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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
8 aprile 2013
Viaggio a picchi di nervosismo altissimi e non ci sono motivi. A parte le persone ovviamente. Mi sembra che lo squallore umano sia uscito col sole per prati e vicoletti. Che poi è la primavera vista dai cinici, probabilmente. Stamattina, mentre già mi ero inacidita avendo aperto la porta a un...

A causa dei mal funzionamenti del cannocchiale questo post continua su webnode!
Basta cliccare sul titolo.
24 febbraio 2011
572 Pocket Coffee

Sono arrivata  ad una conclusione.

Conclusione di tutti i pensieri che ho tenuto bassi, bassi in questa settimana.

Mi sembra più o meno inutile preoccuparmi di tutti gli imbecilli del mondo. Non solo perché il mondo ha una superficie troppo estesa perché io riesca veramente a rendermi conto di ogni imbecille, ma anche perché già occuparmi dell’imbecille me stessa mi dà un gran da fare.

 

Parliamo di cose serie, o altrimenti dette, sesso.

L’ispirazione mi è venuta ieri (e non per farlo, per parlarne –e questo non si può dire non sia un problema) quando mi è stato proposto di tutelare un rapporto utilizzando una safeword.

 

Peccato che il contesto fosse dal poco al per niente riguardante il sesso e che la proposta mi è stata fatta solo per evitare si dicesse troppo o troppo poco in una specie di forum (no, non partecipo a forum e chat porno anche se in quel posto le foto delle mutande sono all’ordine del giorno –tutta roba anche troppo solo amichevole).

 

Forse mi capisco da sola.

 

Su fb c’è un gruppo chiuso (meglio privato, sennò si fa riferimento alle case chiuse e mi tocca difendere onori) di bloggers a cui partecipo e in cui si discute di tutto. Per evitare di pestarci i piedi un amico mi proponeva di utilizzare una safeword tra noi in modo da capire bene quando è il caso di smettere di parlare.

Meno sessuale di così devo solo dire che l’argomento su cui non dobbiamo pestarci i piedi è topolino (no, scherzo).

 

Lo dico per chi fingesse di non intendersi di queste cose, la safeword è una c.d. “parola di salvezza”. Serve nei rapporti di un certo tipo a garantire i partecipanti. In realtà “di un certo tipo” lo dico io per facilitare il contesto di riferimento: la safeword sarebbe intelligente utilizzarla in ogni rapporto. Secondo me perché permette di sfiorare certi limiti senza farsi troppo male. E non intendo con “farsi male” soltanto dolore fisico eh, intendo a livello morale o anche solo emotivo. Anche in un rapporto amichevole che si basa per esempio su una scherzosa e continua presa in giro, porre una safeword significa garantire che il rapporto non si rovini involontariamente. Inoltre, se uno sa di poter dire una parola e far capire all’altro che ha toccato il limite o lo sta toccando esplorarli certi limiti diventa meno rischioso. Perché non devi necessariamente essere certo che l’altro/a abbia capito il tuo concetto di eros, di dolore, di gelosia, di possessività, di amicizia eccetera ma puoi stare tranquillo che se anche non l’ha capito hai la soluzione in una parola (che poi sarebbe uno slogan bellissimo se si volesse promuovere l’uso della safeword in una pubblicità progresso –ah, se io fossi dittatore a vita!).

 

Forse si perde una parte del divertimento, forse, se le esperienze sono poche si acquista una sicurezza. Non è facile abbandonarsi all’altro non conoscendo i propri limiti, con una safeword ci si abbandona tenendo sicuro il tasto stop.

 

Lo spiego meglio facendo un esempio. Fingiamo di parlare di un’esperienza erotica in cui si vuole sperimentare dolore fisico. L’espressione dolore fisico non indica una cosa e niente altro, indica diversi livelli di una sensazione particolare (sì, sfioriamo il complicato ma quella sensazione che si vuole provare è il male). Io per prima non saprei qual è il mio limite massimo, non saprei se voglio arrivare a piangere e strillare o se mi voglio fermare prima, a un morso scherzoso.

Ed è qui che entra in gioco la safeword. Sapendo che se dico pocket-coffee posso ottenere che tutto si fermi mi spingo un po’ oltre.

 

Inoltre se si ha una concezione come la mia di relazioni che oscilla tra “tutto è finzione” a “molto è finzione” a “qualcosa fingiamo sempre”, la safeword assicura che lo si dica quasi esplicitamente. L’unica parola reale diventa infatti quella che abbiamo scelto come “parola di salvezza”. Glucosio per esempio. Tutto il resto non significa nulla. Persino “puttana” (che sempre secondo il mio “mi piace” è la cosa meno bella che si possa dire, anche se sei eccitato e non ragioni), se hai istituito una safeword, non vale più molto. O meglio vale ma in un contesto che rimane esclusivamente quello.

Non so se mi spiego.

E’ come se tutto cambiasse di livello. Se “glucosio” o “pocket-coffee” sono il livello “realtà” tutto il resto, tutto quello che si dice, sta sotto. “Puttana” (scusate) ha lo stesso valore di “non voglio”.

 

Le “parole di salvezza” hanno quindi una caratteristica che secondo me le rende ancora più importanti: garantiscono il gioco.

Già, perché i rapporti erotici, almeno secondo la mia limitata esperienza (ma quando ero giovane avevo tanta fantasia), sono fatti (devono essere fatti) da no che significano sì, da “fermo”, che significa “non smettere”. E questi comportamenti, purtroppo banalizzati dalla letteratura di un certo tipo (leggi mondezza), dalla tv, dai film eccetera, sott’intendono tutto un meccanismo di gentile violenza (nella concezione più positiva che riuscite a dare al termine) che a me personalmente non smette mai di piacere.

 

Se ad uno piacesse essere soffocato (attualmente non è questo il caso, ma non escludo un futuro a sacchetti di plastica) il dire “basta”, “non respiro” o altro potrebbe far parte del gioco. Con una safewrod non rischi di morirci soffocato nel gioco, ecco.

 

Poi ci sono uomini che amano avere rapporti con ragazze dal seno enorme e si lasciano quasi soffocare da queste, ma si chiama essere deficienti ed è un’altra storia (la mia solita invidia da terza, quarta, quinta ecc, lo so).

 

Sempre secondo la mia limitata esperienza questo discorso sulla sessualità, forse su una sessualità poco condivisa, è difficile da spiegare a chi non lo comprendere spontaneamente. Io non l’ho propriamente imparato leggendo una qualche cosa o facendo determinati cammini, diciamo che mi è spontaneamente molto chiaro. E questo prima (a undici, dodici anni –oddio, lo posso dire?) mi preoccupava mentre oggi mi incuriosisce molto, come meccanismo mentale.

 

Quello che ancora oggi mi preoccupa è l’influenza che tutto questo ha e deve avere in una relazione, diciamo seria. Perché io di certo non mi invaghisco (boh, scegliete un termine appropriato voi) di una persona solo se mi ho presa a schiaffi (questo sì che richiederebbe il ricovero immediato) ma per tutti altri fattori. E il fatto che la persona di cui mi sono invaghita (?) per altri fattori comprenda o meno la sottigliezza di questi meccanismi di piacere (in continua evoluzione ovviamente) ha di certo un grado di importanza in una relazione. Sono esplicita, non che non si possa arrivare all’orgasmo per altre vie, solo che il punto non è l’orgasmo, il punto è tutto il mondo che c’è dietro.

Rimane da stabilire il grado di quella importanza.

letteratura
14 settembre 2010
483 La solitudine dei numeri primi

Le persone non sono numeri.

Per questo non rispondono a leggi precise, a regole numeriche e logiche.
Quindi te lo aspetti: ti aspetti che basti un gesto, uno sguardo, un'infinitesimale parte di volontà a far ruotare le cose, a far ruotare la logica.
Perché le persone non sono numeri no? Lo sai.

Ti aspetti quindi il finale, il bel filale, proprio lì, proprio nell’ultima pagina.
Dopo tutta la sofferenza, il dolore e i pianti che ti sei fatta con i protagonisti proprio non puoi concepire che non ci sia il lieto fine.
E invece, non c’è.

Lo digerisci a fatica, ma alla fine ci trovi lo stesso bellezza.
Anzi, persino capisci. Gli esseri umani non sono numeri, ma i numeri primi, anche tra gli esseri umani, quelli sono numeri veramente, sennò non ci sarebbe tanta particolarità, tanta innovazione nel descriverli.
Perché i numeri primi non possono decidere di comportarsi da persone e continuare comunque ad essere numeri primi, devono scegliere, anzi, non sceglieranno, questo è il punto, rimarranno numeri primi per naturalità.

Poi decidi di vedere anche il film.
Bum. Il lieto fine, come lo volevi tu.
Incredibilmente stonato ormai.

Il film è pregevole, come il romanzo.
Onirico, di incubi, delicato, sussurrato.
Triste.
Anche troppo reale.

Se c’è una regola che osservo quando devo “scrivere una recensione” è quella di scriverne appena finito il film/libro/cosa che intendo recensire.

Mi piace aver ancora negli occhi le immagini, le critiche, i profumi e i sapori.

Mi piace avere la mente intrappolata, assorta, totalmente immersa.

Mi piace, in poche parole, essere ancora lì, legata alla storia.

 

Trovo difficile dire qualcosa con un senso critico di un libro, film attualmente, come la solitudine dei numeri primi, quindi, nonostante io l’abbia letto quasi un anno fa e lo abbia visto sabato, sono arrivata fino ad oggi per scriverne.

 

Farei un torto al libro (o, anche, al film) se trattassi dei temi che sono, non narrati, ma spalmati in esso.

Già perché cose come il male sotterraneo, la nausea di vivere, l'ingiustizia degli eventi, la tristezza lenta e soffocata di una vita, senza le storie di sottofondo appaiono sempre banalità.

Quindi scusatemi se non riesco a trasmettere quel mondo sottostante, quel colore, quella costruzione che fa da base alle vite dei due straordinari personaggi.

 

Questa è la chiave di lettura giusta secondo me: il raccontare una nausea di vivere (che non è solo un tema interessante e denso di richiami letterari, primo fra tutti Madame Bovary, ma è una realtà, e non troppo distante da tanti, anche moderna) sulla base di due vite, togliendo tutto il patetico, il generale, lo stereotipato.

 

I protagonisti hanno infatti tutto il valore della non banalità.
Autolesionismo e anoressia forse, come spettri interiori, non hanno tutta questa innovazione, ma le motivazioni così ben delineate, quelle interne, quelle che spingono a detestarsi, sono di una tale sottigliezza che è difficile non trovarci assoluta originalità.

Mattia e Alice.
Legati da uno strano silenzio, dalla particolarità di capirsi senza aver mai condiviso le cose a voce troppo alta. Legati da tutta una schiera di personaggi negativi che gli ruotano intorno, che gli causano male, tutto il male (che sia bene?) oppure, al massimo, tanto inermi da non poter cambiare nulla, nemmeno volendo.


Il personaggio più negativo in assoluto è la madre di Mattia, il ragazzo, un genio, che si auto lesiona.
Mattia è un ragazzino di nemmeno sette anni, a cui la madre ha affidato la responsabilità, quantomeno morale, della sorellina ritardata. Lui è schiacciato dalla responsabilità, schiacciato dalle limitazioni che l’aver sempre dietro una sorella così comportano, per un adulto, figurarsi per un bambino.
Una giornata piovosa e una Torino bagnata fanno da sfondo all’inevitabile dramma.
Invitati ad una festa Mattia lascia la sorellina in un parco dicendole di aspettarlo lì.
Desidera essere per una volta solo, unico, normale.
E, infatti, per la prima volta in vita sua Mattia si diverte.
Quando ritorna a prendere la sorella lei non c’è più.
Inutile cercarla, inutile disperarsi.

Si è divertito per una volta nella vita: una che è troppo.

Da quel giorno la madre inizia ad odiarlo e a non volerlo in casa.
Così, intelligente come pochi, Mattia finisce a lavorare in Germania.
Mamma, mostro, contenta.

Non è la debolezza del personaggio a infastidirmi tanto ma è quella costante incapacità di farsi schifo.
Perché “la colpa” è solo ed unicamente sua.
Incapace di prendersi cura di sua figlia veramente e incapace di amare sufficientemente l’altro figlio, incapace di, una volta successo il dramma, prendere la responsabilità con le mani.
Totalmente e irrimediabilmente orrenda, senza indulto.

Non capisco questo pessimo gusto di far figli quando non si è capaci a farli vivere serenamente.
Non basta l’impegno, mi spiace.
Non basta il dire “eh, ho fatto del mio meglio”.
Non basta dire “buonafede”.
No, perché sono vite quelle con cui giochi, perché creare un’infelice è come uccidere qualcuno.
Mi fa rabbia, e non solo cinematograficamente parlando.
Vabbe', ho deviato.

Dall’altro lato c’è Alice.
Con motivazioni profonde quasi ossimoriche al destino che c’è in un nome tanto spensierato.
Lei si dedica ad un gioco interno.
Un gioco sadico, uno di quelli più orrendi che si possa fare con se stessi.
Punirsi, punirsi, punirsi.
E trovare quindi altre colpe per farlo.

In bilico tra la colpa e la rinascita, costantemente.
Costantemente piena, stracolma, nauseata dal niente.
E reagire con il fisico sembra essere l’unica soluzione.
Perché è più facile, non serve pensare.

Nemmeno a dirlo, una storia che mi ha toccata profondamente.

Vabbe’, che ve l’ho raccontato tutto?
No, manca la delicatezza di due strade che non si toccano ma si sfiorano, manca la genialità dell'autore, mancano le vite, quelle vere.
Cose che non vi posso raccontare io: ci vuole un premio Strega.

Ma non andate a vederlo, il film dico, non prima di aver letto il libro, almeno.

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



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