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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
23 gennaio 2015
Esistono

Esistono tempi che mi mancheranno per sempre, e il tempo contenuto in queste pagine è uno di quelli. Qualcuno dice che le persone come me, nostalgiche di professione, lo farebbero comunque, a prescindere dai tempi che si son passati e agli attimi contenuti in quelli.

Tante volte ho pensato di tornare e tante volte mi son chiesta perché volessi accanirmi su qualcosa che è morto di cause naturali. Nel silenzio di qualche notte son tornata comunque, in silenzio, a leggere quanto scritto e far i conti con quanto è restato. Ci sono episodi che non ricordo più e commenti di cui ricordo persino anno e giorno. C'è un momento in cui ho imparato a scrivere in italiano e ho smesso di rispondere ai commenti "un caro saluto". Pensare a "caro saluto" mi fa sorridere, era il motto che si usava tra i blogger quando, nel 2008, approdai qui. Ci sono persone: alcune, molte, le ho conosciute; con qualcuna ci ho flirtato; con qualcuna ci sto ancora flirtando. Altre le ho incrociate in posti diversi, alcuni con sorpresa, altri con meno. Mi fa felice notare che con ogni persona di questo blog, almeno importante, ho mantenuto i contatti in un modo o nell'altro. Manca solo la Silver Silvan, ma non so se insulta (carinamente però) ancora in giro.

Non so che m'è preso e perché sto scrivendo. Sarà che ieri mi è venuta nostalgia e ho pensato a come sarebbe andato tutto se avessi fatto o non fatto alcune cose. I se sono inutili per definizione, lo so, ma pensarci rimane sempre un cantuccio caldo.

Va be'.

Va tutto bene, per quanto possa andar bene la totalità insomma, e son certa che nessuno se lo stesse chiedendo, ma forse la mia lavanda sì. Che ho fatto in questi anni? Ho imparato a scrivere "va be'" pare, e poi un sacco di sesso*.

(*) no, mento, chiariamolo subito.

10 aprile 2013
Roma, via del corso. Il lungo città del commercio. Un luogo aperto al traffico, coi marciapiedi stretti e sempre pienissimo di persone. Persone che comprano, persone che guardano, turisti persi, turisti sulla retta via, artisti di strada. Costellato di negozi prestigiosi e di negozi da qualunque...

A causa dei mal funzionamenti del cannocchiale questo post continua su webnode!
Basta cliccare sul titolo.

24 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
5 febbraio 2013
Oh, come sono fertile e cattiva!
nuovo post nella sezione blog
http://lady-marica.webnode.it/news/sudare-cattiveria-gratuita/
16 gennaio 2013
Ancora noiosità, però ben scritte

Fa, l'amato psicologo, dice che la rabbia è paura.
Definizione che mi ha colpito molto e subito. La rabbia la credevo un sacco di cose ma paura, quella no. Forse lo è.
Attualmente per me la rabbia, quella di questo momento, di stanotte, è solo adrenalina. Non un sentimento quindi, non veramente, ma un eccitante. Forse la rabbia da lacrime è paura, paura di perdere qualcosa o di far qualcosa, ma la rabbia senza lacrime, quella che accelera i battiti cardiaci, attiva i neuroni (in me quelli maligni) è pura e semplice adrenalina, destinata a lasciar il posto al niente, forse a trasformarsi in serenità. Per carità, non dico non faccia male al momento, non dico non mi turbi, lo fa, come qualsiasi emozione (negativa o positiva), ma più che veramente triste mi sorprende.
Un tentativo di sottrarsi? Mah. Quello che provo attualissimamente è una meravigliosa sorpresa per l'immensità del mio provare, un misto tra paura ed eccitazione su quanta capacità io abbia di sentire cose che hanno sicuramente una collocazione fisica, ma anche delle ripercussioni mentali.

I fatti son difficili da riportare anche se per amore di chiarezza forse dovrei.
 Il mio problema, troppo stupido o troppo etico, è che se li racconto io, i fatti, ovviamente avrete solo la mia visione delle cose. Il blog è mio e quindi la mia visione è mia, son d'accordo, però non posso, per essere serena io dico, escludere il contraddittorio. Ci provo, ma tenete conto che sono la mia versione, lei sicuramente direbbe la sua.
Ulteriore litigata con un'amica. Il suo problema era la gelosia nei confronti miei e di un'altra ragazza. E la gelosia porta a un sacco di cose, anche a dire cose che poi si racconta non si pensano (ma si pensano!), cose che mirano a far male e magari ci riescono anche. Un po'. Poi la ferita smette di bruciare anche se ci continui a buttare il sale perché cicatrizza forse, ma più probabilmente perché restando invariata l'intensità di un rumore continuo si finisce per non sentirlo.

Sono arrabbiata, e questo lo diciamolo, ma nemmeno arrabbiata, ho solo voglia di mandare la ragazza in questione a fare in culo. E perché non lo ho fatto? Perché non lo farei mai? Perché non lo sto facendo nemmeno ora? Perché nel mio personalissimo mondo non è corretto. Nel mio personalissimo mondo le persone non si mandano a fare in culo, non si insultano, non ci si sputa sopra. E poi perché, nella mia egocentrica e presuntuosa idea di me, io mantengo la mia classe da lady (che è il mio buon proposito, al contrario di Marica che è il mio pessimo punto di partenza) anche, e soprattutto, quando gli istinti (sbagliati, ripeto) mi pulsano la testa.
Fa, sempre l'amato psicologo, domani mi cazzierà su tutto ciò.

Quindi sentirmi dare della stronza, della persona infantile, della presuntuosa e saccente e di tante altre cose in un nuovo messaggio (perché oramai la parola scritta è un mezzo molto più comodo, soprattutto a taratura di coraggio, per insultare) di posta elettronica non ha sortito grandiosi effetti. E sarò pure tutte quelle cose, come un complimento, che vale a seconda di chi lo pronuncia, probabilmente anche un insulto vale alla stessa maniera, dipende cioè da chi lo dice. Quello che ne ha sortiti di più sono state le conclusioni, per me ipocrite, della ragazza in questione, che mi dava consigli per il mio futuro (?) e mi augurava una serena notte. Prima mi insulti e poi mi mandi la buona notte? Vabbe', l'umanità per me è un mistero immenso. Meraviglioso solo a giorni alterni, quando sono chiusa sui libri, con poco contatto umano. Io, a cui la rabbia fa l'effetto “parolisticamente stronza”, ho risposto che i suoi auguri mi facevano veramente piacere: esattamente, mi facevano piacere tantissimo solo poco meno l'aver vinto a turista per sempre. Ah sì, su questo sono di una presunzione infinita: certe volte do delle risposte da volermi proprio bene. Anche se non era tutta farina del sacco mio mi congratulo con me per attingere bene, da bene fonti e di saperle usare con tanta disinvoltura.
Poi mi congratulo anche per un altro fatto: per non aver usato l'argomento, vincente, che so benissimo le avrebbe fatto molto male. Io lo conosco bene e potevo nuotarci dentro, volendo, potevo spezzettarglielo addosso e invece non l'ho fatto. Forse lei lo ha fatto coi miei di argomenti (senza il forse), usando frasi mie che le avevo detto come “paure”, ma io non ho osato. Un po' perché conosco l'argomento e so quanto fa male, un po' perché io ho un controllo morale elevato anche se non credo alla morale. Scusate se faccio la presuntuosa e mi appendo medaglie da sola, ma dopo aver passato le ultime ore a sentire quanto schifo io faccia credo che riconoscermi qualcosa, e vantamene silenziosamente nel mio mondo di lavanda, possa essermi di qualche consolazione.

Non è un bene così o un male così. Non so dare un giudizio positivo o negativo, io so solo che in passato slegarmi da persone che mi avevano fatto male mi ha dato del bene, so che non ci posso far niente, che sono tappe. Volevo un 2013 di odio tanto per citare un post? Che abbia inizio? Ma è ancora solo un fastidio, che ora riempie di adrenalina ma che scemerà.
Il mio più grande desiderio, attualmente, è non provare alcun rancore per l'accaduto, perché il rancore è una reazione e io sono per le azioni: cancellare la rabbia, i torti e le parole sentite, farsele scivolare come un punto di vista, questa si che sarebbe una bella azione.

13 ottobre 2012
Sognando a Praga

Pantaloni neri su pelle nera. Liscia pelle, probabilmente simil, di un divano che forse nemmeno il giorno in cui è stato comprato ha avuto un qualche piacevole effetto sul gusto, meno che mai su quello buono. Simil pelle nera, di un divano senza gusto, in una hall scolorita. La hall scolorita di un albergo mediamente discutibile. Simil pelle nera, di un divano senza gusto, di una hall scolorita di un albergo discutibile a Praga, una città meno interessante della tv italiana. Bè, quasi.

I miei pantaloni neri sul quel divano di simil pelle e poco gusto, scolorita hall e città disinteressante ci sono arrivati con un viaggio notturno su un aereo di buon prezzo. E viaggiare in economia è come tatuarsi “i love mamma” sull’avambraccio: una buona idea solo da prima di farlo. L’idea di tenere gli occhi aperti mi abbandona lentamente. Guardo e penso la simil hall, il divano scolorito e la pelle poco interessante e i pensieri si confondono fino a eclissarsi. Finisco chissà come in una piazza sconosciuta, seduta ad aspettare qualcosa. Vicino a me solo gente che conosco. Volti di persone che ritengo amici, miei o meno miei. Sento drammaticità nell’aria, il cielo grigio chiaro mi opprime tutto. Mio fratello è in piedi davanti a tutti noi ed ha qualcosa sulle mani, credo sia sangue. La faccia contratta non dal dolore ma dalla frustrazione, come cercasse di pulirsi le mani, senza riuscirci. Non è ferito, è solo sporco. Mi guarda. Si aspetta qualcosa da me?
Tutti intorno si mettono a ridere, ricordo la faccia del padre di una ragazza, uno che ci aveva detto di contare su di lui per Praga, ridere e far una battuta, che in sogno non esiste nemmeno. Una battuta che mi gela il sangue. Ride, ridono i miei amici, gli amici di mio fratello. Lui continua a guardami ma io non so che fare, non so come aiutarlo. Non posso aiutarlo. Il senso di colpa mi sveglia.

La pelle nera ritorna simil, il divano di cattivo gusto, la hall scolorita e la città poco interessante. Il senso di essere in colpa si è seduto nel posto vuoto vicino a me, lamentandosi, anche lui, del divano. Fa solo più freddo di prima. Ma è perché la notte è andata avanti.

La hall adesso è deserta. Non ci sono più i miei compagni di viaggio, usciti a godersi il freddo notturno della città senza interesse. Il senso di colpa vuole discutere del mio sogno. La prima versione che mi viene è abbastanza banale. Mi sento in colpa perché non mi diverto a far quello che fanno loro e lascio spesso mio fratello da solo. Non posso farci molto francamente, lui, la mia Emme fratello, si diverte, vuole stare dove sta, vuole fare quelle cose. Io no, non del tutto, non sempre, non ultimamente. Non posso far altrimenti anche perché se mi costringo a seguirli ovunque non riesco a costringermi anche a sorridere.  E peggioro le cose perché poi mi sento in colpa perché M. si preoccupa per me. Di me, meglio. Quindi, se non mi va, mi chiamo fuori. I miei sogni, sembra, non sono convintissimi della mia scelta.

La hall continua ad essere deserta e infondo ha ragione, sono le 6 di mattina. Rifletto ancora e mi viene in mente che ho dato un esame su Freud, mai piaciuto Freud. Lui sostiene che in ogni sogno c’è un desiderio, o una roba del genere, e che anche gli incubi siano in realtà desideri ma che il nostro ego non ci permetta di sognarli come tali e li trasformi quindi in incubi. Un ego ipocrita insomma. Sogna desideri fingendo che siano preoccupazione. Ma allora perché il senso di colpa non se ne va a far un giro per la città disinteressante?

Spremo la testa e mi chiedo come abbia fatto, qualche parte di me, a trasformare un desiderio nella scena, sopra descritta, di mio fratello con lo sguardo da aiutami. Penso sulla simil pelle nera. Poi mi viene in mente una chiave di lettura che non voglio accettare, nemmeno ora, a mesi di distanza. E se volessi che lui avesse bisogno di me? Se lo volessi così tanto da vederlo male quando, effettivamente, invece, sta bene? Se desiderassi più il suo bisogno di me dalla sua felicità?

Non riesco a tollerare il pensiero, lo zittisco subito.

Razionalmente, quello che credo io del genere umano è la cattiveria, l’egoismo naturali. L’ho sempre pensato. Si nasce, naturalmente, malvagi, razzisti, egoisti, dittatoriali e poi, con cultura e ragionamento, si dismettono questi istinti, o almeno si riducono, per lasciar posto a umanità, gentilezza, nei limiti del possibile bontà ed egoismo positivo (cerco il mio bene ma facendo il tuo bene). Ma questo è razionalmente, personalmente non riesco a tollerare che il mio sogno possa avere quel significato orribile, quel significato animalesco, quel desiderio così umano suggeritomi da Freud.

Inglobo il senso di colpa, ricacciandolo in qualche luogo che sognerò, abbandono la simil pelle nera, il divano privo di gusto, la hall scolorita, l’albergo disprezzabile e esco nella mattinata senza interesse praghese. Mi accendo una sigaretta mentre cerco i miei compagni di viaggio e un caffè.

Questo post l’avevo promesso tanto tempo fa, arriva oggi. Meglio tardi, se dura.
8 ottobre 2012
Stazione Termini
Domenica pomeriggio. Libreria della stazione Termini. Quanti appuntamenti ci avrò dato? E stavolta lo hanno dato a me. Lì, tra quelle pile di libri tutto sembra più sicuro. Il piano di sotto è un orgasmo di precisione, tutti i libri sono disposti per argomenti. Religione, filosofia, cucina e botanica, erotismo, poesia e critica letteraria, fantascienza, mediciana e astrologia, informatica, fumettistica e musica. Non manca niente. Riesco anche a non sentire nessun tempo scorrere leggendo i nomi di tutti quei testi. Mi concentro sui classici filosifici perché so che quelli non mentono. Se vedendo un titolo come "il vangelo segreto di Tommaso" si può avere la malsana idea di acquistare uno scoop esclusivo, senza pensare che i segreti difficilmente escono in volumi economici edizione grande casa editrice, vedendo un titolo come il "Teeteto" (un dialogo platonico) non si ha alcun abbellimento pubblicitario, lo si compra senza sapere, se già non lo si conosce, e si è pagato dieci euro, circa, per qualcosa che non finirà mai.

Domenica pomeriggio. Stazione Termini. Mi piace la stazione di Termini, a Roma, è un così grosso colplesso, per lo più turpe, ed ospita un così grosso assortimento di persone da assorbirmi quasi completamente. Li guardo, li penso, mi immedesimo e prendo le mie distanze.
Ci sono parecchie donne in gonna con le calze. Ottimo, penso. Giravo per Roma, in questi giorni, notando che sono l'unica, o quasi, a mettere già calze sotto la gonna. Io amo le gonne e francamente amo anche le calze. Se c'è una cosa che mi piace della mia ritrovata me è la femminilità. Però non sono una che si intende di moda quidi avevo iniziato a pensarmi ridicola, fuori stagione volendo.
C'è un senza tetto con una grossa croce al collo. Accendo la sigaretta. Fumo e penso alla croce, fumo e penso all'inutilità di dio, fumo e penso a quanto si debba essere ostinati per credere a dio e dormire sul marciapiede, fumo e penso che invece di credere avrebbe potuto.
Interrompo il pensiero sul cosa avrebbe potuto: forse non lo so, forse mi sento cattiva, quasi come quelli di destra (e io sicuro non lo sono), forse mi censuro. Fumo e vedo una ragazza avvicinarmisi. Interrompo ancora i miei pensieri per chiedermi chi sia e cosa voglia. Poi lei si appoggia solo vicino a me, io la dimentico, senza trascurare di notare la sua magrezza, e torno a guardare la mia gente. Fumo e vedo un paio di pantaloncini bianchi, altezza sedere (o bassezza?) passarmi davanti. Fumo e penso che se fossero stati poco più lunghi mi sarebbero piaciuti. Fumo e sento il calore della sigaretta che sta finendo. Mi chiedo se la butterò per terra. Mi dico che se io fossi la stazione Termini non mi piacerebbe avere così tante cicche per terra. Mi incammino verso una ceneriera poco lontana.

Domenica pomeriggio. Stazione Termini. Sono in anticipo di un'ora, anche poco di più. L'anticipo esasperante credo che si una mia prerogativa esistenziale. Faccio un giro per quello che mi dicono chiamarsi forum. Un piccolo centro commerciale, al piano inferiore della stazione, congiunto con la metro, con negozi, a quanto ho visto oggi, sempre più in stile europeo. Mi sorprende notare i prezzi esorbitanti dei negozi, lo stile lussuoso, perfino un nuovo negozio Disegual (una marca di vestiti, la mia preferita, costosissima ma molto originale). Mi sorprende perché faccio un parallelo con la povertà stesa al piano di sopra, esorbitante, immensa, sui marciapiedi. Grandi marche e caffé con prezzi rasenti il ridicolo al piano inferiore, gente scalza e sporca al piano superiore. Se non ci fosse il piano di sopra non ci sarebbe il piano di sotto? Mi chiedo esemplificando con i piani qualcosa di troppo economico per i miei gusti. Penso e metto un piede davanti all'altro. Entro nel negozio della Disegual, ovviamente. Faccio una lista mentale di tutti gli abiti che proverei se fossi più tranquilla e avessi voglia di sconvolgermi i capelli. Non provo niente, non compro niente. Esco. Faccio ancora qualche passo e sento urla e grida. Una rissa. Do un'occhiata per la sorpresa. Due persone litigano e una calca di gente si è messa tutta in circolo per assistere. Confesso ai miei pensieri che mi interesserebbe guardare, mi interessano le reazioni e le azioni ma me lo proibisco per un moto di dissenso di fronte a quel circolo di spettatori che si aspetta gladiatori e sangue. Penso che sono conenta di aver arginato i miei istinti per una forma di coerenza con me stessa.

Domenica pomeriggio. Stazione Termini. Mi guardo intorno con superificalità. Cosa c'era prima della stazione Termini in questo posto? Non me lo domando forse perché tanto mi risponderei con "una stazione termini più vecchia". Sarò sorpresa, due ore dopo, di scoprire che la stazione Termini, era un bagno pubblico romano. Con pavimenti in mosaici e affreschi colorati. Ai romani piacevano i colori. Non lo avrei detto. Sarò sorpresa, due ore dopo, più o meno, di guardare quei pavimenti, quello che resta degli intonaci.

Domenica pomeriggio. Stazione Termini. Esco di nuovo a fumarmi una sigaretta. La ragazza magra è al posto in cui l'ho lasciata, ma adesso ha un accompagnatore vicino. "Ah, il tuo è arrivato. Bene, due a zero, se contiamo anche la magrezza", mentamente mi faccio la spiritosa. Fumo e penso guardando il ragazzo appoggiato vicino a me. Fumo e mi chiedo di pensare che quel ragazzo sia l'uomo che sto aspettando. Fumo e penso a se ce la farei a parlargli tranquillamente. Fumo e mi dico, convintamente, di sì. Mezz'ora più tardi non mi ricorderò quanto pensavo fosse più facile. Fumo e sento il calore della sigaretta che finisce. Mi avvicino alla cineriera e la spengo.

Sempre domenica pomeriggio, sempre stazione Termini. Costeggio la vetrata esterna della libreria, non sapendo da quale entrata devo aspettarmelo. Sono arrivata in così largo anticipo perché non mi piacerebbe che lui mi vedesse prima di me. Non è un appuntamento al buio, però non mi piacerebbe lo stesso. Io devo controllare gli sguardi, dal primo all'ultimo. Li devo, dopo contare. La costeggio tutta ma lui non c'è. Vaglio l'ipotesi di sedermi per terra e leggere il libro che ho nella borsa. Scarto l'ipotesi. Vaglio l'ipotesi di entrare di nuovo nella libreria. Scarto anche quella. Vaglio l'ipotesi di avere freddo. Questa mi piace. Mi metto il giacchetto. Vaglio l'ipotesi di avere caldo, mi levo il giacchetto. Mi piace la stazione Termini, c'è così tanta gente che nessuno sembra fare caso a quante cose strane faccio. Vorrei avere carta e penna per scrivere, non ce l'ho. Vaglio ancora l'ipotesi di entrare in libreria, per la terza volta da quando sono arrivata a Termini. Entro. E invado l'unica corsia che ancora non avevo occhieggiato: la vetrata che ho costeggiato dall'esterno. Mentre guardo i libri, insomma, terrò d'occhio anche gli arrivi. Registro un pensiero: me la fossi lasciata per ultima, quella parte, di proposito, mi congratulerei con me. E' un caso. Passeggio con due occhi all'esterno e due all'interno. Sono fortunata, altri classici, molto famosi. Passo i volumi economici Newton, passo le donne inglesi alla Austen, ringrazio di aver fatto il liceo classico e di conoscere quasi tutti i nomi, mi vanto anche da sola, arrivo ai tedeschi e mi fermo. Leggo Holderin e mi viene in mente "compresi il silenzio del cielo, le parole degli uomini non le compresi mai" ma so che è una citazione molto a ricordo. Mi fermo un attimo. Proseguo. Noto che allo scaffale successivo conosco pochi nomi. Sono francesi. Perché ignoro i francesi? Proseguo ancora e mi fermo davanti a Wilde. Non posso non fermarmici. L'ultimo titolo che ricordo è "il fantasma di Canterville", prima di sentire due due mani stritolarmi, vigorosamente, dolorosamente, piacevolmente il fianco.

So chi è. Mi volto. Occhi azzurri in occhi castani.

4 settembre 2012
Non piango con la pioggia
Stanca, malinconica, piove.
Torno a casa e apro la porta. I capelli si bagnano mentre cerco la chiave giusta, sento che è come lo spezzarsi, la perdita della perfezione dei mie capelli lisci, di tante e tante cose. E' un assestarsi ma fa male troppo gratuitamente, secondo me.

Nel saloncino è tutto buio, tutti dormono. Proprio stanotte che vorrei un abbraccio lungo. Piango? Ma no, io non piango con la pioggia.
Piove, sono malinconica e stanca. Accenno a un sorriso quando penso che domani, finalmente, qualche abbraccio di quelli senza motivi e senza perché mi cadrà sulle spalle. Dovrei solo dormire per godermi bene quegli abbracci. Apro la mail, tanto per controllare chissà cosa e trovo una canzone, scritta senza musica che mi aspetta. "Piccola cattiveria" dice l'oggetto e io più leggo il testo più voglio piangere. Non piango, già detto, non piango con la pioggia.

Eppure un sorriso io l'ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzì e ora no, non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce

E fra lo spettacolo dolce dell'erba,
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la baciai, questo sì, lo ricordo,
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per dio sì, lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.


E' una canzone di De Andrè, meravigliosa e dolcissima. Una delle più particolari secondo me, nemmeno a dirlo io la adoro.
Dita, capelli, baci, silenzi. In un secondo miliardi di ricordi si catapultano tutti. In un secondo quell'abbraccio che ci sarà domani è troppo distante.
Non piango, non oggi però.
Non piango, non per tanto almeno.


7 febbraio 2012
I quindi diversi dai quindi
A quest’ora, pensavo non meno di 2 giorni fa, tutto sarebbe stato.
Avrei già passato l’esame, avrei comprato, per festeggiare, il libro del prossimo esame in lista per tenerlo rigorosamente chiuso fino a una settimana prima e sarei stata occupata solo a pensare a cose poco importanti come il contare le calorie che durante i week end, solitamente, non conto.
Quindi sarebbe stato martedì. E poi mercoledì.
La pensavo una settimana significativa. Martedì sarei uscita con un uomo con cui desidero capire un paio di cose prima di affezionarmici ancora (già fatto, già sofferto, già perdonato) e mercoledì avrei addirittura compiuto gli anni.
Tutto per tempo. Tutto con un certo tempo.

Ed era proprio perché avevo degli impegni a tempo che le mie ultime parole, dette al telefono, venerdì pomeriggio, ad un amico, erano state: “ma questo finesettimana, sicuramente, né bevo né fumo, sabato mattina devo studiare un po’!”.

Fare il marinaio è una vocazione.

Invece venerdì notte ha nevicato. E il tempo ha iniziato a sovrapporsi. Le promesse a infrangersi e la fantascienza a far da regista.
Ha nevicato e quindi io sono rimasta a dormire con gli amici. Prima di dormire abbiamo brindato alla neve, a noi, non mi ricordo più a cosa. E non si può far un brindisi senza bere, è chiaro. E allora ho bevuto. Poi qualcuno ha acceso un po’ d’erba e io non devo aver pensato molto. Sicuramente non si può fumare senza fumare. Come al solito è finita che non capivo più tutto.

Alla fine abbiamo non dormito. Almeno a tratti. Io su un divano scomodo, semi sdraiata in una posizione anche più scomoda con le gambe sotto le gambe di un ragazzo, con le sue mani tra le mie mani, con il suo svegliarmi ogni 20 minuti per aggiornarmi sulla situazione climatica che vedeva dalla finestra. Davanti a noi altri tre ragazzi e una ragazza a dormire in posizioni altrettanto scomode.
Ma io ero mezza addormentata, altrimenti mi sarei ricordata che: lui è tutto quello che non voglio.

Sabato mattina, o per meglio dire dimensione temporale non accertata, siamo andati, tutti insieme per boschi e paludi. Almeno 12km di collinette innevate, fiumiciattoli, e ponti, costruiti da noi, che non avrebbero retto niente. E non hanno retto. Bagni di fango gelati.
Prima di morire siamo giunti a casa di un altro amico (ecco perché la traversata), abbiamo mangiato torta di mele e rifiutato un passaggio in macchina per tornare indietro. Siamo tornati a piedi. Io per puro spirito di sopravvivenza.
Quindi abbiamo continuato a dormire nelle stesse posizioni anche sabato notte. Eppure aveva smesso di nevicare. Diciamo che nessuno aveva tanta voglia di separarsi dagli altri. Io non mi esprimo in merito.

Domenica mattina, che era domenica per via dell’inderogabile calcio, nessuno aveva tanta voglia di parlarsi, quindi il ragazzo con cui ho condiviso la scomodità delle notti mi ha acceso la sigaretta, come fa sempre. Poi tutti siamo tornati a casa ed io per il resto del tempo ho dormito, nel mio letto.

Però tra l’accensione della sigaretta e la dormita continuativa nel tempo c’è stata una mail. Anzi, la mia email e la sua risposta. Ho scritto al mio bel professore di scienza e metafisica per chiedergli se l’esame era, o meno, confermato. Spostato, almeno a martedì 7 febbraio.

Sul momento sono stata felice perché odio dare esami di lunedì, perché nel week and avrei dovuto studiare qualcosa ma non l’avevo fatto, perché rimandare gli esami è la cosa che mi riesce meglio.
Poi stamattina mi sono svegliata e l’influenza aveva preso possesso del mio corpo e delle mie già limitate facoltà intellettive.

Quindi
dovevo studiare le cose che avevo saltato a una prima lettura dei testi con la capacità di capirle dimezzata. Panico e sconforto. Ho pianto amarissime lacrime di arrabbiatura verso me stessa: “potevi almeno darti al sesso facile prima di morire così, cretina!”.
Poi ho pensato che tanto valeva farsi odiare bene dal bel professore e mandargli un'altra email. Fortunatamente le email non hanno faccia quindi mi è stato abbastanza facile prostrarmi per il disturbo e poi chiedere se per caso non si fosse pensata un’altra data più ufficiale.
E lui, più che prontamente (nemmeno 5 minuti dopo) ha detto: “13 febbraio”.

Un’altra settimana per oziare, distruggermi nel week end e ritrovarmi nelle stesse condizioni precedenti. Non potevo sperare in niente meglio.

Quindi tutto è spostato alla prossima settimana. Darò l’esame lunedì, uscirò con il tipo martedì e compirò gli anni mercoledì. Tutto prossimo. E non me ne frega niente se i compleanni non sono rimandabili: il mio lo è.

2 febbraio 2012
Bene
Il mio stomaco pareva, in questo inizio di settimana, essere diventato un ammasso insano di caffè, fumo di sigaretta, concetti sparsi, nozioni, formalismi scientifici (o limitatamente tali) e cocacola zero. Anzi, una sottomarca. Ovvio, con tutta questa non materia, che il mio bisogno di entità materiali poi si amplificasse in altri campi.

Ho un’ossessione e si chiama burro. Ho notato che la domanda che pongo più spesso è “mica ci sarà il burro dentro, vero?”. Non ho così tanta paura di niente. Né del fritto, né dei fantasmi, né delle relazioni, né della nutella. Perché il burro è infame, si nasconde. E non che mi faccia male come cosa, preoccuparmi del burro dico, però mi preoccupo perché tutte le religioni hanno iniziato, pressappoco, così. Si demonizza qualcosa e ci si costruisce sopra una finzione: un amore per un’altra cosa (se è un ente inventato poi ci divertiamo di più) che faccia dimenticare che in realtà il fondamento ultimo era l’odio verso un nemico abbastanza dichiarato.

Tanto per fare una cosa altamente nuova stasera sono uscita con un’amica. Possibile che io abbia deciso di incrementare così tanto la mia socialità (che di solito si muove a livello zero) proprio sotto gli esami? Pare di sì.
Smalto nero, come la mia mente, niente trucco perché tanto rimango sempre il mostro che sono, anche in maschera, ma un orecchino a stelle così, per dichiarare al mondo che anche io sono donna: ho i buchi, alle orecchie.

Il giapponese in cui siamo state era uno di quelli “no limiti”, tanto perché per riempire le mancanze bisogna farlo bene. Ho risparmiato, a questa cena di sushi, giusto il gestore del posto ma più che altro perché stonava con tutto quel pesce. Ho ingerito, con sguardo bavoso, tanto sushi da star bene per più di qualche tempo. Fino a domani almeno. E avevamo scelto il sushi perché, io e la mia “amica”, ci siamo conosciute come iscritte a un sito di dieta. E che altro possiamo fare su un sito di dieta se non la dieta? La facciamo, precisamente, da tutta la vita e per tutta la vita, come si conviene alle creature femminili con la testa vuota (io almeno). Scegliere il sushi come “mangiare leggero” e poi farcisi il bagno dentro però, ammettiamolo candidamente, è peggio che l’esseri mangiati una pizza a testa. Dal punto di vista calorico dico. Apporto calorico non stimabile. E non lo voglio stimare. Dal punto di vista “piacere” mangiare sushi è un orgasmo, solo che inizia un po’ più in alto.

A conclusione della serata, tornata a casa, ho ricevuto il più bel complimento che un uomo mi abbia mai fatto. E io non sono pratica di queste cose. Un ragazzo (35 anni) che ho conosciuto da pochissimo, che non ci sta provando con me (è sposato addirittura!) e che l’ha detto, così, ingenuamente (e per questo vale doppio). Lui mi conosce come un avatar, precisamente come Shane. Di cui esplicativamente vi linko una foto.

E ha detto: “sai che pensavo che quella fossi tu?” (per piacere, riguardate la foto sopra: pensava che fossi io! Capite? Mitico). E poi, come se non bastasse ha aggiunto: “adesso che ti ho vista” (un’amica ha pubblicato sul sito dove parlo con questo ragazzo una nostra foto) “la scelta di quell’avatar non ti rende giustizia!” Vabbe’, non ho parole. La galanteria mi uccide. Ho tentato di farneticare della mia mostruosità però poi mi sono arresa alle sue bugie.

Alla fine della chattata ho scoperto che fa il volontario nel tempo libero. Che la sua missione della serata fosse mentire spudoratamente alle racchie in internet per essere buono nel mondo?
Il mio spirito distruttivo non aiuta il suo programma sperimentale.

E, appropriatamente a spirito distruttivo, ho fatto saltare in aria un altro accendino. Semplicemente ci appoggio sopra la sigaretta accesa e dopo un po’ quello, quasi letteralmente, esplode. Eppure non ci vuole un genio a capire che un accendino a gas non è un posacenere e meno che mai un degno sostituto. Perdendo qualche dito forse me lo ricorderò meglio.

L’esame di fisica+filosofia si avvicina. O io mi avvicino a lui. Ma non studio ancora. Questo perché sono convinta di sapere tutto. Mi ricorderò che non è così solo domenica notte, in altre parole troppo tardi. Non riesco a spiegarmi perché sono convinta di sapere cose che non ho nemmeno letto di sfuggita e mi si pongono davanti due alternative: A) sono una veggente; B) la mia è una forma di presunzione idiota. Escluderei la A) per varie e articolabili evidenze in altri campi e sprofonderei quindi nella B).

E poi ora ho scoperto il tresette online. Mai fondo fu più raschiato. Ma visto che lo dico sorridendo va tutto bene.

3 gennaio 2012
Porzionare i profluvi

Modalità riflessione attiva.

Ma non è un problema, più tardi mi metto a tacere con circa un film. Il mio dodici mi ha promesso che non mi lascerà mai più travolgere da me stessa. E nemmeno da quel qualcosa (di mentale? di spirituale? di animale?) che coincide con lo spazio-tempo occupato dal mio corpo.

In realtà di liste di buoni propositi, oltre al precedente di non sopraffazione, ne ho scritte più di qualche decina. E nel giro di soli pochi giorni.

Io mi riconosco, da sola, due buone qualità.
La seconda è fare liste.

Così come riconosco tre cose che, non lo ammetto facile, ma mi piacciono di me.
E la seconda sono le orecchie.

Di liste ne faccio continuamente.
Faccio liste di cose da fare, di cose fatte, di posti visti, libri letti, persone che mi piacciono, persone la cui esistenza mi mal dispone nei confronti della positività del mondo. Per non parlare delle liste di pro e contro. Sfiorando la stupidità faccio liste di pro e contro anche sul fare liste. Però ancora non sono arrivata all’estremo di fare liste di pro e contro sulle liste di pro e contro.

A inizio anno, ovviamente, la mia produzione aumenta vertiginosamente.
Vorrei dire di essermele appiccicati ovunque, le liste di propositi, ma in realtà ho solo pensato di farlo.

Però ne ho uno, di proposito, che supera tutti gli altri, se non altro per bellezza: prendere tutto, sempre, continuamente, come se fossi ubriaca.

Dire che, prendere tutto da ubriaca, significa aumentare la voragine del mio poco interesse per quella (o quelle) cose è necessario, per definire la mia nuova condizione d’esistenza, ma non sufficiente.
E capire la differenza che passa tra necessario e sufficiente è ossigenare il cervello.
Dire che la mia sicurezza e le mie buone, sopite, qualità emergono in quella condizione, è ancora necessario, ma ancora non sufficiente.
Dire che da ubriaca la mia vista mentale si offusca tanto da consentirmi di vedere le cose porzionate (una parola meravigliosa) e non per profluvi (ancora meraviglia) di sguardi infiniti, senza confini, senza possibilità di deviarli, profluvi di sguardi di malinconia, nulla, cicli eterni ed eterni ritorni, è, questo sì, sufficiente per caratterizzare la sopracitata condizione d’esistenza.

“Porzionare” e profluvio hanno una certa corrispettiva, proporzionale e inversa forza. E’ come se porzionare in uno specchio si leggesse profluvio.
Io le parole le vedo prima di scriverle.

E arriviamo alla prima cosa che sono spocchiosamente iper sicura di saper fare: scrivere. E tanto per definire quell’iper ne sono sicura fino a quando qualcuno, anche detto chiunque, non mi dice anche solo “preferivo quello che hai scritto ieri”.

E’ un post che balla con le contraddizioni, e pure stupide, non posso farci nulla.

Quindi io non mi sto ossessionando per niente e ogni volta che penso a domani (domani nel senso più generale possibile, il domani che va da tra un’ora al mese prossimo, non domani inteso, solo, come 4 gennaio) accendo lo stereo, quello mentale, e mi metto a ballare. Del resto sono ubriaca, per scelta perenne: in condizioni normali potrei, al massimo, cantare. Ballare assolutamente mai.

Così come non penso al futuro non penso nemmeno al passato.
Non mi ricordo niente, ho deciso così. E se qualcosa mi ricordo ho smesso di farmi domande in proposito: è così e mi va bene così. Senza domande sul futuro, senza motivi, senza se.
Ipotetici, niente accento.

La prima cosa che mi piace di me sono le dita. Ho delle belle dita.
Ma solo quando le piego a mo’ di artiglio.

3 ottobre 2011
648 Mese che vai proposito che trovi

Mi sento invincibile stanotte.

Eh, non c’è un perché, certe volte mi capita. E più o meno basta. Ma tranquilli, è una sensazione che dura tanto poco da costituire, proprio per la brevità, una piacevole variazione delle condizioni normali di insicurezza cosmica.

 

L’unico a battermi, attualmente, è il thé verde: mi ci sono appena bruciata il palato.

 

Per farla breve sono un curioso caso di essere invincibile che si brucia col the verde.

 

Non mi sentivo tanto serena da mesi.

E questo mi pare già un buon perché della iniziale esternazione.

 

Domani riprendono le lezioni all’università. E credo di aver fatto un programma di corsi ed esami molto al di sopra, non delle mie di possibilità, ma delle possibilità di un umano medio. La cosa però contribuisce a rendermi serena. E se non serena almeno impegnata.

Curioso come le due cose coincidano, in generale, almeno per il 50%.

 

Anche la dimensione palestra, dobbiamo aggiungere, contribuisce a questo clima, generale, di serenità. In questa settimana ho provato, moderatamente, di tutto. E’ stato lo spinning sabato, devo essere sincera, a piegarmi però definitivamente: le gambe oramai hanno vita propria e decidono loro quanto voler funzionare e quanto volermi solo far male.

 

Ora che ho più o meno visto ritmi, orari, contributi extra e tutto il resto cercherò di far una cosa equilibrata o almeno di incastrare intelligentemente gli orari. Prediligerò le ore serali perché c’è ovviamente meno gente e perché tanto a me la roba che danno in tv fa solo schifo.

 

Il mio proposito primario attualmente è uno soltanto. Trovare quel certo quid che per tanto tempo io ho sostituito con l’innominabile (che non è una persona ma un oggetto inanimato – e non un vibratore!) e preferibilmente di non trovarlo in un uomo.

 

E veniamo agli uomini, sì. Posso dirla brutale e bruttina? Finalmente mi sto perdonando. Gli errori di valutazione in primis e poi forse anche certi comportamenti leggeri. No, detta così è brutta sul serio. Non alludo al sesso, figuriamoci. Alludo alle aspettative, alle pretese, al cercare, all’accontentarmi. Io mi consideravo il peggio possibile. Non che ora io abbia una così buona considerazione di me (non ancora, ma ci lavoriamo) però rispetto al tempo in cui non riuscivo a mettere una foto su fb perché guardarmi, bella o brutta (sì, è la seconda) che fossi mi faceva orrore, un po’ sono migliorata.

Io mi sono capita.

 

Di proposito ne ho un altro, secondario e abbastanza ambizioso: farmi un’amica. Che detta così suona molto patetica. Io do ad “amica” un certo intenso significato. Per me, ad eccezione di pochi elementi virtuali e della msdc (mezza specie di cugina) ma lei non fa testo perché è un’aliena speciale, che io considero “amiche”, tutte le persone che frequento sono, al massimo, conoscenti. E non perché sono snob o particolarmente acida ma perché esistono gradi e gradi di confidenza: io posso parlare della stessa cosa con 3 persone diverse ma in tre modi totalmente diversi. E poi, solitamente, le donne non mi piacciono: detesto parlare di ormoni, esperienze sessuali e scarpe (con eccezioni più o meno rarissime).

 

Quindi il mio nuovo proposito è riuscire a socializzare in massimo grado: cioè farmi un’amica. C’è una ragazza all’università che potrebbe essere la candidata perfetta. Mi piace molto per iniziare. E’ cattiva, acida, snob, intelligentissima, grafomane, fissata con la grammatica, la cultura e la punteggiatura. Io l’ho notata bene molto prima che lei sapesse della mia esistenza.

Non so come abbiamo fatto amicizia su fb. Anzi, lo so: semplicemente un giorno mi ha chiesto un’amicizia che ho accettato. Io all’università non le ho mai, ovviamente, rivolto la parola. Questo perché mi spavento facilmente, credo di essere inappropriata e anche poco intelligente (credo eh?!). E lei, che non è tipo da perder tempo, ha continuato ad ignorarmi considerandomi quella che sono: piatta e inutile.

 

Pare, in questo periodo, che lei mi abbia osservata su fb.

Su fb mi è molto più semplice parlare: se scrivo boiate si possono non leggere. Quando “dico” boiate bisogna ascoltarle per forza: è questo che mi frena di più. In parole povere credo di piacerle. Su fb. Ed è il fatto che io piaccia a una che piace a me ad essere incredibile.

 

Mi dispiace deludere i feticisti o quelli che sarebbero stati interessati a piccanti rapporti: adesso cercando rapporto-saffo-lesbo-isola-eccetera si leggeranno tutta ‘sta roba contorta del piacersi reciprocamente per poi scoprire che io parlo di un rapporto d’amicizia senza sesso.

 

Tenterò di articolare, quindi, con la sopracitata tipa acida (ma fantastica appunto) un discorso anche dal vivo, senza scappare come mio solito.

 

Ma detto stasera non ha grande validità: sono invincibile, ecco perché così propositiva.

In facoltà, invece, appena mi capiterà l’occasione di mettere in pratica il mio proposito finirò per nascondermi sotto uno dei banchi terrorizzata. E con tutte le probabilità del mondo sbatterò anche la testa.

3 maggio 2011
601 Divorare cultura

"Con te lo so, sempre così, rimesci pianti e sogni e poi li butti via" (cit.)

 

Io avevo previsto di scrivere tutto un altro post. Un bel post, francamente, sui pensieri democratici e meno democratici e sui limiti della libertà. Una cosa che doveva far ricordare che LadyMarica ogni tanto pensa pure. E invece mi trovo a scrivere un altro post sugli uomini, sul sesso, sui rapporti o comunque vogliate definire queste cose. Un altro post ad argomento privato. Stavolta non è sui sentimenti però, non solo insomma, è sulle persone. Anche sulle belle persone.

 

Detesto il tempo di cottura delle zucchine. Dio mio, potrei invecchiare nel frattempo.

 

La cosa che mi sorprende è quanto poco io mi fidi di me stessa pur avendo una notevole quantità di prove empiriche in mio favore.

Sapevo che non poteva Lui, un amico, lasciate perdere le qualifiche anagrafiche (nessuno dei precedenti, però, ecco, precisiamolo per chiarezza espositiva) trattarmi così male per più di una sera consecutiva, di solito alterna una sera no e due sì, almeno.

 

Io lo conosco bene. Gli altri si stupiscono. Lo so che è uno stronzo, immaturo, idiota, insensibile ma so anche che è molto dolce, quando gli va e soprattutto se non lo guardi mentre lo è.

Sembra me al maschiale, certe volte, con qualche differenza sostanziale.

Più che altro io non vado a letto con le ventenni!

 

La cosa che massimamente mi infastidisce è quando mi tratta come le altre. Lui confonde il mio adirarmi, quando lo vedo in atteggiamenti intimi con altre, con la gelosia. Proprio per niente! Non è gelosia, non so come si definisce, è quel volere attenzioni esclusive.

Se poi si vogliono dire le stesse cose a tutte mi va anche bene, ma posso pretendere che non lo si faccia così alla luce del sole? Pretendo qualche accortezza nei mezzi, ecco!

Non mi interessano le penetrazioni più o meno riuscite della sua vita sessuale: di solito risponde alle mie email incazzate con “ma con quella non ci ho fatto niente”.

Come se il problema fosse quello che ha fatto, no, il problema è quello che voleva farci al massimo.

Prima o poi gli sentirò dire: “abbiamo fatto una posizione del missionario, mica una la 69! Non puoi mica arrabbiarti!"

Il sesso è l’ultimo dei miei problemi sull’esclusività. Mi preoccupano “i messaggi di gruppo”, le attenzioni condivise, cose del genere insomma.

 

Da sabato fino a circa un’ora fa la mia ira funesta ne suoi confronti prevedeva qualcosa di non meglio definito che si trova tra i  parecchi calci e l’avada kedavra.

Per chi non lo sapesse i calci sono qualcosa che tra le persone che si credono civili vengono dati a un pallone (il calcio e la civiltà non sono contrari?) e l’avada kedavra è una delle maledizioni senza perdono, l’anatema che uccide (Harry Potter cit.).

In poche parole non volevo ucciderlo, ma circa.

 

Anche se ultimamente devo ammettere di essere leggermente più tendente alla rabbia del solito, io non mi arrabbio facilmente. O anche me la prendo molto per piccole cose ma entro un quarto d’ora mi passa tutto. Stavolta meditavo vendetta.

 

La storia della rabbia parte da sabato.

Sabato gli ho sentito raccontare (non vi dico come, non vi dico dove) dei suoi programmi con una qualche troietta di turno. Marica! Ehm, con una bella ragazza seria tra le tante che conosce.

 

Quindi gli ho scritto facendogli ben presente quanto fosse pessimo a sparire con me solo perché aveva di peggio da fare.

Ho detto di meglio, devo essere sincera, magari avessi sempre questa alta considerazione di me!

Lui mi ha risposto che era vero che non si era fatto sentire, ma mi aveva pensata tanto.

Una scusa vecchia, orrida, triste che viene subito dopo “vorrei ma non posso” (con una qualche eccezione, certo), “ti amo troppo”, “sei troppo per me” e compagnia bella.

Una scusa a cui nessuna donna intelligente dovrebbe credere.

Io ovviamente gli ho quasi creduto.

 

Successivamente mi ha scritto, forse domenica, che comunque lui odia giustificarsi e peggio se deve farlo con me.

Cioè, perché io sono il due di coppe quando si gioca a pallanuoto?

 

Lunedì abbiamo sfiorato il mio massacro intellettivo con un messaggio sul telefonino da parte sua che mi diceva: “non vorrei essere ulteriormente stronzo, ma devi arrivare ad essere anoressica prima di vederci?”

All’inizio lo avrei sbranato, poi ho capito che era un invito a uscire che scritto da un asino sarebbe risultato più gradevole.

E mi scuso con gli asini.

Ho risposto molto carinamente. Ma molto, molto. E non ho ottenuto risposte.

 

Poi, oramai sera, ho avuto modo di notare su fb che ha fatto una cosa orrenda: ha scritto a tutte quelle che io chiamo le sue corteggiatrici. E poi anche a me.

Mi mette tra le corteggiatrici in poche parole. Dico, ma ho una faccia da uomini e donne?

Io glielo faccio notare e segue la pessima, ma come al solito degna di nota, conversazione che riporto.

 

Lui: ancora non hai capito che sono tutte cavolate quelle che scrivo? Che palle che sei!

Io: l’ho capito che scrivi tutte cavolate. Sì, quello l’ho capito sul serio direi

Lui: fanculo!
Io: sei insopportabile, cazzo

Lui: sarà per questo che sono single che dici? (riferendosi al mio attribuirgli una storia di poco prima n.d.r.)
Io: dovresti ringraziare di essere single. E vivo soprattutto. A me faresti venir voglia di ucciderti.
Lui: ahahaha. Sei davvero violenta ultimamente.

Io: solo con te guarda, io non mi arrabbiavo mai. Un tempo.
Lui: sì è fatto tardi. E’ ora di andare a nanna.
Io: bene, bravo. Le tue corteggiatrici saranno disperate per questo abbandono improvviso!

Lui: sono già andate tutte a letto. Da un pezzo!
Io: da sole? Strano conoscendoti.
Lui: hai finito?
(non ci posso fare niente ma sono questi toni così, come se lui fosse il capo supremo che mi fanno sciogliere –sono una malata di mente, lo so n.d.r.).

 

Finisce che nemmeno ci salutiamo.

 

Ah mi sono scorda la frase premonitrice!

Passo indietro, brevissimo.

In una di queste conversazioni (fb, mail, telefono. Non mi ricordo quale precisamente) lui mi aveva detto una cosa come “sappi che ti scuserai”.

Ed io avevo pensato “sì, se lo faccio poi però mi obbligo a mangiarmi un libro intero!”.

 

Ho continuato ad odiarlo anche oggi, con più calma e meno convinzione, ovviamente. Più che altro non riuscivo a capire. Litighiamo spessissimo da quando lo conosco però facciamo pace anche più spesso. Questo perché siamo due stronzi insensibili, già detto, tendenti però, orrendamente, alla tenerezza. Di lui mi piace, oltre al modo in cui dice mai (incredibilmente) l’interesse per i dettagli, per le piccolezze. Non mi fido per niente, questo è chiaro, ma è colpa sua, non certo mia.

Il fatto che lui non abbia voluto far pace ieri (una cosa carina l’avrebbe scritta in circostanza normali) mi ha fatto pensare che forse avevo sbagliato il punto di vista su di lui, che forse lo consideravo come non è, come piaceva a me, credendo di conoscerlo.

 

Alle 20 tutte le sere telefona mia madre. Di solito quando ho deciso di farmi una doccia.

 

E stasera, nella telefonata con mia madre appunto, vengo a sapere che è arrivato un pacco per me, a casa.

“Ah!” è la mia esclamazione.

Questo perché credo di sapere benissimo il mittente e il contenuto. E già mi intristivo. Credevo fosse un ex che mi rimandava, per vendetta, un libro prestato (che non rivoglio!) e un braccialetto (che gli ho lasciato nella romanticheria dell’arrivederci).

Ero talmente certa che ho chiesto a mia madre di chi fosse il pacco giusto per fare conversazione.

Lei mi dice: “è di un certo Lui” e io che avevo smesso di pensarci fatico non poco a collegare le cose, a ricordami che avevamo parlato di un certo cd.

Io le sorprese le odio (mi proibiscono il controllo!) ma devo ammettere che è stato molto dolce. Oddio, visto che nessuno ha aperto il pacco dentro potrebbe anche esserci una bomba che si attiva al contatto con la mia pelle, ma lo escluderei.

 

Ecco, mi devo fidare di più. Assolutamente non degli altri (e meno che mai di lui, che rimane pessimo comunque eh!), ma di me. E di quanto le persone si possano anche sentire certe volte e non si debbano sempre e solo accumulare prove “pro e contro”.

 

Non cambia niente eh. Devo aspettare qualche eternità prima di frequentare ancora un altro uomo (per carità, si soffre troppo e io non faccio la martire per vocazione!) ma solo poche persone mi fregano così bene. E in questo modo così interessante soprattutto.

 

Avendo saputo del pacchetto gli ho mandato un messaggio che recita più o meno così: “ma quanto sei dolce?! Scusami e grazie. Non ho ancora visto il pacco col cd ma mia madre mi ha detto “è di un certo Lui”. Grazie!”

 

Eh, mi sono scusata.

E adesso che libro mi mangio?

20 gennaio 2011
555 Personale (e noioso)

Certe volte gli stereotipi sono verità congelate, che stanno lì ad aspettare che tu ti accorga di loro.

E così ho dovuto, senza volere, riflettere su quanto una sciocchezza come il tifare una determinata squadra di calcio rispetto ad un'altra identifichi un certo tipo-livello di persona.

 

Da una squadra di calcio?

Io stessa ne rimango stupita e piuttosto intristita.

Se qualcuno mi giudicasse per la squadra che tifo (ma io non tifo) probabilmente mi infurierei, eppure non sono riuscita a non notare che di solito chi tifa una determinata squadra ha determinate caratteristiche.

Oh, magari era normale ed io non ci avevo fatto caso.

 

Per esempio chi tifa “lazio” è tendenzialmente di destra e cattolico.

Non ho detto “tutti”, ho detto quelli che ho notato io. E non è che posso testare ogni laziale del mondo, secondo la storia dei cigni bianchi e neri, faccio un’induzione imprecisa e a comodo mio, lo noto e lo comunico. A voi, non alla stampa.

 

Siamo quello che tifiamo, oltre che quello che mangiamo, oltre che quello che ascoltiamo, oltre che quello che guardiamo magari in tv.

Ed è leggermente triste.

Io ho tifato squadre di calcio, mangiato e non mangiato, ascoltato tutto quello che mi è stato chiesto di ascoltare e guardato tutto quello che era giusto-ingiusto guardassi in tv e non ho capito mai, nemmeno una volta quello che ero, quello che sono.

E questa riflessione scaturisce tanto spontanea che pur non c’entrando niente con il post in sé la lascerò.

 

Dal generale al particolare.

Da un po’ di tempo tengo d’occhio il profilo di una tipa su fb. Se dicessi una che lavora con me vi mandrei fuori strada, una persona vicina alla famiglia, cugina di mia madre che ha lavorato 20 anni, forse di più, con mio padre.

La tenevo d’occhio perché credo sempre di capire le persone con una parola e mezza. E invece certe volte me ne servono anche meno.

 

Passano i giorni e i link.

Ed io leggo cose come “le persone sensibili hanno il difetto di soffrire più delle altre” o ancora “vuoi rovinare un buon rapporto con una persona entra su fb”. O ascolto Baglioni che canta “strada facendo”, la Mannoia che parla di dio e robe di questo tipo.

Ah, leggo miliardi di link sulla lazio.

Forza lazio in tutte le salse del mondo, forza lazio anche in bergamasco.

 

Poi leggo frasi sospette.

All’inizio fingo che non siano rivolte a niente che io conosca.

Piano piano non riesco più a convincermene.

Oggi perdo il senno.

 

Sembrerò un po’ fuori di testa ma so manovrare almeno sufficientemente fb, insomma, so gestire le bellissime impostazioni privacy. Quindi se non volessi far vedere qualcosa io non la farei vedere, ma, eccetto questo blog e forse un’altra cosetta, io non ho segreti, alcun tipo di segreto.

Non ho segreti nemmeno quando scrivo status sul lavoro.

Ora, non per far la vittima o annoiarvi ma io credo di aver uno stramaledetto diritto a odiare quell’ufficio.

Mio padre ci passava anche i fine settimana tante volte perché lui lo amava.

Io no.

E tanti sticazzi alle colpe.

Sarò libera di vedere morte là dove prima c’era la sua vita?

Ecco, questo è il mio pensiero fisso quando cammino tra quelle pareti. Se ogni tanto a casa mia posso non pensarlo quando sto lì lo penso costantemente. E poi ritorno a pensare alle litigate, e poi ritornano gli ultimi istanti e poi il suo contare prima di morire e il mio non capirlo.

E poi e poi.

 

Gli altri non lo sanno.

Ed io spero continuino a non saperlo.

Gli altri non lo sanno e a me non frega nulla.

 

Il mio modo per scacciare un po’ di tensione dall’ufficio è facebook (e questo blog), è condividere stati abbastanza ironici (o tendenti a) per smuovere un po’ me, per non pensare, per far scivolare il tempo.

 

Non mi aspetto che tutti lo capiscano, ma per me poter stampare sorrisi con le parole è un modo per stamparlo su di me.

 

Io non voglio essere compresa, compatita o santificata da nessuno e meno che mai dai miei “colleghi”. Voglio solo essere lasciata in pace.

Se non faccio o faccio male ne possiamo parlare, ma se faccio e faccio bene vorrei non si parlasse di quanto mi lamento o non mi lamento.

Sono libera di dire, anzi scrivere, quanto io stia male?

 

Quindi stasera trovo lo status interessante della tipa, mezza parente di cui parlavo sopra e che che chiamerò S.

Status interessante significa degno di nota, non persona incinta. Potrei essere volgare spiegando perché il suo essere incinta avrebbe potuto garantire un minor concentrato di acidità, ma non lo farò.

 

Allora, lei ipocritamente scrive:

Voglia di lavorare saltami addosso, ma fammi lavorare meno che posso!!! Dedicato a chi durante l'orario di lavoro non c'ha voglia di fare, ma il bello è che lo esterna palesemente!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 

Il fatto che si riferisse a me credo sia chiarissimo per tutti ma non bastasse riporto il seguito della conversazione.

 

S: aggiungo alla faccia di chi lavora e lo fa con senso del dovere, ma passando per coglione!!!!!!!

 

G (un nostro amico comune): AHO!!ma che t'è successo?? ;-)

 

S: no niente, ma siccome ci sono delle persone che perennemente scrivono di come vivono male la loro situazione lavorativa...e lo riscrivono, e lo riscrivono e ci riscrivono... c'è una mia amica che dice un pò poco va bene ma un pò troppo rompe il .... a fantasia!!!

 

G: ma non è che ti riferisci a qualcuno piu vicino ad un'amica?

 

S: sai come si dice a buon intenditor... comunque se ti fai un giro su fb e se poi qualche giorno sei a casa dalle nove alle tredici e dalle quindici alle diciotto e trenta si fa presto a capire il significato di rispetto!!

 

Mi sembra chiarissimo. Gli orari di lavoro sono i miei, l’amico in comune è con me, eccetera

 

Io potrei escludere questa soggetta dai miei stati su facebook che parlano del lavoro, modificando semplicemente le impostazioni privacy (ci riescono anche i bambini di 11 anni, non bisogna essere per forza nerd!) non lo faccio perché in tutta franchezza non credo che ci sia nulla di male nel manifestare il senso di schifo che provo a stare in quel posto, a manifestare con il sorriso il mio voler stare da tutt’altra parte.

 

Quella che affronto è una guerra civile tra due me: quella che vorrebbe vendere la sua scrivania e quella che vuole restarci attaccata finché può. Non è una cosa che deciderò domani con il caffè e nemmeno mi serve tempo, mi serve di guardare gli eventi ancora un po’.

 

Il punto è che non voglio essere capita e nemmeno me lo aspetto, nemmeno dalla “persone sensibili che soffrono più delle altre” vorrei solo essere lasciata in pace.

 

Per sapere che cosa vuoi devi prima capire e scartare ciò che non vuoi, mi sembra Mark Twain dicesse una cosa del genere.

 

Per iniziare io ho messo mi piace (dietro suggerimento di un amico) ad ogni singolo pezzetto della conversazione di cui sopra. Un mi piace che dovrebbe solo suonare come un “presa visione”.

Leggermente paura?

 

p.s. altra notte sprecata a scrivere minchiate. Fantastico.

6 ottobre 2010
500 Ma se sogni, come dice la canzone, ne ammazzi veramente metà?

Il punto, perché c’è un punto, è che sapevo di non essere completamente paranoica. E sapevo che l’unico timore che non ho espresso in quella lista un po’ più in basso era l’unico che si sarebbe avverato quasi sicuramente o almeno con ottime probabilità.

Me ne sono accorta oggi davanti ad un caffè.

Niente, magari lo sapete anche meglio di me, è semplice: non ho l’età per fingermi una studentessa universitaria. Ho forse l’età anagrafica (ma nemmeno troppo), e per nulla quella morale.

Mi sento come se fossi una vecchietta che cerca di interessarsi a cose che non la riguardano e non la riguarderanno mai.

Estrapoliamo un pezzo del discorso di una delle mie “colleghe”.

“Stamattina mi sono seduta vicino ad uno colla barba lunga, meno male che ho il naso chiuso, chissà come puzzava, come può fare una facoltà come filosofia?”.

 

Ma non voglio fare esempi che mostrino la banalità e il qualunquismo degli altri e sottolineare che solo ladymarica, grande liberatrice di popolo, è saggia e bella, figuriamoci. Si tende sempre a dare un’idea migliore di se stessi rispetto a ciò che poi è in realtà questo se stesso ed io intendo dissociarmi dalla tradizione: sono peggiore, lo dico. Se non peggiore diversa. Ci sono tante persone sulla terra, non c’è motivo di pretendere che tutti vedano migliori e peggiori nella stessa cosa.

 

Ho citato una delle cose che non credo uscirà più da questa testa; non la peggiore cosa detta, quella che più mi ha impressionata. Avrei voluto citare Pirandello e dire che non necessariamente un naso storto pensa idee storte, ma in quel momento sono rimasta muta, estasiata davanti a tanta comunicazione. Estasiata nel senso di angosciosamente incantata.

 

Vorrei raccontare aneddoti sulla tipa della frase ma diventerebbe un post comico e perderei questo senso di tragedia greca che volevo imprimere. Questa tipa che sta per morire da tre giorni (o almeno così dice soffiandosi il naso e prendendo appunti) scrive, come se le stessero dettando, gli appunti con la matita ricopiandoli in seguito a penna.

Nulla in contrario a questo metodo.

Almeno se lo usi alle elementari.

Boh, magari sono cretina io, ma non mi sembra fondamentale scrivere i titoli in rosso e far quaderni con cornicette super ordinati.

Non mettono alcun voto ai quaderni, mi dicono.

 

Si porta succo di frutta e merendina in un sacchetto per fare una merenda tra uno starnuto e l’altro e asserisce di “non essere mai stata tanto disorganizzata”.

Non capisco se al liceo si portasse un servizio catering nell’astuccio.

 

Non dorme la notte per gli esami futuri, ma arriva tardi alle lezioni.

Mi guarda come a dire: “non ti rendi conto di quanto mi fai schifo!”.

Francamente me ne rendo conto, ma non ti preoccupare, tu a me ispiri totale disinteresse. Ed è raro, di solito mi interessano anche persone che detesto. Non la detesto, figuramoci, mi annoia a morte.

Non mi interessa con quanto si sia maturata, non mi interessa parlare del giorno in cui si è commossa perché spiegavano Nietzsche in classe (mi volevo astenere dai giudizi morali ma questa è veramente deficiente) e mi interessa anche meno che lei legga “a manetta”.

Leggere a manetta.

Chiunque assicuri di leggere molto o legge molto veramente o non ha la minima idea di quanti libri siano stati scritti, perché il molto nel mare di ciò che è stato scritto rimane molto poco.

 

Sembra una caricatura, ma assicuro che è reale. Reale e spero quanto più possibilmente lontana da me da lunedì.

 

Quello che volevo dire, anche per gistificare l’obbrobrio sotto, è che mi piacciono persone che hanno da dare. Anzi, persone alle quali io possa prendere qualcosa, e credo non sia prettamente roba di età, ma roba di esperienze. E intendo per esperienze soprattutto sofferenza, mica perché le sofferenze maturino prima però perché se sei abituata a vincere facile (e pulito) non ti sporcherai di merda però non capirai nemmeno come è bello lavarla via.

 

E’ un discorso da snob presuntosa?

Okay, allora è anche importante che si sappia pronunciare Nietzsche (almeno se ti sei iscritta a filosofia) senza troncarlo qua e là con "Nic", "Nik", così adesso sono anche cattiva.

 

Welcome back.

21 giugno 2010
437 Dio non giocherà ai dadi ma al mimo senza dubbio sì
Quando uno gioca "ai mimi" e non si trova in una colonia estiva, privato dei mezzi più comuni di sopravvivenza, con solo preti intorno, e non ha nemmeno 15 anni, significa che c'è qualche problema.
Se poi due coppie (diciamola così) di nemmeno 30 anni medi, di domenica sera, dopo un giorno passato tra la teologia e l'italia, ci giocano divertendosi pure, allora i problemi sono più di "qualche".
Io sono favorevole, in casi come questi, ai vecchi ottimi sistemi.
Lo scambismo per esempio.

Se poi a mimare "mestieri" ci sono un gruppo di rincoglioniti è probabile che succeda che il mimatore si metta in piedi su una sedia, immobile e dica: "io non esisto".
Al che ti viene abbastanza normale pensare che forse, stia mimando "la sedia".
E stai lì, a pensare perché uno su una sedia dovrebbe non esistere.
O potrebbe anche.
Ti sfugge, con ogni logica, la metafora di "stare in alto".
Se poi è tanto "alto" dovresti arrivare a pensare "ai cieli".
Ma è il "io non esisto" ad essere la chiave.
Cosa non esiste nei cieli per definizione?
Non ho indovinato, anche se io, proprio io, avrei dovuto.
Allora il "mimatore", anche piuttosto innervosito, ha esclamato: "io sono dio!".
Credevo fosse una crisi mistica presuntuosa.

E' bello giocare con gli atei, non sai mai fin dove possono arrivare.

Devo dire che dio ha battuto tutto.
Ma abbiamo mimato anche una "passata di pomodoro" (dio, quel dio, solo sa come!) e il "fare il pollo".

Sembriamo malati di mente.
E, peggio, malati di mente ossessionati dalla religione.
E forse lo siamo, non dico di no, però bisogna anche dire che la nostra fantasia era stata eccitata a pranzo da una signora impossibile.

Non parlo di fede, badate: ho rinunciato al folle desiderio per il quale, in un mondo futuro ed evoluto, piano piano il cattolicesimo (e tutte le altre religioni) saranno solo un ricordo dei tempi bui e nessuno penserà più sul serio che esista un dio superiore (maddai, veramente?) che crea e governa.
Non parlo di fede, dicevo, ma di vera, gratuita e galoppante ignoranza.
Un altro esempio di come la religione sia  d a n n o s a.

La signora, considerandolo un alto argomento teologico, ha asserito che se non ci fosse dio (o essere superiore volendo) per quale motivo dovremmo noi rispettare regole morali (civili) di pacifica coesistenza e rispetto?
Sì, avete capito.
La signora sostiene, ha sostenuto, che se dio non esistesse, e quindi non ci fosse la minaccia di una "punizione eterna" (che poi filosoficamente la "punizione eterna" non ha alcuna logica -Cesare Beccaria, "dei delitti e delle pene", spiega che l'unico scopo di una punizione veramente tale è l'educatività e l'insegnamento) nessuno rispetterebbe nulla e "da cosa dovremmo essere impediti a far del male?".
Ecco, direi che con la metafora di pastori e pecore, qualcuno aveva già tracciato la strada di questa religione fatta per "non pensare".

Ma che la signora sia un raro esempio di stupidità egoista inumana è solo una parte.

Io e msdc (mezza specie di cugina) abbiamo tentato di parlarle e di, in qualche modo, intavolare un dibattito abbastanza civile. Eravo a pranzo, mica potevamo lasciare tutto così uno schifo.
Ma proprio mentre le spiegavamo come sia folle non agire o agire solo per il terrore della punizione e di come dal punto di vista meramente logico dio non possa esistere lei dall'alto del tavolo esclama: "che poi io all'ateismo non ci credo. Gli atei non esistono".
Posizione classica e, devo ammetterlo, vincente.
Cioè, non vincente in generale, vincente su di me (almeno un po', insomma).

E' come non riconosce l'indipendenza di uno stato autonomo appena dichiaratosi tale.
Insomma, è uno stato debole, appena affermato, che esce da dittature profonde, se qualcuno non lo riconosce tale è difficile continuare a "esistere".

Ora, io non sono uno stato estero, siamo d'accordo e non sono propriamentre debole, però quando uno tenta di "sminuire" una posizione in un modo così scorretto (negandone l'esistenza) mi agito non poco e ci metto anche 30 secondi ad abbandonare il proposito di lanciare il primo oggetto abbastanza pericoloso che mi trovo di fronte.

Anche io potrei  asserire che i credenti non esistono e che la percezione di dio per essi non è altro che un concentrato di motivazioni psicologiche (morti di familiari, desiderio di un aldilà, ecc), sociali (tradizione, educazione, ignoranza, paura) ed umane (cercare un "padre" che ci guidi, deresponsabilizzazione -Freud, non LadyMarica), ma lo trovo abbastanza semplificante e scorretto.

A me di dio (non solo di quello cattolico) non frega nulla nei termini di fede (mi interessa dal punto di vista speculativo, certo), ma ho rispetto per le persone che credono (quasi per tutte).
Rispetto che non significa quella "tolleranza" superficiale di "ignoriamoci", ma il rispetto di "discutiamo con congizione e intelligenza".

Ho un po' meno simpatia, rispetto alla categoria "uomini che credono" per i cattolici (non per tutti, precisiamo e non generalizziamo) perché sono loro, sempre loro a essere come il soggetto sopra descritto e perché in generale hanno posizioni da medioevo e non accettano alcun tipo di confronto.

Pregassero il dio che vogliono ma la smettessero, la smettessero assolutamente, di interferire con la civiltà.
Loro non sono civili? Si chiudessero nelle mura vaticane aspettando che un nuovo diluvio li liberi di noi.

Non lo faranno, anche loro sanno che non può accadere.

Alla fine abbiamo lasciato perdere, perché dopo un fiume di parole, l'impulso alla violenza e la conseguente rinuncia non rimarrebbe, nella teoria di "discutere con un credente idiota" che l'autodistruzione, ma non è ancora arrivato il giorno.

E poi, c'è sempre Wilde: "non discutere con un imbecille, ti trascina al suo livello e ti batte con l'esperienza".
7 giugno 2010
428 Persone per il sesso
    
  (Vietato l'alcol. Fosse per me, vieterei anche i bicchieri!)
 
 

Finisce così una di quelle domeniche, in cui l'improvvisa verità dell'esistenza (il nulla, cioè, che c'è dietro a ciascuna cosa) si palesa.

Tra un bicchiere di vino ed un panino.

Sì, proprio felicità.    

 

E così aspetti per tutta la domenica, costantemente, che arrivi il lunedì.

A salvare un qualche caparbio sputo di normale esistenza.

Speri che il lunedì si porti dietro un po' di lavoro e un cambiamento climatico di cui poter parlare, altrimenti poi il vuoto potrebbe raggiungere livelli d'asfissia.

 

Ma poi, tanto, lo sai benissimo.

Sai benissimo che il lunedì fa schifo per eccellenza e che non salverà proprio nulla, nè la capra, nè il cavolo.

E forse, stavolta non salverà nemmeno te.

 

Amare conclusioni di una domenica iniziata venerdì notte e proseguita per tutto il sabato.

Domenica estesa, semplicemente.

 

Non saprei spigarvi, cosa, come, perché, non saprei proprio.

Però ho intenzione di rendervi partecipi del mio unico desiderio da circa sabato: aver incollato, mille anni fa, le pagine dei miei (dativo d'affetto) libri sui muri della mia stanza, sulla finestra, sulla porta senza lasciar più entrare (ed uscire?) niente e soprattutto nessuno.

E nessuno, significa nessuno, non con qualche eccezione.

Dovevo farlo appena capito che gli esseri umani sono affascinanti da studiare, complicati e bellissimi (per me lo sono, bellissimi nelle loro debolezze), ma assolutamente nocivi se avvicinati.

Soprattutto da me.

 

Ho ardentemente desiderato, e mi rendo conto di quanta tristezza ci sia in questo, di chiudermi tra le parole di quegli oggetti che per conformità non possono cambiare, deludere, far male, imbrogliare, usare per secondi (e terzi?) fini.

Ho desiderato di non aver mai permesso a nessuno di avvicinarmi.

Ho desiderato di non aver mai respirato l'aria putrida che loro, gli esseri umani (di cui io non faccio parte?), hanno inquinato con il loro modo di essere.

 

Bè, non è un desiderio troppo originale: Cosimo di  Rondò, il barone rampante di Calvino, si rifugiò su un albero a dodici anni.

Rapporti con gli uomini (e le donne) ne aveva, ma si esaurivano in fretta, consapevole di essere solo se stesso, sempre.

Fuggiva (anche) da quei rapporti forzati, da quelle assurde convenzioni, dalla merda degli uomini, perché insomma è difficile immergersi nella merda degli uomini se cammini sugli alberi.

 

Qualche mesa fa, o una cosa del genere, pensavo che sporcarsi di merda fosse necessario per cambiare le cose altrettanto sporche, oggi penso che chiudersi in una torre fatta di cose pulite sia meno nocivo.

Almeno per te.

 

Ho paura, terribilmente paura, di invecchiare. Prima mentalmente.

 

Respiro e penso.

Ed esprimo ancora un desiderio, tanto se il primo non si è avverato figuriamoci il secondo.

Vorrei non aver coscienza di certe cose.

Vorrei non aver mai avuto modo di guardare il vuoto che si estende appena dove finiamo” noi” (metaforicamente).

Vorrei non aver la più vaga idea di che cosa muove gli uomini.

L’amore?

No, l’egoismo.

Lo siamo tutti, e tutti un pochino pensiamo di non esserlo.

Ci speriamo.

Poi lo vediamo riflesso nei nostri simili, lo vediamo gettarsi tra le persone che amiamo, dalle persone che amiamo, sulle persone che amiamo e allora, quella consapevolezza riaffiora.

Quei pregiudizi che vogliamo abbattere solitamente, quegli stereotipi fissi su cui ci scagliamo sempre, poi improvvisamente, affiorano tutti e la stanchezza della guerra persa si fa pensante sopra le spalle.

Ci disgusta e vorremmo scappare, senza dover far parte di questa categoria.

Tanto umana.

 

Tre mi pare un buon numero.

E quindi ho un terzo desiderio: smettere di sapere che non esistere sarebbe infinitamente meglio di esistere.

Questo lo vorrei da quando avevo 16 anni.

Proverò con Babbo Natale, fonti autorevoli mi dicono che esiste.

 

Sono triste e un po’ disgustata.

Dalle persone.

Lo so che sembra una frase fatta, ma il mio disgusto non è “per certe persone”, “per quella persona” ecc, oggi il mio disgusto è per la categoria bipedi in generale.

Me stessa in primis.

Ripeto, il senso, a fatti, non lo saprei spiegare, non saprei dire “è accaduto questo e quindi penso questo.”

Non posso dire “questa persona mi ha delusa, ferita ecc e quindi le persone non mi piacciono.”

Non è accaduto niente del genere.

 

Ogni tanto mi prende questo disgusto, dovuto solo all’osservazione, poi con un po’ di astinenza fisica passa (morale mai -i bloggers, tanto per specificare, io li considero quei contatti morali puri –un po’ come i giudizi sintetici a priori di Kant; e questo è uno dei motivi per cui tengo e amo questo blog, perché mi fa conoscere la parte migliore delle persone).

 

Ho solo bisogno di pensare che in qualche fottuto modo un senso ci sia, ci debba essere.

O anche meglio che ci sia un modo per fuggire dal non senso, dalla nostra natura malvagia ed egoista, dalla nostra anima sentimente falsa.

 

E sempre più spesso credo che la chiave sia nella razionalità e nell’allontaranrsi dal “sentimentale-emotivo-soggettivo” e conseguentemente dalle persone.

 

Con l’ovvia eccezione del sesso: per quello le persone servono, e tante (si spera!).

 

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE