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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
21 giugno 2011
Tagliata la testa...

Finisce tutto quello che ha un inizio: non c’è niente di più banale e non ho motivo alcuno per fare ‘sta tragedia. Esempio di auto convincimento non riuscito.

 

Sto facendo una cosa stupida: mi dispero per una fine, per la fine di questo, troppo amato, blog. Disperarsi perché le cose cambiano e non possono continuare nello stesso modo è da idioti. E’ contro la vita. E pure pro matrimonio forse. Entrambe cose, converrete, non da me.

 

Non mi va più di scrivere qui. Perché legare le mie idee al mio naso, o alle mie gambe, è una cosa che ho sempre voluto evitare. Quando il mio naso e le mie gambe potranno essere come le idee che s’intravedono da questi post, e che a me piacciono, io sarò una persona serena.

Passatemi il numero di qualche chirurgo plastico.

 

“Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna, io non penso col naso né bado al mio naso pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere!”

(Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

 

Questa è stata una delle prime cose che ho riportato in questo blog. Una delle poche cose a cui credevo allora, tre anni fa, e a cui credo oggi.

Non sempre è volontario, anzi, quasi mai. Però succede più spesso di quanto si vorrebbe pensare. Le idee, per quelli che le sentono o leggono, diventano fatte come le persone che le hanno dette o scritte. Se le idee e la persona coincidono è tutto in ordine, tutto sereno, ma se lei idee sono serie e il naso buffo, sempre per dirla con Pirandello, allora la risata può essere un problema.

Succede, conoscendo la persona, che si arrivi raramente a vedere l’idea vera e tante volte, pur arrivandoci, si vede l’idea con colori e dimensioni che esse non hanno ma che ha la persona.

 

Non c’è nessuna accusa di superficialità, nessun voler intendere niente, semplicemente è un atteggiamento naturale, una conseguenza logica. Più conoscenza, di qualsiasi tipo essa sia, qualsiasi cosa essa preveda, cambia il modo di vedere l’altro.

Conseguentemente un luogo che era nato, come questo blog, perché le parole e le idee fossero libere, senza forme, facce e nasi smette di avere senso.

E’ la fine di LadyMarica. Magari l’inizio di qualcos’altro: non posso smettere di scrivere. Non so ancora se cambiare solo indirizzo o ricominciare altrove.

E’ un mio atteggiamento naturale, quando mi apro troppo, dico o faccio vedere troppe cose allora poi ho bisogno di allontanarmi un po’, di fare qualche passo indietro e di sentire che è la persona con cui mi sono aperta che è interessata a cercarmi. E' una forma di difesa, strana quanto me.

Deciderò nei prossimi giorni cosa fare. Farò sapere per tempo a chi me lo ha chiesto (grazie ancora). Ovviamente non posso cambiare la persona che scrive quindi è molto ovvio che ovunque io decida di scrivere saprà molto di me, ma non mi preoccupa perché significherebbe che quel qualcuno conosce bene le idee e non la persona.

Poco tempo fa ho scritto una cosa ad un ragazzo con cui ho avuto una frequentazione (?) di un anno e mezzo (?). E lui non mi ha riconosciuta. Non mi conosceva veramente.

 

Un post faticoso.

26 maggio 2011
609 Lo passa il convento

Ho perdonato Ottaviano dalla sua colpa del nome proprio. E questo era un aggiornamento che non potevo bypassarvi. L’ho perdonato perché oggi ha detto a lezione una cosa profondamente intelligente. Almeno nella misura in cui io non l’ho capita.

Mi sembra importante comunque comunicarvi che il sopra esposto ha riacquistato il suo ruolo in un paio di mie fantasia. Fantasie abbastanza gravi dobbiamo ammettere. Certe notti mi sveglio tutta sudata con in mente ancora l’immagine di lui che mi spiega la differenza tra analogia e simbolo tenendomi la mano.

 

Occorre precisare, anche qui, che sono iscritta a Filosofia. No perché pare esistere nel mondo (nel mondo quello più reale possibile dico, non su Marte -anche se certe volte mi sembra di esserci) qualcuno che non lo sa. Peggio qualcuno che quasi al termine di un lungo abbraccio mi chiede: “ma a che facoltà sei iscritta”. E come nei fumetti sento un bum da qualche parte.

Diciamo che ho già dimenticato l’accaduto (ma non per questo smetterò di parlarne): per nessuna buona motivazione, solo perché il lui in questione è bello. Perché è meglio essere belli che buoni ma è peggio essere brutti che buoni (Oscar Wilde). Tanto per dire che la bellezza conta relativamente, ecco.

 

Bè, non è Ottaviano quello della domanda sconvolgente sulla facoltà eh!

Anche perché Ottaviano è il mio fidanzato ufficiale immaginario e se anche lui non sapesse la facoltà a cui sono iscritta saremo in guai più seri di quelli di cui sopra. Se non altro perché lui vive nella mia mente e si presume che io la facoltà la conosca, almeno per nome. Ottavy sa almeno quello che so io di me e devo dire che quello che dipende da me di solito non ci fa litigare.

 

Non so se i due gradiscano questo menage a trois ma fintanto che ne sono poco informati io me la gestisco bene. Con un certo appagamento di mente e corpo.

 

In realtà la mia mente qualche scherzetto di ansia me lo tira ultimamente.

Niente di così serio, ma certe volte, improvvisamente, nei posti più inaspettati non so cosa mi succeda e mi prendono dei momenti di isterismo. Classicissimi attacchi d’ansia. Non riesco a respirare o a muovermi e tutto mi fa pensare che qualcosa di tremendo stia per succedere o sia già successo da qualche parte.

Il ché poi è probabilmente vero ma la cosa dipende dalla fetta di mondo che il “qualche parte” prevede e, detto molto egoisticamente, non è certo che io lo saprò mai.

 

Dovrei andare a tagliarmi i capelli invece di farmi questi strani giri mentali, lo capisco. Ma perché dare a Ottaviano la possibilità, misera che sia con un taglio di capelli dico, di rovinare tutto con un’esistenza reale quando posso continuare a vivermi la perfezione di un amore in cui faccio tutto io? Bè, ogni tanto litighiamo ma solo per fare qualcosa: finisce sempre con lui che si scusa perché ovviamente la ragione ce l’ho io (visto che sono l’unica che ha un punto di vista).

 

Poi sono andata al supermercato.

No, non manca proprio niente. E’ che i “poi che cosa” che forse ci andrebbero non sono argomento del post e non lo sarebbero nemmeno venissero fuori per loro libera iniziativa.

 

Al supermercato, ieri pomeriggio, ho invidiato la signora davanti a me alla cassa. Non davanti per direttissima in effetti ma comunque davanti rispetto a me. Non capisco perché alle 19.30 di sera tutto il mondo finisca davanti alla mia cassa. Ma andiamo avanti. La signora bassa e in carne ha pagato la sua spesa e l’ha riposta nella busta mentre contemporaneamente parlava al telefono in tutta tranquillità. Io solo perché il signore dopo la signora, stavolta davanti a me per direttissima, alla cassa, mi ha gentilmente toccato una spalla* per farmi segno che aveva spostato la sua roba per farmi appoggiare la mia (visto che odio i cestelli da supermercato e non li uso) ho ingoiato la gomma da masticare: non ero preparata ad una comunicazione verbale-gestuale-fisica!

 

(*) la stessa spalla che poco prima era stata definita in un certo modo che non riporterò dal soggetto della domanda sulla mia facoltà (ecco i poi che vengono fuori per libera iniziativa, maledetti!)

 

Devo ammettere che da quando non frequento più i cattolici (per una divina incidenza di venerdì impegnati loro con venerdì impegnati miei) la mia vita è sensibilmente peggiorata. Come la qualità dei post -disse la vocetta infame al termine di questo parto gemellare in travaglio da ieri sera.

29 marzo 2011
585 Il posto del cattolicesimo

Il titolo potrebbe ingannare, vi avverto.

In realtà non voglio intendere il “lasciare un posto al cattolicesimo”, per carità, volevo riecheggiare quella specie di soap opera che le mie compagne al liceo (leggeteci tutto il mio snobismo) vedevano con trasporto (“un posto al sole”) e usare “cattolicesimo” esattamente come contrario di sole, un misto tra ombra e spiacevole infertilità, quasi un deterioramento della terra.

 

Un posto al sole (stavolta non intendo la soap) ha la piacevolezza dell’essere scoperti, limpidi, in piena luce, l’ombra ha la spiacevolezza del nascondiglio, dell’oscurità, del segreto.

Ed io ho problemi con i segreti. Odio avere segreti (e non ne ho), odio dover mantenere qualche segreto (non me li dite, non li mantengo) ma quello che più di tutto odio, che mi fa sentire sporca, è essere in un segreto e non per mia libera scelta.

 

C’è una abbastanza sostanziale differenza tra un ateo di nascita e un ateo battezzato cattolico.

Il battezzato cattolico deve decostruire prima di costruire l’ateismo.

Deve abbattere dio. E questa è la parte più facile se vogliamo. Perché per abbattere dio basta vedere, basta pensarci, basta leggere le cose giuste, basta non lasciarsi sopraffare da quella paura di diventare soli. E non è la scelta più intelligente, non sto facendo altro snobismo, però senza dubbio è l’unica razionale.

Quello che l’ateo battezzato cattolico (uso questa espressione piacevole ma intendo l’ateo che è vissuto nell’educazione e nei non-valori cattolici) non capisce sempre facilmente è che non si deve solo eliminare dio (direi uccidere se potessi convincervi dicendo che è un’espressione mia), si deve eliminare anche il posto occupato da dio.

 

E’ una specie di scoperta: prendere atto che se hai distrutto dio non per questo hai distrutto anche il cattolicesimo con cui ti hanno foderato la pelle.

Non una bella scoperta insomma.

Scoprire che il cattolicesimo fa ancora lo schifo che vuole in te è quasi una violenza. Mi chiedo come si possa essere favorevoli al battesimo. E’ vero che i genitori trasmettono sempre ai figli un po’ di loro ed è anche vero che non si sfugge al male delle erbacce che crescono intorno al nostro essere (tutte quelle costruzioni che poi scopriamo non appartenerci) ma siccome queste sono già "naturalmente tante" io credo bisognerebbe trasmettere, volontariamente, solo gli strumenti per cercarle e valutarle queste credenze.

E chi ha detto che è facile?

Non è facile in generale, mi sembra facile sul battesimo: è solo credenza, niente strumento.

 

Torniamo al cattolicesimo in me. Mi fa un grande danno: mi impedisce di essere serena. Lo fa subdolamente facendomi pesare le mie migliori scelte.

Non che io decida di astenermi, sono cattolica non volente, mica stupida, però quel senso di aver mangiato nutella nel cuore della notte con i sensi di colpa alla fine che sento tutte le volte, mi inizia a stufare.

 

Cosa ho deciso di farci? Scriverlo, metterlo nero su bianco, deriderlo e pretendere che sia cacciato a pedate dalla me stessa migliore (che secondo me era, è  e rimane LadyMarica, Marica non è così fica).

 

C’è più cattolicesimo in me stessa di quanto io sia disposta ad ammettere, fracamente. E’ un cattolicesimo negativo (lo preciso ma dubito esista il cattolicesimo positivo) e involontario, che sporca le cose, le priva di vita, distrugge con gli imperativi categorici.

E svilisce enormemente. Finisci per dimenticare il gusto di un bacio e ricordarti invece tutti i motivi per cui non avresti dovuto darlo.

Il cattolicesimo svilisce il corpo, lo priva di naturalità, rende le sue reazioni (naturalissime) un segreto (lo dicevo), una cosa da nascondere. Sembra di non avere un vero controllo, non ve lo dico dove si finisce (al C.I.M. probabilmente).

 

Amare prese visioni nie. Non solo per quanto riguarda me, che sapevo di essere un essere difficile e non particolarmente normale, direi anche in generale.

Nelle società occidentali mi sembra di cogliere un cattolicesimo di fondo, anche dove cattolicesimo non sembra. Nel lessico per esempio.

Gli eschimesi hanno 7 modi diversi per dire mare. Noi alla parola mare, che è una, poi aggiungiamo predicati nominali e verbo essere.

Ce lo vedete il cattolicesimo?

Non siamo capaci di non vedere le cose se non come unità. Noi riconduciamo un mare agitato ad un’unita (il mare) e specifichiamo dettagli aggiuntivi (il suo modo di essere in quel momento).

Gli eschimesi usano due parole diverse per indicare un mare agitato e un mare calmo perché in effetti sono due cose diverse, sono profondamente diverse, non sono lo stesso mare, sono mari diversi.

Dio (intendo la costruzione dio, mica lom devo specificare sempre, vero?) è l’unità per eccellenza. E’ il primo a cui tutto il resto può essere ridotto. E’ proprio questa tendenza a cercare unicità anche nelle cose che invece sono meravigliosamente molteplici che ci rende “figli del cattolicesimo” o qualunque altra espressione amara si possa usare.

Siamo così tanto poco morali da pensare che esista una sola moralità e preferibilmente la nostra. Siamo così poco veri da pensare che esista solo una verità e precisamente quella del patto sociale.

E tutto questo ritorna al cattolicesimo, a quell’idea di fondo, che ci martella l’anima (anima: struttura sociale degli istinti e delle passioni (Nietzsche); al diavolo i monopoli cattolici!) di ricercare un’unità forzatamente nelle cose, invece di prendere coscienza con quanta molteplicità, incoerenza e dolore (di fondo) siamo noi stessi.

 

Dio non è affatto morto, dio non è mai stato tanto vivo, purtroppo. Il problema è forse che prima di ucciderlo va spodestato.

2 marzo 2011
575 Giovani si muore

I ritorni a scuola mi sono sempre piaciuti.

Nuovi percorsi, nuovi programmi, nuovi propositi da non rispettare. E all’università di questi ritorni, se segui le lezioni almeno, ce ne sono di continui. Così oggi, dopo la pausa esami (pausa!) le lezioni sono riprese.

Io ho deciso di seguire principalmente due corsi: logica e storia dell’etica. Anzi, in realtà avevo deciso fino a che non ho scoperto che un’ora coincide. E io se seguo un corso non mi perdo un’ora di niente.

Non avendo il dono dell’ubiquità e né medaglioni che portino indietro nel tempo stile Hermione Granger questo significa avere un problema.

Fino a lunedì prossimo posso pensarci, per ora il problema è congelato.

 

La lezione di stamattina di storia dell’etica mi metteva ansia da quando avevo letto dell’aula.

La sei precisamente. Non ho avversioni contro numeri particolari o cose del genere, figuriamoci, ma non essendo mai stata in  quell’aula pensavo che forse avrebbero potuto richiedermi di seguire la lezione appesa al soffitto. Capite lo stress di una mente che viaggia tanto, no?

Nell’aula invece c’erano inaspettatamente sedie (non il massimo per seguire una lezione ma comunque non richiedevano grandi capacità ginniche). E la lezione è stata, direi, commovente.

 

Oddio, commovente è stato anche solo essere riusciti a trovare il posto visto che l’aula disposta era da 20 persone circa mentre alla lezione hanno partecipato almeno 70 studenti. Ma io avevo dalla mia un anticipo di almeno mezz’ora. Purtroppo per me non avevo calcolato che viste le proteste ci avrebbero spostati. E in un aula altrettanto piccola, perché a filosofia hanno tante qualità ma difficilmente il senso della misura. E nella nuova aula non avevo nemmeno nessun anticipo.

Le doti ginniche che temevo sono state richieste per trovare il posto.

 

La lezione non troppo impegnativa ma toccante nella lettura di alcune pagine di Ecce Homo (diciamo la biografia intellettuale di Nietzsche) durava due ore. Quello che ho imparato negli anni persi a giurisprudenza è che alle prime ore si catapulteranno un numero impressionante di persone e che queste stesse persone lentamente nel corso delle giornate successive di lezione scompariranno. Per nostra grande fortuna.

Non mi sorprende più il chiasso, gli interventi stupidi, le parolacce dette al compagno di classe che fanno tanta ilarità che io non comprendo, quello che proprio mi sconvolge è il ego spropositato di certe menti aberranti che non fanno altro, per tutta la lezione, che contestare il professore.

 

Oggi ne ho sentite di ogni.

 

Uno.

Una ragazza decide di intervenire, alzando una mano, mentre l’insegnate spiegava l’importanza che ha la biografia di Nietzsche per capirne la filosofia.

E già io mi chiedo cosa ci sia da intervenire, ma vabbe’.

Lei fa un lungo discorso in cui dice, più o meno, che la biografia è importante in tutti i filosofi (!) e che secondo lei “Nietzsche è un cretino”.

 

Per carità, qualsiasi grande filosofo può essere distrutto a piacimento da giovani menti brillanti (secondo me) ed è una cosa fantastica se questo avviene, ma ecco, la mente deve essere brillante e la critica qualcosa di meglio di un insulto.

La professoressa ha sorriso ed è andata oltre (io le avrei detto che poteva tornare all’esame spiegandoci il perché della sua brillante teoria, ma io non ho una cattedra in un’università e capiamo bene il perché).

 

Due.

Un tipo, richiamando un aggettivo che la docente aveva usato per definire la filosofia di Nietzsche, dice che “no, non può proprio accettarlo”.

Hai capito, il grandissimo critico filosofico, che non ha ancora nemmeno una laurea triennale, non può accettare si usi quel certo aggettivo (oppositore mi pare fosse)! La professoressa allora rispiega il senso di quell’unica parola e lui, il critico filosofico risponde “ah, così lo posso accettare, va bene”.

Grazie eh.

 

Tre.

Un altro alza la mano per dire la sua in una discussione riguardante l’emozione oggi ed esordisce dicendo: “volevo sapere se lei ha letto narciso e boccadoro di Herman Hesse”. Ma che modo è di esporre un punto di vista? Se voleva citare un libro poteva dire “a me il suo discorso ha fatto venire in mente ecc” chiedere “hai letto questo?” mi pare scortese persino tra compagni di corso, figuriamoci il dirlo davanti a 70 persone a una docente che vedi per la prima volta.

Un’altra volta lei è stata secondo me di gran classe sorridendo e dicendo che no, probabilmente le era sfuggito.

 

A me tutto questo sembra toccare il fondo. Non ho dubbi sul fatto che in quell’aula ci siano, tra il mare di mediocrità e inutilità, menti potenzialmente valide ma non mi sembra il modo migliore di farle uscire fuori minando la conoscenza di un qualcuno che oggettivamente ne sa di più. Io alla storia degli insegnanti idioti non ci credevo nemmeno al liceo (con qualche eccezione ma vista veramente, non sentita dire) e meno ancora ci credo all’università.

 

Il caso più pietoso però è stato persino un altro.

La professoressa stava leggendo un passo tratto da un’opera di Nietzsche, molto presa a spiegarci parallelamente il senso e invece di leggere “causa” ha letto “cosa”. In un secondo metà aula si è messa a mormorare “causa”, qualcuno anche ridendone.

Bravi, sapete leggere, c’è da stupirsene!

Il passo era sul profondissimo e controverso legame di Nietzsche con i genitori, un momento di altissima spiegazione, rovinato dai 20 imbecilli dietro di me che non riescono a frenarsi dalla voglia di dimostrarsi più bravi dell’insegnante.

 

Finisce  la lezione che mi sento infinitamente vecchia.

23 settembre 2010
490 [io non c’ero] Zelig off

Ma veramente off.

Io mi chiedo se a qualcuno faccia almeno ridere.

O anche sorridere.

O, vabbe’, boh, almeno pensare che ci sono motivi per sorridere nel mondo.

Ogni tanto.

Magari.

Anche ipoteticamente.

No, perché io senso dell’umorismo zero, è vero, ma seriamente mi sorprendo che vadano ancora in onda battute come  «la ragazza in terza fila ha una finestrella tra i denti ».  «tze, finestrella, ci si affaccia il papa per dire l’angelus». O anche: «amore stasera con te è stato bellissimo»  e lei: «stavo per dirlo io, ma me lo hai tolto di bocca».

 

Grande comicità, veramente.

E’ solo che il televisore è lì, acceso, e spegnerlo sarebbe una violazione del mio dolce far niente.

Non posso permetterlo, non ora.

 

Ho scritto cose talmente pesanti ultimamente che credo sia tempo di farci una risata.

Oddio, magari voi, io non rido proprio per niente, anzi, inizio ad avere dubbi sulla mia personalità (che vi spiegherò in conclusione).

 

Stasera posticino e leggerezza. Spero.

 

Ieri, o l’altro, o un giorno tra questi, lasciamo perdere le date, mi è arrivato un messaggio sul cellulare.

Un mms precisamente con la foto di un bellissimo sorriso e un ciao delizioso (lo dico in base al sorriso ovviamente).

Io, visto il sorriso e visto che sono abbastanza curiosa, rispondo al messaggio: «guarda, non so se dovrei ma proprio non mi ricordo di te. Chi, come, perché e tutte le altre domande di rito :) ».

Lui mi risponde in fretta dicendomi che sì, è passato del tempo, si chiama Giulio, ha 32 anni e vive a Milano.

 

Io, e avreste ragione di non crederci, non do il mio numero a tante persone. O meglio, se me lo chiedono lo do sempre (a volte, raro, anche falso), ma per darlo spontaneamente ci deve essere un motivo vero.

E’ il mio lato romantico, ammettiamolo pure (!).

Insieme al non pensare, in generale, ma ammetto eccezioni, ad un altro mentre sto facendo del sesso un un tipo. Tutto, romanticismo estremo, che posso farci?

 

Comunque il fantomatico Giulio io non me lo ricordo proprio.

 

Gli dico che sono certa mi ricorderei di un fico così, e che comunque siamo troppo distanti perché mi possa interessare sul serio la cosa.

 

Gli dico così, esattamente con quelle parole, per essere cortese in un rifiuto. Forse non riesco a farlo cogliere a nessun altro che non sia io: io non mi arrabbio, non grido e non maltratto.

Però, di conseguenza, vengo spesso fraintesa. Anzi, curiosamente chi mi piace mi fraintende sempre nel verso opposto e chi non mi piace mi fraintede sempre nell’altro: dovrei rivedere i miei metodi espressivi e le mie informazioni primarie sulla comunicazione (insomma: sono disponibili degli aggiornamenti).

 

Lui precisa che non vuole nulla di serio (già, io invece voglio prenotare una chiesa) e che ha delle certe preferenze. Aggiunge a tutto ciò la foto di un torace. Forse il suo.

Io non rispondo. Perché sono momentaneamente impegnata. Lui insiste: «ma non ti interessa? ».

Forse lo devo dire in aramaico.

Rispondo: «guarda, sei un bellissimo ragazzo e ancora non mi spiego come io possa non ricordarmi di te, però attuamente in effetti no, non mi interessa, ho altri programmi».

 

Lui non mi risponde fino a sera.

Quindi, quando ero certa avesse capito, mi arriva un nuovo mms, con un unico soggetto che scommetto intuite da voi. Sì, quell’idiota mi ha mandato il suo pene, in fotografia.

 

Ho resistito al mio attacco di nausea per l’orrore e invece di dirgli che se non l’avesse smessa subito mi sarei rivolta persino al papa, com’era mia intenzione, gli ho scritto: «guarda è un po’ troppo corto per i miei standard, però esistono metodi, ho letto, per allungarlo, quando hai risolto fammi sapere».

Il messaggio è, ed è proprio il caso di dirlo, penetrato, visto che “sir orgoglio ferito” è scomparso.

 

Francamente sto inziando a pensarmi proprio pessima.

Perché queste cose capitano solo a me?

Io non ho dato il mio numero (almeno non questo vero) a nessun pazzo squilibrato, ne sono certa.

 

Bè oddio, ad eccezione di un ex, molto cattolico, che sesso non lo avrebbe mai nemmeno pronunciato (e di certo non mi manderebbe peni) e che quindi, credo, non faccia testo.

Mai dire mai, ovviamente.

vita familiare
21 settembre 2010
489 [modi di fare i genitori] Pilota
Tacciatemi, a preferenza vostra, di essere presuntuosa o anche molto stupida, infondo anche solo a pensare di creare una rubrica dal titolo “modi di fare i genitori” mi sono sentita un po’ troppo convinta di me. Non sono convinta affatto, altrimenti mi sarei risparmiata almeno questa introduzione.

Alla luce di tante cose ho deciso che è un tema che mi appartiene molto. Appartiene nel senso morale, nel senso del sentire: tutti verbi poco oggettivi e poco reali, concordo con me stessa.

Precisiamo che l'accusa (ipotetica) di presunzione nascerebbe forse un po' per la mia età, forse un po' perché io figli non ne ho e credo anche abbastanza di non volerne (sì, ho ricambiato idea, abbiate pazienza).
Quindi potrei dire tante cose senza senso e senza presupposti.

Però, dall'altra parte, dobbiamo precisare che sono stata, e anche sono, figlia, che sono stata giovane recentemente, con giovani diffusamente e che ho una discreta (oggi voglio essere odiata, vabbe’) capacità d’ascolto. Con le orecchie certo e con i dettagli anche di più. Forse perché la superficialità, su me da parte degli altri, mi ha sempre innervosita e allora ho imparato a non esserlo io per prima. E spero di esserci riuscita.

Ho visto tanti miei coetani, con problemi meno e più gravi dei miei e ho maturato alcune convinzioni, qualcuna forse anche inutile.

Questa rubrica nasce così, come semplice gioco letterario e senza pretese. Poi, se ci si trovano cose sensate è anche meglio, ma in generale questo è lo spirito del blog.

C’è un film sorprendentemente interessante che spiega bene la mia idea di buon genitore: film italianissimo, abbastanza moderno, di Pupi Avati con Silvio Orlando, Francesca Neri e la straordinaria Alba Rohrwacher “il papà di Giovanna”.

Ecco, per tracciare subito la mia idea di buon genitore: un genitore non è colui che fa nessuno sbaglio, meno sbagli possibili o pochi sbagli, è colui che non abbandona (nel senso più morale possibile) i figli, non scappa per le cose complicate, non si inventa alibi per non fare il proprio dovere, non pensa prima a se stesso e poi ai suoi figli, non contrappone le sfere economiche a quelle morali.
Occorre un’altra precisazione: nessuno ha chiesto a nessuno di nascere. Quando decidi di mettere al mondo un figlio non lo fai perché la fila al Mc donald’s è troppo poco lunga, non lo fai perché la terra merita un altro piccolo impiastro e non lo fai (o non dovresti) per sentirti utile, lo fai perché vuoi dare bene, felicità, possibilità ad un altro essere umano, lo fai (o dovresti) perché hai la sciocca ma nobile idea che forse tuo figlio renderà il mondo migliore. Poi passano gli anni, svanisce l’entusiasmo e i figli vengono lasciati a se stessi, certe volte creando esseri infelici, depressi e in qualche caso anche abbastanza pericolosi.
I capelli si sanano alla base, non alle punte.

Ma torniamo al film.
Giovanna, la protagonista, oltre che il padre del titolo ha anche una madre.
Forse lui fa più errori di lei però mentre lui rimane un padre lei smette di essere una madre fin dal principio.

In breve la trama è quella di un uomo che fa credere alla figlia bruttina e complessata cose che non esistono. La figlia inizia a credere quindi di aver fatto innamorare un ragazzo e uccide la sua migliore amica, colpevole di avere, con questo ragazzo, una storia (vera).
Quando si scopre il delitto la madre di Giovanna abbandona completamente la ragazza.
“E’ un mostro” è l’alibi poco convincente. E infatti in seguito si viene a scoprire che la madre stupida ma bellissima si sente inadeguata davanti a sua figlia che la vede per quello che è, si scoprono tresche, amori che la ragazza aveva da sempre capito e dolorosamente accettato.
Bravissima Francesca Neri.
E bellissima.

Il papà di Giovanna, invece, seppur colpevole di aver favorito il dramma, non è biasimabile. Rimane accanto alla figlia per tutto il tempo, colpevole come uomo che credeva di fare il bene, ma non arreso davanti al fallimento che non sa prendersi responsabilmente sulle spalle. Infatti cerca di rassicurare la figlia per tutto il tempo e se anche inizialmente il metodo sembra sbagliato alla fine risulta essere il meno problematico, il più ottimale per la ragazza, il migliore. Da un padre colpevole di troppo amore si trasforma in un padre "alla vita è bella" cioè, in uno che s'inventa un mondo solo per mascherare una brutta realtà.
Si sacrifica per lei o meglio si sacrifica per risanare (ma non è possibile) quegli errori che lui ha commesso. Quanto sarebbe stato più semplice lasciarla a marcire nel manicomio? Ma lui tenta di tenerla sveglia, di insegnarle materie, di amarla e di darle tutte le sue possibilità. E' da esempio, assolutamente.

Non so se ho spiegato il punto.
Non si può essere uomini perfetti e non si possono essere genitori perfetti però si può essere responsabili, si possono accettare i propri errori senza scappare. Vale nella vita, forse, ma di più se da quegli errori dipendono altri. Finché sei solo puoi scappare alle Maldive, ma quando hai rovinato altre vite difficilmente scapperai da te stesso (Marica la guru).

Non tutti hanno questa forza, capisco.
E non tutti, quindi, possono essere buoni genitori, lo capissero.

Forse io la vedo troppo egoisticamente da figlia.
Infondo il sacrificio costa la vita intera.
Però, anche se ci provo, io proprio non riesco a uscire dal quesito “eh, ma chi te lo ha chiesto di farmi nascere?”
Fare figli non è come mangiare bruscolini, richiede un minimo di riflessione.
Attualmente, mi sembra che si perda più tempo a calcolare le calorie dei bruscolini (occupazione che io considero assolutamente vitale, tra l'altro) che a pensare seriamente di mettere al mondo una persona che ha il diritto di ricevere amore, comprensione e sacrificio.

Se ne hai da darne.
E se non ne hai, esistono metodi per il controllo delle nascite.
E se poi sei cristiano, mi dispiace.

Io forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore (De Andrè, il testamento di Tito).

Il primo passo, secondo me (ripeto: quando hai consapevolmente scelto di creare una famiglia), è rimanere. Rimanere sempre.

E fu così che arrivarono al divorzio…
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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE