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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
23 aprile 2013
(cit.)

Però, per il seguito e l'inizio di questo post dovete cliccare, se vi interessasse dico, sul titolo perché il cannocchiale mi sa che è morto. O circa. Ma Lady Marica ancora no.
8 ottobre 2012
Stazione Termini
Domenica pomeriggio. Libreria della stazione Termini. Quanti appuntamenti ci avrò dato? E stavolta lo hanno dato a me. Lì, tra quelle pile di libri tutto sembra più sicuro. Il piano di sotto è un orgasmo di precisione, tutti i libri sono disposti per argomenti. Religione, filosofia, cucina e botanica, erotismo, poesia e critica letteraria, fantascienza, mediciana e astrologia, informatica, fumettistica e musica. Non manca niente. Riesco anche a non sentire nessun tempo scorrere leggendo i nomi di tutti quei testi. Mi concentro sui classici filosifici perché so che quelli non mentono. Se vedendo un titolo come "il vangelo segreto di Tommaso" si può avere la malsana idea di acquistare uno scoop esclusivo, senza pensare che i segreti difficilmente escono in volumi economici edizione grande casa editrice, vedendo un titolo come il "Teeteto" (un dialogo platonico) non si ha alcun abbellimento pubblicitario, lo si compra senza sapere, se già non lo si conosce, e si è pagato dieci euro, circa, per qualcosa che non finirà mai.

Domenica pomeriggio. Stazione Termini. Mi piace la stazione di Termini, a Roma, è un così grosso colplesso, per lo più turpe, ed ospita un così grosso assortimento di persone da assorbirmi quasi completamente. Li guardo, li penso, mi immedesimo e prendo le mie distanze.
Ci sono parecchie donne in gonna con le calze. Ottimo, penso. Giravo per Roma, in questi giorni, notando che sono l'unica, o quasi, a mettere già calze sotto la gonna. Io amo le gonne e francamente amo anche le calze. Se c'è una cosa che mi piace della mia ritrovata me è la femminilità. Però non sono una che si intende di moda quidi avevo iniziato a pensarmi ridicola, fuori stagione volendo.
C'è un senza tetto con una grossa croce al collo. Accendo la sigaretta. Fumo e penso alla croce, fumo e penso all'inutilità di dio, fumo e penso a quanto si debba essere ostinati per credere a dio e dormire sul marciapiede, fumo e penso che invece di credere avrebbe potuto.
Interrompo il pensiero sul cosa avrebbe potuto: forse non lo so, forse mi sento cattiva, quasi come quelli di destra (e io sicuro non lo sono), forse mi censuro. Fumo e vedo una ragazza avvicinarmisi. Interrompo ancora i miei pensieri per chiedermi chi sia e cosa voglia. Poi lei si appoggia solo vicino a me, io la dimentico, senza trascurare di notare la sua magrezza, e torno a guardare la mia gente. Fumo e vedo un paio di pantaloncini bianchi, altezza sedere (o bassezza?) passarmi davanti. Fumo e penso che se fossero stati poco più lunghi mi sarebbero piaciuti. Fumo e sento il calore della sigaretta che sta finendo. Mi chiedo se la butterò per terra. Mi dico che se io fossi la stazione Termini non mi piacerebbe avere così tante cicche per terra. Mi incammino verso una ceneriera poco lontana.

Domenica pomeriggio. Stazione Termini. Sono in anticipo di un'ora, anche poco di più. L'anticipo esasperante credo che si una mia prerogativa esistenziale. Faccio un giro per quello che mi dicono chiamarsi forum. Un piccolo centro commerciale, al piano inferiore della stazione, congiunto con la metro, con negozi, a quanto ho visto oggi, sempre più in stile europeo. Mi sorprende notare i prezzi esorbitanti dei negozi, lo stile lussuoso, perfino un nuovo negozio Disegual (una marca di vestiti, la mia preferita, costosissima ma molto originale). Mi sorprende perché faccio un parallelo con la povertà stesa al piano di sopra, esorbitante, immensa, sui marciapiedi. Grandi marche e caffé con prezzi rasenti il ridicolo al piano inferiore, gente scalza e sporca al piano superiore. Se non ci fosse il piano di sopra non ci sarebbe il piano di sotto? Mi chiedo esemplificando con i piani qualcosa di troppo economico per i miei gusti. Penso e metto un piede davanti all'altro. Entro nel negozio della Disegual, ovviamente. Faccio una lista mentale di tutti gli abiti che proverei se fossi più tranquilla e avessi voglia di sconvolgermi i capelli. Non provo niente, non compro niente. Esco. Faccio ancora qualche passo e sento urla e grida. Una rissa. Do un'occhiata per la sorpresa. Due persone litigano e una calca di gente si è messa tutta in circolo per assistere. Confesso ai miei pensieri che mi interesserebbe guardare, mi interessano le reazioni e le azioni ma me lo proibisco per un moto di dissenso di fronte a quel circolo di spettatori che si aspetta gladiatori e sangue. Penso che sono conenta di aver arginato i miei istinti per una forma di coerenza con me stessa.

Domenica pomeriggio. Stazione Termini. Mi guardo intorno con superificalità. Cosa c'era prima della stazione Termini in questo posto? Non me lo domando forse perché tanto mi risponderei con "una stazione termini più vecchia". Sarò sorpresa, due ore dopo, di scoprire che la stazione Termini, era un bagno pubblico romano. Con pavimenti in mosaici e affreschi colorati. Ai romani piacevano i colori. Non lo avrei detto. Sarò sorpresa, due ore dopo, più o meno, di guardare quei pavimenti, quello che resta degli intonaci.

Domenica pomeriggio. Stazione Termini. Esco di nuovo a fumarmi una sigaretta. La ragazza magra è al posto in cui l'ho lasciata, ma adesso ha un accompagnatore vicino. "Ah, il tuo è arrivato. Bene, due a zero, se contiamo anche la magrezza", mentamente mi faccio la spiritosa. Fumo e penso guardando il ragazzo appoggiato vicino a me. Fumo e mi chiedo di pensare che quel ragazzo sia l'uomo che sto aspettando. Fumo e penso a se ce la farei a parlargli tranquillamente. Fumo e mi dico, convintamente, di sì. Mezz'ora più tardi non mi ricorderò quanto pensavo fosse più facile. Fumo e sento il calore della sigaretta che finisce. Mi avvicino alla cineriera e la spengo.

Sempre domenica pomeriggio, sempre stazione Termini. Costeggio la vetrata esterna della libreria, non sapendo da quale entrata devo aspettarmelo. Sono arrivata in così largo anticipo perché non mi piacerebbe che lui mi vedesse prima di me. Non è un appuntamento al buio, però non mi piacerebbe lo stesso. Io devo controllare gli sguardi, dal primo all'ultimo. Li devo, dopo contare. La costeggio tutta ma lui non c'è. Vaglio l'ipotesi di sedermi per terra e leggere il libro che ho nella borsa. Scarto l'ipotesi. Vaglio l'ipotesi di entrare di nuovo nella libreria. Scarto anche quella. Vaglio l'ipotesi di avere freddo. Questa mi piace. Mi metto il giacchetto. Vaglio l'ipotesi di avere caldo, mi levo il giacchetto. Mi piace la stazione Termini, c'è così tanta gente che nessuno sembra fare caso a quante cose strane faccio. Vorrei avere carta e penna per scrivere, non ce l'ho. Vaglio ancora l'ipotesi di entrare in libreria, per la terza volta da quando sono arrivata a Termini. Entro. E invado l'unica corsia che ancora non avevo occhieggiato: la vetrata che ho costeggiato dall'esterno. Mentre guardo i libri, insomma, terrò d'occhio anche gli arrivi. Registro un pensiero: me la fossi lasciata per ultima, quella parte, di proposito, mi congratulerei con me. E' un caso. Passeggio con due occhi all'esterno e due all'interno. Sono fortunata, altri classici, molto famosi. Passo i volumi economici Newton, passo le donne inglesi alla Austen, ringrazio di aver fatto il liceo classico e di conoscere quasi tutti i nomi, mi vanto anche da sola, arrivo ai tedeschi e mi fermo. Leggo Holderin e mi viene in mente "compresi il silenzio del cielo, le parole degli uomini non le compresi mai" ma so che è una citazione molto a ricordo. Mi fermo un attimo. Proseguo. Noto che allo scaffale successivo conosco pochi nomi. Sono francesi. Perché ignoro i francesi? Proseguo ancora e mi fermo davanti a Wilde. Non posso non fermarmici. L'ultimo titolo che ricordo è "il fantasma di Canterville", prima di sentire due due mani stritolarmi, vigorosamente, dolorosamente, piacevolmente il fianco.

So chi è. Mi volto. Occhi azzurri in occhi castani.

18 aprile 2012
Va oltre oppure no
Il lunedì sembrava un gran bel giorno per essere sé. O anche in sé.
Dopo l’ampio trascinare del fine settimana, dopo gli impegni presi accavallati, presi tutti, senza una scelta, e poi fatti incanalare, forzatamente, con scuse e rattoppi, rimandi e accomodature, nella fissità delle ore del tempo, nella non ubiquità della specie umana, il lunedì senza impegni era il caso suo.
Così con i capelli disordinati, dopo aver fatto un po’ di benzina, indossando dei jeans scomodi e una vaga sensazione di malessere generale, frutto di poco dormire, aveva imboccato un mercatino stiracchiato. Non aveva pensato che dal mercatino, camminare in quel giardino, sarebbe poi stato un passo quasi obbligato. Dal suo spirito masochista più che altro. Un masochismo di piacere più che di dolore. Ma infondo, come si sa, il confine è incerto.

E così ci aveva camminato, per un’ora o qualcosa del genere. Alla fine si era seduta su una panchina, scelta in una bugia di casualità, a leggere: era la stessa panchina.
Era cambiata la stagione. Da estate calda a una primavera nuvolosa.
Era cambiato il suo stato emotivo.
Da un’agitazione adrenalinica a una calma quasi buddista.
Era cambiato il colore di quel giardino. Da non importante a centro della sua attenzione.
Era cambiata la sua compagnia. Da un ragazzo ad un libro.
Quel giorno, della scorsa estate, che sembrava secoli fa, lei non lo avrebbe mai detto che si sarebbe ritrovata con tante cose cambiate ma in un posto rimasto identico. Non era dispiaciuta o romanticamente ricordante, era semplicemente stupita che potesse cambiare così tutto pur in un’apparenza di fissità del luogo.

Di quell’estate si ricordava bene molto.
Era decisamente “una cosetta”, al tempo, deboluccia e isterica.
Veniva fuori da qualcosa che, seppur importante, seppur che non rimpiange e non rimorde, l’aveva segnata. Nessuno aveva colpa o meriti: era semplicemente andata così, nel senso di una parentesi. Certe volte si trova a pensare che, per averla toccata così, forse era un innamoramento tendente al vero.
Era stato qualcosa di enorme, capace di spostarle i muri interni per mesi, qualcosa che l’aveva interessata e soddisfatta come mai le era successo, qualcosa che le aveva cambiato la vita. In bene. Si era trasformata, tra e dopo quella cosa, quella relazione. Fisicamente in meglio, mentalmente in peggio.
E poi, improvvisamente, le era venuto in mente che era tutto, in quella storia, tutto sbagliato. Era successo un giorno, senza scelta preventiva. Era successo e basta. E lei si era dovuta fermare. Ma la cosa l’aveva lasciata nell’insicurezza, nel profondo auto-disprezzo.
Allora era capitato lui. Il lui seduto sull’altra parte della panchina adesso vuota. Con quegli occhi dolci e i modi gentili. Dopo una relazione di un’ora a settimana, passata solo nel chiuso di una camera, lui che le chiedeva di fare una passeggiata, di cenare insieme, di bersi un caffè, per lei era respirare. Se aveva voglia di scrivergli poteva farlo, senza problemi. Che fosse sabato, domenica o l’ora di cena. Lui che le parlava di film e libri. Lui che sembrava tanto delicato, tanto fragile, tanto uomo in un senso diverso da quello di maschio, lui a cui lei temeva di far male solo a guardarlo troppo.
Erano questi, quelli che lui credeva difetti, quello che a lei piaceva di lui.

Scorreva le pagine del libro, sulla panchina adesso solitaria, ma in realtà pensava a tutto questo. Pensava a quello che era successo dopo, pensava che, in effetti, in qualche modo, alla fine, aveva fatto una mossa brusca che un po’ l’aveva allontanato. Non si dava tutte le colpe, per carità, però sapeva che lo aveva, un po’, spaventato. Fosse stata meno in un periodo “debole” non lo avrebbe fatto. Lei si capiva e scusava pure, precisiamolo, però non poteva, né voleva, pretendere che anche lui capisse.
Il fatto è che tutti pensiamo, sempre, che gli altri ci debbano capire, ci capiscano, ci capiranno. In realtà gli altri pensano esattamente la stessa cosa, per loro, verso di noi. Tutti pretendono di essere capiti, tutti pretendono di spiegarsi, però non funziona così.

Il sole le scaldava la schiena. Non era triste, solo restia a questa sua irritante tendenza a dare un senso alle cose. Le cose non hanno senso, le cose sono il risultato di casualità. Poi c’è anche l’impegno e la fortuna, certo, ma in percentuali molto diverse.
E le veniva in mente una frase di Match Point: “A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po' di fortuna va oltre, e allora si vince. Oppure no, e allora si perde“.

8 marzo 2012
Unghie cinesi
Questo è un blog, e non una cooperativa del bene universale (auto-cit.).



Unghie senza smalto sfogliavano, prese, le pagine di un libro che stava assumendo, finalmente, una qualche piega.
E il telefono, mentre per la prima volta nella settimana quelle unghie non se lo aspettavano, squilla.
Sono le 18.30 di martedì pomeriggio.
Quindi le unghie decidono di uscire dal mondo del romanzo, almeno loro. La proprietaria di queste invece non ne è molto convinta, con una parte della mente, mentre continua a leggere, e mentre le sue unghie autonome si muovono, pensa che saranno i saluti del suo gestore telefonico. Infondo è il suo rapporto meglio riuscito, quello non si fa mai pregare per essere affettuoso e ricordarle che il suo credito non è certo infinito.

Ma stavolta non è lui. Invece è una proposta, non un invito, e il messaggio ci tiene a sottolinearlo, per cenare insieme. Lei avrebbe detto sì anche ieri, anche domani. Massì, la prossima volta gli comunichi, lo dico io dalla mia narrazione, che se vuole ti stendi a mo’ di zerbino: visto mai che abbia predilezioni sadomasochiste?
Le sue unghie senza smalto rispondono assorbendo una certa leggera ansia e mentre lui dice che le passerà, tutte quante, a prendere per le otto e trenta loro sanno che devono uscire subito. Si infilano il primo paio di jeans che trovano sul pavimento disseminato di disordine ed escono di casa senza nemmeno chiudere il romanzo. Però non escono da sole, si portano la proprietaria, perché questo purtroppo non è un racconto mezzo splatter.
 
Servono loro un paio di calze, almeno.
Raggiungono velocemente il negozio più vicino. Scelgono un paio di calze marroni, sperano abbastanza scure, sperano abbastanza della loro taglia. Poi fanno un giro tra i vestiti. Ne provano addirittura un paio prima che la proprietaria delle unghie inizi a sentire l’ansia premere sull’orologio e ricordi a tutta la truppe che è decisamente tardi.
Ritornano a casa quasi correndo.

Sono almeno le sette e trenta di martedì sera.
Lei deve sistemare se stessa e poi anche un po’ la casa.
Nel personalissimo mondo di lei, infatti, lui potrebbe anche decidere di salire.
Di solito è una perfettina maniacale, cioè se fa una cosa la fa benissimo o per niente, quando è in ritardo, invece, acquista una dote temporanea inaspettata: riesce a gestire le cose con priorità azzeccatissime.

Sono le otto e venti di martedì sera.
E lei è pronta e la casa non sembra più una pattumiera grave, solo una pattumiera. Si guarda allo specchio un‘ultima volta e fa un parallelo con un prosciutto stagionato. Ma non lo dirà ad alta voce. Mente, alla fine glielo dirà, come tutte le volte che, nervosa, dovrebbe tacere.

Sa che potrebbe benissimo aspettare a scendere, sa che potrebbe aspettare un suo trillo, una sua qualche manifestazione di essere arrivato, però, in effetti, no, non può aspettare così, ferma.
Scende con l’ascensore, perché le scarpe, alte per il solito, già le fanno male.

Esce dal portone.
Non vuole fumare, non vuole puzzare di fumo troppo subito.
Rientra.
Poi riesce di nuovo, poi rientra di nuovo e si siede sui gradini. Arriva il suo messaggio: “scendi”.
Esce.

Lui ha una giacca e una cravatta.
“Cazzo, perché usciamo con un uomo così bello?” pensano le unghie adesso con uno smalto chiaro. Lei si dissocia. Entra in macchina di lui e gli dà un bacio. Dimenticabile, pare. Pochi minuti dopo, infatti, lui gliene chiederà un altro perché “non vorrei mai poi dicessi che non ti ho nemmeno salutata”.
Lei pensa: “no, infatti, hai solo dimenticato il mio saluto in effetti”. Sorride.
Io penso che lei sia un pochino fastidiosa.

Arrivano davanti al ristorante. Cinese per precisione.
Lei è decisamente più in ansia rispetto all’ultima volta perché se bere un caffè è roba facile, mangiare davanti qualcuno non lo è: più intimo.
Lui sembra avere fretta. Lei spera sia solo fame e ripone, mentalmente, la sigaretta che non ha mai preso.

Entrano e forse è il momento più difficile della serata: bisogna farsi largo tra la folla riunita all’entrata che aspetta cibo a portar via, seguire la cinesina che detta i posti e contemporaneamente sperare non ti stipino nel posto più stretto del locale. Un’impresa eroica. Alla fine riescono pure.
Lei si toglie il cappotto. Ed è un momento da citate perché l’altra volta l’aveva evitato forse non casualmente. L’aveva evitato perché lei non si piace e difficilmente riuscirà a convincersi del contrario.

Ordinano. Ravioli al vapore, nuvolette, due spaghetti alla piastra e un pollo ai peperoni. Anche dell’acqua frizzante.
Tutto cinese.

La sua ansia, probabilmente, le si legge sul viso. Perché lui, all’improvviso a voce alta le dice: “guarda che non perché abbiamo fatto sesso telefonico devi essere così nervosa”.
Ancora non so, perché non ho una narrazione onniscente, se lui stia mentendo o dicendo il vero.
Lei si nasconde sotto il tavolo, almeno con una parte della sua mente. E da lì sotto fa una lista delle coppie che hanno cominciato qualcosa in modo poco ortodosso. Arriva a tre: Carrie e Mr Big (Sex and the City); Vivian Ward e Edward Lewis (Pretty Woman); Meredith Grey e Derek Schepherd (Grey’s Anatomy).
A me, sentirle dire "cominciare qualcosa" fa un po’ ridere: bella mia, nemmeno ho ancora deciso se, per la mia trama della mia narrazione, vi rivedrete, figurati!

Cenano. Si guardano. Ridono. Lei è da qualche parte. Lui alterna il suo solito modo da presa in giro e una strana faccia seria. Lei ha la sensazione, ma forse è più una speranza, che lui stia litigando da solo. Come se volesse e non volesse essere lì in quel momento.
Le sfiora il viso, un paio di volte forse. Prima poco, poi un po’ di più. Le mette le dita sui sopraccigli e li accarezza. Lei non l’aveva mai nemmeno pensato fare.
E’ un gesto che, da quel momento in avanti, per lei apparterrà sempre a lui. Ci sono gesti così, gesti che appartengono alla prima volta. Gli altri li possono rifare, e pure meglio in qualche caso, però mai come la prima.
Poi lui le sfiora anche i capelli. Lei è dispiaciuta solo di non riuscire a ricordarsi precisamente a che punto della serata. Lui li accarezza, li sposta dietro l’orecchio. E’ un gesto che le piace, dolce, anche, ma soprattutto un gesto che dimostra una certa confidenza. Io azzarderei affetto, ma io, infondo, non sono loro e non li conosco ancora così bene. 

Escono perché finalmente lei può fumare quella sigaretta troppo rimandata.
Di fuori, nonostante il freddo, lei preferisce: non c’è la barriera del tavolo e quella del luogo chiuso.
Forse si abbracciano. Forse glielo ha chiesto, sfacciatamente, lei.

Rientrano.
E mentre la cameriera chiede qualcosa, lei, che infondo è pessima, si infila un dito tra le labbra mordicchiando un’unghia. Lui la guarda dall’altro lato del tavolo aggrottando la fronte come a dirle: “smettila!”.
Non lo dice a parole, ma lo dice cogli occhi. Sembra magia.

Lei prende un caffè con lo zucchero, come se dormire fosse qualcosa di cui è possibile far a meno, e lui una grappa di prugne. Poi due.
Sfiorando la terza, senza, alla fine, berla, dice: “se ne bevo un’altra poi non so che succede”.
Lei dice al cameriere, in modo che però non possa sentirla, se gliene porta altre due. Lui ride.
Poi parlano di qualcosa di serio. Lei si infila il solito dito tra le labbra.
Lui, mentre continua a parlare, seriamente, le toglie la mano da vicino la bocca.

Qualcuno, leggendo, si potrebbe chiedere, effettivamente, cosa un uomo così ci trovi a uscire con una stupida che si mordicchia le unghie come se avesse 13 anni. Ma sono domande irrispondibili, fortunatamente.
 
Qualche ora dopo lei avrebbe inserito quel gesto nella sua lista “tenerezza”. Per lei la tenerezza è una categoria a parte. E’ una categoria di gesti sottili, difficili da realizzare forzatamente. L’amore non le piace ma la tenerezza decisamente sì. Per amare bisogna essere in due e bisogna volerselo, i gesti di tenerezza invece, non si sa come, arrivano. Soprattutto, anzi, forse solo, se l'altro non intendeva farli "teneramente".
Dipende da lei questa visione eh, precisiamolo. Non è "tenerezza nel mondo", è tenerezza nella sua, personalissima, buffa, classificazione mentale.
Fortunatamente lui è un personaggio di carta, come pure lei, e tutte queste cose non finirà, lei per dirle, e lui per sentirle.

Finiscono di cenare ed escono. Fuori dal ristorante lui l’abbraccia di nuovo. Stavolta lei non glielo ha chiesto. Lei è un po’ presa da dove mettere e dove non mettere il braccio e lui la prende in giro, come da copione, dicendole: “ma sei sicura che quel braccio lì vada bene? Vuoi che facciamo una lista di pro e contro?”
Lei forse quella lista la farà veramente, fortuna non glielo dice.
Salgono in macchina e rimangono lì, a parlare. Lei si fuma una sigaretta. La radio dispettosa sembra conoscere solo canzoni che ispirino all’amore eterno.
Lui assume di nuovo la faccia del “ma perché sto qui?”.

Lui: “ti ricordo che sono molto (ma molto quanto? A noi narratori non è consentito saperlo?) più vecchio di te”.
Lei pensa: “ma con le altre te li sei mai fatti tutti questi conti?”
Lei dice: “ma io sono molto più vecchia di me!”
Lui dice: “e io molto più giovane”
Lei pensa e dice: “perfetto, abbiamo entrambi 30 anni!”
Un altro abbraccio. Stavolta lungo, stavolta dopo un “vieni qua” molto cinematografico.

Poi qualcuno dei due dice all’altro che è bello. Lei non si ricorda bene chi abbia detto cosa e chi abbia pensato che fosse un'assurdità.

Lei su questo punto non riesce a trovare pace, nemmeno giorni dopo. Si è guardata allo specchio per dieci minuti faticosi, appena tornata a casa, e non ha fatto che pensare che deve averlo ingannato in qualche modo. La luce? O forse, meglio, era buio?

Lui non la bacia anche se lei gli si pone davanti con intenzioni chiarissime.
“Fai la seria e stai al tuo posto” dice lui nella sua solita modalità da finto burbero. E poi storce la bocca per prendere in giro le faccette buffe che lei non riesce mai a trattenere.
Intanto la radio macina un Jovanotti.

La sigaretta è finita, la macchina parte.
In poco arrivano a casa di lei; che lui non salirà glielo ha già detto.
Lui non sembra però aver fretta di andarsene, finalmente. Spegne la macchina. Parlano un po’. Lei è poco chiara, ha paura di annoiarlo mettendosi a cianciare dei dettagli delle sue considerazioni. La mano di lui, poggiata su quella di lei, scivola sulla gamba. Lei sorride, lui ride e la toglie troppo presto.

Prima di andarsene lui le dà un bacio sulla guancia, un poco spostato verso le labbra. Lei sente un movimento al basso ventre e cerca, forse non vorrebbe ammetterlo, di ruotare poco la testa, di far cadere labbra su labbra. Lui, e nemmeno questo lei vorrebbe ammettere, sentendo il movimento di lei, trasforma la carezza sulla testa/guancia/nuca (non sono onniscente, già detto, non ho visto bene) in una presa forte che la costringe a non muoversi di più.
"Fai la brava" dice mentre il bacio diventa quasi un incontro di wrestling.

Dieci minuti dopo le unghie ripiombano, pensierose ma sorridenti, sul loro solito divano. Il libro è sempre lì, ma non ha alcuna voglia di essere letto.
Prendono il telefono, sempre le unghie, e gli scrivono un messaggio. Però non lo mandano.
La mattina dopo, mandandolo, si diranno che avrebbero dovuto spedirlo quella notte: erano tre righe di una poesia e una poesia di mattina è un po' una stonatura.

24 gennaio 2012
Marica, fottiti
Ho una pagina pseudo culturale su fb. Molto pseudo.
E oggi ho raggiunto il massimo delle preferenze. Oggi perché ieri ho pubblicato una foto triste e superficialissima di 5 ragazzi, cinque c.d. bei ragazzi, mezzi nudi. Non apprezzo, in generale, chi taccia di superficialità il mondo così e poi fa la bella statuina. Però nella mia minuscola paginetta c’erano citazioni di Woody Allen che valevano, almeno tre volte, quei ragazzi. E pure il loro nudo.
Ma io sono disinteressata ai consensi quindi da domani ne pubblicherò solo di più. Di ragazzi nudi dico.

Oggi si apre la sezione invernale. Appelli. Non rispondere sarebbe sconveniente.
Mi ero promessa di non ridurmi più all’ultimo, mi ero giurata che stavolta mi sarei detta “non vedo l’ora di andare lì e confrontarmi con il docente”, mi ero detta che è tempo di superare questo panico improduttivo ritornando al panico produttivo delle interrogazioni scolastiche: bei tempi, l’adrenalina era al massimo e io, messa sotto pressione, davo il mio meglio.
E il mio meglio a volte era pure eccellente.

Mi sono persa nel passato. Dov’ero? Ah sì, facevo una lista, priva di numeretti, delle promesse che non ho mantenuto.
Mi sono ridotta all’ultimo (dieci giorni e meno oggi nove) e soprattutto non ho un briciolo di adrenalina al positivo: vorrei solo chiudere gli occhi e svegliami con il tutto alle spalle.
Questo significa che balbetterò come la solita incapace che sono ma potrei non essere.

Poi questo esame mi preoccupa particolarmente (anche questa non è propriamente un'esclusiva, siamo seri). Ho fatto troppe battute stupide sulla sensualità del professore per non ricordarmene mentre mi chiederà del problema del solipsismo in Strawson. E sapessi che diavolo è il solipsismo poi. Quello che so è che Strawson ha risolto i miei problemi di insonnia. Se mi boccia (leggi: prendo meno di 30 e lode) prometto solennemente (tanto per aumentare la pila delle mie promesse da marinaio) che lo informerò della cosa.

Superato Strawson, niente paura, devo sapere qualche concetto basilare di fisica quantistica, le implicazioni filosofiche e qualche miliardo di teorie su che "cos’è un oggetto" per mille miliardi di filosofi. Perché mi preoccupo tanto? Quanto vorrei fosse scritto.
E’ un esame che ho scelto di fare. Il corso è stato talmente bello che lo rifarei anche una trentina di volte: con un po’ di sfortuna realizzerò questo desiderio.

Intanto ho dato l’addio a tutte le mie voglie (cosa che mi rende più morta “emozionalmente” del solito) sostituendole tutte con una sola, dilagante, malefica, preoccupante, deliziosa voglia-prima: dire parolacce. “Si fotta” è la mia preferita. Si fotta Strawson. Si fotta l’esame. Si fotta questa ansia da apnea.

Materiale viscoso l’ansia però, scivola anche dietro i miei bei “si fotta”.

Intanto di notte, col silenzio bacchettone del ricordo del tempo in cui avevo tempo e non l’ho usato, ogni pagina studiata vale una sigaretta. Mi chiedo se con la mia laurea in filosofia potrò almeno ripagarci quanto speso di tabaccaio e mi rispondo anche: “fottiti e non perdere altro tempo”.

E mentre brucia lenta questa sigaretta, io un po’ di fretta ce l’ho (semi cit.).

20 dicembre 2011
Oscurantismi

«il riflesso della luna
nel suo solco lo guidò
pallide le spalle magre
contro l'orizzonte andò
un silenzio nero come il culo dell'inferno
a lui si accompagnò»*

L’attività di maggior successo della mia giornata è stata appena rovinata dall’adempimento a impegni esistenziali.
Avevo passato un bellissimo colore di smalto per ben due volte sulle mie lunghe unghie con tutta la superficiale leggerezza che l’atto comporta. Però poi, circa alle undici, sostanzialmente di buon umore, ho deciso di lavare i piatti. E non due piatti di una triste cena solitaria ma tanti piatti di tante tristi cene solitarie. Senza voler esagerare erano i piatti di due settimane almeno.
Ci ho trovato esseri, per poco non diventati viventi, che potrebbero essere i personaggi di qualche fantasy di successo. Probabilmente quando deciderò di rifare il letto penserò di poter scrivere un qualche altro genere, forse un libro sui miracoli.

So che non sono divertente.
Ma del resto, venendo qui, spero abbiate smesso di sperarlo.

Ho una settimana estremamente sociale.
Fino a pochi minuti fa la cosa mi terrorizzava, attualmente ho deciso di entrare, in perfetto accordo con tutte le mie parti, nella poco articolata ma strettamente funzionale ottica dello sticazzi.
Mi impedisco di attaccarmi un cartello che dica “se ce ne è bisogno odiatemi pure, sono d’accordo” solo perché, infondo, mi piace ancora poter offrire, almeno ad un primo impatto, l’idea generale di una persona normale, anche comune.

Mi domando quando questa socialità mi pugnalerà alle spalle. Ma lo sapremo tutti tra un paio di post.

Intanto mi faccio divertire dalla asocialità del virtuale.
Ieri mi ha mandato un messaggio su fb un tipo di cui avevo scritto un post. E’ un post di un altro blog, che scrissi tempo fa, e che, fossi in voi, non mi darei la pena di leggere.
Per questo posso sintetizzare la storia qui.

E. era un ragazzo, fidanzato, che mi aveva chiesto l’amicizia qualche mese fa perché “incantato dai miei post” (questo blog, dopo mia zia, è la cosa più convincete che si possa dire su di me).
Dopo flirt squallidi e continuativi nel tempo mentre io gli specificavo, giuro, di non essere interessata, E. era passato a tentativi di conversazioni poco riportabili. Alla fine era trasceso seriamente scrivendomi qualcosa come “desidero un erezione” con buona pace dell’apostrofo sacrificato e, parallelamente, dicendomi che doveva, dopo l’erezione immagino, cancellarmi perché la fidanzata, gelosa, sospettava cose non meglio definibili.
L’ho cancellato io, alla fine, mentre lui ancora tentava, senza alcuna possibile speranza, approcci al sesso virtuale: non esiste sesso senza italiano.

Questa era la storia passata.
Ieri compare con un messaggio inequivocabile
.

E mentre gli rispondo mi domando se la fidanzata sia finita seppellita in qualche buca o se E. abbia solo imparato a gestire le impostazioni privacy.

Non riesco proprio a capire perché sia sparito dopo la mia risposta: che capisca il sarcasmo?
Peccato, mi immaginavo già belle serata: io, lui e il suo autoerotismo.

(*) la citazione non c'entra nulla, lo so bene, solo che mi piaceva incredibilmente: sono incline all'oscurità in questi giorni

21 giugno 2011
618 Mai dire "fine" (ovvero il ritorno col numeretto)

Il mio volto nasconde molte poche cose.

E sempre questo mi ha creato problemi. Cioè, oltre al fatto che la mia mente, ed io con lei, non mantiene segreti, li odia e li svela proprio quando le si dice di non farlo anche se non c’entrano niente nel contesto, anche il mio volto si scrive addosso “quello che c’è”.
Alle medie una professoressa di francese mi mandò in presidenza perché “i miei occhi la riempivano di parolacce”. Con l’anticipato ringraziamento della mia media scolastica e futura promozione, la preside sorrise all’affermazione e disse che non poteva fare molto in proposito.

La professoressa, matta, che si lasciava spalmare la crema dietro la schiena dalle alunne preferite (certo non io) non la prese bene, ma questa è un’altra storia.

 

Diciamo che, in questo senso, il mio volto e il mio blog coincidono.

Sì, ci ho ripensato. Facciamo un altro giro qui. In ogni buona relazione c’è un momento in cui uno dei due, o entrambi, giurano di non poter andare oltre ma in certi casi fortunatamente poi passa.

O magari non è vero, io lo dico per sentito dire, non ne so niente di relazioni.

Infondo chi vedrà in queste parole, nei miei post, solo il mio naso (ricitando Pirandello) potrà sempre fare come la professoressa di francese.

“Mettersi la crema?”
No, non è quello che avevo in mente. Siate volgari voi che il mio nick ancora non me lo permette.

 

Sono uscita di casa oggi pomeriggio con una faccia che mischiava la rabbia alla distruzione.

Sulla metropolitana probabilmente c’era gente che tremava al mio passaggio. Li immagino ma non li ho visti, ho smesso di guardare la gente.

 

Per essere tanto distrutta cosa ho fatto? Ho semplicemente visto una mia foto.

Che sembra un avvenimento comico come sempre esagerato da me per renderlo interessante ma che invece è la pura e ammirevole verità.

 

In questi mesi avevo conquistato una grande stima di me. Vabbe’, non grande ma superiore a quella solita. Vedermi una foto così orribile davanti mi ha praticamente riportato indietro di mille anni. E ho pensato a quello che gli altri, guardandola, avrebbero pensato. Ho pensato che avrebbero pensato (mi scuso per il giro anche se è molto dantesco) tutto quello che penso io solitamente (di me). Non scendo in particolare, fa già abbastanza orrore se non lo dico.

 

Poi nemmeno a dirlo è arrivata una brutta cosa per posta. Le ferite peggiori le fanno sempre quelli che vogliono farti del bene. E’ un giochetto idiota della casualità. Forse perché il tuo bene non lo sa nessuno meglio di te?

E, peggio, le fanno involontariamente.

Nessuna colpa, figuriamoci, ma questo dovrebbe spiegare perché ieri sera ero isterica.

E lo sono anche adesso, ovviamente. Non abbandono l’isterismo così facilmente.

 

Quello che non devo fare quando sono isterica è restare a casa o vicino ad un pc: divento anche violenta. Allora sono uscita, complice il dover comprare una grammatica tedesca. E ho scelto, per comprarla, una libreria che amo molto e che raggiungo solo in metropolitana: l’enorme libreria di Termini.

Mi fa bene anche la metropolitana ho scoperto. Vedere gente è come se smontasse un po’ la “mia” realtà.

 

Ma è stato il finire in quell’immensità di libri e aria condizionata che mi ha fatto dimenticare in un momento gli isterismi e la sete di sangue.

E mi ha fatto anche spendere un’enormità incredibile: che mi sarei fermata alla grammatica tedesca non era tra le scelte disponibili.

Lasciamo perdere. Anzi, già che ci siamo facciamo citazioni colte. Un mio amico dice che sono tanto materiale da essere venale e quasi venerea. Come una malattia sessuale, insomma.

 

Ho fatto il primo viaggio in metropolitana pensando che era da mesi che non avevo paura degli sguardi, ma ho fatto il secondo più serena e convinta di essere anche io una persona umana (più o meno) e di poter anche viaggiare in metropolitana, come gli altri.

Sì, lo dico col sorriso adesso, ma ho pensato sul serio, tante volte, in passato, di non essere “abbastanza umana”, “abbastanza normale” per farlo (ignoratemi).

 

In mezzo a cotanto sentimentalismo la metropolitana è arrivata alla mia fermata e io non ho trovato niente di meglio da fare che oscillare in pericolosa modalità “caduta”. Niente paura, non si registrano decessi.

7 giugno 2011
613 Aderite numerosi

Oggi sono preoccupantemente serena.

E la condizione mutabile non è nell’avverbio.

 

Il problema, che in un gioco di assurdi minaccerebbe tale condizione, è che il motivo della sopraggiunta serenità mi sembra chiarissimo: ma perché insisto a farle cose che so non farmi bene?


Oltre alla solita componente masochista deve esserci una fottuta motivazione psicologica.

Stanotte nel mezzo di una crisi isterica che definirei la peggiore fino ad ora (ma di tutte dico “la peggiore” e vista la comunque sopravvivenza mi accorgo che tanto “la peggiore” non sono state), mi sono scritta un biglietto.

 

E siamo già a i biglietti della follia, in questo ho preceduto il mio Nietzsche, anagraficamente parlando.

 

In realtà con i bigliettini ho iniziato al liceo e per motivazioni funzionali: a quel tempo la pazzia non c’entrava molto, ero una persona quasi normale.

Ero normale ma svampita e quindi solo in piena notte mi facevo venire in mente che dovevo assolutamente ricordami il vocabolario di latino (o nella sfiga di greco) per il compito in classe del giorno dopo. Quindi, invece di farmi una rampa di scale nel gelo delle notti invernali, me lo scrivevo su un foglietto che poi mettevo in qualche posto sicuro.

Il posto più sicuro era l’armadio ovviamente perché a meno che di non andare a scuola in mutande avrei sicuramente letto il biglietto. La sicurezza aveva addirittura una doppia chiusura perché nella malaugurata ipotesi fossi andata a scuola in mutande non mi sarei certo dovuta preoccupare di essermi dimenticata il vocabolario.

 

Diciamo che la storia è trascesa un po’ nella follia quando ai bigliettini per ricordarmi di prendere qualcosa ho iniziato ad aggiungere consigli di ogni sorta.

Sì, mi scrivevo consigli derivanti dalle notti proverbialmente consigliere.

Okay, forse iniziava a vedersi il gene del cui risultato potete vedere le manifestazioni oggi.

 

Sul biglietto della follia di ieri notte non c’era scritto nessun confusionario “PRENDI IL” (confusionario perché IL sembra ma non è un articolo: è il nome del dizionario) ma un perentorio e consigliato “chiamalo”.

 

E quel "lo" si riferisce (ma sto migliorando, in tempi passati avrei specificato essendo poco sicura di riuscire a capirmi) allo psicologo perché sarebbe il caso, ma seriamente, di tornarci. E pure di corsa.

Stamattina ovviamente non ho dato retta alla me scritta e non l’ho chiamato.

Intanto perché me ne sono andata in modo pessimo dicendo che l’avrei richiamato passato il periodo degli esami (novembre scorso) senza farlo e poi perché dovrei spiegargli cosa non va e non muoio dalla voglia di dirgli qualcosa come “salve, ho problemi con il sesso anale, gli uomini sposati e la zooerastia. Ma solo se non fumo cocaina”. Che posso farci, ho anche io un limite di dignità.

 

Non vi fate brutte idee su di me, non pratico queste cose (non separatamente almeno), facevo solo esempi dimostrativi del perché uno potrebbe aver bisogno di pensarci a certe telefonate.

 

Avrei deciso di concentrarmi su due cose passato l’esame di etica e spero anche un po' di isterismo. Sempre che l'esame non mi uccida. Ci sono probabilità se devo realmente conoscere anche l’esegesi di Heidegger su Nietzsche. Scusate questa è una divagazione ma non ho mai letto niente di meno comprensibile (forse Gadda?) di Heidegger: lui dovrebbe andare in analisi, ha dei problemi.

 

Comunque dicevo della mia concentrazione (estiva sicuramente per il resto vedremo) su due cose: il tedesco e i matrimoni.

 

Col tedesco ho intensione semplicemente (?) di impararlo (ma ce l'avevo già da novembre la bella intensione). Sembra una lingua ostile in effetti ma mi pare mi si adatti meglio dell’inglese (lingua dissoluta per eccellenza!). Oddio, non impararlo in un’estate in effetti ma dargli qualche colpo qua e là per iniziare.

Sembra sempre che io parli di sesso, incredibile.

 

Il secondo fronte di azione saranno invece i matrimoni. Quanti più possibili. Anzi, parte la campagna ad adesione gratuita: “se ti sposi invita anche ladymarica”. E aggiungo a titolo personale: “ho già comprato le scarpe giuste!”.

Questa inclinazione ai matrimoni nasce dal fatto che ho scoperto che sono i luoghi al primo posto in cui si può rimediare qualche flirt o in alternativa del sesso facile e nonostante io sarei interessata alla prima soluzione non scarterei a priori nemmeno la seconda.

 

E flirt non significa storia seria, flirt significa fermarsi poco prima delle complicazioni. Vi stupirò (non tutti) ma anche poco prima del sesso.

Ho letto chissà dove una massima con le nespole. Una storia d’amore è come una nespola: tranne che per il primo morso (il flirt appunto n.d.r.) poi stai tutto il tempo a sputare noccioli.

E francamente passare tanto tempo a sputacchiare in giro non solo non è elegante ma è anche rischioso perché può capitare che un osso che non hai sputato ti rompa un dente.

 

E trovare un altro fidanzato col dente rotto poi diventa più difficile. Togliendo l’estetica è una metafora sulla serenità, non sugli uomini, ma non so quanto chiara.

 

Bene. Quindi mentre aspetto gli inviti ai matrimoni (per il momento solo uno) vado a cercare di capire che razza di differenza ci sia tra essenza, essere, esistente ed essente. A parte le differenze grammaticali, immagino.

18 aprile 2011
593 Post a ostacolo (il gioco consiste nell'evitare le idiozie)

Ho inventato una nuova pausa dallo studio che si chiama pausa smalto.

Perché è tutto il pomeriggio (tolte due pause caffè, una pranzo e una barretta fitness, no, stavolta era kellogg’s –e c’è chi dice che non sono equilibrata in questo periodo) che sbatto istericamente sui tasti della tastiera del pc credendo di mettere in fila parole che poi combinate magicamente mi daranno una bellissima e articolata tesina per il corso di storia dell’etica.

 

Bè, circa è finita devo dire. Mi manca la fase rileggere e correggere uno e la fase rileggere e correggere due. Io aggiungerei anche rileggere e correggere fase 4 e 5, ma ho finito il tempo.

Ma domani, rileggendola, mi renderò conto che ho sbagliato tutto, dall’inizio alla fine, scriverò qualche frasetta isterica su fb e solo dopo un paio d’ore ne inizierò una nuova salvando il salvabile del vecchio documento. E in extremis, come sempre, stamperò senza rileggere.

Per quanto mi conosco, mi annoio a morte.

 

Passato giovedì sarò una donna felice.

Queste frasi brevi mi fanno sempre cadere nei doppi errori.

Uno non sarò una donna perché le donne sono soggetti altri da me e due non sarò felice perché non sono geneticamente portata per una simile condizione.

Sarò me stessa nel suo essere pessima ma più sollevata.

 

Per non lasciare niente all’immaginazione volevo farvi capire il perché del mio essere pessima. Se ci fosse bisogno di dettagli aggiuntivi rispetto ai soliti, intendo.

Scrivendo la tesina, ho pensato che conoscevo qualcuno che mi avrebbe chiesto di leggerla. Cioè, lui non solo si sarebbe sorbito 8 pagine di idiozie in fila indiana, ma me lo avrebbe anche chiesto spontaneamente, anzi, avrebbe insistito per farlo. Una roba da Moccia e film horror insieme.

Il mio essere pessima, notando quindi questo estremo sentore di essere improvvisamente soli, che capita solo a chi stupidamente si è lasciato tenere in una specie di campana, si è leggermente incupito. Ma è bastato ricordare tutti i motivi per cui è meglio uscire dalle campane di vetro (che ci auto-creiamo) così come è meglio uscire dalle caverne platoniche (anche se dubito troveremo mai le “idee”).

E poi, sempre perché sono pessima, ho pensato alla forza dell’autoconvincimento. Se uno pensa di provare un sentimento e se ne autoconvince quel sentimento finisce per esserci veramente. E pure per essere forte, se ti leggi 8 pagine di nulla “per amore”!

E chi sono io per giudicare un sentimento altrui? Un nessuno quasi ulissico. Io sono quella che legge “culetto” nei commenti lasciati a una cerebrolesa e sono quella che da quel commento fa due conti. Mi avesse riempita di parolacce, avrei capito, ci avesse provato con chiunque avrei capito, ma spazzare via tutto quello che c’era di buono tra noi così, la stima e l’affetto subito dopo, facendo l'orrido con lei, con cui sa tutto il trascorso, tutte le mie fissazioni, mi sembra assurdo. Cioè, fatico a spiegarvelo. Poniamo che voi riveliate a una persona che stimate la vostra massima antipatia per una persona e che anche lui rida di quella pochezza con voi. E poniamo che il giorno dopo ve lo troviate a flirtare con lei. A me passa la voglia anche di salvarlo giocando la carta della rabbia, francamente.

O forse io non li capisco i sentimenti, ma preferisco se il risultato è quello.

Facciamo un esempio dimostrativo.

Attualmente sono molto arrabbiata, fingiamo, con una persona a cui voglio però un grande bene. E non per la mia rabbia, che ultimamente tocca altezze incredibili, io lo distruggo, moralmente insomma. Perché credo ci sia qualcosa di più importante del mio sentimento per lui, del suo ricambiarlo o meno, eccetera, mi lega a lui dell’affetto che non dismetto perché lui, che ne so, si innamora di un’altra: il suo sentimento per me influisce solo sul mio umore, non su quello che lui è per me.

Ma come ho detto io i sentimenti non li capisco: ma mi sono spiegata?

 

La cosa più intelligente che ho fatto questo finesettimana, oltre la pausa smalto, è stato, mentre una montagna di pentole cadevano, rovinosamente, al suolo, metterci un piede sotto pensando, non  si sa per l’intervento di quale divinità, di fermare la caduta. E no, la caduta delle pentole verso il suolo non si è improvvisamente fermata cambiando poi direzione in una specie di moviola all’indietro, ma si sono infrante, e tutte, sul mio scalzo piede.

Una lady non bestemmia, non dice parolacce e sorride al dolore fisico, come non fosse successo. Mi pare chiaro che il mio nick sta oramai, incredibilmente, venendo meno.

Concludo con la foto dei mezzi usati per "tesinare" (neologismo che non esce dalla mia mente). Notare i due pc (che indicano il doppio impegno, almeno tecnico) e tutti i libri (che indicano tutta la cultura, in essi rimasta, ovviamente).

 

1 marzo 2011
574 [so leggere anch'io] Il profumo delle foglie di limone - Clara Sanchez

Se inizi un romanzo di quattrocento pagine sabato notte, rimani sveglia, ancorata per 200 pagine, passi tutta la domenica a pensare che saresti voluta rimanere a leggerlo e ricominci domenica notte fino a finirlo probabilmente qualcosa di buono quel romanzo deve pur averlo. Capire cosa, credo sia il passo obbligatoriamente successivo.

 

Il titolo è certamente improponibile: “il profumo delle foglie di limone”; come pure il nome della scrittrice spagnola che a me ha ricordato istintivamente una certa brutta mummia politica italiana che però non nomino (sorrisi).

 

Nemmeno i personaggi forse sono un granché. Sono buoni che non lo sono fino in fondo e questo crea al lettore il problema di non affezionarsi veramente.

 

Non capisco se la scelta della scrittrice sia più o meno consapevole. Se fosse una scelta forse avrebbe un senso. Quello di scegliere come protagonisti, come quelli destinati (nella narrazione) a combattere il male, due persone umane: né eroi, né antieroi. Gli eroi sono di certo più piacevoli nelle storie perché hanno dalla loro non solo i buoni sentimenti ma anche il successo e la bellezza necessari affinché questi sentimenti stravincano. Ma anche gli antieroi sono piacevoli certe volte. Hanno i buoni sentimenti ma al contrario degli eroi non hanno bellezza e fortuna e certe volte fanno fatica a tirarli fuori. Un antieroe non è un malvagio è semplicemente quello che non si direbbe un eroe ma che alla fine, forse, lo è.

 

I protagonisti del romanzo, per non perdermi completamente, non sono né l’uno né l’altro. Sono persone che si trovano contro “il male” e persone delle più improbabili possibili. Lei è una ragazza incinta e indecisa sul futuro e lui un vecchio cardiopatico, con tanti ricordi e tanto dolore. Insomma, la domanda che giunge spontanea è: ma dove possono arrivare?

Soprattutto se il male, i mostri che tentavano di combattere lentamente si scoprono essere tanti, più del normale, più del possibile, nascosti in ogni angolo del paesino che da posto di mare estivo e fresco si trasforma lentamente in un villaggio di spettri, orrore e male.

 

E il male, questo forse il pregio più significativo del romanzo, non è un male comune, un male da romanzo (criminali, sette segrete e cose del genere) ma è una rievocazione del Male. Il più strano, sconfinato, forse ancora incompreso della storia. In un paesino di villeggiatura, credo non lontano da Valencia, nazisti, omicidi, ex comandanti dei campi di sterminio hanno, infatti, costruito una fitta rete: nuovi nazisti, giovani che li riempiono di linfa nuova e un meccanismo che li difende non solo fisicamente ma anche nell'ideologia.

 

I protagonisti, il vecchio reduce da un campo di sterminio che ha il proposito di vendicarsi e la ragazza incinta che si trova immersa in tutto senza piena coscienza, iniziano per strani casi a collaborare al progetto di lui, scoprendo sempre più verità. La coppia dei buoni che, secondo me, aveva tanto da darsi rimane invece troppo divisa. Forse perché lui è troppo consapevole della morte e lei troppo poco. Non c’è possibilità di toccarsi su quel punto anche perché mentre lui è alle prese con il suo passato lei si innamora di un ragazzo e da quel momento non fa altro che pensare a lui.

Sono due livelli che non si intrecciano veramente, questo è un difetto.

 

Il male invece è coeso, compatto, accessibile ma non attaccabile. Io lo identifico come un unico grosso personaggio, probabilmente il meglio riuscito, fatto di tante parti, i singoli mostri, e per questo sfaccettato, vario ma inestricabile. E’ impossibile parlare dei vari mostri escludendoli dal grande male perché ognuno di questi è quello che il grande male gli permette di essere.

 

La differenza tra i sostenitori del bene e quelli del male è tanto grande che persino i mostri decidono di non muovere le pedine contro i paladini del bene, insomma, non veramente. Da una parte sembra che non li notino bene ma dall’altra, a carte scoperte, li hanno notati, visti, li tengono sotto controllo. E vero che non hanno la capacità di fare un male concreto (dovrebbero scoprirsi troppo) ma nemmeno il bisogno concreto. Si lasciano spiare, attraversa, anche parlare.

 

E’ paradossale. In una scena la vittima, il vecchio, un repubblicano spagnolo reduce dalle cave di Mauthausen, si siede a pranzo con il generale del campo di concentramento, non pentito, latitante, capo della nuova organizzazione nazista. Parlano, come se fosse possibile parlarne, delle parti, delle vittime e dei carnefici. Il generale nazista, racconta (per la verità è una cosa sentita e risentita miliardi di volte) di come egli credesse in un progetto superiore e di come il male ne fosse solo una conseguenza, nemmeno particolarmente spiacevole, al massimo doverosa. A quella parole la reazione del vecchio che il lettore si aspetterebbe piombare, brandendo giustizie, non arriva nemmeno. Forse è un altro dettaglio voluto per dimostrare che in certi casi si deve smettere persino di gridare contro gente che non è umana. Un altro dettaglio, come la scelta di personaggi così persone (e poco eroici) che non mi piace. Perché secondo me la scrittrice ha un obbligo verso il lettore, verso la memoria e dovrebbe farle gridare certe verità, dare una vittoria dialettica al vecchio, che rappresenta le vittime, sui carnefici.

 

Ottima secondo me la narrazione formata dalle due prospettive della ragazza e del vecchio, e forse proprio per questo cambiamento continuo di visione così scorrevole. Meno ottime sono alcune trovate della storia un po’ scontate che non sto qui ad anticipare ma che ad un lettore attento vengono in mente molto prima che la narrazione scorra. Il pregio maggiore del romanzo è sicuramente, secondo me, quello di aver fatto incontrare una generazione giovane (la ragazza ha 30 anni circa) con una realtà passata, antica che si conosce solo sui paragrafetti dei libri di storia. La ragazza che vede il nazismo infatti si lascia andare a qualche riflessione su quanto qualcosa che le appariva distante, come appartenente a un altro mondo, le diventi visibile e mal sopportabile. Non lo ha vissuto lei in prima persona, ma lo vede e lo sente tanto da provare il desiderio di ripulirne il mondo. Questo è sicuramente un messaggio interessante e quelle pagine di riflessione della ragazza valgono i difetti di trama e il titolo che continuo a non comprendere bene.

 

Anche la conclusione è molto bella, non per trama ma per struttura ideologica: la vittima finisce a fare il carnefice utilizzando i mezzi “che loro gli hanno insegnato”. Un carnefice che il lettore giustifica pienamente.

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

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Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE