.
Annunci online

LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
18 aprile 2013
Sole fuori e noia dentro decidono che lei uscirà. Si lava, veste e controlla i capelli. Si guarda allo specchio. Infila dei libri, un telo e una bottiglia d'acqua nella borsa dal colore viola indefinibile. Si allaccia le scarpe. Molto nere, che ha comprato proprio per comodità. Mette la...

Questo Post continua su webnode. Per leggerlo basta cliccare sul titolo.



27 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconti isterismi scivolare munch pittura nero

permalink | inviato da LadyMarica il 27/3/2013 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
21 giugno 2012
Ultima impresa senza "tremolazione"
Solitamente non sono molto soddisfatta dei 30 che prendo all’università. Il più delle volte sono convinta di essere simpatica, e non competente. Il più delle volte mi dico che comunque ci manca la lode. Il più delle volte sostengo che io quel 30 non me lo sarei data. Con l’esame di ieri, invece, posso decretare il mio primo 30 soddisfatto.

Occorre raccontare perché.    

Siamo partiti malissimo. E che senso abbia dirlo quando ho già distrutto tutta la suspense nell’incipit stabilitelo voi.
Ora dell’esame 9.30. Arrivo in facoltà alle 9.25 convinta che comunque i professori inizino gli esami con quel giusto tempismo del ritardo, tanto perché chi non terrorizza si ammala di terrore.
Cerco il nome della materia che voglio dare sul tabellone per capire in che aula passerò il giorno.
Sul tabellone ovviamente il mio esame non esiste.
Provo a gettare sguardi e a capire senza dover chiedere niente a nessuno: non amo socializzare, non amo socializzare quando sono nervosa, non amo socializzare chiedendo le cose. Alla fine mi arrendo alla limitatezza del mio intuito e mi getto in un passante-informatore che dà la risposta giusta.
Bene, grazie, 30.
Arrivo nell’aula contrariata dal mal funzionamento universitario. E scopro che il professore ha già fatto l’appello e se ne è andato a prendere un caffè. Pazienza. Mi siedo ed aspetto. Ma non faccio a meno di masticarmi il fegato pensando al perché diamine mi fanno fare una prenotazione online che non ha alcun valore se poi mi devo registrare un’altra volta su un foglio di carta. E questo sarà, diciamolo, il pensiero dominante della giornata.
Quindi arriva il professore io, timida e carina (?), mi avvicino per chiedergli di iscrivermi su quel tecnologissimo pezzo di carta. Lui mi guarda e già mi sta antipatico dicendo: “signorina, lei è in ritardo”. Io gli dico che credevo l’esame fosse alle 9.30. Lui guarda l’ora. L’orologio mi dà ragione e lui, contrariato, mi dice: “sì, è in tempo. Ma la segno all’ultimo. Non farà l’esame prima dell’una”.
Gli sorrido pensando “fanculo-sticazzi, quello che mangerà tardi sei tu, io ho smesso con questi vizi animaleschi.”

Quindi mi metto in pace. Non l’anima, decisamente tutto. Vado al solito bar dietro casa mia, quello con la puzza di marcio ma il barista carino pensando che me la sfogherò con lui. Invece lui non c’è (disdetta) quindi mi prendo un caffè e mi studio tutto quello che avevo saltato. Non vi cruccio sui tediosi argomenti più politici che filosofici che mi sono dovuta infilare nel cervello in quelle due brutte ore buttate.
Poi torno in facoltà.

Mi siedo anche se ogni 20 minuti, forse meno, esco a fumare. Vedo scorrere tempo e ragazzi, sono le 14.30 quando finalmente sento fare il mio nome.
E solo a quel punto scopro che è un esame diviso in due parti. Pure.
Il tipo che ho di fronte, un assistente, ma comunque anziano, del professore, è molto gentile. Mi guarda il libretto, mi dice che sono brava, nota l’agitazione mi fa domande sceme. Solo che è distratto, non mi guarda, mi ascolta poco, non mi lascia parlare. Io avevo organizzato dei discorsi in maniera precisa, se mi interrompi mi sballi tutto il giro.
Mi fa solo due domande e mi dice: “le cose le dovresti approfondire”.
Sintetizzo il mio secondo sticazzi-fanculo della giornata. E bollo la mia prestazione come fallimentare. Inizia qui il solito monologo autodistruggente interiore: “brava marica, come puoi ben vedere hai sempre avuto ragione tu: i 30 te li regalano! E’ chiaro che hai delle conoscenze marginali e poco approfondite, finalmente qualcuno te lo ha detto!”.
Non faccio in tempo a finirmi la critica poco costruttiva che sento il professore comunicarci che è meglio se facciamo una pausa. Una pausa? Sono le tre, io vorrei andar a casa.
Solo un fanculo stavolta, sticazzi proprio no perché mi importa. Esco a fumare.

Non mi accorgo che mentre io fumavo, il professore aveva chiuso l’aula a chiave: non sia mai che qualcuno rubi la polvere.

Quindi rimango fuori e i libri, che avrei distrutto cercandovi ansiosamente risposte senza registrarle nel cervello, rimangono dentro. Forse la fortuna è dalla mia.

Dico addio ad ogni possibilità di recuperare nella seconda parte. Mi do bocciata. Peggio, mi do per scacciata dall’intera facoltà di filosofia, vista la mia limitatezza conoscitiva. E mi tranquillizzo immediatamente.
Non me ne sono andata a casa solo per non creare impicci burocratici. Avrei fatto la seconda parte serena nel sapere che mi sarei ripresentata, volontariamente, la sezione successiva.
Quindi mi tranquillizzo. Mi sembra come di aver finito l’esame, non so se mi spiego. Provo la stessa sensazione di calma e di peso tolto che provo in genere a prova finita.

Sopravvivo la pausa e mi ripresento 45 minuti dopo in aula, sudata, sporca e con una faccia stanca. Mi siedo e aspetto che i 5 ragazzi prima di me concludano la loro sorte. Ed è alla prima ragazza in questione che la mia idea del fatto che oramai mi boccerà/ò si fa realtà.

La tipa mi colpisce per un dettaglio: ha una maglietta indosso che dice “sono stronza, embè?”.
Si siede e mi sembra preparata. Il professore verso la fine di 30 minuti d'agonia le fa una domanda semplice, fondamentale direi. Lei si incasina e la situazione peggiora e precipita a un ritmo meravigliosamente armonico. E' un crescendo di tragedia: appunto tragico, appunto incantevole. E' anche l'esplicazione di un dato incontrovertibile: più stai andado male più peggiorerai; al peggio fine non c'è.

Il professore, che non brilla di simpatia, come oramai abbiamo capito, le dice che la ragazza sembra non aver capito nulla. Lei si giustifica dicendo che è l’ansia. E io, francamente, ci credo. Anche se, ma questo è un consiglio, potresti evitare magliette tanto idiote per dare gli esami. Lui, forse abbastanza scazzato, le dice che questa è una facoltà di filosofia e non di psicologia (ricordatevi questa frase per il futuro del post) e che lui la giudica sui concetti e non sulle emozioni.
Bel discorso, molto sensibile. Finisce che si accordano sul disaccordo e che lei tornerà il prossimo appello.

Chiaro che a quel punto mi dessi ancora più per bocciata no?
Insomma, tutto ciò porta a una sola cosa: quando arriva il mio turno sono la più tranquilla e serena del mondo. Infatti mi siedo e non provo la benché minima emozione. E io, ricordiamolo, sono quella che entra e esce da una aula tre volte prima di riuscire ad aprir bocca.

[e siccome sono anche pignola, vi invito a leggere come era andato l'esame precedente
cliccando qui]

Lui mi guarda, non dice nulla di interessante e inizia a chiedermi. Mi chiede di leggere un passo ad alta voce. E se c’è una cosa che odio è leggere a voce alta, ma sono così tranquilla che lo faccio come se stessi leggendo un testo teatrale, con le pause che non so nemmeno io dove ho tirato fuori.
Mi fa qualche domanda sulla cosa letta, mi fa domande più in generale, io semplicemente gli dico quello che so, senza stare a pensarci troppo. Tiro fuori persino un argomento, involontariamente, e lui ci infila il dito, tanto per sperare di beccarmi in fallo. Peccato non ci riesca: mica perchè sono brava, solo perché è il mio filosofo preferito. Alla fine mi guarda, non accenna all’unico testo di cui non mi ha chiesto nulla e se ne esce con la frase che mi ha costretta a sintetizzare un ultimo fanculo-sticazzi: “signorina, le metto 30 anche se lei è troppo sicura, la invito ad essere più tremolante”.

E' diventata, improvvisamente una facoltà di psicologia?

La prima considerazione che mi viene in mente è istintiva ma spicciola: come si fa a non capire così niente di chi hai di fronte e dirlo così ad alta voce? Per carità, lui ha diritto alla sua impressione sbagliata ma mi sarei aspettata che un professore così anziano avesse più occhi e meno voce. Io, dico la verità, e l'ho detto anche a lui, prendo la "troppo sicura" come un complimento: essere presuntuosa, dopo l'essere magra, è la mia aspirazione più grande.

Meglio tacere e sembrare idioti che aprir bocca e togliere ogni ragionevole dubbio (cit.). E’ la seconda considerazione che invece voglio proporvi. E’ dalle 9.30 di mattina che mi massacri facendomi aspettare e dandomi di una che “dovrebbe approfondire” e che "è in ritardo" e non vuoi che mi sia oramai messa l’anima in pace?

La terza e ultima considerazione invece è molto meno citazione da Oscar Wilde e anche molto poco lady: non è che perché mi metti 30 a fanculo non ti ci manco dal corridoio eh?!

30 agosto 2011
638 Finalmente sceglierai

Galleggiare nel nulla non è come sentire solo il nulla intorno. Perché quando galleggi in qualcosa hai sì la percezione di quello in cui galleggi, in questo caso del nulla, però senti anche te stesso, il tuo corpo, il tuo esistere e lo senti, esattamente, nella differenza rispetto a quello in cui sei immerso. Senti nel nulla il tuo esistere e quindi già qualcosa rispetto a proprio niente.

 

Magari questo discorso vale per tante cose in cui si può galleggiare, quello che non consiglio è di far una prova con la merda: in quella puoi si avvertire i confini solo finché l’odore non inizia a far parte di te.

 

Una parentesi, senza parentesi, poco fine ma necessaria.

 

Non so da dove iniziare in effetti.

Sono in fase di cambiamenti e risoluzioni definitive: attaccatevi ai corrimano che quelli ho deciso di non tirarli via. Ho preso una decisione (sul serio?) che io considero decisamente importante a cui non avevo pensato preventivamente e per la quale, certo, non avevo scelto una linea d’azione.

 

E così sono caduta nel nulla. Nell’aver scelto il nulla. Ma non annaspo, non affogo, non mi schiaccia. Come da apertura io ci galleggio.

E in quel galleggiare mi è come sembrato di ritrovarmi. Ma nemmeno. Di incontrarmi improvvisamente e non esserne particolarmente dispiaciuta. Tipo far due chiacchiere con qualcuno che non vedi da tanto e alla fine delle chiacchiere chiedersi “ma perché avevo smesso di frequentarlo?”.

 

Sarei serena.

Ma prima di dichiararlo senza il condizionale aspetto l’ondata di malinconia e dolore che la mia scelta, spontanea, quindi non realmente scelta ma che non potevo evitare (ed è questo che la rende, in un qualche senso che lascio a voi, più definitiva di una qualsiasi scelta razionale) porterà.

Non può non succedere.

 

Vediamo se riesco a dire qualche fatto e non solo giri di parole.

E’ stato un quasi dire di no (o senza il quasi?) al rapporto complicato e con poco futuro che negli ultimi mesi mi ha resa felice. Se non in linea continuata, felice, almeno a picchi alterni. Al rapporto che mi ha, forse senza saperlo, cambiato la vita.

 

Anche l’uscire di casa cinque minuti prima o cinque minuti dopo “può cambiare le sorti della vita” in un innescarsi di conseguenze ma in questo caso le conseguenze che l’adrenalina, il piacere, l’attenzione, il batticuore, l’emozione che quel rapporto mi dava hanno dato la spinta che mi serviva per far una cosa che da sola non riuscivo a fare.

 

L’essere riuscita, nonostante il terrore che ancora ho di pentirmene, a comunicare la mia volontà di fermarmi anche all’altro mi dà un qualche grado di soddisfazione, devo dire. Nonostante le lacrime che mi sono sforzata di fermare ma che non riuscivo a non versare e il dispiacere per non essere stata chiara un po’ prima di quel momento.

 

Lui ha avuto la reazione più elegante del mondo, ma ovviamente non mi aspettavo altro. E mentre io farfugliavo che non capivo perché proprio in quel momento, proprio dopo aver insistito io, tanto, per vederci non riuscissi a trovare un senso a quella relazione, a quei baci, a quelle carezze, lui, tenendomi il viso contro il suo petto, mi ha detto che semplicemente ero cambiata e soprattutto era cambiato quello di cui avevo bisogno.

 

E’ una realtà.

 

A marzo (scrissi questo per dire quanto era immensa la cosa per me), quando mi ha baciata la prima volta, avevo bisogno di tutta quell’adrenalina, di tutta quella vita, di quello scossone immenso nella mia esistenza serena. Quello che lui mi dava, quel tira e molla, quei baci rubati all’orologio erano esattamente l’incentivo per migliorare volta dopo volta.

 

Oggi una fetta biscottata con la nutella ogni tanto (il rapporto di cui sopra) non mi basta per stare bene, mi serve latte e cereali tutte le mattine.

 

Mi dispiace, devo dire, essere diventata così più consapevole (la consapevolezza è il male del mondo), però è così. Quello che voglio ora, di cui ho bisogno ora per sentirmi bene è conoscenza, lentezza, tempo a disposizione, presenza, rapporto reale, condivisione. Con l’aggiunta di adrenalina, ovvio, ma non quella e basta. E se non posso averlo, se non trovo quello, credo di poter benissimo scegliere (come da titolo) di star un po’ sola con me, attualmente tutto questo schifo non me lo faccio.

[A settembre, tornata da Berlino, prometto che questo blog tornerà ad avere una vita decente. E se non ci riuscissi lo sopprimerò premendo il pulsante di autodistruzione per tentare di fargli fare una fine gloriosa e non continuare a distruggerlo con le mie minchiate.]

13 agosto 2011
633 Alle 20 tre respiri. Ma brevi

Così oggi pomeriggio ancora in lacrime, ancora lacerata dal vuoto cosmico, ho deciso di telefonargli. Ho preso il coraggio, ho pensato positivamente che un limite al peggio c'è, ho composto il numero e l’ho chiamato.

Ma questa è la versione da Gossip Girl.

 

In realtà la faccenda è stata molto meno istintiva e ganza. Mia madre, stanca di pianti isterici e debolezza mortale, mi ha quasi messo il telefono in mano con il numero composto dicendo che o lo chiamavo subito o lo avrebbe fatto lei. Ed io pur di non farmi prendere in giro dall’uomo fino all’eternità ho chiamato. Incredibilmente lui si ricordava di me. E già sentirgli dire “mi ricordo perfettamente” mi ha scaldato il cuore. Poi abbiamo fissato un appuntamento per venerdì prossimo.

Solita ora, solito luogo, solita tariffa.

E mi sento molto più leggera a pensare che mi siederò di nuovo sulla sua sedia, lui mi guarderà con gli occhi azzurri e mi chiederà cosa c’è che non va. Io piangerò anche tentando di non farlo, lui guarderà l’orologio e mi dirà “ci rivediamo venerdì prossimo”. Gli darò 50 euro prendendo per me la convinzione di essere stata ascoltata. Ma che dico, anche capita!

 

Eppure mi sento meglio veramente. Ancora non alleggerita dei 50 euro ma meglio. Sembra come di poter tornare indietro di mesi e mesi, a quando ero, almeno, tendente alla felicità. Oh sì, perché c’è stato un momento in cui lo ero. Quello che mi fa sorridere è che se avessi potuto esprimere un desiderio allora mi sarei chiesta più vicino ad oggi, senza sapere che poi avrei, oggi, desiderato assolutamente tornare indietro.

 

Poi sono stata felice, veramente, almeno per qualche tempo. Forse una settimana. Molto felice. Periodo di massimo splendore. Ma più in alto vai e più cadere fa male. E questa si chiama banalità.

Ora ho paura, costantemente e di tutto. Sull’idiotissimo piano sentimentale, temo di affezionarmi a qualcuno che non può darmi certezze. Cosa decisamente comune (oltre che giusta): nessuno può darmi certezze prima dell’affetto o anche solo prima di un po’ di conoscenza come io vorrei. Già la sicurezza del dopo è una finzione, figuriamoci quella del prima.

 

E’ come sempre colpa dei miei: non hanno stipulato il contratto di matrimonio alla mia nascita con uno sconosciuto. 

 

I perché io, che ero quella che blaterava di tranquillità, coppie libere, l’agnosticismo dell’amore, il sesso facile e tante altre cose, sia caduta in questo terrore, li conto più o meno tutti ma metterli in ordine, tirarli fuori e restarli a guardare, con l’aiuto di doctor (che è uno psicologo se non lo avessi spiegato bene) non può che farmi bene. E forse potrei riuscire a capire il perché di questa ansia, senza motivo, che mi prende pensando alle cose più strane.

Sono arrivata ai livelli massimi: mi ci sveglio certe mattine che credo di non poterne respirare.

 

Qualche sera fa parlavo con un ragazzo in fb. Oramai la chat di fb è casa mia. Non so perché gli ho detto una cosa che non dico mai a nessuno, una cosa molto personale, fisica, che mi riguarda. E lo conosco veramente pochissimo. E lui ha detto “per aver fatto una cosa del genere devi aver i coglioni!”

Intendiamoci, io non volevo gratificazioni, non ero alla ricerca di consensi, ammetto che lo so da me che è una cosa impressionante e piuttosto difficile e che ad averla fatta da sola, con la mia sola forza, proprio uno schifo non sono, però sentirlo buttato lì, sentito messo così senza abbellimenti, senza riflessioni su “come, quanto e quando” o su “sano, non sano” mi ha fatto effetto. Come mi avesse suggerito che sì, non ho solo rimediato alla mia stupidità, ho fatto qualcosa che magari non tutti riescono a  fare.

 

Quindi ho i coglioni, mi va bene, però anche l’ansia da cambiamento, o per meglio dire, una totale perdita delle priorità. E’ come se improvvisamente io non sapessi più cosa volere e lo volessi tutto insieme, velocemente. Voglio divertirmi, conoscere persone, sempre più persone e allo stesso tempo voglio essere considerata quello che ero prima e apprezzata per quello e solo quello. E’ ambivalente e complicato.

 

Quindi stasera, ultima botta presa e portata a casa (non ne vorrei parlare, non ancora, se permettete) ho stilato un programma.  Programma che mi vedrà morta e che gestisce ogni mio movimento dalla sveglia, passando per la doccia e per il primo caffè. Un programma scritto veramente eh, tipo per bambini con problemi comportamentali/mentali.

Il programma include una sveglia delle 7 precise ogni mattina, un’ora di corsa (sperando sia l’orario giusto stavolta) poi una doccia e un caffè. In seguito prevede altre attività che variano di giorno in giorno (adesso ricordo un centro estivo -o sociale?) e cercano di dare tempo a internet sì, ma poco, sempre meno, quasi a disintossicarmi. Il tempo per la scrittura, invece, è garantito dai diritti civili.

Il programma prevede persino 15g di nutella quando il mondo sembra distruggermi: 80 calorie per un po’ di felicità.

Lo so che è quasi folle oltre che molto maniacale ma è l’unico modo per salvarmi, per cercare di mandar via un po’ di ansia o almeno l’ansia del fare. E in più il cercare di regolarizzare tutto dovrebbe aver come scopo anche quello di ricordarmi di studiare quando ho finito con le crisi isteriche e i messaggini da adolescente sul telefonino.

 

Agosto non è il mese giusto per la rinasciata, ci vedo meglio settembre, il settembre che ricordi la scuola. Però, intento, possiamo far esercizio.

6 agosto 2011
631 I deliri di non sabato sera

Tra le notizie di assolutamente inutile rilevanza dobbiamo dire che per la prima volta da quando mi ricordo ho corso, per strada, con dei pantaloncini corti. E il “risultato” non è nel progresso del permettersi o meno un indumento ma è nell’aver iniziato a pensare che bene o male quello che altri potrebbero pensare di me vedendomi è infinitamente relativo in quanto “magari qualcun altro potrebbe pensare l’opposto”.  Io che sono pro perfezione estrema che annulli difetti e diversità. Vabbe'.
Sentire l’aria fredda sulle cosce scoperte per l’oscillazione della stoffa durante la corsa è una bella sensazione. Ha lo stesso grado di piacevolezza dell’acqua calda sulla schiena.

 

Passando ad altre notizie inutili, e stasera piuttosto inacidite da una nuova apparizione della sottostante Angelica (la ex del tipo con cui esco attualmente tipo che, tanto per dirlo, mi piacerebbe pure, povera me), quell’uomo mi mette pensiero.

Mi vuole “leggere”.

E già mi sto chiedendo perché non desideri, che ne so, baciarmi. Forse si può dire a una ragazza “vorrei leggerti” ma non le si può dire “vorrei baciarti”?

Sì, mi convinco che sia così.

Quello che mi preoccupa del “vorrei leggerti” è che implicitamente ci sarà un giudizio. Suvvia, non si può leggere senza giudizi, dovrebbe essere almeno proibito. “Voglio leggere la filosofa che so essere in te”. Mio dio, e se non c’è? Non viene fuori quando glielo dico io, quella viene fuori (ma non è una “filosofa” è solo una persona strana) solo quando non dovrebbe venir fuori. L’altra sera per esempio con due amiche nonostante io mi fossi, già da casa, programmata in modalità “chiacchiere sugli uomini” me ne sono uscita col Leviatano passando almeno sette minuti a spiegare cosa sia e tanti eccetera. E vero che me lo avevano chiesto ma è pure vero che potevo evitare. E invece Leviatano. Che poi diciamocelo, non sono brava in filosofia politica: non ho ancora dato l’esame e me lo prometto sempre.

 

No, ma questa descrizione è fuorviante. Sembra sia una bella cosa, quasi colta. Invece è solo stranezza all’ennesima potenza. Potrei far l’elogio della mosca o scrivere un libro sulla brocca alla Simmel, che ne so, robe strane, non colte o interessanti, solo strane.

 

Quindi mi domando cosa potremmo fare se, un giorno, mentre cerchiamo la filosofa che c’è in me non la troviamo. La scena mi ricorda un improvviso rendersi conto, già mezzi nudi, che mancano i preservativi. Non è una situazione simpatica.

 

Ora che ci penso, dovrebbe esserci una regola che obblighi gli uomini a parlare delle ex solo dopo un certo numero di baci. Sul numero di baci sono ancora indecisa, non sono tanto dittatoriale, possiamo accordarci.

 

Oggi un bambino di 8 anni mi ha chiesto di fidanzarmi con lui. E’ stato tremendamente dolce finché non ho avuto la sensazione che mi abbracciasse per toccarmi le tette. Quel poco presente, certo.

Mi risparmierei i problemi sulle ex, questo sì, ma forse sarei moralmente nonché giuridicamente condannabile.

 

Che poi la ex non è un problema perché è ex. Semmai quella è l’unica cosa positiva. Il problema è che la nostra ex (l’ho adottata) è tanto presente che il tipo, il lettore audace insomma, sente e vede più lei, attualmente, che me.

 

Guardo l’orologio e penso che a quest’ora dovrebbero aver staccato. E se ci aggiungo “insieme” quasi devo riconsiderare il mio “la gelosia è una roba da insicuri”. Anzi no, non lo riconsidero. Vi dirò, sono d’accordo con me, è una roba da insicuri. Ma perché, io che sono?

 

Da voci di corridoio pare che pecchi di troppa galanteria. Sempre il tipo, sempre nei miei confronti (non con la ex). Stando invece a quello che sento io, sento senza orecchie dico, direi che mi riserva il residuale delle sue attenzioni. E aggiungerei che ha pure ragione. Ed è per questo che non mi decido definitivamente per la seconda versione (che poi è la mia) perché io sono insicura, tragica e molto greca.

 

Comunque è una frequentazione a cinque comprendendo Angelica (sempre la ex). Perché lui si confida col compagno di mia zia (lavorano insieme –sì, brava Marica, continua con i dettagli. Il giorno che capiterà qui sarà morta). Mia zia fingendo malissimo disinteresse chiede informazioni sul ragazzo o su quello che dice al compagno su di me e poi, senza dirlo in giro, mi riporta il tutto. Così non solo fraintendo da sola quello che mi dice, fraintendo anche quello che non mi dice direttamente.

Poi credo lui abbia un’idea distorta di me. Più di qualcosa (non vi faccio l’elenco) deve averlo spinto a pensare che se non ha 5 ore di tempo e 100 euro non ci si possa vedere nemmeno. A me piacerebbe un termos con dentro del caffè e una vista naturale qualsiasi. Ma a spiegarlo si perde tutto il senso. E non perché io sia una ragazza semplice e solare (se lo fossi farei un provino a uomini e donne) ma semplicemente perché adoro il caffè e il senso di meraviglia lo percepisco unicamente in ambienti naturali.

 

Altra cosa che mi preoccupa è il suo avermi detto che la prossima volta vorrebbe gli parlassi ininterrottamente delle cose che amo. Quando me lo ha detto io mi sono trovata a fronteggiare la mia totale vuotezza. Cos’è che mi piace, francamente, non l’ho mai saputo. Ho avuto l’imput di rispondergli la verità ovvero che non lo so e che mi riservo di decidere per gli ottantacinque anni (cit.) ma di fronte ai suoi diecimila interessi mi sembrava una risposta non troppo intelligente. Vera ma poco intelligente. E quello mi pensa intelligente, figuriamoci.

Più che dargli cose mie, le cose che amo io, che poi variano col tempo, vorrei mi desse lui le sue. Tutte e dettagliatamente.

 

Io nelle relazioni (ma non solo di tipo sentimentale, direi che vale in generale) provo interesse in misura direttamente proporzionale a quanto c’è da succhiare.

Sì, il verbo è provocatorio, lo capisco, però mi piace. Sempre il verbo dico.

 

Più una persona ha da darmi le cose che gli piacciono e più io quelle cose non le conosco più il mio interesse verso le cose e verso la persona stessa aumenta. Succhio finché ce n’è. E finché c’è da succhiare la relazione è in ottimo stato. Sembra che il sesso sia la chiave di tutto anche quando non lo è.

 

Diciamo che è quando queste cose “da imparare”, se succhiare vi ha stufati, finiscono che la mia relazione con quella persona perde, e di parecchio. Devo essere afflitta da qualche sindrome psicologica strana. Le allieve che si innamorano degli insegnanti, ecco, una cosa così.

Se un uomo non può insegnarmi niente allora ho già perso interesse.

 

Il lettore audace ancora non si è palesato in fb stasera e oramai la vedo dura. Io già me lo vedo a letto con Angelica, padre di quattro figli che se la sposa.

Amen, vado a letto anche io. Da sola però.

7 giugno 2011
613 Aderite numerosi

Oggi sono preoccupantemente serena.

E la condizione mutabile non è nell’avverbio.

 

Il problema, che in un gioco di assurdi minaccerebbe tale condizione, è che il motivo della sopraggiunta serenità mi sembra chiarissimo: ma perché insisto a farle cose che so non farmi bene?


Oltre alla solita componente masochista deve esserci una fottuta motivazione psicologica.

Stanotte nel mezzo di una crisi isterica che definirei la peggiore fino ad ora (ma di tutte dico “la peggiore” e vista la comunque sopravvivenza mi accorgo che tanto “la peggiore” non sono state), mi sono scritta un biglietto.

 

E siamo già a i biglietti della follia, in questo ho preceduto il mio Nietzsche, anagraficamente parlando.

 

In realtà con i bigliettini ho iniziato al liceo e per motivazioni funzionali: a quel tempo la pazzia non c’entrava molto, ero una persona quasi normale.

Ero normale ma svampita e quindi solo in piena notte mi facevo venire in mente che dovevo assolutamente ricordami il vocabolario di latino (o nella sfiga di greco) per il compito in classe del giorno dopo. Quindi, invece di farmi una rampa di scale nel gelo delle notti invernali, me lo scrivevo su un foglietto che poi mettevo in qualche posto sicuro.

Il posto più sicuro era l’armadio ovviamente perché a meno che di non andare a scuola in mutande avrei sicuramente letto il biglietto. La sicurezza aveva addirittura una doppia chiusura perché nella malaugurata ipotesi fossi andata a scuola in mutande non mi sarei certo dovuta preoccupare di essermi dimenticata il vocabolario.

 

Diciamo che la storia è trascesa un po’ nella follia quando ai bigliettini per ricordarmi di prendere qualcosa ho iniziato ad aggiungere consigli di ogni sorta.

Sì, mi scrivevo consigli derivanti dalle notti proverbialmente consigliere.

Okay, forse iniziava a vedersi il gene del cui risultato potete vedere le manifestazioni oggi.

 

Sul biglietto della follia di ieri notte non c’era scritto nessun confusionario “PRENDI IL” (confusionario perché IL sembra ma non è un articolo: è il nome del dizionario) ma un perentorio e consigliato “chiamalo”.

 

E quel "lo" si riferisce (ma sto migliorando, in tempi passati avrei specificato essendo poco sicura di riuscire a capirmi) allo psicologo perché sarebbe il caso, ma seriamente, di tornarci. E pure di corsa.

Stamattina ovviamente non ho dato retta alla me scritta e non l’ho chiamato.

Intanto perché me ne sono andata in modo pessimo dicendo che l’avrei richiamato passato il periodo degli esami (novembre scorso) senza farlo e poi perché dovrei spiegargli cosa non va e non muoio dalla voglia di dirgli qualcosa come “salve, ho problemi con il sesso anale, gli uomini sposati e la zooerastia. Ma solo se non fumo cocaina”. Che posso farci, ho anche io un limite di dignità.

 

Non vi fate brutte idee su di me, non pratico queste cose (non separatamente almeno), facevo solo esempi dimostrativi del perché uno potrebbe aver bisogno di pensarci a certe telefonate.

 

Avrei deciso di concentrarmi su due cose passato l’esame di etica e spero anche un po' di isterismo. Sempre che l'esame non mi uccida. Ci sono probabilità se devo realmente conoscere anche l’esegesi di Heidegger su Nietzsche. Scusate questa è una divagazione ma non ho mai letto niente di meno comprensibile (forse Gadda?) di Heidegger: lui dovrebbe andare in analisi, ha dei problemi.

 

Comunque dicevo della mia concentrazione (estiva sicuramente per il resto vedremo) su due cose: il tedesco e i matrimoni.

 

Col tedesco ho intensione semplicemente (?) di impararlo (ma ce l'avevo già da novembre la bella intensione). Sembra una lingua ostile in effetti ma mi pare mi si adatti meglio dell’inglese (lingua dissoluta per eccellenza!). Oddio, non impararlo in un’estate in effetti ma dargli qualche colpo qua e là per iniziare.

Sembra sempre che io parli di sesso, incredibile.

 

Il secondo fronte di azione saranno invece i matrimoni. Quanti più possibili. Anzi, parte la campagna ad adesione gratuita: “se ti sposi invita anche ladymarica”. E aggiungo a titolo personale: “ho già comprato le scarpe giuste!”.

Questa inclinazione ai matrimoni nasce dal fatto che ho scoperto che sono i luoghi al primo posto in cui si può rimediare qualche flirt o in alternativa del sesso facile e nonostante io sarei interessata alla prima soluzione non scarterei a priori nemmeno la seconda.

 

E flirt non significa storia seria, flirt significa fermarsi poco prima delle complicazioni. Vi stupirò (non tutti) ma anche poco prima del sesso.

Ho letto chissà dove una massima con le nespole. Una storia d’amore è come una nespola: tranne che per il primo morso (il flirt appunto n.d.r.) poi stai tutto il tempo a sputare noccioli.

E francamente passare tanto tempo a sputacchiare in giro non solo non è elegante ma è anche rischioso perché può capitare che un osso che non hai sputato ti rompa un dente.

 

E trovare un altro fidanzato col dente rotto poi diventa più difficile. Togliendo l’estetica è una metafora sulla serenità, non sugli uomini, ma non so quanto chiara.

 

Bene. Quindi mentre aspetto gli inviti ai matrimoni (per il momento solo uno) vado a cercare di capire che razza di differenza ci sia tra essenza, essere, esistente ed essente. A parte le differenze grammaticali, immagino.

sfoglia
  

Rubriche
Cerca
Feed
Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.
Curiosità
blog letto 1 volte


 

Scrivi per qualsiasi stramberia a
unimarica@hotmail.it

 

 

Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE