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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
3 aprile 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
26 novembre 2012
Ho detto sì ai limiti
Ci sono parole che hanno valenze. E ci sono parole che hanno valenze codificate dalla morale comune, dallo stereotipo etico, dalla maggioranza.
Coerenza è il mio esempio preferito. La coerenza viene vista come un qualcosa che si deve avere. Per forza. Si deve essere coerenti soprattutto a qualsiasi costo. Meglio coerenti che intelligenti. Ma questo, secondo me, è scortese verso la condizione umana. Gli uomini sono fatti per essere mutevoli. E per fortuna. Essere ostinatamente coerenti significa limitare la mente umana nel cambiare idea, essere ostinatamente coerenti significa essere molto più che ciechi. Si può assumere la coerenza, arbitrariamente, come valore etico, certo, però, secondo quanto ho pensato (e non lo faccio più così spesso), è un valore che sacrifica troppe cose e che quindi va, se non abbandonato, almeno indagato e ridotto. La coerenza non solo sacrifica quella meravigliosa capacità umana di sbagliare, cambiare e comprendere, la coerenza sacrifica anche l'essere, di un uomo (uomo-donna ovviamente), una moltitudine e non un'unità. Ogni parte di noi (fisica e mentale) ha una sua funzione, una sua logica, un suo modo di sentire: far coincidere tutte le parti, obbligatoriamente, in un'unità, coerente, è privarsi di sentire il molteplice, il caos, Dioniso. E volevo citare Spinoza invece sono finita tra le braccia del mio Nietzsche.

In nome della coerenza uno può giustificarsi a rimanere di un'opinione sbagliata, per non dire idiota, anche per sempre.

Il punto del post erano i limiti, non la coerenza. Però la mia campagna d'odio alla coerenza, che non riceve mai consensi ovviamente, mi ha spinto a cianciare fuori tema. Quindi scusate, ma datemi ragione.

Limiti, al plurale, è un'altra parola dalla valenza preimpostata. Avere dei limiti ha (o meglio gli danno), una valenza negativa. Eppure io non sono molto d'accordo nemmeno su questo. Avere dei limiti è condizione fondamentale affinché i limiti si superino, o, come preferisco, cambino, mutino, sfumino. Sembrerà un nulla ma secondo me non lo è. Una persona senza limiti non ha la possibilità di affrontarsi e di comprendersi. E' come per un quadrato: toccare, analizzare, osservare il limite esterno significa, un po', fare in conti con l'interno, significa soppesarsi meglio, calcolare l'area. I limiti sono fondamentali per dare un'idea alla persona di quello che è, di perché ha quel limite, di perché non ha l'altro limite, del dove vuole spingersi e del fino a dove. Insomma, il limite garantisce un po' che la persona possa fare i conti con la propria interiorità, soprattutto, senza perdersi. Una persona senza limiti è come una persona senza difese.

Inoltre, ma questa è una presa visione più personale, le persone senza limiti non sono propriamente interessanti. Chi non ha lottato con i suoi demoni, chi non ha ampliato, modificato, cambiato le finitezze della sua personalità, non ha granché di interessante da dare, comunicare, trasmettere.

Sempre andando sulla mia visione personale, poi, non avere limiti è un po' come non morire, vivere in eterno. Una cosa disprezzabilissima. A vivere in eterno si perde l'attimo, si perde l'irripetibilità del momento, si perde l'unica cosa meravigliosa della vita: l'effimero. Una persona senza limiti è una persona per cui il tutto è come il niente, per cui buttarsi da un palazzo con un elastico ha la stessa emozione del non farlo. Non avere alcun limite, secondo me, è avere un limite insuperabile, il limite dell'assolutezza.

Io, come si sa, di limiti ne ho inenumerabilmente tanti. Ho limiti che sono mutati nel tempo, limiti che ho smesso di avere, limiti che ho acquistato ex novo. Superabili se voglio, insuperabili se non voglio per la maggior parte. Ho limiti che non vorrei avere ma che non riesco a togliermi con facilità (potrei fare l'esempio del rilassarmi completamente, ma è un esempio che non voglio fare e che quindi sto facendo). Ho limiti che non vorrei, possibilmente mai, smettere di avere (per esempio riuscir a tollerare, razionalmente, le religioni e il cristianesimo di più oppure il pensarmi come madre, per carità).
Poi ho dei limiti, fortunatamente, nel campo sessuale. Ed è il mio esempio migliore. Perché sono quei limiti che mi permettono (almeno a livello ipotetico-fantasioso) di provare a giocarci, superarli, tararli. Se non li avessi, penso io, mi divertirei molto meno.

13 marzo 2012
Ambiguità
Questa colonna
ha un buco: vedi
Persefone?
(Giorgio Seferis)
 

Chiusa, ermeticamente, come un riccio. Senza eleganza però, non provateci a ficcarmi in quel romanzo.

16 giugno 2011
616 Un uccelletto

Non amo, particolarmente, l’azione.

Direi che più spesso possibile la sostituisco a una profonda riflessione. Inutile ovviamente, come si conviene a qualsiasi riflessione. E anche se pensare di fare una corsa di un’ora non corrisponde al farla sul serio, certe volte riesco anche a sudare.

 

Lasciando da parte le idiozie che intermezzano tanto per rendere il tutto meno suicidio-take away, direi che meno dell’azione amo la non azione prodotta dalla riflessione.

Perché, quasi alla fine, quando uno una cosa non l’ha fatta ha comunque preso posizione sull’azione e precisamente nella non-azione.

Spiegare concetti intuitivi, o che per me lo sono, è faticoso: quasi sto sudando.

Penserò comunque di aver corso.

 

Ero sdraiata in giardino con il gatto tra le gambe, un libro tra le mani e un evidenziatore perennemente tra le labbra, quando vedo un uccellino avvicinarsi.

 

Sì, io mordo le penne, le matite o gli evidenziatori: tremendamente antiestetico.

 

Non faccio in tempo a spaventarmi (le cose in movimento mi spaventano, così come le persone, così come certe parole lanciate, così  come gli animali, così come i volatili) che vedo il gatto, quell’adorabile creatura che dormendo tra le mie gambe incrociate sembrava comunicarmi tutta la bontà del mondo, fare un salto e, in un rapido, bellissimo in quanto tragico, gesto, prendere l’uccellino.

 

Cosa si pensa di una azione così?
Io, razionalmente (sì, ogni tanto ancora mi succede) avrei detto che una scena del genere è normalissima amministrazione, che è più indicato aspettarsi sensibilità nelle telenovele che non nella natura, che non si può chiedere al gatto di non essere cacciatore o all’uccello di non essere preda così come una pianta o, per rendere ancora meno vita e conseguentemente meno volontà, un cassetto non smettono di essere pianta e cassetto per una richiesta. Nemmeno fatta a lacrimucce.

 

In una parola un evento del genere è semplicemente “vita naturale”.

E io sarei stata d’accordo nella mia stessa riflessione se l'avessi fatta a stomaco vuoto (d’esperienza diretta intendo). Perché c’è stato qualcosa di, istintivamente, poco razionale e assolutamente poco naturale nel cinguettio disperato dell’uccello, dilaniato dai denti del gatto.

Insomma, cercando di spiegarla meglio se è naturale che un gatto faccia preda un uccellino, piccolo e abbastanza indifeso, ed io questa naturalezza la riconosco, la apprezzo e ci conto in generale nell’esistenza, altrettanto naturale non è il grido dell’animale ucciso.

 

Non so se riesco a spiegarmi. La morte è naturale, la caccia è naturale, vincitori e vinti sono naturali, prede e cacciatori anche, lo stesso movimento del gatto, quel balzo aggraziato e nevrotico insieme è stato, nella sua tragicità ripeto, molto naturale, è nel cinguettio di strazio, di dolore, di pena  dell'uccello che la naturalità improvvisamente si infrange.

Mi ha fatto orrore, mi veniva da piagere, mi ha disgustata incredibilmente, non tanto per la pena verso l’uccellino morto ma più propriamente per quel suono, per quella violenza fatta all’armonia naturale.

 

La violenza non è naturale, non è l’esplicazione di una forza, è l’esplicazione malata di una forza, l’impossibilità di quella forza di cogliere nel suo esistere anche l’esistere dell’altro. Non è, la mia, una sorta di morale di compassione per la preda, ma più universalmente una sorta di disgusto per l'interruzione della melodia naturale.

 

Mi sono, ovviamente, preoccupata bene di togliere dalla storia l'intero grado di grottesco che come in ogni buona storia tragica c’era. Il mio gridare “mamma” per esempio, incapace all’azione o anche solo incapace di prendere una decisione (correre dietro al gatto?), il mio gridare come una pazza isterica. Ho anche lanciato al gatto un libro, le scarpe che mi ero tolta e pure una crema solare, ma senza successo. Solo all’arrivo di mia madre il gatto traditore è stato acciuffato.

 

Promemoria personale: "a distanza di cinque metri anche se usi tutte le belle parole che vuoi non riuscirai a convincere il gatto a fare quello che vuoi tu, cara Marica".

 

L’uccellino, liberato dai denti di dubbia pulizia del gatto, è comunque morto, senza possibilità di appellarsi a lieto fini accidentali di questa storia (non attiva).

7 giugno 2011
613 Aderite numerosi

Oggi sono preoccupantemente serena.

E la condizione mutabile non è nell’avverbio.

 

Il problema, che in un gioco di assurdi minaccerebbe tale condizione, è che il motivo della sopraggiunta serenità mi sembra chiarissimo: ma perché insisto a farle cose che so non farmi bene?


Oltre alla solita componente masochista deve esserci una fottuta motivazione psicologica.

Stanotte nel mezzo di una crisi isterica che definirei la peggiore fino ad ora (ma di tutte dico “la peggiore” e vista la comunque sopravvivenza mi accorgo che tanto “la peggiore” non sono state), mi sono scritta un biglietto.

 

E siamo già a i biglietti della follia, in questo ho preceduto il mio Nietzsche, anagraficamente parlando.

 

In realtà con i bigliettini ho iniziato al liceo e per motivazioni funzionali: a quel tempo la pazzia non c’entrava molto, ero una persona quasi normale.

Ero normale ma svampita e quindi solo in piena notte mi facevo venire in mente che dovevo assolutamente ricordami il vocabolario di latino (o nella sfiga di greco) per il compito in classe del giorno dopo. Quindi, invece di farmi una rampa di scale nel gelo delle notti invernali, me lo scrivevo su un foglietto che poi mettevo in qualche posto sicuro.

Il posto più sicuro era l’armadio ovviamente perché a meno che di non andare a scuola in mutande avrei sicuramente letto il biglietto. La sicurezza aveva addirittura una doppia chiusura perché nella malaugurata ipotesi fossi andata a scuola in mutande non mi sarei certo dovuta preoccupare di essermi dimenticata il vocabolario.

 

Diciamo che la storia è trascesa un po’ nella follia quando ai bigliettini per ricordarmi di prendere qualcosa ho iniziato ad aggiungere consigli di ogni sorta.

Sì, mi scrivevo consigli derivanti dalle notti proverbialmente consigliere.

Okay, forse iniziava a vedersi il gene del cui risultato potete vedere le manifestazioni oggi.

 

Sul biglietto della follia di ieri notte non c’era scritto nessun confusionario “PRENDI IL” (confusionario perché IL sembra ma non è un articolo: è il nome del dizionario) ma un perentorio e consigliato “chiamalo”.

 

E quel "lo" si riferisce (ma sto migliorando, in tempi passati avrei specificato essendo poco sicura di riuscire a capirmi) allo psicologo perché sarebbe il caso, ma seriamente, di tornarci. E pure di corsa.

Stamattina ovviamente non ho dato retta alla me scritta e non l’ho chiamato.

Intanto perché me ne sono andata in modo pessimo dicendo che l’avrei richiamato passato il periodo degli esami (novembre scorso) senza farlo e poi perché dovrei spiegargli cosa non va e non muoio dalla voglia di dirgli qualcosa come “salve, ho problemi con il sesso anale, gli uomini sposati e la zooerastia. Ma solo se non fumo cocaina”. Che posso farci, ho anche io un limite di dignità.

 

Non vi fate brutte idee su di me, non pratico queste cose (non separatamente almeno), facevo solo esempi dimostrativi del perché uno potrebbe aver bisogno di pensarci a certe telefonate.

 

Avrei deciso di concentrarmi su due cose passato l’esame di etica e spero anche un po' di isterismo. Sempre che l'esame non mi uccida. Ci sono probabilità se devo realmente conoscere anche l’esegesi di Heidegger su Nietzsche. Scusate questa è una divagazione ma non ho mai letto niente di meno comprensibile (forse Gadda?) di Heidegger: lui dovrebbe andare in analisi, ha dei problemi.

 

Comunque dicevo della mia concentrazione (estiva sicuramente per il resto vedremo) su due cose: il tedesco e i matrimoni.

 

Col tedesco ho intensione semplicemente (?) di impararlo (ma ce l'avevo già da novembre la bella intensione). Sembra una lingua ostile in effetti ma mi pare mi si adatti meglio dell’inglese (lingua dissoluta per eccellenza!). Oddio, non impararlo in un’estate in effetti ma dargli qualche colpo qua e là per iniziare.

Sembra sempre che io parli di sesso, incredibile.

 

Il secondo fronte di azione saranno invece i matrimoni. Quanti più possibili. Anzi, parte la campagna ad adesione gratuita: “se ti sposi invita anche ladymarica”. E aggiungo a titolo personale: “ho già comprato le scarpe giuste!”.

Questa inclinazione ai matrimoni nasce dal fatto che ho scoperto che sono i luoghi al primo posto in cui si può rimediare qualche flirt o in alternativa del sesso facile e nonostante io sarei interessata alla prima soluzione non scarterei a priori nemmeno la seconda.

 

E flirt non significa storia seria, flirt significa fermarsi poco prima delle complicazioni. Vi stupirò (non tutti) ma anche poco prima del sesso.

Ho letto chissà dove una massima con le nespole. Una storia d’amore è come una nespola: tranne che per il primo morso (il flirt appunto n.d.r.) poi stai tutto il tempo a sputare noccioli.

E francamente passare tanto tempo a sputacchiare in giro non solo non è elegante ma è anche rischioso perché può capitare che un osso che non hai sputato ti rompa un dente.

 

E trovare un altro fidanzato col dente rotto poi diventa più difficile. Togliendo l’estetica è una metafora sulla serenità, non sugli uomini, ma non so quanto chiara.

 

Bene. Quindi mentre aspetto gli inviti ai matrimoni (per il momento solo uno) vado a cercare di capire che razza di differenza ci sia tra essenza, essere, esistente ed essente. A parte le differenze grammaticali, immagino.

19 aprile 2011
594 Riso indigesto

Gli alimenti mi imbrogliano, le capacità che credevo avere si nascondono e mi sono fatta la doccia dopo aver passato il giorno a pulire il bagno.

Mi spiego? Manca la logica, qualsiasi logica.

Due notti fa ho avuto un incubo spaventoso: mangiavo una pizza margherita.

Ora, chiunque riesca a cogliere cosa ci sia di spaventoso a mangiare una pizza margherita è pregato di comunicarmelo. Nel sogno ero disperata. E’ questo che mi preoccupa, arriva un livello in cui l’esagerazione diventa ossessione. E io sono brava a estremizzare le esagerazioni.

 

Come la storia del riso. Qualcuno già la conosce, da facebook, ma io la devo ripetere perché continuo a non capacitarmene e forse a non spiegarla bene.

Ieri sera la mia cena è seguita da un momento di isterismo profondo tendente al suicidio. Precisamente quando ho voluto approfondire la questione riso cotto/riso crudo.

Potrei sembrarvi pazza vi avverto e con gravi disturbi mentali, invece, sono solo una precisina esagerata che quando decide una cosa la fa esigendo una perfezione impossibile.

 

Partiamo col dire che ieri sera ho mangiato 80g di riso. Lesso ovviamente. Ora, 100g di riso cotto hanno 100 calorie, mentre 100g di riso crudo hanno 320 calorie. Io ho fatto il ragionamento che spero tutti tendiamo a fare naturalmente. E dico “ragionamento che tutti tendiamo a fare naturalmente” solo perché non voglio dire che sono stupida, infinitamente stupida. Quindi io ho pensato: “perché mai uno dovrebbe voler mangiarlo crudo?” e poi ho pensato che la differenza calorica derivasse dalla perdita di amido o di qualsiasi altra sostanza nel riso lesso. Proprio per niente.

L’unica cosa che dovevo pensare e che non ho pensato è relativa al peso degli alimenti. E non ci ho pensato per un semplice motivo: sembrava uguale!

Ho pensato cioè che 100g di riso sono 100g di riso. Che io lo peso, come tutti gli alimenti, crudo ma lo mangio ovviamente cotto. Non ho pensato che se 100 calorie si riferisce al riso cotto anche i 100g si riferiscono al riso cotto. E non ho pensato che 100g di riso crudo diventano 320g di riso cotto. Ora, 100g di riso crudo, abbiamo detto, hanno 320 calorie, cioè le stesse calorie che hanno 320g di riso cotto.

Sto iniziando a far confusione anche io. Quello che voglio dire è che mangiando 80g (pesato crudo) di riso che poi ho cotto non ho mangiato 80g di riso cotto e conseguentemente non ho mangiato le 80 calorie che avevo stimato io.

 

Un alimento ha deciso sul mio corpo, è questo che mi scoccia particolarmente.

 

Glissiamo su tutto quello che è accaduto dopo la consapevolezza. Ma non mi sono accecata all’Edipo. Conoscere non è sempre un bene, costa ed è anche faticoso; e se ci avessi pensato due settimane fa oggi non vi starei parlando di riso, di calorie e di cose crude e cotte.

Perché tutta questa smania di sapere sempre tutto?

E’ vero che il fatto di saperlo ora mi dà la possibilità di non commettere mai più quell’errore (di mangiare il riso n.d.r.) però è anche vero che una serata di isterismi me la sarei risparmiata volentieri.

Distrutta dall’aver scoperto che il riso non ha lo stesso peso crudo e cotto, se lo raccontassi si rischierebbe di non crederci.

 

Ma veniamo alle capacità esaurite. Credevo, ieri, di essere soddisfatta della mia famosa (anzi noiosa) tesina su Nietzsche e invece, leggendo oggi quella del poveraccio prima di me, ho scoperto che o sono molto intelligente, e quindi io ho capito tutto e gli altri niente, oppure sono molto stupida e ho passato mesi a leggere non avendo capito niente di niente. Vi devo rispiegare la storia del riso o lo capite da voi perché propendo per la seconda?

In più mi sono accorta che ho scritto un’introduzione che definire idiota è un complimento. Ho scritto cose che mi potevo risparmiare, non una ma quindici volte. Inoltre, perché come già detto tendo alla precisione esasperata (e fallisco, e quindi mi odio –c’è uno psichiatra qui?) l’ho consegnata, come chiesto dalla prof. prima, e così lei avrà modo di spulciarsela e di leggervi tutta la mia idiozia. L’avessi portata giovedì sarebbe stato diverso. E lei non ne terrà nemmeno conto.

 

Io, che non ho l’intelligenza, avrei dovuto avere almeno un po’ di furbizia: il mondo fa schifo.

 

In ultimo ho passato metà mattinata a cercare un parcheggio sotto casa e non ho trovato niente di niente. Quindi ho parcheggiato nel supermercato (non si fa, ma ho perso il conto delle cose che faccio e non dovrei fare ) sono andata a lezione pensando di spostarla dopo.

Glisserò elegantemente su tutte le figure epiche che ho pensato di vedere nel supermercato e passerò a quando sono tornata per spostarla e ho fatto otto giri del quartiere per trovare un posto. E il posto l’ho trovato molto lontano e per di più vicino a un istituto superiore. Questo mi conduce a pensa che riprenderò la macchina solo di notte: avere contatti con quegli studenti equivale a un rischio e fare manovre (per me) davanti a quegli studenti equivale a una specie di morte sociale.

 

Penso sempre più spesso ai cattolici che mi hanno invitata alle riunioni del venerdì sera. Ma aspetto dopo pasqua, non vorrei sacrificassero gli atei come nuovi agnelli.

18 aprile 2011
593 Post a ostacolo (il gioco consiste nell'evitare le idiozie)

Ho inventato una nuova pausa dallo studio che si chiama pausa smalto.

Perché è tutto il pomeriggio (tolte due pause caffè, una pranzo e una barretta fitness, no, stavolta era kellogg’s –e c’è chi dice che non sono equilibrata in questo periodo) che sbatto istericamente sui tasti della tastiera del pc credendo di mettere in fila parole che poi combinate magicamente mi daranno una bellissima e articolata tesina per il corso di storia dell’etica.

 

Bè, circa è finita devo dire. Mi manca la fase rileggere e correggere uno e la fase rileggere e correggere due. Io aggiungerei anche rileggere e correggere fase 4 e 5, ma ho finito il tempo.

Ma domani, rileggendola, mi renderò conto che ho sbagliato tutto, dall’inizio alla fine, scriverò qualche frasetta isterica su fb e solo dopo un paio d’ore ne inizierò una nuova salvando il salvabile del vecchio documento. E in extremis, come sempre, stamperò senza rileggere.

Per quanto mi conosco, mi annoio a morte.

 

Passato giovedì sarò una donna felice.

Queste frasi brevi mi fanno sempre cadere nei doppi errori.

Uno non sarò una donna perché le donne sono soggetti altri da me e due non sarò felice perché non sono geneticamente portata per una simile condizione.

Sarò me stessa nel suo essere pessima ma più sollevata.

 

Per non lasciare niente all’immaginazione volevo farvi capire il perché del mio essere pessima. Se ci fosse bisogno di dettagli aggiuntivi rispetto ai soliti, intendo.

Scrivendo la tesina, ho pensato che conoscevo qualcuno che mi avrebbe chiesto di leggerla. Cioè, lui non solo si sarebbe sorbito 8 pagine di idiozie in fila indiana, ma me lo avrebbe anche chiesto spontaneamente, anzi, avrebbe insistito per farlo. Una roba da Moccia e film horror insieme.

Il mio essere pessima, notando quindi questo estremo sentore di essere improvvisamente soli, che capita solo a chi stupidamente si è lasciato tenere in una specie di campana, si è leggermente incupito. Ma è bastato ricordare tutti i motivi per cui è meglio uscire dalle campane di vetro (che ci auto-creiamo) così come è meglio uscire dalle caverne platoniche (anche se dubito troveremo mai le “idee”).

E poi, sempre perché sono pessima, ho pensato alla forza dell’autoconvincimento. Se uno pensa di provare un sentimento e se ne autoconvince quel sentimento finisce per esserci veramente. E pure per essere forte, se ti leggi 8 pagine di nulla “per amore”!

E chi sono io per giudicare un sentimento altrui? Un nessuno quasi ulissico. Io sono quella che legge “culetto” nei commenti lasciati a una cerebrolesa e sono quella che da quel commento fa due conti. Mi avesse riempita di parolacce, avrei capito, ci avesse provato con chiunque avrei capito, ma spazzare via tutto quello che c’era di buono tra noi così, la stima e l’affetto subito dopo, facendo l'orrido con lei, con cui sa tutto il trascorso, tutte le mie fissazioni, mi sembra assurdo. Cioè, fatico a spiegarvelo. Poniamo che voi riveliate a una persona che stimate la vostra massima antipatia per una persona e che anche lui rida di quella pochezza con voi. E poniamo che il giorno dopo ve lo troviate a flirtare con lei. A me passa la voglia anche di salvarlo giocando la carta della rabbia, francamente.

O forse io non li capisco i sentimenti, ma preferisco se il risultato è quello.

Facciamo un esempio dimostrativo.

Attualmente sono molto arrabbiata, fingiamo, con una persona a cui voglio però un grande bene. E non per la mia rabbia, che ultimamente tocca altezze incredibili, io lo distruggo, moralmente insomma. Perché credo ci sia qualcosa di più importante del mio sentimento per lui, del suo ricambiarlo o meno, eccetera, mi lega a lui dell’affetto che non dismetto perché lui, che ne so, si innamora di un’altra: il suo sentimento per me influisce solo sul mio umore, non su quello che lui è per me.

Ma come ho detto io i sentimenti non li capisco: ma mi sono spiegata?

 

La cosa più intelligente che ho fatto questo finesettimana, oltre la pausa smalto, è stato, mentre una montagna di pentole cadevano, rovinosamente, al suolo, metterci un piede sotto pensando, non  si sa per l’intervento di quale divinità, di fermare la caduta. E no, la caduta delle pentole verso il suolo non si è improvvisamente fermata cambiando poi direzione in una specie di moviola all’indietro, ma si sono infrante, e tutte, sul mio scalzo piede.

Una lady non bestemmia, non dice parolacce e sorride al dolore fisico, come non fosse successo. Mi pare chiaro che il mio nick sta oramai, incredibilmente, venendo meno.

Concludo con la foto dei mezzi usati per "tesinare" (neologismo che non esce dalla mia mente). Notare i due pc (che indicano il doppio impegno, almeno tecnico) e tutti i libri (che indicano tutta la cultura, in essi rimasta, ovviamente).

 

8 aprile 2011
589 Né A né B, adesso viene quello che prova M

Mi calmo, mi rilasso, mi tranquillizzo.

Che è un po’ fare Alex Britti senza vasca e senza balli (se non conoscete quel ritornello non è colpa mia, ma vostra).

 

Quanti di voi sono disposti a credere che mentre lasciavo un ragazzo, ieri, un altro lasciava me per altro modo?
Nello stesso, identico, preciso momento. La sua email (del secondo, chiamiamolo B) è arrivata esattamente mentre io dicevo al primo (chiamiamolo A) che era finita.

 

Questo implica che io avessi parallelamente due storie, vero. E implica che quindi non sono una brava persona, ovvio. Ma di certo ho delle buone, non valide ma buone, motivazioni.

Perché la prima storia era solo una forma. Era un sentimento messo su una credenza da tanto tempo e lasciato lì. Non che io non voglia bene a quel ragazzo, non che io non sia affezionata a lui e alla sua voce, ma quello che posso offrirgli è una semplice amicizia. E a sentimenti congelati. Aggiungerei al quadro che non lo vedevo da mesi. E questo potrà non scusarmi del tutto ma certo mi rende un po’ meno pessima.

 

Quello che in tutto questo io non ho capito è se sia peggio lasciare o essere lasciati, visto che è stato un dolore unico, sordo, continuato, non distinguibile.

Mi concedo di infischiarmene, stando ad oggi.

 

Ad oggi considerando la parte in cui sono stata attiva (il lasciare) sento un senso di profonda libertà. Mi ero messa in una gabbia e lo avevo fatto da sola. Non nella gabbia del non poter fare, non era certo quello il problema, diciamo in una gabbia che mi rendeva poco coerente con me stessa. Mi spiego un po’?

Lo facevo perché mi rendeva più sicura, lo facevo perché quella persona, A, mi piace e mi piaceva ma in sentimenti diversi da quelli che però gli dicevo di provare. Almeno in qualche misura diversi, almeno da un certo periodo in poi.

La chiarezza porta la luce ed io ne avevo bisogno. Lo dovevo fare prima, certo, ma un po' mi è mancato il coraggio, un po' non lo avevo capito così bene.

 

Poi possiamo passare a considerare la parte in cui sono passiva (l’essere lasciati, diciamo così), ma c’è poco da considerare. Diciamo che io lo sapevo sarebbe successo, questo è ovvio, lo sapevamo tutti e tutti e due soprattutto. Per dirla meglio io sapevo sarebbe successo quel giorno, esattamente il giorno con cui chiudevo con A., scioccamente pensavo che avrei sofferto solo una cosa. Credevo però, che sarebbe avvenuto in maniera diversa e pensavo che quella maniera diversa mi avrebbe dimostrato che era meglio così.

Invece è finita ma per tutto un altro motivo. Questo mi ha fatto del male vero, ma mi ha “fatto vedere” anche molto. Cose che si imparano solo così, solo imprimendole con dolore in noi.

Il voler sapere, il voler vedere, il voler avere una certezza, hanno un prezzo. E non è un prezzo buono, questo è certo e alla fine dei conti uno si direbbe che non vuole più sapere, ma non c'è la possibilità di tornare indietro.

 

Eppure non poteva essere altrimenti, questa è una cosa che ho maturato oggi: io non avrei rinunciato a quella informazione.

“Se tu mi avessi spiegato, se tu lo avessi detto così…” ho farneticato ieri, nelle mie due email di supplica (ridete di me, per piacere almeno mi sentirò stupida ma non troppo ridicolo-patetica), ma non era vero. Mi sarei attaccata anche ad un palo per fermarlo. Oggi, a cose più ferme invece mi accorgo che se lui non mi avesse detto quello che volevo sapere non avrei smesso di consumarmi. Forse non avrei detto “basta”, però avrei cercato altri modi per ottenere l’informazione, direttamente o indirettamente.

 

Quello che provo oggi, e mi dispiace fare post interiori, lo so che è noioso, è un senso generale di tristezza e la consapevolezza di aver perso qualcosa.

Due cose precisamente.

Una che dovevo perdere necessariamente, perché era quello il momento, l’altra che invece avrei voluto perdere tra qualche tempo, un po’ più stanca di certi baci insomma.

Ieri quando mi sono fermata a sentire il dolore, e non a vederlo nella mia preoccupazione di come stava A o di perdere/non perdere B, ho provato un senso enorme di meraviglia.

Mi prenderete per matta, poco male.

Ho sentito, provavo, qualcosa di enorme, qualcosa di meravigliosamente enorme, una disperazione molto profonda che ho sentito solo poche volte in vita mia. E sempre per motivi diversi.

Non vi è mai capitato di sentire talmente tanto e stupirvi di quanto riuscite a provare? Forse non ho le parole adeguate: è essere piccoli in confronto a ciò che dentro di te si mescola. Ditemelo se vi sembra stupido, non mi offendo.

Ché sia dolore è solo sfortuna, è la grandezza del sentire che mi ha meravigliata. Se si può provare così tanto, forse, alla fine, un senso qualche cosa ce l’ha, fosse solo in quanta vita ti viene dentro.

E sì, intendo quel viene, come un orgasmo.

Poi pianti, isterismi, nottataccia ci sono stati, certo, ma erano espressioni fisiche di tutto quel sangue, amaro, che sentivo invadermi.

E saremo tutti d’accordo a questo punto: il mio paragone con l’orgasmo non regge più.

Entro settimana prossima, in tutta questa tragedia, devo offrire una tesina sul “senso di tragico in Nietzsche” che guarda caso si concilia perfettamente con la mia esperienza personale di questi giorni. L’esperienza mi ha fatto capire il concetto, sembra assurdo ma così mi sembra essere. Se io la usassi, questa esperienza, come argomento in tesina, magari in generale e senza paragoni con l’orgasmo, sono certa, riceverei il consenso della docente che vuole proprio un’analisi delle emozioni, in Nietzsche e in oggi. Ma dove lo trovo il coraggio poi di leggerla agli altri studenti? Già mi farò una violenza leggendo quel che leggerò, figuriamoci dover leggere frasi come “se si può provare talmente tanto forse, alla fine, qualche senso la vita ce l’ha, fosse solo il sentirla soccorrere (non più “venire” n.d.r.) dentro di te”.

Queste cose le leggete voi, perché siete voi e perché io non so come vi risulteranno, ma vi assicuro che lette dalla mia voce, anche quando sono sola, suonano patetiche e stupide.

 

Da oggi ho qualche lettore di meno, devo iniziare a far magliette stampate con il nome di questo blog. Se avete preferenze sul colore la mia email è sempre la stessa.

15 marzo 2011
580 Ma parla di me?
            Un'anima che si sa amata, ma che da parte sua non ama, rivela la propria feccia
-quel che c'è più d'infimo, in essa, si rivela.  
                                                                                                                             
Friedrich Nietzsche
Al di là del bene e del male
 
Non mi sembrerebbe ci si dabba aggiungere nulla francamente, se non il titolo dell'opera di provenienze. Insomma, l'opera di provenienza io ce la aggiungerei solo per sottolineare come Nietzsche non stia proponendo un giudizio, una morale, un giusto delle cose, ma stia semplicemente mostrando un aspetto umano, tanto umano, più umano di quello che siamo abituati a pensare. Nietzsche ci mostra quello che evitiamo di sapere di noi.
 
Questa non è filosofia, questo è un invito a conoscere se stessi, un invito a sostituire alla "morale generale" (che è un termine che non significa nulla, che è un termine che usiamo per mascherarci di falsità) la volontà di verità (che non è verità e non è nemmeno sicurezza di arrivarci).
 
Sì, lo so quello che pensate: "Amen".
6 ottobre 2010
500 Ma se sogni, come dice la canzone, ne ammazzi veramente metà?

Il punto, perché c’è un punto, è che sapevo di non essere completamente paranoica. E sapevo che l’unico timore che non ho espresso in quella lista un po’ più in basso era l’unico che si sarebbe avverato quasi sicuramente o almeno con ottime probabilità.

Me ne sono accorta oggi davanti ad un caffè.

Niente, magari lo sapete anche meglio di me, è semplice: non ho l’età per fingermi una studentessa universitaria. Ho forse l’età anagrafica (ma nemmeno troppo), e per nulla quella morale.

Mi sento come se fossi una vecchietta che cerca di interessarsi a cose che non la riguardano e non la riguarderanno mai.

Estrapoliamo un pezzo del discorso di una delle mie “colleghe”.

“Stamattina mi sono seduta vicino ad uno colla barba lunga, meno male che ho il naso chiuso, chissà come puzzava, come può fare una facoltà come filosofia?”.

 

Ma non voglio fare esempi che mostrino la banalità e il qualunquismo degli altri e sottolineare che solo ladymarica, grande liberatrice di popolo, è saggia e bella, figuriamoci. Si tende sempre a dare un’idea migliore di se stessi rispetto a ciò che poi è in realtà questo se stesso ed io intendo dissociarmi dalla tradizione: sono peggiore, lo dico. Se non peggiore diversa. Ci sono tante persone sulla terra, non c’è motivo di pretendere che tutti vedano migliori e peggiori nella stessa cosa.

 

Ho citato una delle cose che non credo uscirà più da questa testa; non la peggiore cosa detta, quella che più mi ha impressionata. Avrei voluto citare Pirandello e dire che non necessariamente un naso storto pensa idee storte, ma in quel momento sono rimasta muta, estasiata davanti a tanta comunicazione. Estasiata nel senso di angosciosamente incantata.

 

Vorrei raccontare aneddoti sulla tipa della frase ma diventerebbe un post comico e perderei questo senso di tragedia greca che volevo imprimere. Questa tipa che sta per morire da tre giorni (o almeno così dice soffiandosi il naso e prendendo appunti) scrive, come se le stessero dettando, gli appunti con la matita ricopiandoli in seguito a penna.

Nulla in contrario a questo metodo.

Almeno se lo usi alle elementari.

Boh, magari sono cretina io, ma non mi sembra fondamentale scrivere i titoli in rosso e far quaderni con cornicette super ordinati.

Non mettono alcun voto ai quaderni, mi dicono.

 

Si porta succo di frutta e merendina in un sacchetto per fare una merenda tra uno starnuto e l’altro e asserisce di “non essere mai stata tanto disorganizzata”.

Non capisco se al liceo si portasse un servizio catering nell’astuccio.

 

Non dorme la notte per gli esami futuri, ma arriva tardi alle lezioni.

Mi guarda come a dire: “non ti rendi conto di quanto mi fai schifo!”.

Francamente me ne rendo conto, ma non ti preoccupare, tu a me ispiri totale disinteresse. Ed è raro, di solito mi interessano anche persone che detesto. Non la detesto, figuramoci, mi annoia a morte.

Non mi interessa con quanto si sia maturata, non mi interessa parlare del giorno in cui si è commossa perché spiegavano Nietzsche in classe (mi volevo astenere dai giudizi morali ma questa è veramente deficiente) e mi interessa anche meno che lei legga “a manetta”.

Leggere a manetta.

Chiunque assicuri di leggere molto o legge molto veramente o non ha la minima idea di quanti libri siano stati scritti, perché il molto nel mare di ciò che è stato scritto rimane molto poco.

 

Sembra una caricatura, ma assicuro che è reale. Reale e spero quanto più possibilmente lontana da me da lunedì.

 

Quello che volevo dire, anche per gistificare l’obbrobrio sotto, è che mi piacciono persone che hanno da dare. Anzi, persone alle quali io possa prendere qualcosa, e credo non sia prettamente roba di età, ma roba di esperienze. E intendo per esperienze soprattutto sofferenza, mica perché le sofferenze maturino prima però perché se sei abituata a vincere facile (e pulito) non ti sporcherai di merda però non capirai nemmeno come è bello lavarla via.

 

E’ un discorso da snob presuntosa?

Okay, allora è anche importante che si sappia pronunciare Nietzsche (almeno se ti sei iscritta a filosofia) senza troncarlo qua e là con "Nic", "Nik", così adesso sono anche cattiva.

 

Welcome back.

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE