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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
18 aprile 2013
Sole fuori e noia dentro decidono che lei uscirà. Si lava, veste e controlla i capelli. Si guarda allo specchio. Infila dei libri, un telo e una bottiglia d'acqua nella borsa dal colore viola indefinibile. Si allaccia le scarpe. Molto nere, che ha comprato proprio per comodità. Mette la...

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27 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

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permalink | inviato da LadyMarica il 27/3/2013 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
30 gennaio 2013
Parla come scrivi!

L'ultima volta, da Fa, l'amato psicologo, era andata malino. Lui mi aveva, bellamente, fatto a pezzi senza preoccuparsene per niente. Ma oggi ci sono tornata, perché si sa, sono masochista e poi perché non butto via dei mesi per un giorno solo.
E oggi è andata meglio, forse anche meglio di sempre. Ma non è questo il punto. Non vi racconterei mica i fattacci che succedono in quella stanza, ordinari qualche volta, a meno che non siano o abbastanza divertenti o abbastanza strani. Quello di oggi rientra nella seconda categoria.

Mancava qualche minuto alla fine della seduta. E io faccio una qualche ironia sulla seduta dell'ultima volta, sul fatto, precisamente, che poi l'ho detto uno stronzo (sì, ho detto così, ma senza parolacce, quelle ce le ha messe lui) per la strada tornando a casa. Lui ride divertito e questo mi dà sicurezza.
Inizio a parlare in modo insolito.

C'è da precisare. Io non parlo, quasi mai, molto. Soprattutto non parlo come scrivo. Parlo poco, tentenno sempre, spesso parlo anche a voce bassa e ho sempre la frustrante sensazione che le parole, dette, non mi appartengano: le sento vuote, faticose, fastidiose, insignificanti. Le penso tantissimo. Dicendole dico. Ne sento l'eco, ne sento la non compiutezza e nel mentre le odio. Quando scrivo è diverso, ogni parola, sempre, mi appartiene veramente, sta bene con le mie dita, sta bene con me. Quindi con “inizio a parlare in modo insolito” intendo dire che inizio a scrivere senza farlo. Improvvisamente parlo nella stessa forma in cui scrivo: parlo nella stessa colorata dimensione della mia scrittura, l'ironia gioca con le parole, hanno tutte un senso, son tutte piene, nessuna è solo forma e tutte, finalmente, mi appartengono. 

Gli sto parlando della mia buffa reazione dell'ultima volta, di mia madre che infondo poteva benissimo far lei la psicologa visto che Fa aveva detto praticamente le stesse cose, un po' canzono lui, molto di più canzono me.

Dura una frazione di secondo. Le parole scivolano, non le penso nemmeno. Poi guardo Fa e mi rendo conto, senza avvertimenti, che, mentre parlavo, per me lui non era in quella stanza, che per me, in quel momento, stavo parlando da sola. Quando lo capisco, quando lo noto, presa dalla sorpresa, glielo dico e so benissimo di aver sul volto un'espressione preoccupata. E lo sono: sono spaventata a morte. Non mi era mai successa una cosa così, nemmeno sotto effetti di agenti esterni (tipo l'alcol), non avevo mai perso così tanto la dimensione reale, non avevo mai eliminato l'interlocutore così involontariamente. Mi spavento perché capisco perfettamente che è un processo mentale, che non l'ho gestito, che è fuori da tutto il mio controllo. Fa mi guarda e per la prima volta noto uno sguardo tra l'interessato e l'affettuoso, del tutto privo del suo solito sguardo sbeffeggiante. Quasi mi sembra di vedere uno che guarda un film. Capisco miracolosamente come si sente una tv. Fa mi prega di andare avanti, di fermare la sensazione, di sentirla bene con cenni della testa. Poi mi guarda e sottolinea la paura che io mi leggo dipinta in faccia. Gli sorrido confermandola.

Esco da quella stanza, dopo avergli stretto la mano, molto spaventata sì, ma anche molto affascinata dal potere della mente umana, dai misteri della mia e con la possibilità, che prima era solo speranza, di riuscire a coincidere in sempre più parti di me.

A margine mi domando: ma è bravo lui o lo sono io?

20 dicembre 2012
Una lancia alla mia bionda preferita
Sfatiamo un mito nato e sepolto tra queste righe, passato in qualche bocca e strisciato su fb: io non ho alcun problema con una sola, particolare, bionda. Io ho un umorismo deviato, sicuramente, non amo la stupidità (la mia esclusa) e non posso farci molto se nelle donne la trovo con più facilità (ma senza generalizzazioni pericolose) rispetto agli uomini e meno che mai posso reprimere la mia simpatia, naturale, per le more e la mia idiosincrasia per le bionde, soprattutto, tinte.

Esiste, però, una donna bionda che ammiro. Anzi due. La prima, ma si sa, è la mia amata Oscar. Paladina della virtù, della giustizia, del bene creduto (che poi non è sempre il bene platonico e universale -che nemmeno esiste, forse), della sofferenza come catarsi. Concetto oltremodo cattolico, ma pazienza, nessuno è perfetto.
E poi c'è la bionda, quella per eccellenza. Una donna che non conosco minimamente, se non per vie molto traverse e che, detto tra noi, mi comunica sensazioni positive, guardandola nelle foto in cui compare, sempre, volutamente, al margine. Non ci posso far nulla, la adoro per simpatia fotografica, per una strana empatia che ci sento, chissà se non è un mio fardello mentale e basta, perché la trovo molto bella e intelligente (da quel pochissimo che ho letto -quindi ammettiamo la possibilità di ricrederci in merito), perché ho sempre in mente una certa fotografia in cui lei è meravigliosa.
In quella foto lei ha lo sguardo appena, appena aperto, il sorriso spensierato ma privo di banalità, silenzioso e onirico, un rossetto invitante e rosso che, coi suoi capelli biondi, la rende di un sensuale incredibile, un rossetto che sarebbe volgare sulle labbra di molte altre ma che a lei dà un tocco quasi magico. Il suo sguardo chiuso e il suo rossetto forte creano un ossimoro di circolarità quasi perfetta. Mi sembra un dipinto. La sensazione, illogica, che mi tira fuori in quella foto è di stimarla. Non mi spiego minimamente perché dovrei stimarla ma la logica qui è fuori post. Quasi voglio bene a quell'essere di carta della foto. Non voglio bene alla bionda, che pare un termine offensivo, disprezzante e invece è solo il mio modo di chiamarla, perché nemmeno so che timbro di voce abbia, voglio bene all'essere di carta fotografica.
Come si potrebbe non voler bene a un essere, di carta, che ha il corpo, posato in una curva, in una armonia che se ricercata di proposito sarebbe impossibile, in cui ogni cellula tende a trasmettere desiderio, sensualità, comunicatività, serenità, misterioso sogno? Il suo collo coincide perfettamente colla spalla che tocca, il suo naso sfiora leggermente la guancia dell'uomo sedutole vicino. L'insieme è una tenerezza così primitiva da lasciare un po' favoleggianti. Non si potrebbe non amare una foto così. Quando la guardo, quella foto, mi perdo a desiderare di poter leggere i pensieri di quella immagine, i pensieri della carta, i pensieri della donna. Lei, già detto, la mia bionda (e speriamo che mi sia concesso quel mia anche se, francamente, lei che esisto lo sa solo per, credo, click distratti di mouse e nemmeno se lo ricorda) non è una dalle foto facili. Anche questo, di lei, mi piace. La trovi in tante foto ma devi farci attenzione. Una volta si compre con un bicchiere, una volta si lascia prendere solo di spalle, una volta vedi un riccio biondo seduto in macchina, una volta cogli solo la sua ombra, una volta si fa confondere, di proposito, con un'attrice famosa. Esprime meravigliosa eleganza anche da un unico riccio, badate bene, però è raro trovarla arresa allo scatto in una così ben definizione.

Perché questo post? Intanto per velleità artistiche: quella foto è, oggettivamente, molto bella, mi piace comunicarvela anche se non posso, per ovvi motivi, trapiantarvela qui. E poi perché è una cosa strana: di solito io non mi perdo in queste sensazioni ma razionalizzo fino a trovare l'osso. Ovviamente c'è un ulteriore motivo: non ho la minima intenzione di far passare i miei sproloqui sulle bionde come un fatto personale (non che qualcuno lo abbia detto, ma boh, io l'avrei pensato), il mio è un fatto puramente di deviazione umoristica. Woody Allen gioca cogli psicanalisti? E io gioco colle bionde. In uno stile meno efficace ovviamente, ma è il mio cavallo di battaglia: lasciatemelo!

Che siate biondi o meno, sempre qui potete votarmi molte grazie se vi capita di farlo
19 settembre 2012
La regina dei multipli del mutismo
Con tono quasi seriamente interessato occhi di pozzo mi domanda: «con la dukan hai finito, giusto?» E poi leggermente più piano, quasi a voce bassa, aggiunge: «Dai, dimmi che hai finito!»
A mente lucida so benissimo che non gli interessa, ma trovo la domanda iniziale e l'esclamazione finale, compreso l'abbassamento di tono, un balsamo di dolcezza.

Dolcezza from occhi di pozzo to LadyMarica? Uhm, non in questo mondo, signori.

Secondo lui non è una dieta sana e la sua voce, in quella sequenza precisa, mi vuole far credere a un poco di interessata, ed educata, preoccupazione.
Non che si strappi gli occhi (peccato, li conserverei volentieri sulla mia scrivania per quanto son belli) però è meglio di niente.

Non glieli vedo gli occhi oggi e un po' mi dispiace ma li ricordo bene. E io sono in pigiama. I suoi due occhi in cambio del mio pigiama? E’ il dubbio che mi assilla per tutto il tempo, ma rimango al solo audio.

Come al solito ottiene in risposta i miei pensieri e il mio mutismo d'accatto.

«E il sushi?» E' ostinato col cibo oggi. «Lo mangi ancora?»
Ancora il mio mutismo, ma ora è d'attacco.
Mormoro piano un sì, tanto per confermargli che lo sento.

«Siamo su un programma che simula un rapporto telefonico funzionante attraverso l'internét», penso senza dirlo ovviamente, e pensando anche, più sotto, a quanto questa frase per indicare skype potrebbe piacergli, «e tu mi parli di diete, di cibo? Trovo a fatica le parole per rispondere alle cose meno personali, anche alle considerazioni sul tempo e proprio l'argomento che meno affronterei con te mi devi sbattere sul naso?».

Di lì si diramano altri due filoni di pensiero: che il mio naso non mi piace e che si è allungato nell’ultimo anno, eppure io non mento; e che non mi dispiace parlare con occhi di pozzo, qualsiasi argomento esca fuori dal cilindro, anche se prova a convincermi a indossare un costume da margherita.

Lui continua, dopo il mio sì, e credo di doverlo ringraziare, uno amante della crudeltà, ma non credo che occhi di pozzo non lo sia, almeno un po’, avrebbe mollato la conversazione e io mi sarei mangiata le unghie pensando un modo per rianimarla, per dire qualcosa di intelligente: «guarda che non devi rispondere a monosillabi come se ti vergognassi: il sushi lo approvo!»

In me qualcosa sprofonda e riemerge. Tipo un serpente marino. Il mio istinto primario è un mutismo di conservazione. Non devo dire niente, non devo nemmeno fantasticarci sul maledetto verbo "approvare". Che poi, io lo so, è quella prima persona singolare che mi fa letteralmente parlare serpentese. Approvo. E, il mio serpente marino interiore si specifica che anche il “non approvo” gli farebbe fare il bagno a largo.

Il mio mutismo di non compromissione tiene un’aringa contro la me sfacciata. Vince lei, non si sa per quale moine verso i giudici. Il mutismo oramai di broncio si nasconde da qualche parte e la parte sfrontata di me dice ad occhi di pozzo: «non hai la minima idea di quanto quell’ “approvo” sia sexy». Sexy non è il termine giusto, però ci si avvicina. Occhi di pozzo ride, non riesco a ricordarmi se mi pare un riso curioso o un riso di chi ha capito. Cerca di spingermi da qualche parte, così mi sembra, quindi forse è un riso che mira a capire.
Cerco il mutismo nascosto ed è per quello che rimango zitta: un mutismo di ricerca?

Mi vorrei lasciar spingere francamente, in quello che c’era di nascosto in quel “sexy” per esempio, ma non posso: ho il pigiama, sono spettinata e gli occhi di occhi di pozzo in versione foto ricordo celebrale non riescono a fottermi. Dovrei dirglielo ma ho ritrovato il mutismo. Dovrei dirglielo che quando mi fissa, anche se non glielo lascio far spesso, il mio serpente marino si agita per quegli occhi fottenti e non più per la linguistica.

1 agosto 2012
[Lei] Però l'amore è come il tabacco (cit.)
Questo è un blog e non una coperativa del bene nazionale.

Quella sua mano le sposta delicatamente i capelli dalla spalla. E’ un gesto semplice, ma che a lei piace, e fatto in quel modo, preciso, delicato, impercettibile.
Entrambi conoscono già dove li porterà quella strada, entrambi conoscono a memoria il percorso. Lui la guarda tentando parole, lei lo ascolta. Vorrebbe parlare un po’ di più, vorrebbe sentirsi più i pensieri invece l’unica cosa che le sembra di sentirsi nella testa sono folate di vento. Ribadisco, come tutte le volte che ho scritto di lei, che non deve essere propriamente un genio.
Lui la guarda, lei, nei punti morti di conversazione, gira lo sguardo altrove. Cerca di non guardarlo perché sa bene che tutto quello che non dicono le sue parole lo dice la sua faccia e lei non vuole che i suoi occhi gli chiedano un bacio. Succederà, lo sanno entrambi. Ed io, dal mio punto dell’osservazione, lo trovo quasi irritante questo lasciarselo scoprire. Lo sanno entrambi, ma nessuno vuole chiederlo, nessuno vuole mostrarlo all’altro. Non è un bacio che viene, non è un bacio leggero, è un bacio pensato, sofferto direi se pensassi di rendere bene.
Ed è tanto pensato, tanto sofferto che parte dalle mani.
Certe volte lei si domanda se a tutto questo lui abbia pensato prima per quanto siano delicati e infinitamente coincidenti i percorsi, tutte le altre volte, invece, pensa che non sia possibile calcolare così bene le tempistiche. Lui le tocca una mano. Lei cerca di non muoversi, di non lasciar trasparire quanto non aspettasse altro da tutta la sera. Non lo fa per lui, verso di lui, per un moto di freddezza con lui, in realtà lo fa per se stessa, perché non può ammetterselo. Non dopo che è stata quasi anni a dirsi quando tutto ciò non fosse stato nulla. Un conto però è parlarne da soli, convincersene quando si gioca in casa, un conto è convincersene quando quella mano effettua uno spettacolino di dolcezza sulle sue. A quel punto le dita di lei si muovono. Credo rappresenti una resa definitiva. Accarezzano quello a cui arrivano, una delle dita, senza precisione, di lui. Forse è a quel punto che lui comprende che non ci sono le reticenze che credeva. Le carezze si trasformano, i colli si flettono, le labbra si toccano. E divento uno strano miscuglio, di caldo, di storie, di parole, di carezze delicate, di gesti bollenti. Non si capisce come individuare la trama, non si capisce bene come fermarsi, non si capisce bene come continuare.

Lei ha solo un appello in testa. Gli vorrebbe dire che tanti anni fa lui, non sapendolo, le ha cambiato la vita e che oggi vorrebbe non le facesse male. Ma è un appello codardo, lontano dal momento lei lo capisce. Sia quel che sia, pianti e gioia, qualsiasi cosa, l’importante è che sia pieno, autentico. Infondo si dovrebbe temere più di vivere solo passioni controllate che di piangersi tutte le lacrime. Nessuno avrebbe detto che sarebbe tornata ad appoggiarsi su quella spalla, eppure così è andata, anche il resto, semplicemente, andrà.
E proprio mentre realizza tutto ciò le arriva una telefonata che la fa felice. Lei glielo dice, a lui, che è sul felice (moderatamente mi sembra di aver sentito) e lui, sorridendo ho visto, le risponde col tono cupo: «Ah, ti faccio felice?  Uhm, mi chiedo in cosa sto sbagliando!». Lei se la ride sentendo quanta tranquillità un po’ di spietata ironia possa dare.

3 luglio 2012
Biondezza
Signori, spero vogliate perdonare quanto segue. Siccome leggevo, come da post precedente, Allen, ho pensato di fare un tentativo e macchiarmi le mani con un racconto. Credo che sia una schifezza, francamente, purtroppo non sono brava con i racconti. So giocare con le parole, ma creare un testo interessante, ben scritto e coerente decisamente mi è difficile. Qualcuno dice che è solo questione di esercizio, io non lo so, ed è per questo che ho tentato e tenterò ancora (minaccia?).
Buona lettura, siate spietati tranquillamente.


Loretta Bensivoglia praticava la buffa tradizione di voler sapere come finisce. Così immaginava e pensava, facendo sforzi non indifferenti, che se qualcosa va avanti da così tanto ed è sempre stato su un filo spesso di non si sa bene cosa, senza mai cadere nel vivere e senza mai cadere dalla parte opposta, nel dimenticato, senza quindi aver possibilità di essere messo in un bel catalogo di ricordi, grammatura compresa, allora a lei non sembrava giusto prendersi il potere di intervenire.
Loretta Bensivoglia quindi attendeva. Non con smania di spettatrice compulsiva, piuttosto con un freddo ma educato interesse: che qualcuno tiri i dadi o la catena!
Una volta Loretta Bensivoglia aveva accettato di darsi al gioco. E così si era trovata l’unica invitata diversa a una festa di compleanno: era la festa di una papera gialla ed erano state invitati solo donne e uomini biondi. Lei non aveva il colore giusto di capelli, ma avrebbe giurato di essere capace di mimetizzarsi con l’abito e una bella birra bionda in mano. La cosa peggiore però era che a invitarla era stato l’uomo con cui sia aveva che non aveva avuto una relazione. Esattamente non ce l’aveva avuta, ma approssimativamente avevano sfiorato il tanto nominato sesso troppe volte. Solo al telefono, in realtà, non evitavano di dirsi le peggiori porcherie ricordabili: tipo il «voglio guardarti mentre ti mangi le pellicine delle unghie» o cose di questo stesso genere. Il cosa però non era poi così importante, era importante che entrambi arrivassero all’orgasmo.
Si erano conosciuti a un matrimonio. Meglio a una organizzazione, truffaldina, di single ai matrimoni. Giovani e meno giovani, donne e uomini, poco biondi e molto biondi avevano fondato una compagnia di single che, per via della forza in virtù dell’unione, riuscivano a sapere dei matrimoni estivi e a imbucarcisi con un abito affittato o prestato, nei casi fortuiti. Erano spinti a partecipare ai matrimoni per poter osservare da vicino il vero amore, certo, ma molto di più, per il cibo gratis e il sesso facile ricavabile dalle cerimonie. Perché per l’amore e il romanticismo si può far tutto, ma è molto più conveniente se è un tutto che non richiede dispendio economico. A quel famoso matrimonio in cui si erano conosciuti Loretta Bensivoglia era andata a sua unica sorpresa: non aveva gran bisogno di sesso o di assistere ai romanticismi eccentrici ma aveva il frigo inesorabilmente vuoto. Ed aveva una gran sete quel giorno. Così si era seduta casualmente con questo biondo ed era finita per mangiare poco.
La festa della papera era stata decisamente più divertente. Loretta Bensivoglia, come detto, aveva accettato di andarci dopo attenta riflessione. Da quando, infatti, aveva erroneamente calpestato un paio di occhiali da vista, non suoi, aveva smesso di vedere così bene, per simpatia più che altro. E quindi era sempre più affascinata dalle pareti di casa sua. La festa era stata organizzata la sera del 14 luglio, ma con tutti quegli invitati gialli si levava una grande e fastidiosa luminosità. Loretta vide le ragazze bionde, gli uomini biondi, le papere bionde e poi la bionda per eccellenza. La fidanzata in carica del suo uomo dei matrimoni altrui. Mica perché fosse gelosa, solo per la sua sensazione che così doveva fare, Loretta uscì violentemente di senno e chiese, brutalmente, al cameriere una birra mora. Lui le rispose, ovviamente, di poter servire solo bevande bionde. Lei pensò allora che avrebbe potuto interrompere la dieta: certa gente, invece di sopportarla, se la sarebbe dovuta mangiare.
Non concretizzò mai il proposito perché aveva sete. Fu solo quando la bionda in carica le si avvicinò per far notare, agli altri, che presentarsi mora a una festa di biondi era come mangiarsi un agnello in chiesa il venerdì santo, che Loretta trovò la soluzione a un sacco di problemi che non sapeva di avere.
Cercando un bel coltello affilato sentenziò che era una festa di oche. E chiese mentalmente scusa alla papera festeggiata. Siccome la era il 14 luglio 1989 Loretta Bensivoglia non se la sentì di non rispettare le tradizioni non sue e scelse di incidere i corpi dalle arterie giugulari. Un invitato per volta, un bicchiere a invitato, senza confusione. Ogni arteria tagliata sorprendeva Loretta. Ogni bicchiere era, per la vista affaticata di Loretta, uno scuro Bloody Mary: in ogni biondo c’è qualcosa di moro. Mai Loretta Bensivoglia, prima di allora, aveva sacrificato il suo senso della misura: fece una eccezione con la bionda in carica bevendo due bicchieri del suo rosso Bloody Mary. Poi si sentì in colpa per gli eccessi.
Quando la polizia arrivò, trovò Loretta Bensivoglia presa a far le sue scuse, in grande sincerità, alla papera gialla per aver monopolizzato i suoi invitati. Quella però non rispondeva essendo di plastica.
Da quel giorno Loretta Bensivoglia smise di avere problemi in generale. Ci mise veramente poco a trovare affascinanti le pareti della sua cella e le guardie carcerarie iniziarono a trovarla simpatica e a evitare che vedesse o parlasse con colori di capelli troppo chiari.


[E' ovviamente un racconto di pura fantasia. Solo la storia del compleanno della papera è un evento "reale" capitatomi, ma niente altro]


18 aprile 2012
Va oltre oppure no
Il lunedì sembrava un gran bel giorno per essere sé. O anche in sé.
Dopo l’ampio trascinare del fine settimana, dopo gli impegni presi accavallati, presi tutti, senza una scelta, e poi fatti incanalare, forzatamente, con scuse e rattoppi, rimandi e accomodature, nella fissità delle ore del tempo, nella non ubiquità della specie umana, il lunedì senza impegni era il caso suo.
Così con i capelli disordinati, dopo aver fatto un po’ di benzina, indossando dei jeans scomodi e una vaga sensazione di malessere generale, frutto di poco dormire, aveva imboccato un mercatino stiracchiato. Non aveva pensato che dal mercatino, camminare in quel giardino, sarebbe poi stato un passo quasi obbligato. Dal suo spirito masochista più che altro. Un masochismo di piacere più che di dolore. Ma infondo, come si sa, il confine è incerto.

E così ci aveva camminato, per un’ora o qualcosa del genere. Alla fine si era seduta su una panchina, scelta in una bugia di casualità, a leggere: era la stessa panchina.
Era cambiata la stagione. Da estate calda a una primavera nuvolosa.
Era cambiato il suo stato emotivo.
Da un’agitazione adrenalinica a una calma quasi buddista.
Era cambiato il colore di quel giardino. Da non importante a centro della sua attenzione.
Era cambiata la sua compagnia. Da un ragazzo ad un libro.
Quel giorno, della scorsa estate, che sembrava secoli fa, lei non lo avrebbe mai detto che si sarebbe ritrovata con tante cose cambiate ma in un posto rimasto identico. Non era dispiaciuta o romanticamente ricordante, era semplicemente stupita che potesse cambiare così tutto pur in un’apparenza di fissità del luogo.

Di quell’estate si ricordava bene molto.
Era decisamente “una cosetta”, al tempo, deboluccia e isterica.
Veniva fuori da qualcosa che, seppur importante, seppur che non rimpiange e non rimorde, l’aveva segnata. Nessuno aveva colpa o meriti: era semplicemente andata così, nel senso di una parentesi. Certe volte si trova a pensare che, per averla toccata così, forse era un innamoramento tendente al vero.
Era stato qualcosa di enorme, capace di spostarle i muri interni per mesi, qualcosa che l’aveva interessata e soddisfatta come mai le era successo, qualcosa che le aveva cambiato la vita. In bene. Si era trasformata, tra e dopo quella cosa, quella relazione. Fisicamente in meglio, mentalmente in peggio.
E poi, improvvisamente, le era venuto in mente che era tutto, in quella storia, tutto sbagliato. Era successo un giorno, senza scelta preventiva. Era successo e basta. E lei si era dovuta fermare. Ma la cosa l’aveva lasciata nell’insicurezza, nel profondo auto-disprezzo.
Allora era capitato lui. Il lui seduto sull’altra parte della panchina adesso vuota. Con quegli occhi dolci e i modi gentili. Dopo una relazione di un’ora a settimana, passata solo nel chiuso di una camera, lui che le chiedeva di fare una passeggiata, di cenare insieme, di bersi un caffè, per lei era respirare. Se aveva voglia di scrivergli poteva farlo, senza problemi. Che fosse sabato, domenica o l’ora di cena. Lui che le parlava di film e libri. Lui che sembrava tanto delicato, tanto fragile, tanto uomo in un senso diverso da quello di maschio, lui a cui lei temeva di far male solo a guardarlo troppo.
Erano questi, quelli che lui credeva difetti, quello che a lei piaceva di lui.

Scorreva le pagine del libro, sulla panchina adesso solitaria, ma in realtà pensava a tutto questo. Pensava a quello che era successo dopo, pensava che, in effetti, in qualche modo, alla fine, aveva fatto una mossa brusca che un po’ l’aveva allontanato. Non si dava tutte le colpe, per carità, però sapeva che lo aveva, un po’, spaventato. Fosse stata meno in un periodo “debole” non lo avrebbe fatto. Lei si capiva e scusava pure, precisiamolo, però non poteva, né voleva, pretendere che anche lui capisse.
Il fatto è che tutti pensiamo, sempre, che gli altri ci debbano capire, ci capiscano, ci capiranno. In realtà gli altri pensano esattamente la stessa cosa, per loro, verso di noi. Tutti pretendono di essere capiti, tutti pretendono di spiegarsi, però non funziona così.

Il sole le scaldava la schiena. Non era triste, solo restia a questa sua irritante tendenza a dare un senso alle cose. Le cose non hanno senso, le cose sono il risultato di casualità. Poi c’è anche l’impegno e la fortuna, certo, ma in percentuali molto diverse.
E le veniva in mente una frase di Match Point: “A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po' di fortuna va oltre, e allora si vince. Oppure no, e allora si perde“.

27 febbraio 2012
Verde decadente
Questo è un blog, e non una cooperativa del bene universale.

Breve racconto, irreale, ma in effetti come tutto il resto in questo blog.
Per chi non avesse colto questa è una variante del paradosso del cretese (Epimenide di Creta: “tutti i cretesi mentono”) o di locuzioni come: “questa frase è falsa”. Per i dettagli wikipedia, per sapere in linea generale di che cavolo farnetico basta dire che se dico che tutto in questo blog è inventato, quindi non vero, sto dicendo che anche il fatto che tutto sia non vero, non è vero. Il racconto, ma si capisce leggendolo, non è reale. Ma visto quanto detto sopra questa mia affermazione è insignificante.
Domanda irrispondibile: il racconto è vero o no?

Una ragazza e i suoi stivali verdi, verso le quindici di un, quasi, qualsiasi pomeriggio, cercavano di farsi un po’ di coraggio pilotando un’automobile fino al mere. Più precisamente, il lato mare decadente di Roma: Torvajanica.
La giornata non prometteva sole, ma forse nemmeno pioggia vera. Non prometteva nemmeno freddo, eppure lo faceva.

Lei arriva in anticipo, perché è il suo modo per dire che le importa.
Precisare l’orario, i giorni prima, precisarlo fino ai millesimi, fino a quando l’altro non arriva, quasi, a dirle che forse tutta questa maniacalità per l’orario è un pochino fastidiosa, per lei è una condizione imprescindibile.
Perché, come farebbe ad arrivare in anticipo ad un appuntamento senza ora stabilita con precisione?
E arrivare prima è una condizione sine qua non nei suoi appuntamenti.

Dunque arriva, posteggia lontano dal luogo dell’incontro e si incammina a piedi. Camminare non le dispiace, camminare se non è tranquilla è il suo moto naturale.
E’ tranquilla, molto tranquilla, innaturalmente tranquilla.
Pian piano, invece, mentre vede la piazza avvicinarsi, con la gente riunita alla festa della noia interrotta domenicale, le bancarelle di oggetti inutili di cui però è quasi entusiasmante riempirsi, sente l’ansia gelarle le mani.
Pensa che vedrà subito lui. Non potrebbe non riconoscerlo, nemmeno volendo.
Getta sguardi come reti, un po’ si nasconde dietro ai banchi vestiti a lustrini: di una cosa è sicura, vuole avere il vantaggio di essere la prima dei due a vedere l’altro.
Però forse non è corretta detta così. Quello che non vuole è che l’altro la veda senza che lei abbia tutte le coordinate per poi ripensare a dove ha o non ha poggiato lo sguardo. Non vuole, ci scusiamo per la precisione ostinata ma è di dettagli che si popolano le storie, che il suo corpo rimanga in balia di uno sguardo che la sua mente non può registrare, analizzare, incamerare, conteggiare.

Si sente peggio che nuda mentre affonda l’asfalto collo stivale, temendo che lui, prima o poi, le bussi su una spalla. Fa un giro completo della piazza, non guarda i banchi ma i volti, poi sale gli scalini che si affacciano sul mare, osserva quindi quello che ha già osservato dettagliatamente, la folla delle domeniche, le bancarelle, l’aria decadente, dall’alto e poi capisce che lui non è ancora arrivato.

Del resto lei è in anticipo, le ricordo io, dalla narrazione.
Essere in anticipo non le dispiace, prende dimestichezza col luogo, studia la luce, saggia i mercanti, individua potenziali pericoli sul percorso: sembra prepararsi a un duello cavalleresco.
Non si calma però un po’ si distrae quando vede che la folla festante la osserva come un essere di fantasia. E in effetti, li giustifica lei, tutti i torti non ce l’hanno. Non ha scelto indumenti che la mimetizzino, in più è sola, in una piazza di coppie, famiglie e amici con lo sguardo che si infila in ogni angolo un po’ separato.
Io, dal cantuccio della mia narrazione, penserei che le hanno appena dato una buca clamorosa e poi, guardando gli stivali verdi, malignerei dicendo che, in effetti, tanto male non hanno fatto.
Non ci mette molto ad assecondare la naturalità della sua specie, non umana, solo forastica, e sceglie un vicoletto deserto, sguardo mare, e visuale, un po’ ridotta, sulla piazza affollata.
Canticchia di una sigaretta che viene e un’altra che va mentre asseconda il testo coi fatti.

Poi lo vede. Non era difficile.
Rimane delusa: “che fai? Mi cerchi in mezzo alla folla? Dovresti sapere, oramai, che io sono nelle retrovie”.
Lo pensa ma si affretta, per quanto la calzatura, appositamente scelta, glielo permetta, a raggiungerlo. Vede il suo sguardo che fruga la folla. Il passo è lento. Non presta particolare attenzione ai vestiti, ma istintivamente nota che le piace di più di altre volte.
Settimane dopo penserà anche che era più magro.
Lo raggiunge sui gradini che vanno verso il mare. Lui però non è uno poco sveglio e a metà gradini, senza nessun richiamo di lei, senza nessuna parola, si volta. Ci mette una decina di secondi, forse meno, poi sorride e la bacia. Un bacio di convenevoli, sui gradini.
Poi, giorni poi, lei avrebbe pensato alle probabilità di salutarsi sui gradini. E le avrebbe giudicata basse.

Lei pensa che cammineranno un po’ nei dintorni, lui la porta fino alla macchina. Non le dice di salire, lei lo intuisce più che altro per le circostanze del parcheggio vietato di lui.
Non deve essere una ragazza così sveglia.
Sale. Lui anche. In macchina il caldo è da sudore. Lei si chiede, senza dire niente, se faccia caldo veramente o se sia la situazione. Lui risponde aprendo il finestrino. E’ un’intesa di muti.
 
Il tratto è breve, trovano un parcheggio meno vietato del precedente e poi scendono di nuovo. Lei è contrariata dall’inutilizzare le strisce pedonali però non dice niente, non ha ripreso ancora la confidenza che di solito ha con lui.
Passeggiano lungo il mare fino all’incontro col bar.
Lei ha un moto di paura quando vede le sedie ma poi si ricorda che ha smesso. Si siedono.
Che poi è il modo migliore, direi io, in queste circostanze, di prendere un caffè. Solo che lei l’aveva visto, questo appuntamento caffè, in piedi al bancone, quindi ci mette una trentina di secondi a mandare alle gambe gli imput per i movimenti appropriati.
Non è sveglia per niente.
Tutto, nella sua testa, funziona con un tempo da moviola. Non è però un’apnea alla Madame Bovary, piuttosto un piacevole, offuscante, morto a galla.
Due caffè e tre sigarette lei, due caffè e, forse, un mars lui. Rimangono seduti lì senza tempo e la conversazione assume le deandreiane forme di una non scelta fra il silenzio e la voce.

Per amore di brevità non accenniamo nemmeno alla conversazione. E’ tutto su un filo abbastanza spesso tra il cadiamo o non cadiamo, tra il possibile e impossibile, tra le cose da non dirsi e le rivelazioni da condividere assolutamente. Un filo spesso, persino lei, che è un po' imbranata, ci si muove con sicurezza.
E’ un gioco, un gioco di realtà però. Sperando che “gioco di realtà” sia un’espressione almeno evocativa.

Lei si sente molto sicura. Non tanto da baciarlo, come pure le è passato per la testa vuota, ma si sente sicura di se stessa, si sente di valere qualcosa, almeno qualche spiccio. Ma il merito è di lui.
Non le sfiora le gambe, poco le mani, solo una volta la testa, non la bacia, la guarda poco eppure riesce a farla sentire, incredibilmente, donna.
Un termine abusato, non dico di no, solo che non me ne vengono in mente altri. Lui riesce a farla sentire appropriata per la circostanza. Lei sente si sapere cosa sta dicendo, sa come muovere le mani, gli tocca persino il braccio sottolineando, in una franchezza foderata di autosarcasmo che le è congeniale, quanto il gesto, che sarebbe apparso naturale, sia in realtà esattamente voluto per ottenere un contatto non indispensabile. Lui capisce perfettamente il suo senso dell’umorismo strampalato e questa per lei è quasi una prima volta.

Nella sua moviola temporale, mentre la conversazione scorre e le immagini si fissano, lei non si chiede niente. Non ci sono sarà, non ci sono era, non ci sono poi, sa solo che non sta sprecato ore e qualche frammento di stomaco, per tutti quei caffè. E tanto le basta.

Al termine lui la riaccompagna alla macchina. La lascia con un bacio sulla guancia ma stavolta senza convenevoli. Un bacio solo, lungo, forse non abbastanza per lei.
Lei apre lo sportello e scende. Attraversa la strada, apre la macchina, medita se togliersi il cappotto per guidare ma poi guarda lui, che aspetta che lei parta per prima, e decide di tenerselo.
Poi parte, senza guardarlo un’ultima volta.

27 giugno 2011
619 La mia versione dei fatti

Decido che per un appuntamento alle 11 a S.Giovanni, rifiuto mentale macchina annesso, devo partire da casa di mia madre alle 9.

Diciamocelo, è presto anche avendo intenzione di fare la scala santa in ginocchio. E no, io non ce l’avevo.

 

Faccio tardi nella mia mentale tabella di marcia perché non sapevo che mettermi.

Ed è strano, io lo so sempre: una delle mie poche, inspiegabili certezze. Alla fine opto per un paio di pantaloni che mi fanno ridere. Qualcuno li definì anti-stupro non sapendo come giustificare l’incapacità di slacciarli (vabbe’, un po’ sono complicati).

 

Raccordo bloccato. Ritardo di mezz’ora sulla mia tabella di marcia. Invio al mio appuntamento un messaggio scusandomi perché farò tardi. E invece arrivo in anticipo sull’orario originario. Mando un altro messaggio pensando “stavolta mi ci manda sul serio”.

 

Passa poco tempo e la vedo. Kalispera del blog qui a fianco. La vedo ed è la seconda volta in due settimane. E io già pensavo al “mo che le dico? come glielo dico? mi troverà piatta e inutile come sempre!”. Però è un pensiero che dura poco con lei, e non lo dico perché ci sono probabilità (nemmeno tante)  che leggerà questo post, lo dico tanto per spiegare che un po’ vorrei essere così. Sembra di conoscerla da mille anni. Una persona dal sorriso costante e dagli abbracci spontanei, non ti sembra mai di forzare la conversazione, tutto sembra naturale.

 

Non voglio convincervi che dal virtuale al reale non ci sia una certa grandissima differenza, non voglio dire che non ci sia, specie le prime volte, quel silenzio imbarazzante del non saper che dire, quella difficoltà di guardarsi negli occhi, ma posso dirvi che con Kalì non c’è. Perché lei è naturalissima in qualsiasi cosa faccia. Non è un pregio né un difetto, è un modo di essere. Mi fa vergognare perennemente nelle sue risposte a tono a chicchessia. Dico la verità a me la spontaneità all’ennesima potenza spaventa e mi fa nascondere dietro una tenda (avendocela) diversamente in lei mi piace: fa sembrare tutto normale, ripeto.

 

Lasciamo perdere Kalispera che mi prende a parolacce sennò e passiamo a via Sannio. Vietta di San Giovanni famosa, abbastanza direi, per il mercato. Kalì doveva farsi intrecciare i capelli da un amico di Bob Marley con cui lei parlava come se fosse un amico d’infanzia anche se non si erano mai visti prima. In realtà parlava con tutti come se fossero suoi amici di infanzia. Persino con il 50enne, per niente sexy che credeva di aver 14 anni e ci parlava come se appunto fosse un coetaneo in vena di corteggiamento.

 

Ma è mentre lei si fa ‘sta benedetta treccina (che mi racconta aver già sciolto oggi, due giorni dopo insomma) che ricevo qualche spiegazione sui rapporti dall’intrecciatore Bob (Kalì il nome lo sa, io non me lo ricordo).

 

Si parla di un braccialetto che dovrebbe portare fortuna. E Kalispera fa all’intecciatore: “ce l’hai qualcosa per far rispondere uno al telefono?”

 

L’intrecciatore fa domande e Kalì gli spiega che io, mi indica, vorrei tanto che un ragazzo mi rispondesse al telefono visto che tutte le sere lo chiamo e tutte le sere lui non mi risponde (sto iniziando a pensare che la devo smettere, meglio tardi che mai).

 

L’intrecciatore allora dichiara che la colpa è sempre tutta delle donne.

 

Io non sono così convinta che sia colpa mia. Non più del 50%. Vabbe’, 60 perché dovevo parlare prima. Kalì spiega all’intrecciatore che ci siamo lasciati mesi fa, io e il ragazzo che non mi risponde più al telefono, perché io ero stanca di una storia e troppa distanza. L’intrecciatore mi fa notare che se due si amano sopportano qualsiasi distanza. Certo, a chi importa del sesso?
No, siamo seri, io quando lo rivedevo, dopo mesi, facevo fatica ad avvicinarmi, quasi non lo riconoscevo.

 

Kali fa presente che però lui, quando io l’ho lasciato, non ha certo detto “aspetta, arrivo a Roma così ti faccio vedere se mi lasci”.

Sì, mi piacciono queste prese di posizione forti.

 

E tutti i torti non li ha (se io avessi voluto o meno questa è un’altra storia).

 

L’intrecciatore mi chiede perché adesso, se l’ho lasciato io, lo voglio risentire.
Io spiego a Bob che “voglio la sua amicizia”. L’ho sempre voluta e la vorrò sempre. Lui è stato importante. E poi, più in generale, io spero sempre di non costruire e di non aver mai costruito rapporti che si distruggano per tanto poco, spero e spererei che una persona con cui ho condiviso tante cose non butti al vento la mia amicizia, la mia presenza nella sua vita solo perché non ci lega lo stesso sentimento che ci legava prima.

Questo non l’ho detto, già era una situazione strana senza generalizzazioni.

 

L’intrecciatore mi fa: “tu una mattina ti sei svegliata, lo hai lasciato e ora vuoi anche la sua amicizia? E’ sempre colpa delle donne! L’ho detto io!”

Non mi ricordo come sia finita, sicuramente non con una soluzione, forse con me che lasciavo perdere.

 

Non avevo fumato eppure in mezzo a un mercato mentre Kali si faceva una treccina giamaicana io parlavo ad uno sconosciuto di quelli che chiunque (se non mi conoscesse) definirebbe problemi sentimentali. Sembrava quasi un sogno strano.

 

Bob ci ha consigliato un bracciale che dovrebbe portare fortuna. Io, che sono tirchia, ovviamente non l’ho comprato. Mi merito altre serate senza risposte, non c’è dubbio.

24 gennaio 2011
558 Un po' di male

Vi assicuro, in premessa, che ridere del mio comportamento non mi farà migliorare.

 

Io sono seriamente convinta che una collana, cioè ferro (boh, bigiotteria scarsa) montanto alla bella e meglio, mi porti sfortuna.

E l’idea che qualcosa ci porti fortuna o sfortuna è tanto irrazionale (e criticabile) come quella di pensare che dio ci salverà o non ci salverà. Anzi, forse pure peggio.

E’ una collana che ho comprato tanti anni fa, nera, con una croce e un cuore.

Ovvio che porti sfortuna, è pure un’offesa all’estetica!

Non serve che io la indossi o cose del genere, mi basta toccarla.

Spostarla soltanto ultimamente e le cose più tremende si abbattono su di me.

“Più tremende” in senso abbastanza figurato, ovviamente.

Non ho tanti esempi ma vi assicuro che è una situazione non sostenibile con quella collana. Ho deciso di prendere e buttarla, di solito la riciclerei per i regali dell’ultimo secondo (visto che non l’ho mai nemmeno messa convinta della sfiga che mi avrebbe portato) ma non c’è nessuno che io odi così tanto.

Anche perché se poi uno odia qualcuno non fa regali.

Almeno questo nel funzionamento classico delle cose (ma non sono un’esperta di rapporti umani però) poi si possono cambiare le combinazioni e le posizioni.

 

Sabato sono uscita con una ragazza che non vedevo da un anno.

Una compagna di giurisprudenza, rimasta a voler far l’avvocato, che ho continuato a sentire grazie a facebook.

La prima cosa che mi ha chiesto è stata: “ma me la spieghi la litigata su facebook?”.

Ed io mi sono stupita perché è vero che se non vuoi far leggere le cose trovi un modo per non farlo, ma da una ragazza che su facebook pare non esserci mai non mi aspettavo una lettura tanto attenta.

 

Così ho maturato l’idea che forse le persone ci leggono, ci guardano e ci vivono più di quello che ci aspetteremmo, direttamente o no che sia la cosa.

Rimane da stabilire se noi dovremmo correre a specificare di noi o lasciar fare loro quello che vogliono.

Io solitamente specifico ma non sono certa che sia poi la scelta così giusta. Infondo si potrebbe sostenere la pirandellica “la verità è una questione di chi guarda” e quindi parlare di percezioni, ma credo si arriverebbe anche troppo in fretta a un qualche tipo di stupido relativismo.

In realtà io parlo male del relativismo per cerca di allontanarmelo ma è una posizione che mi affascina non poco. E’ sostanzialmente l’idea che tutto sia sempre relativo: a chi guarda, a come lo guarda, a perché lo guarda.

 

Dobbiamo, se vogliamo sostenere questa posizione, ignorare i problemi logici che scaturiscono da: “se tutto è relativo allora anche l’idea che tutto è relativo è relativa e quindi senza un preciso livello di validità”.

Non c’è modo di uscire da questo problema di autoreferenzialità, se non provando a sostenere che “tutto è relativo” è una frase con un livello diverso da “i cani sono meglio dei gatti” perché una parla di fatti l’altra di proposizioni sui fatti. Quindi la seconda, quella sui fatti è relativa a chi la pronuncia, mentre la prima parla solo della natura della seconda.

Sono troppo contorta?

 

Il relativismo porta anche a problemi etici non indifferenti: come si può sostenere che male o bene, torto o ragione, verità o falsità siano sostanzialmente la stessa cosa, due immagini di una stessa medaglia?

Il fatto che però il relativismo porti a problemi etici non credo basti a decretarlo infondato o falso.

L’idea che a me piacerebbe avere, ma che forse non ho, è che il male e il bene non siano mai relativi e che anzi ci siano diritti umani evidenti tanto quanto gli assiomi matematici, cioè senza possibilità di essere messi in discussione. E’ un’idea bellissima, ma quanto reale?

Se ci fossero questi “diritti evidenti” forse nel corso della storia non assisteremmo sempre a guerre, massacri, omicidi (quando ci va bene), prevaricazioni ecc.

Se fossero tanto evidenti persino il vaticano riuscirebbe a capire che non si possono discriminare le persone a seconda dei gusti sessuali, tanto per dirne una.

 

Io, dal canto mio, credo che gli uomini nascano malvagi, cattivi, desiderosi di comandare, di fare dio e vedano un bene tutto loro e che solo con la cultura (e per cultura non intendo solo libri o studio, intendo esperienze di vita, età ecc), la legge (sì, una sostanziale imposizione della "bontà": sono una persona triste?) e, forse, un certo tipo di religione (ma la religione come strumento di potere fa sempre più male che bene. E quando non fa male basa tutto sulla paura o su istinti primari come il voler rivedere i morti, voler vivere per sempre o cose del genere) tutto questo si può attenuare. Forse può anche scomparire ma è cosa rara.

 

Il malvagio che c’è in noi tende sempre ad avere la meglio e questo è un fatto che personalmente mi preoccupa. Perché mi chiedo sempre fin dove arrivi, o potrebbe arrivare, il mio livello.

 

Non esiste qualcuno di interamente buono, e soprattutto non gratuitamente (qual è il prezzo?).

 

Giorni fa un uomo che io reputavo (o reputo) bravo mi ha raccontato di quando in Romania torturava gatti per divertimento. E’ un uomo piacevole, pieno di rispetto e di attenzioni, eppure ha fatto cose per le quali io non guarderei in faccia un essere umano.

Questo non dimostra nulla ovviamente, ma io sono convinta che se avesse avuto più possibilità di cultura (libri e studio -è brutta metterla così, ma non saprei come altro dire) avrebbe trovato repellente simili attività e oggi non lo considererebbe un racconto divertente. Non so come descrivervelo bene, potrei parlare della sua sensibilità, del suo senso del dovere ecc però non posso non sottolineare che nel buono si nascondeva il “malvagio”.

E ripeto è un “malvagio” comune a tutti, secondo me, più o meno affievolito, diversamente espresso, ma comune a tutti.

 

Certo, però poi ci sono eccezioni a simili regole generali che non possono valere così rigidamente per individui singoli. Eppure un qualche fondo di verità io ce lo vedo intuitivamente.

 

Dopo  aver dichiarato di avere una collana maledetta che mi porta sfiga non posso pensare di avere una qualche credibilità, lo capisco bene.

Buonanotte corte.

15 gennaio 2011
551 Emmanuel (1)

Nelle pubblicazioni di solito seguo la regola di evitare le cose a puntate perché è faticoso leggerle, perché si deve tener a mente roba, perché è scocciante. Ma questo sarebbe un post di cinque pagine che forse non rileggerei nemmeno io.

Quindi lo pubblicherò in tre puntate ma le posterò di seguito in modo che non risulti una roba troppo lunga. Dovrebbe essere scorrevole e spero piacevole, io l’ho scritto in due ore e spero con l'ironia e non con la penna.

Scusate.

**

 

Quando leggo le Love Koris, che sono racconti indicanti il prezzo che ogni donna paga per la propria cupidigia, in salsa nerd e con il lieto fine del Koris-degno-compare, come dice lei, mi viene sempre in mente la storia dell’Emmanuel, come l’ho rinominata pensando ad una famosa (forse per me) canzone cattolica.

 

Capire il grado di devastazione che la storia dell’Emmanuel portò nella mia esistenza è di vitale importanza, anche prima di leggere il racconto della storia.

 

Quando ho aperto questo blog, nei primi post (o circa), scrivevo:“quando ho aperto questo blog mi sono giurata di non parlare di lui e invece…

E invece ne parlavo ancora.

Questo è per chiarire la rilevanza storica degli avvenimenti in questione anche in tempi non lontanissimi. Stavo guarendo, per inciso.

 

Chi non ricorda quei primissimi post (credo oramai nessuno) ha perso una LadyMarica peggiore, e che io non rimpiango. Beato lui.

 

Il soggetto della storia lo chiamerò Emmanuel, nome che non si discosta molto dal reale in effetti (perché non sono mai stata brava con i nomi alternativi) ma dà anche quella collocazione biblica-cattolica alla faccenda.

 

Perché se dovessi scegliere il colmo per LadyMarica sarebbe quello di farla stare con un cattolico.

 

Facciamo una bella premessa: parlare male di qualcuno è molto facile, soprattutto se all’epoca ci “ha fatto del male”. Ed è facile far passare cose come se io fossi la buona e lui il cattivo. Mi sento tanto in pace con quel periodo della mia vita che senza alcun problema vi invito a valutare che sto raccontando io, che, all’epoca 17enne, avvertivo tutto come “morsi” atroci al collo.

Io ero stupida (e conservo un qualche grado ancora oggi) e lui una persona pessima (ma aveva 17 anni anche lui!).

Quindi io prima di iniziare ben lo dico che la prima colpevole sono senza dubbio io, almeno per il mio grado di beata inconsapevolezza.

 

Questo, e la completa assenza di rancore o di interesse per la passata faccenda, non mi faranno ovviamente dismettere il mio proposito iniziale: distruggerlo verbalmente.

Ma con tanta infinità bontà.

 

Inizio.

Emmanuel ed io ci siamo conosciuti al liceo.

A dire il vero ci siamo ignorati per due anni precisi pur vivendo nella stessa classe.

Significherà forse che non dei miei occhi fatati si innamorò?

Non ci voleva un saggio.

 

Poi, durante un collettivo, cioè una riunione di classe che io presiedevo (non so se vi ho mai parlato del mio fare la rappresentante di classe, vabbe’), mentre si parlava di cose importanti come la mancanza di carta igienica nei bagni e di gessetti colorati nell’aula, Emmanuel pronunciò la frase rimasta negli annali: “scusate, ma qualcuno abita al sesto piano?”

Lui abitava al sesto piano ed era lacerato dallo stringato dubbio se altri condividessero questo destino con lui o meno.

 

Io lo trovai divertente, quando invece la definizione corretta era un’altra.

Da quel momento fu come se l’avessi visto la prima volta, come se fosse entrato in aula quel giorno, prima, per me, era un dettaglio tanto ininfluente quanto l’appendi abiti.

 

Forse un mese dopo io decisi di fargli capire la mia amicizia. E scelsi il modo migliore, forse l’unico per interessarlo veramente: quando venne chiamato all’interrogazione sul Giardino dei Finzi-Contini di Bassani presi il suo posto.

A onor del vero quel libro mi era piaciuto e presi otto.

 

Eravamo arrivati, tra un passo e l’altro di Giava, al terzo anno.

 

E forse un mese dopo lui mi portò a casa da sua madre.

 

Ovviamente io pensavo a lui in quel certo modo mentre lui probabilissimamente non pensava proprio a me.

 

(E quel probabilissimamente è lì per preservare un po’ di dignità, esatto, solo per quelllo!)

 

Mi consolo pensando che è un tratto piuttosto tipico.

Lei, la secchiona di turno, pensa che lui, lo strafico del caso, si stia innamorando del suo cervello. Peccato solo che io non fossi la secchiona (brava sì, ma più che altro simpatica. Persino ai professori) e lui non fosse (per nulla) strafico.

 

Questo però non cambia la conclusione, vale a dire il momento in cui la secchiona (io) si rende conto che lo strafico (lui) si è innamorato solo del nuovo comodo mezzo di studio (i miei bei riassunti).

 

Questa però è una consapevolezza che realizzai parecchie sofferenze e film dopo.

 

Facciamo un passo indietro.

Prima di essere mio (nel senso di cui al grassetto sopra) Emmanuel era stato di un'altra.

Una ragazza che con tutta la simpatia del mondo in classe chiamavamo Scozza, tanto per intenderci sui gradi di bellezza.

 

Scozza ed Emmanuel, tanto per dar chiarezza alla chiarezza, avevano lo stesso grado di amicizia che dopo la famosa frase sul sesto piano io ebbi con lui.

Lei sperava, lui sembrava.

 

La nostra mente vede quello che vogliamo vedere.

Voi vedete di me la vostra parte migliore, ricordatelo quando finirò sulla cronaca nera per aver ucciso un prete (!).

 

Quando entrai in gioco io Scozza venne ridotta ad “aborto”. Questa era l’espressione che Emmanuel usava per lei parlandone con me: musica per orecchie gelose.

Capirete anche, quindi, che tra me e Scozza non ci fu mai l’amore.

In seguito, memore della fine toccata a Scozza, avrei pensato costantemente a quello che avrebbe detto di me Emmanuel, ma questo è sempre senno del poi.

 

Ma quello che rese Emmanuel memorabile e che lo rende ancora oggi desiderabile (almeno per condurci studi sopra) deriva dal primo pranzo a casa sua. Quando Lapazza, sua madre, mi spiegò come dovevamo assaggiare tre gocce d’acqua prima di berla per essere certi di non finire vittima di attentati terroristici.

 

Ed è qui, proprio qui, che entra in gioco lei, altro personaggio chiave, la spaventosa madre di Emmanuel.

Prossima puntata per i dettagli.

8 novembre 2010
517 La Fedra

Una volta pensavo di voler riscrivere la Fedra.

Non sono brava in queste cose, dico a scrivere racconti e/o romanzi, mi impiccio e faccio troppi giri.

Comunque dicevo di quel periodo in cui mi ero fissata nello riscrivere la Fedra, opera di Euripide, riproposta, dopo di lui, da tantissimi altri autori (Seneca, Racine, d'Annunzio).

In realtà l'opera di Euripide si intitolava l'Ippolite (o Ippolito Coronato o roba simile) ma tutte le opere successive hanno messo in risalto la straordinarietà del personaggio femminile preferendolo al buon Ippolite, appunto Fedra. 

 

Io, non so perché, vedevo "lui come cattivo e lei come buona", pur essendo le cose totalemente rigirate. La trama originale, infatti, racconta della sposa dell'eroe Teseo, Fedra, che si innamora del figliastro (Ippolite, figlio di Teseo e della sua prima sposa) e quando questi non cede al suo amore si uccide dicendo di essere stata da lui violentata. Teseo ovviamente fa qualcosa tipo massacrare il figlio (con l'aiuto di un dio).

 

Io, nella mia immaginazione, immaginavo questa Fedra, seconda moglie di Teseo molto giovane, probabilmente della stessa età di Ippolite, sposata per obbligo con l'eroe vecchio. Facevo in modo che i due, Fedra e Ippolite, si innamorassero reciprocamente, ma che lui avesse troppo poco coraggio e la lasciasse sola nelle difficoltà, finché lei non si sarebbe suicidata, vendicandosi tremendamente prima.

 

Ero una romantica, ma sempre cattiva.

 

Riporto, perché ho un vuoto di post, l'unico pezzo che mi piace in tutto quello che scrissi. Precisiamo che mi piace per contenuto, lo stile andrebbe rivisto, ma lo stile va sempre rivisto.

 

Intanto nella stanza degli sposi Fedra di nuovo sistemata dalle ancelle, indossava una camicia per la notte, morbida e profumata, rosa, con le maniche piuttosto lunghe, la gonna ampia e una scollatura appena percettibile serrata da tre bottoni scuri.

Teseo la guardava dalla parte opposta della stanza, il letto li divideva, come a sottolineare la distanza che comunque li avrebbe sempre divisi. Ma a lui non interessava quanto sua moglie fosse lontana, non gli interessava che non gli fosse mai appartenuta, neanche una volta, neanche nel suo letto. Se poteva possedere almeno il suo corpo, la sua anima poteva andare lontano, poteva andare dovunque avesse voluto, doveva solo cedergli il calore del corpo, per questo ci si sposava infondo.

 

Fedra tremava sotto la sua veste spessa e chiusa, tremava all’idea che quell’uomo la guardasse, tremava solo al pensiero di respirare la sua stessa aria, figuriamoci pensare di farsi toccare da quelle mani tozze. Tremava scossa da paura e tensione: "che quell’agonia finisse, che arrivasse subito domattina!", chiese agli dei del cielo che nemmeno quella sera l'avrebbero ascoltata.

 

Teseo avanzò, non avrebbe aspettato altro tempo, non avrebbe aspettato che quella sciocca ragazzina la smettesse con i suoi capricci ridicoli, infondo era un dovere che le toccava solo una volta al mese.

Allungò una mano prendendo i capelli scuri e fini.

Lasciò che passassero fra le sue dita, poi li avvicinò al naso respirandone a fondo l’odore tenero. Fece ancora un passo spinto dal desiderio animalesco di averla.

Una lacrima cadde sulla guancia di Fedra oramai stretta dalle braccia del marito, arresa al suo destino di sposa.

 

Teseo allora l'alzò appoggiandola sul letto, le sue mani accarezzarono il corpo protetto dal  vestito spesso. Poi le dita corte e tozze sganciarono frettolosamente i bottoni, e senza farci troppo caso tolsero l'intero abito lasciandole indosso solo una fine sottana rosea. Poi, bramoso, Teseo, abbassò anche le spalline della sottana fino a scoprirle il seno destro. Lo strinse nella mano con foga, senza dolcezza e contemporaneamente sciolse l’altro dalla sottana. Le sue mani quindi passarono a cercare più infondo, mentre la sua bocca copriva di baci i seni rotondi. Si sollevò un momento solo per ammirare la ragazza in tutta la sua stupenda nudità, quindi si sfilò i pantaloni e quel che restava dei vestiti che portava.

L’atto si concluse in poco tempo, Fedra mantenne ben chiusi gli occhi desiderando di trovarsi in un altro letto e sotto altre mani, magari le mani lunghe e sottili di Ippolito, che appena prima le avevano fatto provare un brivido tanto intenso, solo scontrandosi per caso.

 

Era la prima volta che formulava così nitidamente quel pensiero che in realtà il suo cuore già aveva intuito e forse consumato nel suo delirio. Era la prima volta, penso tra se mentre Teseo, ormai staccatosi e giratosi grugniva nel sonno soddisfatto come un maiale della suo pasto, che trovava ristoro dalle mere tristezze della sua vita in un sogno.

 

Sorrise con dolcezza e chiuse gli occhi, quella notte di certo lo avrebbe sognato. 

        

Bello aver avuto così tanto tempo libero eh?

31 agosto 2010
473 Infant(asm)ilissimi sogni

(non lo so che ho scritto, doveva essere fantasmi + infantilissimi)

 

Stavo per entrare in quella fase di sonno che mi rende dolcissima, come il miele.

Sarebbe il presonno.

Quando fatico a non sbadigliare, quando gli occhi sono fessure e quando finalmente smetto di pensare a tutto il mondo (e non in maniera costruttiva!).

Ecco, in quel momento potrei giurare di amare chiunque.

Anche se a chiedermelo fosse Gollum in persona.

O Dobby se preferite Harry Potter.

O Brontolo se andate sul classico.

 

Mentre il sonno stava, quindi, conciliando tutti questi romantici personaggi, ho sentito, proprio sotto la trachea, una strana inquietudine sorridermi.

Inquietudine non è corretto.

Direi paura.

Leggermente paura.

 

Sentimento curioso la paura.

Mentale, sempre mentale.

Come quando sei in ascensore e ti chiedi se di aprirà.

Se te lo chiedi una volta di troppo inizi a sentire l’aria sfuggirti.

Ma non c’è un reale pericolo.

E forse lo sai anche tu.

 

Ecco, è più o meno una cosa del genere.

Un infantile reflusso della paura del buio direbbe chi si intende di psicologia spicciola.

 

L’altra notte ho fatto un sogno che mi ha inquitata parecchio, devo dire.

 

Ero su una nave da crociera (no, non ero inquitata per quello).

Con tante persone, soprattutto parenti.

Ma non parenti razionali (come potevano essere quelli più prossimi) no, c’erano parenti prossimi e parenti che ho visto una volta in tutta la vita ma misti, sfusi, senza logica.

 

Io cercavo (come mio solito nei sogni) qualcosa.

Succede così dal primo sogno che ho raccontato su questo blog.

E sempre e comunque la cerco, questa cosa, salendo.

 

Una volta mi sono arrampicata fino ad una finesta ad un dodicesimo piano (in sogno dico), un'altra volta salivo scale a chiocciola in un castello.

Ecco, stavolta salivo delle scale polverose.

Sembrava una soffitta eppure avevo iniziato il percoso su una nave lussuosa.

E salivo, salivo, salivo senza trovare nulla.

Eppure lo stavo cercando.

Non riesco a capire cosa.

Cosa mi manca?

Cosa cerco?

Non avevo ansia, non mi sembra.

Solo voglia di cercare.

 

Poi improvvisamente mi ritrovo sola.

Cioè, i parenti (msdc e mia zia) che erano con me durante le prime rampe di scale, scompaiono lentamente (non nego che Lost possa avere una qualche influenza in merito, ma proseguo).

 

Comunque io non mi chiedo nulla e salgo ancora.

Sbuco in una parte della nave “all’aperto”.

C’è una montagna enorme.

Ma al posto del terreno, degli alberi, della natura ci sono solo loculi, lapidi, fiori, lumini.

Tutta la montagna che io vedo in verticale esattamente come un muro gigante (ma è una montagna!) è lastricata tombe.

Inquietudine.

 

Eppure la morte, solitamente, non mi inquieta.

Né la mia, né, a quanto pare, quella degli altri.

Esiste e solo il sottrarsi è innaturale.

Quindi mi ci sono arresa.

 

Eppure quella visione enorme di lapidi mi impensierisce.

Mi sento triste.

Mi sento come se dovessi vomitare.

 

Improvvisamente mi accorgo si non essere così sola.

C’è mia madre e due vecchiette che piangono disperate.

Non vedo tutte e tre le figure insieme, è come se ne inquadrassi una per volta.

Per prima vedo mia madre.

Non mi rassicura saperla lì, anzi.

Mi mette tristezza, vorrei che fosse a prendere il sole.

Vorrei che fosse da un’altra parte.

Quasi sono arrabbiata: perché non mi lascia sola colla mia morte?

Lei non piange.

Forse parla con una vecchia, forse le sta dicendo cose che io terrei per me.

Poi vedo la prima vecchia. Una qualche prozia centenaria.

Non mi è mai stata molto simpatica intuisco dai capelli.

Piange un pianto isterico da tragedia più che da dispiacere.

Poi inquadro l’ultima vecchina, altra prozia centenaria.

Piange disperatamente e io capisco di sapere il motivo.

Piange per la sua morte.

Lei è morta.

Questo la rende triste.

 

Rimango lì con quel pianto nelle orecchie fino a svegliarmi.

 

Un’amica di mio padre mi ha raccontato di averlo sognato, mi ha detto di averlo visto triste e che le diceva di “non stare bene lì dove sta”.

E’ stupido, fortemente stupido.

Senza contare che io non credo in nulla.

Senza contare che io so (lo so, ne sono certa, certissima) che dopo non c’è nulla.

Bè, l’ho detto che la paura è mentale e che ad un livello ragionevole le cose sono molto diverse.

Però l’immagine, o l’idea insomma. Non so spiegarlo.

Però devo dire che mi ha fatto effetto.

 

Veramente sempre il solito di effetto, quella gran voglia di vomitare.

 

Forse ho sentito odore di pioggia.

Non voglio che piova.

Eppure, la pioggia a fine agosto mi è sempre piaciuta molto.

Quell’odore che si libera dalla terra, il cambiamento climatico che ne consegue, l’avvicinarsi dell’inverno, di nuovi inizi.

Ma quest’anno preferirei  proprio che non piovesse.

 

E, se la fatina degli assurdi sta leggendo, anche vincere al superenalotto non mi dispiacerebbe affatto.                 

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Curiosità
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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE