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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
16 aprile 2013
Gioire del “bello” (che non si esaurisce certo nella dimensione estetica) credo che sia un'inclinazione umana per nulla secondaria a quella di mangiare, bere e riprodursi. Ovviamente nel mondo moderno, chissà se primariamente in quello occidentale, il bello viene comunemente confuso con la...

Il cannocchiale mi dà ai nervi ultimamente per le sue continue mancanze. Quindi questo post continua su webnode. Basta cliccare sul titolo.



28 febbraio 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

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permalink | inviato da LadyMarica il 28/2/2013 alle 14:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
21 giugno 2012
Ultima impresa senza "tremolazione"
Solitamente non sono molto soddisfatta dei 30 che prendo all’università. Il più delle volte sono convinta di essere simpatica, e non competente. Il più delle volte mi dico che comunque ci manca la lode. Il più delle volte sostengo che io quel 30 non me lo sarei data. Con l’esame di ieri, invece, posso decretare il mio primo 30 soddisfatto.

Occorre raccontare perché.    

Siamo partiti malissimo. E che senso abbia dirlo quando ho già distrutto tutta la suspense nell’incipit stabilitelo voi.
Ora dell’esame 9.30. Arrivo in facoltà alle 9.25 convinta che comunque i professori inizino gli esami con quel giusto tempismo del ritardo, tanto perché chi non terrorizza si ammala di terrore.
Cerco il nome della materia che voglio dare sul tabellone per capire in che aula passerò il giorno.
Sul tabellone ovviamente il mio esame non esiste.
Provo a gettare sguardi e a capire senza dover chiedere niente a nessuno: non amo socializzare, non amo socializzare quando sono nervosa, non amo socializzare chiedendo le cose. Alla fine mi arrendo alla limitatezza del mio intuito e mi getto in un passante-informatore che dà la risposta giusta.
Bene, grazie, 30.
Arrivo nell’aula contrariata dal mal funzionamento universitario. E scopro che il professore ha già fatto l’appello e se ne è andato a prendere un caffè. Pazienza. Mi siedo ed aspetto. Ma non faccio a meno di masticarmi il fegato pensando al perché diamine mi fanno fare una prenotazione online che non ha alcun valore se poi mi devo registrare un’altra volta su un foglio di carta. E questo sarà, diciamolo, il pensiero dominante della giornata.
Quindi arriva il professore io, timida e carina (?), mi avvicino per chiedergli di iscrivermi su quel tecnologissimo pezzo di carta. Lui mi guarda e già mi sta antipatico dicendo: “signorina, lei è in ritardo”. Io gli dico che credevo l’esame fosse alle 9.30. Lui guarda l’ora. L’orologio mi dà ragione e lui, contrariato, mi dice: “sì, è in tempo. Ma la segno all’ultimo. Non farà l’esame prima dell’una”.
Gli sorrido pensando “fanculo-sticazzi, quello che mangerà tardi sei tu, io ho smesso con questi vizi animaleschi.”

Quindi mi metto in pace. Non l’anima, decisamente tutto. Vado al solito bar dietro casa mia, quello con la puzza di marcio ma il barista carino pensando che me la sfogherò con lui. Invece lui non c’è (disdetta) quindi mi prendo un caffè e mi studio tutto quello che avevo saltato. Non vi cruccio sui tediosi argomenti più politici che filosofici che mi sono dovuta infilare nel cervello in quelle due brutte ore buttate.
Poi torno in facoltà.

Mi siedo anche se ogni 20 minuti, forse meno, esco a fumare. Vedo scorrere tempo e ragazzi, sono le 14.30 quando finalmente sento fare il mio nome.
E solo a quel punto scopro che è un esame diviso in due parti. Pure.
Il tipo che ho di fronte, un assistente, ma comunque anziano, del professore, è molto gentile. Mi guarda il libretto, mi dice che sono brava, nota l’agitazione mi fa domande sceme. Solo che è distratto, non mi guarda, mi ascolta poco, non mi lascia parlare. Io avevo organizzato dei discorsi in maniera precisa, se mi interrompi mi sballi tutto il giro.
Mi fa solo due domande e mi dice: “le cose le dovresti approfondire”.
Sintetizzo il mio secondo sticazzi-fanculo della giornata. E bollo la mia prestazione come fallimentare. Inizia qui il solito monologo autodistruggente interiore: “brava marica, come puoi ben vedere hai sempre avuto ragione tu: i 30 te li regalano! E’ chiaro che hai delle conoscenze marginali e poco approfondite, finalmente qualcuno te lo ha detto!”.
Non faccio in tempo a finirmi la critica poco costruttiva che sento il professore comunicarci che è meglio se facciamo una pausa. Una pausa? Sono le tre, io vorrei andar a casa.
Solo un fanculo stavolta, sticazzi proprio no perché mi importa. Esco a fumare.

Non mi accorgo che mentre io fumavo, il professore aveva chiuso l’aula a chiave: non sia mai che qualcuno rubi la polvere.

Quindi rimango fuori e i libri, che avrei distrutto cercandovi ansiosamente risposte senza registrarle nel cervello, rimangono dentro. Forse la fortuna è dalla mia.

Dico addio ad ogni possibilità di recuperare nella seconda parte. Mi do bocciata. Peggio, mi do per scacciata dall’intera facoltà di filosofia, vista la mia limitatezza conoscitiva. E mi tranquillizzo immediatamente.
Non me ne sono andata a casa solo per non creare impicci burocratici. Avrei fatto la seconda parte serena nel sapere che mi sarei ripresentata, volontariamente, la sezione successiva.
Quindi mi tranquillizzo. Mi sembra come di aver finito l’esame, non so se mi spiego. Provo la stessa sensazione di calma e di peso tolto che provo in genere a prova finita.

Sopravvivo la pausa e mi ripresento 45 minuti dopo in aula, sudata, sporca e con una faccia stanca. Mi siedo e aspetto che i 5 ragazzi prima di me concludano la loro sorte. Ed è alla prima ragazza in questione che la mia idea del fatto che oramai mi boccerà/ò si fa realtà.

La tipa mi colpisce per un dettaglio: ha una maglietta indosso che dice “sono stronza, embè?”.
Si siede e mi sembra preparata. Il professore verso la fine di 30 minuti d'agonia le fa una domanda semplice, fondamentale direi. Lei si incasina e la situazione peggiora e precipita a un ritmo meravigliosamente armonico. E' un crescendo di tragedia: appunto tragico, appunto incantevole. E' anche l'esplicazione di un dato incontrovertibile: più stai andado male più peggiorerai; al peggio fine non c'è.

Il professore, che non brilla di simpatia, come oramai abbiamo capito, le dice che la ragazza sembra non aver capito nulla. Lei si giustifica dicendo che è l’ansia. E io, francamente, ci credo. Anche se, ma questo è un consiglio, potresti evitare magliette tanto idiote per dare gli esami. Lui, forse abbastanza scazzato, le dice che questa è una facoltà di filosofia e non di psicologia (ricordatevi questa frase per il futuro del post) e che lui la giudica sui concetti e non sulle emozioni.
Bel discorso, molto sensibile. Finisce che si accordano sul disaccordo e che lei tornerà il prossimo appello.

Chiaro che a quel punto mi dessi ancora più per bocciata no?
Insomma, tutto ciò porta a una sola cosa: quando arriva il mio turno sono la più tranquilla e serena del mondo. Infatti mi siedo e non provo la benché minima emozione. E io, ricordiamolo, sono quella che entra e esce da una aula tre volte prima di riuscire ad aprir bocca.

[e siccome sono anche pignola, vi invito a leggere come era andato l'esame precedente
cliccando qui]

Lui mi guarda, non dice nulla di interessante e inizia a chiedermi. Mi chiede di leggere un passo ad alta voce. E se c’è una cosa che odio è leggere a voce alta, ma sono così tranquilla che lo faccio come se stessi leggendo un testo teatrale, con le pause che non so nemmeno io dove ho tirato fuori.
Mi fa qualche domanda sulla cosa letta, mi fa domande più in generale, io semplicemente gli dico quello che so, senza stare a pensarci troppo. Tiro fuori persino un argomento, involontariamente, e lui ci infila il dito, tanto per sperare di beccarmi in fallo. Peccato non ci riesca: mica perchè sono brava, solo perché è il mio filosofo preferito. Alla fine mi guarda, non accenna all’unico testo di cui non mi ha chiesto nulla e se ne esce con la frase che mi ha costretta a sintetizzare un ultimo fanculo-sticazzi: “signorina, le metto 30 anche se lei è troppo sicura, la invito ad essere più tremolante”.

E' diventata, improvvisamente una facoltà di psicologia?

La prima considerazione che mi viene in mente è istintiva ma spicciola: come si fa a non capire così niente di chi hai di fronte e dirlo così ad alta voce? Per carità, lui ha diritto alla sua impressione sbagliata ma mi sarei aspettata che un professore così anziano avesse più occhi e meno voce. Io, dico la verità, e l'ho detto anche a lui, prendo la "troppo sicura" come un complimento: essere presuntuosa, dopo l'essere magra, è la mia aspirazione più grande.

Meglio tacere e sembrare idioti che aprir bocca e togliere ogni ragionevole dubbio (cit.). E’ la seconda considerazione che invece voglio proporvi. E’ dalle 9.30 di mattina che mi massacri facendomi aspettare e dandomi di una che “dovrebbe approfondire” e che "è in ritardo" e non vuoi che mi sia oramai messa l’anima in pace?

La terza e ultima considerazione invece è molto meno citazione da Oscar Wilde e anche molto poco lady: non è che perché mi metti 30 a fanculo non ti ci manco dal corridoio eh?!

9 agosto 2011
632 Malfunzionamenti

Non va male perché ci sono probabilità che vada male. Però va male e va male perché alla fine, tra tutte le combinazioni possibili, quella che si ripete più spesso non è solo male ma è il peggio.

E non l’ho deciso io.

 

Quando mi fermo a pensare, con razionalità, a queste cose che vanno peggio rispetto a male, ma prima che lo facciano, finisco col pensare, sempre per razionalità, che andranno bene. Non perché sono di parte eh. Semplicemente analizzo i dati in mio possesso, gioco con probabilità e numeri e mi dico che quella cosa non può andar tanto male come la me tragica ha ipotizzato in un lato del cervello. E quando lo penso ho il terrore di averlo pensato perché una volta che l’ho pensato sembra che i fatti si accaniscano per dimostrarmi che avevo torto.

E marcio. 

 

Quindi la scelta ricade tra due: pensarla positivamente e essere delusi dalla conclusione oppure disperarsi prima nel pensare che la conclusione sarà deludente (o meglio tragica). In entrambi i casi, comunque, il risultato non cambia molto: mi dispero. Che sia dopo o che sia prima a chi può importare? Quello che è esilarante, ma esilarante in senso orrendo, è che quindi la mia serenità non dipende molto da come andrà la cosa che spero vada bene ma penso andare male.

 

Tendo, tra le opzioni di cui sopra, alla seconda comunque. Per tutto mi dispero lungamente, come prima cosa. Poi la cosa va male oppure bene. E non voglio dire che sia ininfluente totalmente, certo, però io il mio bel grado di pianto isterico, di ansia e di nervosismo me lo sono già fatto. Ho dato la mia parte di disperazione all’universo, il resto è solo un plus che mi viene risparmiato o richiesto, a seconda dei casi.

 

Ci sono anche le volte in cui involontariamente decido per la prima. E lì la cosa è, se possibile, ancora peggio. Perché è vero che sono tranquilla per un po’ pensando che la mia conclusione tragica ha almeno le stesse possibilità di una più normale però poi quando arriva l’inspiegabile botta finisco rasente suolo. E non è divertente.

Così un'influenza diventa una malattia mortale, improvvisamente. Ma è una storia vecchia.

 

Tutto questo discorso non ha alcun senso. E’ la premessa di fondo ad essere sbagliata. Perché una persona non può vivere così condizionatamente da eventi che non dipendono, strettamente, da lei. Oddio, una persona può fare come le pare, dico la persona caso specifico me non dovrebbe farlo. Anche se si convince, sempre la persona caso specifico me, che tutto dipenda o possa dipendere da lei. Perché, cara la mia persona caso specifico me, la sai una cosa? Non è vero.

 

Se un messaggio non arriva la persona caso specifico me non ha il potere di cambiare le cose e non ha molto senso ci pianga su. Può farlo certo. E anche pensare che una non risposta, tra tutti i motivi possibili, significhi che il motivo è il peggiore di tutti, ma diciamocelo, non è un atteggiamento intelligente.

 

La serenità della persona caso specifico me dovrebbe dipendere da me stessa, non dai fattori circostanti. Quelli posso assecondare l’umore o lasciargli una macchia sopra ma non dirigere l’intera cosa. Che quel messaggio arrivi o meno proprio non può essere il motivo che rende la giornata buona o pessima. Perché anche dovesse arrivare e il mio umore migliorare domani, o quando sarà, ci ritroveremo di nuovo nella stessa identica situazione. Spreco vitale incredibile. Non posso pretendere che qualcuno mi dia la serenità che io non ho, non posso pensare di risolvere i miei demoni ingannandoli in qualcun altro perché poi basterà un leggero movimento nella direzione in cui non volevo io a far mal rifunzionare tutto. E i malfunzionamenti vorrei ripararli, non viverci in mezzo mettendo stracci qui e lì col rischio che una notte saltino tutti ed io muoia affogata.

22 giugno 2011
619 [modi di fare i genitori] Anche i dentisti hanno un lettino

Stavo scrivendo tutto un altro genere di post. E buttiamo via intere pagine di idiozie in bella forma, okay, tanto il sudore (le dita sudano signori!) è mio.

 

Una litigata da racconto epico con mia madre, ecco cosa mi ha fatto cambiare argomento. Perché qualsiasi cosa io faccia, in qualsiasi modo e con qualsiasi risultato non basta mai e non è comunque nemmeno lontanamente paragonabile a quello che non faccio.

 

Promemoria personalissimo: nella malaugurata ipotesi avessi figli io non gli farò mai, ma mai, niente del genere.

 

Ci stavo già pensando oggi guardando i Simpson (alto momento riflessivo).

Nella scena a cui mi riferisco Homer diveva a Bart una cosa come: “non è vero che riuscirai a fare tutto quello che vuoi. Qualsiasi cosa tu sia bravo a fare ci sono almeno mille e cinquecento persone che la sanno fare meglio di te”.

 

Attenuanti generiche di morte prematura bypassate mi è venuto in mente che mi sono sentita dire una frase del genere almeno un milione di volte.

 

Continuiamo con un ricordo che la psicologia intera sarebbe molto orgogliosa di sentirmi raccontare.

Ero una ragazzina e avevo appena finito il mio primo libro, il cui titolo vi terrò nascosto fino alla mia morte. Un libricino idiota, semplice, da ragazzini appunto.

Lo lessi in una settimana. All’epoca pensai di essere stata molto brava. Mi dicevo: “duecento pagine in soli sette giorni? Incredibile!”
Allora andai da mio padre per condividere il successo e lui rispose che andava bene ma che nel mondo c'erano studiosi che leggono libri enormi in due giorni.

Forse non disse proprio così, mi ricordo solo i "due giorni” perché io non capii il senso generale del “si può migliorare” ma la pensai come “il prossimo libro lo leggerò in due giorni, così sarò brava”.

 

Aveva ragione, certo.

Lui cercava di spingere verso l’eccellenza, verso la perfezione.

Ma la perfezione non è raggiungibile e a volerla cercare sempre, continuamente, in un primeggiare continuo si rischia di perdere di vista che un otto non è un dieci ma nemmeno un 4.

Mio padre rispondeva a questo genere di frasi che se volevo essere una pesona mediocre allora potevo benissimo continuare ad accontentarmi degli otto.

 

Lo faceva perché mi migliorassi certo, mica per distruggermi, però questo continuo sentirmi dire che tanto qualcuno lo aveva già fatto o che lo avrebbe fatto meglio di me, a poco a poco, deve aver impresso una qualche forma nella mia testa.

 

Fingetevi psicanalisti che io mi sdraio sul lettino.

 

Non me lo ricordavo. Né la storia del libro, né il collegamento con certe mie fisime. Curioso come una sola frase, e sentita casualmente nei Simpson, apra certi nascondigli.

 

Mi viene in mente che io cerco sempre un modo per non essere abbastanza soddisfatta di me.

E non che non ne abbia motivo a volte eh. Però anche quando potrei essere contenta, o dirmi “brava” io mi invento (forse), consapevole o inconsapevole non lo so, cose per smontare questa soddisfazione.

 

Posso fare esempi svariatissimi.

Il mio ultimo esame. Trenta e lode. E sono stata fortunata.

Ecco, vediamo se riesco a spiegarlo. Io vorrei dirmi, da sola, “cavoli, sono stata brava!”, invece sono seriamente convinta (e mi infurio con chi non è d’accordo con me) che sia stato troppo semplice, che sia stata questione di fortuna e quasi mi sento insoddisfatta.

 

Essere insoddisfatti di un trenta e lode significa essere leggermente incontentabili.

 

Sono uscita da lì pensando “il prossimo andrà meglio”. Come se avesse senso, come se fosse possibile. Ed è l’impossibilità di quello che pretendo a farmi in svariati pezzi perché continuo a ritenermi quasi cretina ma a non poter far niente, o comunque poco, per dimostrarmi che non lo sono.

 

La msdc (mezza specie di cugina) ha sentenziato: “vabbè, la prossima volta chiediamo se puoi farlo a testa in giù”. Mi piacciono le sospensioni.

 

Oppure quando esco con qualcuno: io sono sempre convintissima che se esce con me, quando invece potrebbe uscire con altre centocinquanta persone meglio di me e che sanno uscire meglio di me (come da Simpson), è perché mi vuole fregare in qualche misura. E se proprio non trovo motivi per vedere le fregature (e li cerco bene) allora inizio a pensare che siccome frequenta me allora deve essere veramente scemo (mi scuso).

Distruggo, distruggo, distruggo.

 

Ci sono ragazzi a cui i genitori dicono bravo continuamente (povera LadyMarica, okay, questo post fa ridere, mi scuso anticipatamente), io li vedo sostenere gli esami, uno dopo l’altro, serenamente: studiano, vanno, hanno fortuna, certe volte sfortuna e tornano a casa tranquilli, consapevoli di quello che valgono o di quello che sono.

 

Io poche ore prima dell’esame mi convinco al 100% che probabilmente ho frainteso tutto quello che c’era scritto e che tutto significa la cosa opposta a quella che ho pensato io. Dal primo esame che ho fatto fino all’ultimo di venerdì sono sempre stata convinta, ma non per scaramanzia, proprio convinta, che sarei stata bocciata. Non è successo.

 

Un amico, quando gli comunico i risultati, dice che tanto l’unica a non saperlo prima sono solo io. E avrà pure ragione da vendere. Ma questo lo dico solo dopo.

 

Mi distruggo in duplice parte insomma. Mi considero cretina fino a che un esame non stabilisce per iscritto che non lo sono e poi, quando l’ha stabilito, io inizio a costruirmi motivazioni (certe volte più reali di altre –quest’ultima volta per esempio sono seria, è stata fortuna –Marica!) che mi dicano che non sono motivi validi e che sì, sono cretina.

 

Lo so che avreste preferito il racconto della litigata con mia madre, l’evolversi delle grida isteriche e il mio aver detto tutte le parolacce di cui sono capace nel giro di 30 secondi (mi pento e mi dolgo). Mi dispiace, invece vi sono toccati i ricordi ombrosi di una malata di mente che ha perso il suo posto sul lettino dell’analista.

26 maggio 2011
609 Lo passa il convento

Ho perdonato Ottaviano dalla sua colpa del nome proprio. E questo era un aggiornamento che non potevo bypassarvi. L’ho perdonato perché oggi ha detto a lezione una cosa profondamente intelligente. Almeno nella misura in cui io non l’ho capita.

Mi sembra importante comunque comunicarvi che il sopra esposto ha riacquistato il suo ruolo in un paio di mie fantasia. Fantasie abbastanza gravi dobbiamo ammettere. Certe notti mi sveglio tutta sudata con in mente ancora l’immagine di lui che mi spiega la differenza tra analogia e simbolo tenendomi la mano.

 

Occorre precisare, anche qui, che sono iscritta a Filosofia. No perché pare esistere nel mondo (nel mondo quello più reale possibile dico, non su Marte -anche se certe volte mi sembra di esserci) qualcuno che non lo sa. Peggio qualcuno che quasi al termine di un lungo abbraccio mi chiede: “ma a che facoltà sei iscritta”. E come nei fumetti sento un bum da qualche parte.

Diciamo che ho già dimenticato l’accaduto (ma non per questo smetterò di parlarne): per nessuna buona motivazione, solo perché il lui in questione è bello. Perché è meglio essere belli che buoni ma è peggio essere brutti che buoni (Oscar Wilde). Tanto per dire che la bellezza conta relativamente, ecco.

 

Bè, non è Ottaviano quello della domanda sconvolgente sulla facoltà eh!

Anche perché Ottaviano è il mio fidanzato ufficiale immaginario e se anche lui non sapesse la facoltà a cui sono iscritta saremo in guai più seri di quelli di cui sopra. Se non altro perché lui vive nella mia mente e si presume che io la facoltà la conosca, almeno per nome. Ottavy sa almeno quello che so io di me e devo dire che quello che dipende da me di solito non ci fa litigare.

 

Non so se i due gradiscano questo menage a trois ma fintanto che ne sono poco informati io me la gestisco bene. Con un certo appagamento di mente e corpo.

 

In realtà la mia mente qualche scherzetto di ansia me lo tira ultimamente.

Niente di così serio, ma certe volte, improvvisamente, nei posti più inaspettati non so cosa mi succeda e mi prendono dei momenti di isterismo. Classicissimi attacchi d’ansia. Non riesco a respirare o a muovermi e tutto mi fa pensare che qualcosa di tremendo stia per succedere o sia già successo da qualche parte.

Il ché poi è probabilmente vero ma la cosa dipende dalla fetta di mondo che il “qualche parte” prevede e, detto molto egoisticamente, non è certo che io lo saprò mai.

 

Dovrei andare a tagliarmi i capelli invece di farmi questi strani giri mentali, lo capisco. Ma perché dare a Ottaviano la possibilità, misera che sia con un taglio di capelli dico, di rovinare tutto con un’esistenza reale quando posso continuare a vivermi la perfezione di un amore in cui faccio tutto io? Bè, ogni tanto litighiamo ma solo per fare qualcosa: finisce sempre con lui che si scusa perché ovviamente la ragione ce l’ho io (visto che sono l’unica che ha un punto di vista).

 

Poi sono andata al supermercato.

No, non manca proprio niente. E’ che i “poi che cosa” che forse ci andrebbero non sono argomento del post e non lo sarebbero nemmeno venissero fuori per loro libera iniziativa.

 

Al supermercato, ieri pomeriggio, ho invidiato la signora davanti a me alla cassa. Non davanti per direttissima in effetti ma comunque davanti rispetto a me. Non capisco perché alle 19.30 di sera tutto il mondo finisca davanti alla mia cassa. Ma andiamo avanti. La signora bassa e in carne ha pagato la sua spesa e l’ha riposta nella busta mentre contemporaneamente parlava al telefono in tutta tranquillità. Io solo perché il signore dopo la signora, stavolta davanti a me per direttissima, alla cassa, mi ha gentilmente toccato una spalla* per farmi segno che aveva spostato la sua roba per farmi appoggiare la mia (visto che odio i cestelli da supermercato e non li uso) ho ingoiato la gomma da masticare: non ero preparata ad una comunicazione verbale-gestuale-fisica!

 

(*) la stessa spalla che poco prima era stata definita in un certo modo che non riporterò dal soggetto della domanda sulla mia facoltà (ecco i poi che vengono fuori per libera iniziativa, maledetti!)

 

Devo ammettere che da quando non frequento più i cattolici (per una divina incidenza di venerdì impegnati loro con venerdì impegnati miei) la mia vita è sensibilmente peggiorata. Come la qualità dei post -disse la vocetta infame al termine di questo parto gemellare in travaglio da ieri sera.

27 settembre 2010
493 Invidia del complesso di Edipo

Sono talmente stanca, assonnata, infreddolita e affamata che stento a pensare di poter realmente scrivere un post. Quasi mi ricordo una figura biblica, pregate me.

Scusate, divagazioni inizio post.

Giusto il tempo di scaldarmi le dita senza asinello, bue o altri animali non identificati direttamente trascinati dalla mia mente vagante sul parquet di camera mia.

 

Il mio analista è un freudiano.

Non lo sospettavo e fino ad oggi non lo credevo. Però, poco fa, ho avuto il piacere di sentirlo in un’ interpretazione di un sogno che merita certamente di essere raccontata.

 

Che c’entri l’invidia del pene lo intuite da soli.

 

Partiamo dal sogno.

Stavolta, oltre ad essere strano è anche epico e leggermente greco.

Mi trovavo su una barca, di quelle antiche, in legno. Mare e cielo tutto grigio, poi azzurro, poi grigio. Con me, sulla barca (o nave?) ci sono tante persone, almeno una ventina. Abbiamo un grandissimo problema: dobbiamo non sentire una cosa.

 

Che cosa?

Non lo so e non è che mi è più chiaro se mi si continua a dire “pensaci”.

 

Mi viene l’idea geniale.

Il sogno è mio, ovvio che l’idea geniale venga a me.

E’ geniale, ma solo in sogno.

Penso che per non sentire dovremmo trovare le sirene, quelle di Ulisse.

 

Io la storia, di Ulisse, me la ricordo, solo che l’analista mi ha confuso e l’ho raccontata male.

Ulisse e la sua ciurma non devono ascoltare il canto delle sirene. Se lo facessero verrebbero incantati e portati alla morte. Ulisse mette della cera nelle orecchie dei marinai e si fa preventivamente legare per ascoltare il canto comunque.

Tutto questo l’ho raccontato per precisione.

Diciamo solo, in più, che le sirene sono il motivo, il deterrente che spinge i marinai a non sentire. E così nel sogno io penso che se vogliamo non sentire ci servono assolutamente le sirene. Non so se capite il sottilissimo senso logico. C’è, ma è sottile.

Non so perché non mi basta come deterrente il non dover sentire e basta, questo proprio non lo so.

 

Quindi scendiamo a terra per cercare le benedette sirene.

Io e altri due uomini. O meglio un uomo e una donna. O meglio una donna, della quale ho stranamente fiducia e un uomo tentacolare simile a un pesce piovra. Di lui non mi fido. E vorrei ben vedere, viste le caratteristiche fisiche. Stiamo sul punto di entrare in una grotta, di inquitante forma concava, quando io ne intravedo la struttura. Lunga caverna fatta a insenature e, in ogni insenatura, c’è qualcosa. Io, da dove mi trovo, vedo solo il primo qualcosa. Una donna e un bambino, non in carne ed ossa ma riflessi anzi, proiettati. Ricordo il forte colore azzurro scintillante ma non le fattezze dei due.

Mi sveglio, con l’ansia di star per entrare. E stanca.

 

L’interpretazione che gli do io? Io penso di avere una fantasia smisurata, e questa è cosa buona e giusta. Penso che probabilmente cerco pretesti per fare (o non fare) cose che dovrei (non dovrei) fare. Per esempio non ascoltare. Per non ascoltare basterebbe non ascoltare. Invece io per posticipare il non ascolto (che dipenderebbe solo dalla mia volontà) mi invento una caccia alle sirene con una motivazione che definire forzata mi sembra sciocco. E’ la mia volontà a farla da padrone. C’è sempre una cosa che cerco nei sogni e sempre, sempre, sempre, il non ottenerla dipende da me. Da me che smetto di volerla.

 

L’interpretazione che ha dato lui? Rifiuto della sessualità.

 

Eh? Ma come rifiuto della sessualità?

Ho fatto una fatica enorme a non ridere mentre mi spiegava perché.

 

Partiamo dal simbolo chiave: la grotta. “Risaputamente”, mi dice, “la grotta indica la vagina”.

 

Già, pervertiti, ve la sognate tutte le notti e credete di avere spirito avventuroso? No, siente solo dei pervertiti.

 

Inoltre, la mia grotta…

No, la riformulo sennò chissà che pensate.

Inoltre la grotta che ho sognato io ha degli ostacoli, come se entrare al suo interno significherebbe non uscirne più. Ma perché dovrei entrare in una vagina e aver paura di non uscirne? La cosa è misteriosa.

“Diciamo che emerge la tua poca simpatia” (l’ho riformulata io così perché mi pare meglio) “per i fenomeni che avvengono lassotto”.

 

Sì, e scommetto che ho poca simpatia per le vagine e per “le cose che avvengono là”  perché in realtà vorrei avere un pene. L’invidia del pene, lo avevo detto.

 

“Le sirene”, continua lui, “inoltre, sono un classico esempio di donne senza sesso”.

Il pesce piovra e la donna che ho a finaco, sempre secondo la sua interpretazione, sono, sarebbero anzi, una stessa persona. I due lati della femminilità, uno che mi piace, l’altro no.

 

Secondo me stiamo precipitando in acque lontane. Continuo a non ridere, ma poi lui tocca il massimo e mi spiega che l’immagine che vedo proiettata sul muro, quella con la donna e il bambino, azzurra, secondo lui rappresenta la madonna. Vergine. Vergine prima, dopo e durante il parto. Simbolo estremo di purezza.

Eravamo in mare, di che colore vuoi che siano le immagini? Io sono cromatica di carattere.

 

Rifiuto sempre più esplicito e forte della sessualità e di tutto quello che le gira intorno, ha concluso lui.

 

La psicologia, come tutto il resto, è semplicemente “quello che si vede” di te. Lui mi considera una dolce, ingenua santarella, io glielo lascio credere e quello che ricava da un sogno di sirene e grotte non è niente di più che sesso, paura del sesso e invidia del pene. Francamente ho seri dubbi in proposito.

 

Peccato, se avessi dovuto scegliere tra un problema balale psicologico e l’altro, avrei scelto sicuramente il complesso di Edipo, più che altro per il simbolismo greco intrinseco che io trovo affascinantissimo. Immagino che però quello sia riservato ai maschi.

 

Bene, bene.

“Dottore cosa mi consiglia per risolvere il problema?”

“Tanto, tantissimo sesso!”

Diagnosi scarsa ma cura eccellente.

4 giugno 2010
426 Prova Ana (non è un invito eh!)

Oggi finalmente splende il sole.

E la mia collega mi sta facendo il caffè.

Non fa freddo minimamente, non piove e non minaccia pioggia.

E quando il caffè lo fa lei, a berlo c'è più gusto.

Splende il sole fuori ed anche un poco dentro.

Non dentro l'ufficio, se devo essere sincera, ma quello dipende soprattutto dall'esistenza del soffitto.

Un bel giorno, la collega, nel caffè ci metterà della cicuta o qualche veleno meno filosofico.

E' così quando lo berrò il gusto lo proverà lei.

 

Ho comprato una bicicletta.

L’ho scelta da corsa (‘), con 18 velocità (?), nera brillante (!).

Appena ci sono salita le endorfine si sono scapicollate.

Poi ho pensato che l’unica funzione che avesse senso richiedere ad una bicicletta è quella di pedalare da sola. Io non posso credere che andare in bicicletta sia così faticoso.

Quanto avrò pedalato, venti minuti?

Bè, sono tornata fino al cancello di casa mia per pura forza di volontà.

Scesa dalla bicicletta, sono arrivata, sempre stremata in cucina.

Stavo serenamente parlando con mia madre quando ho iniziato a vedere tutto nero.

(sento risate?)

Inizia a girarmi la tesa, sudo e mi viene da vomitare.

Tanto che non posso stare in piedi.

Mi siedo e dopo almeno tre minuti i conati di vomito non accennano ad attenuarsi.

Corro in bagno pensando di dover vomitare il tè verde e le vitamine che le ragazze di Ana mi hanno “suggerito” di assumere di prima mattina a stomaco vuoto (fino a pranzo -sembra acceleri il metabolismo).

Io non posso vomitare: è antiestetico, santa miseria!

Non vomito, per niente.

E’ una sensazione estremamente diversa.

 

Devo fare una precisazione prima.

Ho deciso di seguire un “regime” Ana almeno per qualche giorno.

In principio avevo deciso per “una settimana” ma già ieri ho pensato che non potrei farcela.

 

Veniamo ai perché, che mi preoccupano: io i perché non vorrei nemmeno dirli, ma se non li dicessi ognuno di voi ne sceglierebbe uno, e nessuno (ne sono certa) indovinerebbe quello giusto.

 

Non lo faccio per perdere peso, figuriamoci: quelli Ana (e c’è gente che non lo sa) sono i chili persi che recuperi anche se respiri solamente.

E non lo faccio nemmeno perché sono malata di mente (anche se non si direbbe).

Lo faccio per puro spirito di “prova”, per curiosità di immergermi non solo mentalmente in quel mondo, in quella realtà, per provare da vicino quelle stesse sensazioni.

Lo faccio perché leggo blog Pro-Ana da qualche tempo e il mio interesse (psicologico se così vogliamo dire) non fa che aumentare.

Voglio sentire cosa sente un corpo nutrito da aria pura, cosa prova la mente.

Oltre a fame, s’intende.

 

Ieri ho ingerito 350 calorie in tutto il giorno (ed io ho fatto una scelta Ana non distruttiva totalmente e soprattutto senza indurmi il vomito).

Già, perché il decalogo Ana impone di contare le calorie e scriverle in un diario alimentare.

 

Quindi ecco, il mio organismo, prima della pedalata era in quella fase.

 

Torniamo a stamattina.

Ho preso il tè verde che “aiuta anche la carnagione” e le vitamine (consigliatemi dalla stessa ragazza Ana).

Poi la bicicletta e infine l’attacco di vomito.

 

Evidentemente, finalmente, qualcosa nel mio organismo stava cambiando.

Il corpo si rendeva conto della “mancanza”.

E’ stato impressionante, non mi ero mai sentita così.

E mi sono un poco preoccupata.

Stare male non è propriamente una bella esperienza.

Anche se è, comunque, un’esperienza.

E’ una sensazione diversa dal vomito classico.

E’ come se il corpo stesse cercando di digerire se stesso.

E’ una definizione possibile?

(ed io l'ho fatto per due giorni, le Ana che devono sentire?)

 

Ho interrotto il regime Ana.

Stupidamente, perché a voler ben sperimentare era da quel momento che le cose si facevano interessanti.

Tremende, certo, ma nessuno aveva detto che sarebbe stato piacevole.

Ho interrotto il regime Ana mangiando una mela.

Sembrerà una sciocchezza, ma quella mela ha rovinato (risolto?!) tutto.

 

Lo so che potrà apparirvi quasi una follia preoccupante la mia scelta di sperimentare Ana.

E non lo faccio nemmeno perché mi diverto (quello rientra nel masochismo ed è un’altra cosa), diciamo che forse è difficilmente comprensibile, però, ecco, per quello che interessa a me del mondo, filosoficamente parlando, e cioè l’umanità (e la sua psicologia) come chiave di lettura delle cose (dio, sentimenti, amore, libertà, politica ecc ecc) più si sperimentano condizioni umane, più si potranno penetrare le oscurità del reale.

 

Vogliamo sindacare sulla mia precedente affermazione "e non lo faccio nemmeno perché sono malata di mente"?

Fate pure, a sentire mia madre rientro negli esseri inviati dagli alieni per conquistarci, a sentire un amico dovrei essere presa a calci (?).

 

Passo parola (non a Travaglio).

Buon finesettimana.

28 gennaio 2010
349 La non violenza

Mi devo autodenunciare per un fatto grave che è accaduto non più tardi di qualche giorno fa. E nonostante il ricordo a me provochi, come massima reazione, un sorrisetto compiaciuto capisco di essere abbastanza colpevole.

Esplicito i fatti.

 

Qualche sera fa, sono uscita dall’ufficio con la mia collega.

Io avanti, lei dietro di me.

Questo perché io sono, senza dubbio, superiore* rispetto a quel noioso individuo addomesticato dai proverbi.

Proprio mentre pensavo ai fatti miei l'essere pienotto (e guardate che sono assai gentile) inizia a disquisire sulla durezza di una mezza salitella che uscite dall’ufficio dobbiamo fare per arrivare alle macchine.

Le ho fatto notare, allora, come l’unica cosa sensata da fare fosse risparmiare il fiato.

Lei mi ha guardata leggermente contrariata.

Ed io le ho sorriso, del mio sorriso congelante (ne conservo uno per le occasioni importanti).

“Ripeti quello che hai detto…!” mi dice la putrida.

“Oh, scusami, non mi ero resa conto. Utilizzerò termini più semplici -anche se, detto per inciso, mi sembra difficile, per far comprendere anche te. Allora, intendevo dire che se stai zitta e risparmi il fiato forse la salita ti affaticherà meno e anche le mie orecchie saranno più felici”.

Lei, visibilmente arrabbiata, mi guarda furente e mi si scaglia addosso.

Io la prendo per i capelli e inizio a tirare.

Lei lotta con unghie, calci e denti, ma io sono più abile e non mollo la presa salda sui capelli che le finiscono attorcigliati al collo.

Ci picchiamo come due selvagge; cioè, lei è una selvaggia, io una lady con gli artigli.

 

Poi naturalmente mi sveglio.

Come poteva non essere un sogno?

Io non farei mai una cosa del genere.

Mi ci vedete voi a uscire dall’ufficio insieme a quella?

 

*"Conosco la tua anima, sei insopportabile e impossibile; considero sommamente difficile vivere con te, tutte le tue qualità vengono oscurate [...] perché non sai dominare l'ansia di [...] trovare errori dappertutto tranne che in te stesso. Sei sommamente irritante." (da una lettera di Johanna Schopenahuer per il figlio) 


Permettiamo anche alla madre di Schopenahuer, Johanna, di dirmi la sua.

Infondo “sommamente irritante” mi dona molto.

 

(ps: vista la signora Schopenahuer, devo riconsiderare mia madre?)

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE