in un mondo in continuo cambiamento ed è proprio il cambiamento a rendere questo mondo interessante. Spietato, certo, ma emozionante.

E se incroci una strada particolarmente distante dalla tua non puoi, non veramente, pensare di poter significare qualcosa per quella strada. Intanto perché le strade non provano niente, almeno in occidente, e poi perché anche se la strada fosse una metafora per indicare un essere umano tu dovresti ricordarti quanta distanza non percorribile c’è tra di voi.

 

Volete che faccia gli esempi con degli animali? No perché è vero che sono esplicativi ma anche molto infelici. Niente esempio con gli animali, su. Parliamo di una differenza considerevole di anni, così non facciamo torti a nessuno e non massacriamo la privacy.

Prendiamo il caso di una donna, di una certa età, che ha compiuto un determinato tragitto, che ha vissuto determinate cose, che ha fatto determinate mosse, e che, incrocia la strada di un ragazzino giovane, inesperto (che con “dolce” non so quanto centri, detto tra noi, in realtà credo sia solo stupido) di cui magari la colpisce, a lei, una parte, magari una tendenza, ma non facciamo i cinici, magari anche un po’ la personalità (questa l’ha aggiunta Marica, che è pregata, invece, di tacere!)

 

No, non mi sono data alla pedofilia. Invece di far i simpatici fatemi continuare!

 

Quello che sia la donna matura sia il ragazzino sanno è che tutto questo non è, forse stavolta veramente, reale. Lei va a dormire con un altro uomo e lui va al cinema con altre ragazze.

Nessuno dei due è in cattiva fede o insensibile o altro, anzi, forse entrambi si vogliono addirittura bene.

Lui sta facendo un’esperienza importante nella sua vita. E lei forse sta ricordando cose che non ricordava. Sapori nuovi per entrambi in un certo senso.

Solo che poi lui la guarda andare via. Lei non si volta neanche, perché sa che non c’è tempo per voltarsi, e lui rimane a fissarla dalla finestra (lei questo non lo sapeva), la guarda andare via con la macchina e un sacchetto e forse la guarda prendere dei fazzoletti, di quelli umidi per lavarsi le mani e pensa, anzi lo sa, che servono per cancellare l’odore di lui.

E pensa giusto.

 

Il punto è che non è razionale, l’ultimo passaggio dico. Il dispiacere per non far parte della sua vita è stupido, il ragazzino era stato avvertito prima, molto prima. E da se stesso per di più. E di certo non ha intenzione di farne una colpa a nessuno. Quello che a lui dovrebbe bastare si trova nel momento, nell’istante. Nessuno ha il diritto di chiedere cosa succederà domani a nessun’altro (forse nemmeno a se stesso?), nessuno ha il diritto di dire “non cambiare mai” all’altro, nessuno ha il potere di fissare un sentimento nel tempo, nessuno ha il diritto di chiedere garanzie. Le persone si differenziano in questo dagli elettrodomestici, non sono garantiti. Non ci si può fare nulla. E se qualcuno si illude di avere una cosa per sempre, avrà tra le mani una lunga illusione, ma appunto solo quella.

Ed è meglio un pezzetto di quasi verità che un’infinita illusione.

 

Il ragazzo le sa tutte queste cose, io gliele dico sempre, però poi al momento in cui servirebbero se le dimentica e si lascia leggermente ferire da lei che sembra andare sempre tutta d’un pezzo.

Io la invidio parecchio devo dire, vorrei arrivare a saper gestire tutto così. E non si tratta di essere freddi, lei non lo è per niente, stando a quello che si racconta, si tratta di riuscire a staccare i momenti, di viverne alcuni e poi sospendere quelli, congelarli, per viverne altri. Si tratta di obliare. Che è un verbo bellissimo.

 

Il punto è che a quel ragazzo, ma in effetti questo succede, come sopra, anche a me, non basta aver l’emozione di oggi, vorrebbe poter conservare l’emozione anche per domani, vorrebbe come firmare un accordo che preveda il “congelare un chilo di emozione fresca per non doverne comprare il mese prossimo”.

Qualcuno ha detto che tutto ciò ricorda l’idea che sta dietro al matrimonio?

Appunto! Lo dicevo io, non si può pensare in questi termini è assurdo, irreale, poco intelligente e poco logico.

 

Ho bisogno di qualcuno che mi ascolti per un’oretta senza giudizi.

Una volta avevo questo blog che poteva farlo, adesso anche questo blog pesa dei miei errori e anche dei miei buoni risultati.

27 gennaio 2011
560 [facebook] Donne ricordabili

Su fb, tanto per fare qualcosa di nuovo, gira un giochetto. Anche carino.

Dopo i giorni in cui tutti erano cartoni animati e quello in cui tutti erano artisti attualmente penso possiate notare che tutti sono donne. Tante donne diverse e per la maggior parte, io vedo, in bianco e nero.

E’ un avvenimento voluto per ricordare grandi donne del passato e per sottolineare come la figura emergente dalla cronaca politica di oggi non rappresenti nulla, meno che mai le donne.

 

Se scegliere un cartone animato o un artista è stato abbastanza semplice, scegliere una donna è stato parecchio più complicato. Forse sono semplicemente meno informata sulle figure femminili di rilievo, forse nascondo una sorta di maschilismo latente, scegliete voi.

 

Il fatto è che a me la categoria donne per come essa stessa si comporta (e non solo per come viene dipinta) non piace.

Perché la colpa dell’immagine che viene trasmessa (stampata o televisiva) delle donne è, sì dei giornali e delle tv che seguono una certa politica, ma è anche delle stesse donne.

Ruby, per fare un esempio banale, non è una vittima della stampa.

Le donne che si prestano a certi giochi, quelle che vogliono far carriera facile (Signora Minetti grazie per essersi offerta volontaria come esempio!), quelle interessate ai soldi, quelle oche e intramontabili sono tutte responsabili dell’immagine femminile compromessa.

 

Immagine femminile compromessa o semplicemente più reale?

Se la maggioranza fosse questa?

Laddove non c’è il voler arrivare facile, la facilità di mostrarsi, io trovo una sconfinata idiozia.

Sarò cattiva, ma la banalità e il qualunquismo investono il 60% delle donne che conosco. Forse qualcosa in più.

 

Non so se mi spiego bene.

Io vedo, attualmente, la categoria generale (ma generalizzando si sbaglia sempre -sottolineo che non parlo di "tutte le donne che conosco, figuriamci, qualcuna la sposerei per quanto mi piace!) donne schiacciata da due parti che non mi piacciono per niente: quella delle ragazze giovani che vogliono arrivare senza impegnarsi ma con le gambe ad apertura facile (e a giurisprudenza ne vedevo di ogni, vabbe’) o quelle dalla rigida morale, reflusso cattolico, che mancano completamente di originalità, spessore, interesse.

 

Mi dispiace dirlo ma negli “uomini” io non vedo questo rigido schieramento. Gli imbecilli ci sono in ogni dove, nessuno lo mette in dubbio, io parlo di una maggioranza di quello che vedo (che nel mondo è più o meno catalogabile come nulla, ma questo blog, sfortunatamente per voi, è mio).

 

Non sto certamente facendo una campagna a favore di chi lascia passare sempre e solo una determinata immagine della donna e sono assolutamente convinta che il “cercare donne da stimare”  e metterle come immagine profilo sia una scelta intelligente e di valore, però bisogna ammettere e sottolineare che se le donne danno sempre una stessa immagine (per quanto schifo possa fare la tv, la società e tutto, le c.d. Ruby non sono costrette) perché in realtà sono quell’immagine.

 

Facciamo un passo in un’altra direzione.

Vogliamo parlare dei rapporti tra donne?

Amore-tesoro, e poi hai un coltello conficcato in una spalla.

E sempre e solo donne fanno queste cose, questi giochetti ipocriti, tra loro.

E’ più facile trovare due donne (intelligenti) che litigano per idiozie che due uomini (sempre intelligenti).

Ed è un altro motivo per cui la categoria donne (sempre con le dovute eccezioni, ripeto) non mi piace.

 

E ovviamente c’è poi il tassello amore. Caratteristica peculiare delle donne di oggi (che sacrificherebbero anche il cervello) e di ieri.

Donne promettenti, rivoluzionarie, intelligenti si sono messe ai margini di un fornello perché “amavano”.

Certo, possiamo parlare dell’influenza che la società maschilista esercitava, ed esercita, ma non possiamo dimenticare che anche donne “libere dal matrimonio” hanno rinunciato a tutto in nome di un presunto amore. Di presunti figli. Di presunte età biologiche.

 

Non ho nulla contro chi ama, ma quando sento storie di donne che hanno perso il senno, la carriera e la grandezza per un non-amore mi si contorce lo stomaco.

A ritrovarlo dico.

 

Sono tutti punti, seppur accentuati dalla società, dai contesti storici e politici, che esistono e vanno sottolineati affinché le donne intelligente (ed esistono!) ci pensino.

 

Ci sono donne che hanno rappresentato dignitosamente la categoria femminile, secondo me sono meno degli uomini (uccidetemi pure a colpi di pietre), ma ci sono. Per fare qualche esempio io personalmente citerei Emily Dickinson, Anna Politoskaia, Sabina Spielrein, Gianna Nannini, George Eliot. E ce ne sono tante altre.

 

Io, personalmente, ho scelto di essere (su fb, ovviamente) Hannah Arendt. Filosofa, ebrea di nascita, tedesca, naturalizzata usa, sperando di sottolineare, nella ricorrenza dell’apertura dei cancelli di Aushwitz, il riferimento alla giornata della memoria.

 

La Arendt, filosofa politica soprattutto, non è certo stata immune dal problema degli amori impossibili. Si innamorò e frequentò segretamente, guarda tu che caso, il suo professore di filosofia Heidegger (un filosofo teoretico con abbastanza chiare tendenze al nazismo). Non dimenticò mai l’amore per questo anche dopo aver preso coscienza delle sue tendenze politiche tanto che testimoniò al processo, tenutosi contro di lui, in suo favore.

La sua filosofia però non ne venne influenzata e mai in modo decisivo e questo secondo me la rende una grande donna, una che ha saputo amare fino a soffrirne ma che è anche riuscita a discostarsi dal sentimento a vantaggio della cultura e di un pensiero filosofico chiaro.

 

C’è differenza tra amare e lasciarsi lacerare dall’ossessione nevrotica. Un’infinita differenza.

 

Con Hannah Arendt oltre a ricordare una grande persona voglio anche sottolineare come io non stia dicendo che la categoria femminile dovrebbe alienarsi dai sentimenti, mettere i pantaloni, fare l’uomo e sparare al nemico, anzi, io credo che le donne sbaglino proprio in questo voler essere “come l’uomo”. Non possono essere come l’uomo essendo donne, è evidente. Ma non ce n'è alcun bisogno. L'aspirare a diventare come è semplicemente quello che ancora ci portiamo di una posizione "inferiore". Non esiste una posizione inferiore e una superiore, esistono uomo e donna, due esseri umani diversi, che devono rimanere diversi (altrimenti dove sarebbe il bello?) ma con uguali diritti, doveri, possibilità, opportunità e valore.  In una parola, cose diverse ma allo stesso livello.

24 gennaio 2011
558 Un po' di male

Vi assicuro, in premessa, che ridere del mio comportamento non mi farà migliorare.

 

Io sono seriamente convinta che una collana, cioè ferro (boh, bigiotteria scarsa) montanto alla bella e meglio, mi porti sfortuna.

E l’idea che qualcosa ci porti fortuna o sfortuna è tanto irrazionale (e criticabile) come quella di pensare che dio ci salverà o non ci salverà. Anzi, forse pure peggio.

E’ una collana che ho comprato tanti anni fa, nera, con una croce e un cuore.

Ovvio che porti sfortuna, è pure un’offesa all’estetica!

Non serve che io la indossi o cose del genere, mi basta toccarla.

Spostarla soltanto ultimamente e le cose più tremende si abbattono su di me.

“Più tremende” in senso abbastanza figurato, ovviamente.

Non ho tanti esempi ma vi assicuro che è una situazione non sostenibile con quella collana. Ho deciso di prendere e buttarla, di solito la riciclerei per i regali dell’ultimo secondo (visto che non l’ho mai nemmeno messa convinta della sfiga che mi avrebbe portato) ma non c’è nessuno che io odi così tanto.

Anche perché se poi uno odia qualcuno non fa regali.

Almeno questo nel funzionamento classico delle cose (ma non sono un’esperta di rapporti umani però) poi si possono cambiare le combinazioni e le posizioni.

 

Sabato sono uscita con una ragazza che non vedevo da un anno.

Una compagna di giurisprudenza, rimasta a voler far l’avvocato, che ho continuato a sentire grazie a facebook.

La prima cosa che mi ha chiesto è stata: “ma me la spieghi la litigata su facebook?”.

Ed io mi sono stupita perché è vero che se non vuoi far leggere le cose trovi un modo per non farlo, ma da una ragazza che su facebook pare non esserci mai non mi aspettavo una lettura tanto attenta.

 

Così ho maturato l’idea che forse le persone ci leggono, ci guardano e ci vivono più di quello che ci aspetteremmo, direttamente o no che sia la cosa.

Rimane da stabilire se noi dovremmo correre a specificare di noi o lasciar fare loro quello che vogliono.

Io solitamente specifico ma non sono certa che sia poi la scelta così giusta. Infondo si potrebbe sostenere la pirandellica “la verità è una questione di chi guarda” e quindi parlare di percezioni, ma credo si arriverebbe anche troppo in fretta a un qualche tipo di stupido relativismo.

In realtà io parlo male del relativismo per cerca di allontanarmelo ma è una posizione che mi affascina non poco. E’ sostanzialmente l’idea che tutto sia sempre relativo: a chi guarda, a come lo guarda, a perché lo guarda.

 

Dobbiamo, se vogliamo sostenere questa posizione, ignorare i problemi logici che scaturiscono da: “se tutto è relativo allora anche l’idea che tutto è relativo è relativa e quindi senza un preciso livello di validità”.

Non c’è modo di uscire da questo problema di autoreferenzialità, se non provando a sostenere che “tutto è relativo” è una frase con un livello diverso da “i cani sono meglio dei gatti” perché una parla di fatti l’altra di proposizioni sui fatti. Quindi la seconda, quella sui fatti è relativa a chi la pronuncia, mentre la prima parla solo della natura della seconda.

Sono troppo contorta?

 

Il relativismo porta anche a problemi etici non indifferenti: come si può sostenere che male o bene, torto o ragione, verità o falsità siano sostanzialmente la stessa cosa, due immagini di una stessa medaglia?

Il fatto che però il relativismo porti a problemi etici non credo basti a decretarlo infondato o falso.

L’idea che a me piacerebbe avere, ma che forse non ho, è che il male e il bene non siano mai relativi e che anzi ci siano diritti umani evidenti tanto quanto gli assiomi matematici, cioè senza possibilità di essere messi in discussione. E’ un’idea bellissima, ma quanto reale?

Se ci fossero questi “diritti evidenti” forse nel corso della storia non assisteremmo sempre a guerre, massacri, omicidi (quando ci va bene), prevaricazioni ecc.

Se fossero tanto evidenti persino il vaticano riuscirebbe a capire che non si possono discriminare le persone a seconda dei gusti sessuali, tanto per dirne una.

 

Io, dal canto mio, credo che gli uomini nascano malvagi, cattivi, desiderosi di comandare, di fare dio e vedano un bene tutto loro e che solo con la cultura (e per cultura non intendo solo libri o studio, intendo esperienze di vita, età ecc), la legge (sì, una sostanziale imposizione della "bontà": sono una persona triste?) e, forse, un certo tipo di religione (ma la religione come strumento di potere fa sempre più male che bene. E quando non fa male basa tutto sulla paura o su istinti primari come il voler rivedere i morti, voler vivere per sempre o cose del genere) tutto questo si può attenuare. Forse può anche scomparire ma è cosa rara.

 

Il malvagio che c’è in noi tende sempre ad avere la meglio e questo è un fatto che personalmente mi preoccupa. Perché mi chiedo sempre fin dove arrivi, o potrebbe arrivare, il mio livello.

 

Non esiste qualcuno di interamente buono, e soprattutto non gratuitamente (qual è il prezzo?).

 

Giorni fa un uomo che io reputavo (o reputo) bravo mi ha raccontato di quando in Romania torturava gatti per divertimento. E’ un uomo piacevole, pieno di rispetto e di attenzioni, eppure ha fatto cose per le quali io non guarderei in faccia un essere umano.

Questo non dimostra nulla ovviamente, ma io sono convinta che se avesse avuto più possibilità di cultura (libri e studio -è brutta metterla così, ma non saprei come altro dire) avrebbe trovato repellente simili attività e oggi non lo considererebbe un racconto divertente. Non so come descrivervelo bene, potrei parlare della sua sensibilità, del suo senso del dovere ecc però non posso non sottolineare che nel buono si nascondeva il “malvagio”.

E ripeto è un “malvagio” comune a tutti, secondo me, più o meno affievolito, diversamente espresso, ma comune a tutti.

 

Certo, però poi ci sono eccezioni a simili regole generali che non possono valere così rigidamente per individui singoli. Eppure un qualche fondo di verità io ce lo vedo intuitivamente.

 

Dopo  aver dichiarato di avere una collana maledetta che mi porta sfiga non posso pensare di avere una qualche credibilità, lo capisco bene.

Buonanotte corte.

13 dicembre 2010
537 Medicinali

Prendetelo assoluto, senza acqua, fa meno schifo.

 

“Sono andata a dormire pensando a lui, mi sono svegliata pensando a lui, e ora, che posso dire, penso ancora a lui"

 

E la faccenda mi pare, se non ridicola, decisamente da pietre addosso.

E’ una questione di libera scelta.

 

Il mio professore di filosofia della scienza, che dio lo benedica, dice che la libertà non esiste, non nella misura in cui crediamo esista. Certo, siamo liberi di scegliere un maglione nero piuttosto che uno viola ma non  siamo liberi di scegliere se vestirci o meno. E inquietante e molto triste: tutto quello che pensiamo essere così solo perché lo abbiamo scelto, è in realtà la conseguenza di qualcosa che è derivata da altre conseguenze.

Ci vestiamo a quell’ora perché abbiamo scelto quel lavoro e abbiamo scelto di lavorare perché viviamo nella c.d. società civile e viviamo nella c.d. società civile perché i nostri genitori ci vivevano e siamo abituati a pensare in quel determinato modo alla “vita”.

Lui va indietro, nella consequenzialità delle “scelte”, fino ad affermare che i primi istinti, le prime decisioni (quello cioè che ha condizionato tutte le scelte fino a quelle che abbiamo fatto stamattina) derivano da qualcosa di biologico, qualcosa che deriviamo dall’evoluzione della specie, qualcosa che è semplicemente in noi perché era negli esseri prima di noi.

 

Il mio professore, che dio lo benedica sempre, ci aggiunge, come mezza conclusione, mezzo incentivo il “siamo liberi di fare quello che vogliamo ma non siamo liberi di volere quello che vogliamo”.

 

Cosa che io non condivido, per niente.

 

Io, su me stessa, cerco di avere il pieno controllo.

Non ci riesco, ovviamente, ma è solo una questione di esercizio.

Posso, o meglio si può, arrivare a riuscirci.

 

Se io non desidero desiderare quella cosa smetto di farlo.

Me lo impongo perché credo che sull’istintività debba sempre prevalere la ragione. E se non prevale va aiutata.

 

Non è una teoria stoica o semi cristiana, anzi, io la trovo particolarmente wildiana.

Perché non sto dicendo che bisogna astenersi dal volere ma solo che si deve cercare di volere ciò che si vuole veramente.

 

Ti vuoi crogiolare nel dolore di un amore non ricambiato?

Fai pure, ma ammetti di volerlo.

E quindi non fingere sofferenze, di’ che vuoi essere sofferente.

E se lo vuoi smetti di lamentartene.

 

Non lo vuoi? Escludilo dalla tua volontà.

 

Cedere alle tentazioni per resistervi non significa partecipare a orge, ma significa prendere coscienza che quello che si chiama “tentazione” è quello che vogliamo ma che non riusciamo a volere veramente. L’ossimorico “cedere alle tentazioni per resistervi” non è un modo per giustificare tutto lo schifo che vogliamo ma è un modo per mostrare che il termine “tentazione” non esiste al di fuori di una nostra indecisione. E resistere è cedere perché solo cedendo scegliamo cosa e se volerlo, veramente.


Scusate, Oscar Wilde mi uccide. Dolcemente, volendo.

 

Quello che voglio dire è che se non mi va di studiare (ma mi va di laurearmi?!) mi lego alla sedia: prima o poi mi andrà.

 

Con la mente e il pensare la cosa è più complicata, serve esercizio e ovviamente la cosa non può riuscire perfetta, almeno non subito, però ci sono miglioramenti.

 

Ho scritto la frase in alto, tra le virgolette, proprio per fare un esempio.

 

“Sono andata a dormire pensando a lui, mi sono svegliata pensando a lui, e ora, che posso dire, penso ancora a lui.”

 

(della sua verità non ci interessa, precisiamolo.)

 

La prima cosa che faccio, quando desidero quello che non voglio desiderare è razionalizzare il pensiero.

 

Quindi io mi chiedo come mai, nell’esempio, io pensi sempre a lui, proprio a lui.

La volontà di solito risponde con frasette idiote, perché manca di argomenti: “perché è bello/perfetto”

Quella che segue è una domanda affermazione che funziona circa così: “lo conosci così tanto o è una tua costruzione mentale per poter pensare che non tutto fa schifo in questo mondo, che puoi desiderare una cosa che non hai ecc?”

 

Dopo un po’, quando sono arrivata a distruggere tutto il “sentimentalismo” e a smembrare qualsiasi valore affettivo ci fosse stato nel pensiero la mia volontà smette di volere quello e solo quello.

Non è una cosa così immediata, tante volte basta che io mi dica “ho distrutto il valore affettivo” perché mi riprenda, come dall’inizio, forse peggio.

 Allora lo devo ri-compattare: ri-escludo il sentimentalismo, penso che sono io, che il mio affetto/sentimento dipenda da me e da una mia costruzione mentale, da un mio annoiarmi, e non dal fatto che lui abbia delle caratteristiche intrinseche (per esempio l’unicità, l'essere sexy ecc)

 

Non sto dicendo che di punto in bianco mi tranquillizzo e mi metto a leggere la bibbia, sto dicendo che per anche solo 20 minuti mi convinco.

E questo minimo successo personale mi mette nella convinzione di pensare che allora la mia vera volontà è capacissima di allontanare quello che minaccia la tranquillità (che tranquillità poi non è) e di annientare quei desideri che non vuole desiderare.


In una parola non arrivo al successo quasi mai, ma il riuscirci per poco mi dimostra che si può, a tutti gli effetti, scegliere cosa volere e cosa non volere. E che quindi ogni persona è responsabile di quello che vuole. 

Anche sapere se voglio o meno pubblicare un post, per dire, mi farebbe abbastanza piacere, di tanto in tanto.
Oramai l'ho scritto.
 

Pulsioni umane al minimo indispensabile (respiro e digestione?).

Per tutto il resto invece, stasera, c’è il grande fratello.

25 novembre 2010
526 Ma quante minchiate scrivo?

Stamattina, arrivata in ufficio, ho notato che un'accalcata fila di fogli agitava inutilmente la mia scrivania, reclamando a gran voce inserimento e archiviazione.

 

Ho pensato che non c’è niente, veramente niente, che io odi tanto quanto questo lavoro.

 

Ma sono stata smentita esattamente cinque secondi dopo, allo squillare del telefono.

Dopo aver alzato la cornetta ho infatti ascoltato la voce più fastidiosa possibile: la mia.

La mia almeno quando dice: “società y, buongiorno!”

 

Ho pensato che non c’è niente, veramente niente, che io odi tanto quanto dover rispondere al telefono.

 

Ma ovviamente, come in qualsiasi racconto inutile come questo, sono stata di nuovo smentita.

Il tipo al telefono chiedeva di parlare con chi non c’era ed io stavo tentando di spiegargli che avrebbe dovuto richiamare nel pomeriggio. Quindi ho detto: “se lei potrebbe richiamare…”.

Ho ammazzato un povero congiuntivo innocente.

 

Ho pensato che non c’è niente, veramente niente, che io odi tanto quanto ammazzare poveri congiuntivi con l’ignoranza.

 

Non sono stata smentita di nuovo, ma solo perché anche i racconti con un tale grado di inutilità hanno un decoro. Non sono stata smentita però ho pensato che invece di fare così tante cose che odio avrei preferito conficcarmi una penna della coscia.

 

Io avevo pensato, a parte penne e cosce, di studiare un po’ di filosofia politica, ma avevo portato anche il vangelo per far pausa tra una pagina e l’altra con letture dilettevoli. Precisamente starei leggendo, il vangelo gnostico di Filippo, che tra i tanti mi pare il più degno di nota. Peccato che con Dan Brown sia diventato famoso: più che per il gossip sulla Maddalena io lo trovo piacevole e più filosofico degli altri (ma non li ho ancora letti tutti, me la cavo con quelli dell’infanzia, sempre apocrifi, che però sono penosi).

 

Dice Filippo:

“Gesù (che è Dio ndr) sì è rivelato come potevano vederlo. Si è manifestato grande ai grandi, si è manifestato come piccolo ai piccoli, si è manifestato agli angeli come angelo e agli uomini come uomo.”

 

Segue, secondo me, che Gesù si è quindi manifestato dio solo a coloro che erano dio; e se per gli gnosi è dio chiunque arrivi alla conoscenza, alla saggezza mi pare evidente che non possiamo parlare di una “manifestazione di dio (o Dio) universale”. La saggezza infatti non è una caratteristica come la verginità, ovvero è esprimibile per gradi (mentre le vergini non sono mezze vergini o meno vergini di ieri, almeno non fisicamente). La saggezza non è quindi un concetto definito, ma è un concetto vago (per gli ateniesi Socrate non era così saggio come lo era per Platone). Quindi anche la divinità di Gesù (che è dio), che dipende dalla saggezza, diventa una cosa vaga e piuttosto relativa.

 

La smetto. Avevo scritto un lungo post sull’argomento ma mi sono sembrata troppo seria e soprattutto troppo contorta.

 

Ho stabilito che comunque, alla fine, non c’è niente, ma veramente niente, che io odi tanto quanto la falsa nozione di dio e che ammazzerei fiumi di congiuntivi innocenti per dirlo. E su questo non mi smentisce nemmeno, boh, il padre eterno.

12 novembre 2010
521 [filosofie alternative] Come sarà la fine del mondo
Quello che mi dicevo stamattina, circa alle 10, era: “non ci pensare nemmeno (di passare altro tempo a pensare “alle fate”) e studia”.

Quindi ho deciso di prendere in mano la penna.

E quella, che fa?

Si suicida, esplodendo.


Fuori una.
Decido, quindi, di abbandonare la scrittura e passare all’orale (e sì, avevo altre penne, però io credo al destino –no, mento).

Inizio, quindi, a ripetere qualche cosetta, a voce alta, ma non troppo.

Okay, forse troppo perché non sento aprirsi la porta (e richiudersi).

Arriva l’ingegnere.


Passo indietro.

Forse mi sono dimenticata di precisare che ero in ufficio, stamattina, ma non c’era nessuno.

Ero a “arriva l’ingegnere” (che in larga parte mi detesta, e ha ragione avendo letto la mia tesina al liceo dal titolo “amore e morte”. Quando ci ripenso mi detesto anche io. Come si può essere tanto stucchevoli?).

Comunque lui entra e mi trova lì a farneticare. Ora potrebbe aver intuito che stavo “studiando” ma io credo che pensi che sono anche diventata matta e che quando non ho altro da fare, mi faccio due chiacchiere da sola (mi sembra che fosse Seneca a dire che quando voleva farsi due risate si prestava a un bel dialogo interno).

 

Così ho mandato al diavolo carta e penna e ho deciso di fare una pausa-post (ma breve che devo parlare con Hume e con i suoi problemi!).

 

Ricomincio con le filosofie alternative, quelle che potete sentire o direttamente in una facoltà di filosofia o applicate allo studio della filosofia.

 

Oddio, oggi ne ho una soltanto, perché con l’avvicinarsi dell’esame (24 novembre. Che rimane 24 novembre sia se ve lo stavate chiedendo sia se non lo stavate facendo) più che ascoltare gli altri che parlano, studio (o provo a).

 

Ma veniamo all’esposizione della filosofia-alternativistica.

Bisogna partire dalla contestualizzazione.

Allora, io stavo cercando di spiegare al mio ascoltatore perché la finalità umana potrebbe riassumersi con una finalità biologica della riproduzione (come in tutti gli esseri viventi), lasciando alla soggettività propria dei singoli uomini le finalità più “umane”.


Lui mi lascia concludere e poi dice: “Marica, ma potremmo dire quindi che non rispettare i nostri scopi biologici sia ontologicamente una violazione?”

Io non credo di capire e dico un "mah" e lui, serio serio, propone di non perdere tempo e passare subito alla pratica della riproduzione.

 

Non è tanto la richiesta sessuale con fini filosofici a sconvolgermi, quello che proprio mi terrorizza è pensare ad un universo, ipotetico, con altre me.  

10 novembre 2010
520 I limiti della libertà

Fresche congetture del mattino, spero tanto non mi abbiate in urto quando mi fisso sulle cose (e succede spesso).

 

La prima cosa che ho imparato in vita mia (usiamo queste belle esagerazioni colorate, che così tanto io, personalmente, odio!) è stata la massima: “ogni cosa deve essere presa per giusto mezzo e non illimitatamente”

 

E’ una nozione che ho imparato, udite, udite, al catechismo e in quelle mura valeva più che in altre, forse perché si fa prima, se sei nella santa dimensione, a non pensare al sesso.

 

A quanti anni si farà il catechismo per la prima comunione?

Meno di undici dicono dalla regia.

Eppure il “sesso” a quell’età lo si conosce già, almeno per frequentazione propria e autonoma. Magari gli si conferisce il senso della colpevolezza che ai cattolici piace tanto infilarci in testa e capita di dire un’avemaria in più perché ieri un particolare movimento delle mani ti ha regalato quell’attimo di oblio mentale che non capisci, proprio non capisci, a cosa sia dovuto. Fossero solo le mani a muoversi basterebbe legarle o tagliarle (dicono che sia meglio entrare in paradiso monchi che non entrarci affatto, anzi, non dicono, lo dice dal podio il secondo classificato Gesù crocifisso –e speriamo di non essere balsfemi!), il problema è quello che hai pensato.

“Lo vedi che sei una pervertita cara mia?”

La voce del dio che non esiste mi ha parlato.

Quindi non lo chiami sesso, lo chiami peccato, o meglio, pensi di essere un essere perverso, malato e cattivo che ha la colpa delle sue sventure.

 

Volevo parlare di democrazia e limiti della democrazia e sono finita a parlare di catechismo, chiesa e dio.

Non c’è niente da fare, io non penso a nient’altro tutto il giorno: o sono innamorata o ossessionata, dice il mio libro sui problemi di cuore. Un amico dice che nella vita precendete probabilmente ero una suora, ma io sono consapevole che non esistono nemmeno vite precedenti (anche se è meno assurda questa ipotesi di quella D-dio).

 

Insomma, volevo dire, che ho imparato, per fare un esempio, che se non si dà un limite alla generosità si finirà per vendersi anche la propria madre e dare i soldi al prossimo.

Questa del giusto mezzo è una filosofia antica e parecchio noiosa dal mio punto di vista, si può essere massimamente generosi senza arrivare alla deficienza di vendersi una mamma, perché prima del giusto mezzo esiste il buon senso, che sarebbe il caso di applicare sempre. Però è sostanzialmente vero che l’esagerazione rende negative anche cose buone al principio e che niente può prendersi in modo assoluto. Lo dico contro la mia stessa costruzione mentale (che però mi sforzo di cambiare, sempre!), perché, forse si sarà intuito, ma io ho la fissa per “le cose assolute”: amore assoluto, astinenze assolute (se e quando mi astengo da qualsiasi cosa), libertà assoluta eccetera, eccetera.

 

Proprio sulla libertà assoluta mi vengono, più o meno, dubbi.

E’ giusto che le persone possano esprimere la propria opinione?

Mah, magari sì.

Ma chi stabilisce se possono farlo sempre, in qualche occasione, limitatamente a certi argomenti? Insomma, chi stabilisce le modalità entro le quali è possibile dire quello che si pensa?

Per i cattolici (eh, vabbe’!) togliere il crocifisso dalle aule è una limitazione della loro libertà di culto, però, io credo, ci sia una libertà maggiore, più generale, di tutte le altre libertà di culto che devono poter andare a scuola senza subire il crocifisso appeso ai muri (per non parlare dei poveri atei, per esempio). 

In questo caso le libertà sono due e contrastanti: per me la faccenda si risolve facilmente perché nessun simbolo è vera libertà, un solo simbolo (e in questo caso la croce) è negazione di quella libertà generale in favore di una libertà specifica. Lungi da me difendere i cattolici, però mi rendo conto che quando dicono “ci volete impedire di tenere il crocifisso nelle aule” loro vedono semplicemente la cosa dalla libertà sbagliata (= basterebbe educarli -sono cattiva!): quel crocifisso non ci dovrebbe proprio stare, non va tolto, non andava proprio messo quindi levarlo è semplicemente un ripristino della situazione “normale”, giusta, libera.

 

Facciamo un esempio estremo: il negazionismo.

E’ giusto che i negaziosti esprimano le loro teorie (orrende) o è giusto che qualcuno gli impedisca di farlo?

Io sono per la prima, però potrei sbagliare. Sono per la prima tenendo presente però che chiunque deve rispondere responsabilmente di quello che dice, quindi se dai una visione della storia solo per ritornare a posizioni politiche incivili, inumane, orrende, poi devi anche essere considerato uno storico che non vale nulla e rispondere giudizialmente di certe tesi (nella misura in cui, ripeto, esse spingano a qualcosa di diverso che serie analisi di critica nei confronti delle ricostruzioni storiche).

 

Lo dico a parole diverse. Se uno studente di storia reputi che magari certi aspetti della Shoah possano essere rivalutati io non solo sono perché egli possa dirlo e farlo, ma sono anche, in linea di principio, felice di una analisi critica perché solo così ci può essere un vero progresso delle scienze storiche. Poi, se questo studente, oramai professore, non trova evidenze ma falsifica dati, scrive libri immaginari e tiene conferenze solo per esaltare una parte politica immonda allora deve rispondere di quello che ha fatto anche penalmente.

 

Certo è difficile, anche perché poi si rischia di cadere nel “tutti possono dire tutto”.

Io faccio fatica a pensare che un, boh, prete, possa dire, ad alta voce, che il rapporto tra due donne (o due uomini) sia migliore o peggiore di quello tra una donna e un uomo (o tra un uomo e una donna –non so, magari cambia quancosa), facccio fatica a pensare che si possa sostenere che ci siano razze superiori e razze inferiori, e certo vorrei provare a sostenere che occorrano regole e pene per simili delitti, però sull’altro lato mi rendo anche conto che non è una posizione razionale e quindi sensata proibire a priori.

 

Cioè, è vero che creare divieti uccide il buon principio della libertà d’espressione, ma è anche vero che se tutti i giorni su canale cinque viene fuori che “gli albanesi sono tutti ladri e vogliono conquistare l’italia”, mia nonna che ha 70 anni, una mia amica che solo la tv guarda, quella casalinga disperata e tante altre persone finiranno per crederci e pensarlo.

Finiranno per votare e votare male.

 

E lo stesso può dirsi del prete sull’altare, del vaticano, di questa politica scorretta di odio verso gusti sessuali differenti che la Chiesa Cattolica fa sempre.

 

Diffondere la non cultura, teorie false e di incitamento all’odio dovrebbe essere un reato ed essere punito dalla legge.

 

Non è che voglio dire che le “cattive opinioni” debbano essere dette solo sottovoce (e magari già da dentro una cella!) però non si può nemmeno sostente che chiunque abbia voglia di dire una cosa idiota la possa dire senza conseguenze.

 

In generale direi che io sono per la non “martirizzazione” di alcuna teoria, perché, pensando appunto che sono teorie false, poco fondate e assolutamente incivili, ritengo anche che più vengano manifestate più sia possibile dimostrarne la pochezza. Creare martiri, che è lo sport preferito di chi avendo teorie molto labili cerca di sviare l’attenzione, è inutile e controproducente.

 

Rientra in questo il mio personalissimo problema-Heidegger.

Heidegger è un tipo che scrisse delle cose che qualcuno definisce filosofia.

Forse da altre si direbbe che Heidegger fu un grande filosofo del novecento, anche se io mi chiedo, ogni volta che lo sento dire, come si possa definire, un uomo che aderì al nazismo, un filosofo, o meglio, un grande filosofo. Al massimo fu un nazista filosofeggiante. Trovo assurdo che mi si chieda di comprare un suo libro, lo trovo un insulto alla memoria, perché i nazisti sono feccia e lo rimangono anche essendo stati uomini intellettuali di un certo spessore, ammesso che si possa essere intellettuali di spessore e aderire al nazismo: le due cose non entrano un pochino in contraddizione?

 

Insomma, ci sono saggi moderni che attribuirebbero alcuni discorsi di Hitler a Heidegger, che parlerebbero della sua direzione di campi di lavoro e studio e io trovo filosoficamente controverso farne leggere il pensiero con così poca attenzione alla sua cattiva e distorta idea del bene: come può un uomo che ha aderito alla parte peggiore dell’umanità dire qualcosa di utile sul problema dell’essenza, dell’io? Come può un uomo che non ha capito nulla dire qualcosa di utile, in generale?

 

(Incredibile quello che mi invento, ogni pomeriggio, pur di non studiare eh?)

8 novembre 2010
518 Volevano una caciotta
Grandi giornate culturali a Roma di questi tempi.
Persino il cielo, ieri, ha scelto di far pausa dalla pioggia.
Io sono sostanzialmente in ritardo, ma la cosa mi sembra non faccia troppa differenza: conta lo spirito giusto, niente altro.
 
Naturalmente l’occasione per una simile mobilitazione di forze del panorama intellettuale mondiale, è quella rarissima (due volte all’anno, come minimo) offertaci dal derby romano, o anche detto, dello “scontro dei gladiatori”. Gladiatori dei nostri giorni, ovviamente, nell’olimpio-colosseo, con due schieramenti d’occasione (e eccezione) in campo: i celestini laziali dall’aquila addomesticata e i lupi del colle (sceglietene uno dei sette), tutti con le caciotte nelle borse.
Già, perché la pastorizia è nominata in  qualsiasi libro di storia romana e non vedo perché ce ne dovremmo privare in questi alti momenti calcisti, in cui la barbaria della prima Roma che vestiva pecore calde (“i sette re di Roma”, con Gigi Proietti, per maggiori informazioni), ritorna a farsi viva e forte come non mai.
 
Io lo detesto il calcio.
Se fossi presidente del consiglio (o, meglio, democraticissima dittatrice a vita) lo proibirei.
Secondo me c’è dell’ilare nel fatto che (ma parlo di laziali e romanisti che conosco, escludendo dal mio dire la facile tendenza a proverbializzare erbe a fasci –intendo dire che non faccio di tutta l’erba un fascio, ecco!) tutti gli amanti di questo calcio-mondezza siano “politicamente” per un rimpianto dei vecchi tempi, quando “tenevamo chiavi alle porte”, per capirci. Io ai vecchi tempi ce li farei tornare, con il sacrosanto obbligo di venir ad ascoltare i miei discorsi allo stadio, di domenica, alle tre di pomeriggio, altro che calcio.
 
Cancellando dalla faccia della terra il calcio forse si contribuirebbe anche a cancellare questo mondo alla “Lele Mora” che sguazza nella televisione e di lì dritto in politica. Smontando pezzo per pezzo questo circuito che mostra ballerine e calciatori, ma nasconde tangenti e interessi, forse si voterebbe diversamente, anzi forse, si inizierebbe a pensare diversamente.
Questo stato di cose gira a livello peninsulare, io direi che ha capitale a Milano (e d’estate in Sardegna) ma solo per motivi di posizione delle discoteche più rinomate, in realtà è un sistema che riguarda casa per casa entrando, la televisione, da tutte le parti. Purtroppo.
Ma a Roma, azzarderei, il problema non è solo questo ampio ed enorme del giro che dicevo lassù da qualche parte, a Roma il derby si concretizza in un circuito chiuso di ignoranza, violenza, cafonaggine e caciotteria. Non è così assurdo che io ci aggiunga “dio”, ed è vero che sono “di parte” (quella giusta però!), però è anche vero che non si può rinunciare all’evidenza. Per esempio su fb non c’è profilo recante scritte calcistiche sul derby (del tipo “IL VOSTRO SIMBOLO NON DOVREBBE ESSE L AQUILA... DOVREBBE ESSE IL SORCIO... ROSICATEEEEEEEEEEEEEEEE”, da un romanista ad un laziale) che poi non abbia scritto, precedentemente, cose come: “se ci credi condividi”. Ora, non tutti i cattolici-cristiani sono del genere tifo calcistico-ingnoranza
ma tutti quelli che tifano (del tipo ingnoranza dico, non del tifo generale) sono anche cristiani-cattolici.
 
Ho tentato di estraniarmi e nascondemi ieri ma senza successo, perché i tifosi, a ben guardare, sono proprio vicino a te.
Ero a casa, qualche parente e qualche amico, niente di più e ho sentito gente litigare per la partita.
A un pranzo “di famiglia”?
Poi sono uscita e ho sentito gente litigare.
Per strada?
Allo stadio qualcuno è sopravvissuto? Io sono parecchio cattiva, ma non credo sarebbe una così grande perdita per l’umanità.
 
Comunque sento parlare di questa partita ancora oggi, anche all’università. Una lezione che credo avrebbe smosso anche il più caparbio imbecille (sulla probabilità dei miracoli, per inciso) e che, al termine, mi ha lasciata quasi sensa fiato e loro, i cretini, lì a dire quanto è bello vedere i laziali (o i romanisti –chissenefrega) a mangiarsi le mani.
 
Concludo con una conclusione. Io non ho  assolutamente niente contro quelli che amano la sana competizione sportiva, anzi, trovo che lo sport racchiuda qualche cosa di “salva-vita” per chi riesce a vedercelo, qualcosa che ha a che fare con “il movimento”.
Ricordo una pagina di “l’eleganza del riccio” in cui la protagonista annota tutto “il senso della vita” (riassumo io ma è più complicato di così!) che c’è nella perfezione del movimento (mi sembra stesse vedendo delle tuffatrici, mi sembra).
 
Forse anche in un goal può esserci questa attenzione al movimento (io non lo so) quello che è certo, è che se il calcio continua a essere il mondo degli ignoranti sarà sempre più difficile che ci si ponga anche solo il dubbio.
 
In una parola, mi avete rotto le scatole a strombazzare clacson per tutta la notte solo perché chissà chi ha vinto il derby!
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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

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Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



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