.
Annunci online

LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
10 aprile 2013
Roma, via del corso. Il lungo città del commercio. Un luogo aperto al traffico, coi marciapiedi stretti e sempre pienissimo di persone. Persone che comprano, persone che guardano, turisti persi, turisti sulla retta via, artisti di strada. Costellato di negozi prestigiosi e di negozi da qualunque...

A causa dei mal funzionamenti del cannocchiale questo post continua su webnode!
Basta cliccare sul titolo.

18 febbraio 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
30 gennaio 2013
Parla come scrivi!

L'ultima volta, da Fa, l'amato psicologo, era andata malino. Lui mi aveva, bellamente, fatto a pezzi senza preoccuparsene per niente. Ma oggi ci sono tornata, perché si sa, sono masochista e poi perché non butto via dei mesi per un giorno solo.
E oggi è andata meglio, forse anche meglio di sempre. Ma non è questo il punto. Non vi racconterei mica i fattacci che succedono in quella stanza, ordinari qualche volta, a meno che non siano o abbastanza divertenti o abbastanza strani. Quello di oggi rientra nella seconda categoria.

Mancava qualche minuto alla fine della seduta. E io faccio una qualche ironia sulla seduta dell'ultima volta, sul fatto, precisamente, che poi l'ho detto uno stronzo (sì, ho detto così, ma senza parolacce, quelle ce le ha messe lui) per la strada tornando a casa. Lui ride divertito e questo mi dà sicurezza.
Inizio a parlare in modo insolito.

C'è da precisare. Io non parlo, quasi mai, molto. Soprattutto non parlo come scrivo. Parlo poco, tentenno sempre, spesso parlo anche a voce bassa e ho sempre la frustrante sensazione che le parole, dette, non mi appartengano: le sento vuote, faticose, fastidiose, insignificanti. Le penso tantissimo. Dicendole dico. Ne sento l'eco, ne sento la non compiutezza e nel mentre le odio. Quando scrivo è diverso, ogni parola, sempre, mi appartiene veramente, sta bene con le mie dita, sta bene con me. Quindi con “inizio a parlare in modo insolito” intendo dire che inizio a scrivere senza farlo. Improvvisamente parlo nella stessa forma in cui scrivo: parlo nella stessa colorata dimensione della mia scrittura, l'ironia gioca con le parole, hanno tutte un senso, son tutte piene, nessuna è solo forma e tutte, finalmente, mi appartengono. 

Gli sto parlando della mia buffa reazione dell'ultima volta, di mia madre che infondo poteva benissimo far lei la psicologa visto che Fa aveva detto praticamente le stesse cose, un po' canzono lui, molto di più canzono me.

Dura una frazione di secondo. Le parole scivolano, non le penso nemmeno. Poi guardo Fa e mi rendo conto, senza avvertimenti, che, mentre parlavo, per me lui non era in quella stanza, che per me, in quel momento, stavo parlando da sola. Quando lo capisco, quando lo noto, presa dalla sorpresa, glielo dico e so benissimo di aver sul volto un'espressione preoccupata. E lo sono: sono spaventata a morte. Non mi era mai successa una cosa così, nemmeno sotto effetti di agenti esterni (tipo l'alcol), non avevo mai perso così tanto la dimensione reale, non avevo mai eliminato l'interlocutore così involontariamente. Mi spavento perché capisco perfettamente che è un processo mentale, che non l'ho gestito, che è fuori da tutto il mio controllo. Fa mi guarda e per la prima volta noto uno sguardo tra l'interessato e l'affettuoso, del tutto privo del suo solito sguardo sbeffeggiante. Quasi mi sembra di vedere uno che guarda un film. Capisco miracolosamente come si sente una tv. Fa mi prega di andare avanti, di fermare la sensazione, di sentirla bene con cenni della testa. Poi mi guarda e sottolinea la paura che io mi leggo dipinta in faccia. Gli sorrido confermandola.

Esco da quella stanza, dopo avergli stretto la mano, molto spaventata sì, ma anche molto affascinata dal potere della mente umana, dai misteri della mia e con la possibilità, che prima era solo speranza, di riuscire a coincidere in sempre più parti di me.

A margine mi domando: ma è bravo lui o lo sono io?

10 gennaio 2013
L'unica cosa sensata è il grassetto
Scusatemi. Avevo ripreso a scrivere con quasi assiduità e poi, gli eventi e le cose, mi hanno spostato di prospettiva. Ma questo blog, l'ho capito dopo averlo chiuso tante volte, non lo mollerò facilmente. E' più facile che il cannocchiale chiuda in effetti.

Sono successe cose. Ma quando non succedono cose? 

Il peggior Natale che io ricordi ha condiviso lo spazio con il peggior periodo che io ricordi, poche esclusioni da poter aggiungere. E non le aggiungerò.

Oggi pomeriggio sono entrata a casa mia e ho trovato la porta distrutta e non apribile. Ho chiamato un fabbro che l'ha aperta facendomi entrare nel regno della barbarie. Qualcuno in questo periodo natalizio ha fatto festa con casa mia. Sbigottimento, un po' di isterismo, ma niente di grave: c'è solo un po' più di disordine del mio solito. Il momento peggiore è stato quando, guardando la libreria, non ho visto i miei gialli libri ADELPHI e ho pensato li avessero rubati. Ho pianto isterica per 20 minuti, poi li ho trovati nel caos più avanti. Illibri non hanno solo un valore economico o affettivo, hanno anche il valore del sudore. Li ho letti, sottolineati, amati e odiati. Quei libri, non altri. Non sono sostituibili.

Qualcuno mette le mani nella tua roba. La sensazione, per me, è stata di sentirmi esausta.
Poi Fa., il mio già citato psicologo, ha messo le mani, due ore più tardi, dentro di me. La sensazione è sempre di sentirmi esausta.
A fine serata leggo qualcosa che mette le mani nella mia emotività. Sono ancora esausta.

Di recente ho discusso (ma poi risolto) con un'amica. Qualcuno di saggio mi ha detto, e io lo cito a ricordo: “quando si litiga vengono fuori molte cose, cose che non si vorrebbero dire. Non che non si pensino, bada bene, cose che si pensano ma che si sa bene che non andrebbero dette.”

Io ci penso.
La cosa che mi rattrista di più è che io tendo a crederci a quelle parole. Fa., in proposito, dice che io sono una masochista esperta e che quindi farmi far male da queste cose è per me essenziale; io dico che quella ragazza ha sottolineato esattamente i lati che io stessa temo di me.
Coincidenza? Ma non è più logico pensare che lei abbia ragione? 
Finisce che mi arrabbio con me stessa: sei talmente tanto inutile da lasciarti definire da qualcun altro?

Non so, ci penso.

Oggi prendendo la posta ho trovato un pacco giallo per me. Conteneva un libro. Sapevo doveva arrivare. Apro il pacco e rimango molto male. All'interno c'è solo il libro: non un bigliettino del ragazzo che mi manda il suo libro. Poi apro il libro e non c'è nemmeno una dedica a penna, scritta da lui. Io non le apprezzo, le dediche sui libri, però so che da lui me la aspetto. Boh. Ci penso. Improvvisamente non gliene importa niente della nostra amicizia (o del rapporto che io, per semplicità, chiamo amicizia)? Quindi leggo la dedica stampata, quella posta all'inizio dei libri dall'autore. Ed è lì che rimango a bocca aperta. Dice, tra le altre: “A Marica, la donna della mia vita”.

Ora, io per questo ragazzo provo un bene infinito e grande stima e lui lo sa; lui, invece, pensa di amarmi, sbagliandosi ovviamente (o almeno secondo me). Ammetto che la dedica mi ha emozionata. Leggere il mio nome così, quando non me lo aspettavo minimamente, leggerlo scritto come se fosse una cosa importante, su un libro stampato, bé, è emozionante veramente.

Penso spesso a questo ragazzo. Un ragazzo fantastico, un ragazzo di cui potersi fidare tutti i giorni, un ragazzo che mi vede persino bella (aumentare qualche grado agli occhiali da vista no?), un ragazzo a cui ho visto fare dei cambiamenti enormi (interni ed esterni) solo per piacermi di più, per piacermi ancora. Nessuno, credo, mi dimostrerà mai tanto affetto. Il punto è che certe cose, come i sentimenti, uno non li può “fare” perché è la soluzione migliore possibile. Per una come me è più importante tendere, sempre, costantemente, alla soluzione migliore possibile che ottenerla. O così credo, attualmente.

Bene, cose senza conduzione. Bene, si fa per dire.
13 settembre 2012
Teatralità
Io francamente non credevo facesse differenza.
E si apre la scena.

Nudi entrambi, sul divano, ma c’entriamo a mala pena. Io poi, come sempre, voglio evitare di essere fastidiosa, quindi cerco di tenermi a una distanza di almeno “evitiamo di far la cozza sullo scoglio”. Io, sul bordo esterno, tra le sue belle braccia che mi tirano, forte, verso di lui. Lo tengo, lo abbraccio, lo bacio, lo aspiro. Però non posso comunque non pensare che mi sento seguire il mio sedere verso il basso. Inesorabilmente.
Lui ci tiene a tenermi lì, anche se la logica spaziale sembra remarci contro. E anche io non voglio staccarmi dal suo odore. Prende una mia gamba tra le sue, stringe. Mi dice che non cadrò, che mi tiene lui.
Francamente io non credo faccia tutta questa differenza: credo che mi reggo e basta, non per quella mia gamba tra le sue gambe, mi reggo da sola.
Mi accarezza i capelli. Vorrei sapermi ricordare di tutte le volte che lo fa, precisamente, una per una, per potermele rivedere. Parliamo. Che sono nuda francamente me lo sono dimenticata, che lui è nudo anche, che forse avevo caldo, fame, sete ecc pure. In quel momento non so perché non aggiungerei niente.
“Dai che è tardi!” mi dice assecondando però la mia presa che solo a sentirglielo dire si fa più forte. “Mi devi dire di andarmene”. Nessuna delle volte lo vorrei e lui allora, che lo sa, lo usa per provocarmi. Intanto ci stringiamo di più. Non voglio dire “no, altri due minuti” ma pare lo dicano le mie mani. Mi asseconda, ancora un po’. Ancora poco. Poi, deciso, allenta la pressione delle sue gambe sulla mia stretta tra queste per iniziare a rivestirsi. E’ un secondo, molla la gamba e io cado per terra, sedere sul pavimento, tonfo.
Lui ride.

Io francamente non credevo facesse differenza.
La scena si chiude.


13 gennaio 2012
Scrivici quando vuoi (cit.)

Curioso come una frase così breve mi abbia, nel pomeriggio, portato un quantitativo di serenità poco misurabile.

Diciamo subito che per dire che sarà un successo è presto. E forse non lo sarà. Io il fallimento lo metto sempre in preventivo, quantomeno per non lanciami sul terrazzo dell’inquilino del piano di sotto un giorno, a caso: non si merita un buco sul terrazzo.

 

Quello che voglio fare con questo post è ricordarmi il potere di quella frase.

 

Da dove comincio?
Non dall’inizio, non stavolta. E’ troppo lungo e troppo personale.

Diciamo solo che dopo Natale, ma forse pure prima, certe notti succedevano cose strane.

Il tempo verbale passato è la mia forma di ottimismo.

Le cose non erano poi così strane, a volerne parlare. Semplicemente il mio demone personalissimo e per niente saggiamente socratico si divertiva a fare un gioco delirante con me: alternava giorni in cui nervosamente, in poco meno di un’ora, consumava una quantità di cibo che io, perché ho un certo rispetto per me non quantizzo (c’è una parola che ci vorrebbe qui ma io, si sa, non la userei nemmeno sotto tortura), e giorni di digiuno completo, a forse acqua.

 

Non solo non è “normale” ma è persino stupido.

Non ve lo so spiegare. Io so perfettamente che per interrompere un circolo così bisogna solo mangiare normalmente per non avere gli attacchi compulsivi.

Purtroppo il digiuno ha un suo certo maledetto fascino: ci si sente stoici, epici, forti, senza debolezze. E la bilancia, il giorno dopo, manda baci di cioccolato.

Ma una favola così dura al massimo, nella mia esperienza dico, due-tre giorni.

Poi, si cade. Certe persone, mentalmente instabili come me, non sopportano di cadere. E allora danno fondo a tutta una serie di azioni idiote, che sanno essere idiote ma che non riescono a non fare.

 

Una notte di questo gennaio, caduta di nuovo e malamente, avendo passato tutta la sera a cercare, tanto per descrivervi quanto profondo è il mio fondo, a vomitare tutto quello che non è anima, ho deciso che magari dovevo smetterla.

 

L’ho deciso per la sedicesima volta nella mia vita, forse qualcuna in più.

Allora ho scritto due email. Anzi, una sola, per due “strutture”.

Una mail l’ho scritta a una dottoressa che, molto tempo fa, frequentavo. Mai ascoltata in vita mia ovviamente. Anzi mi infastidiva il suo (loro) tentativo di “controllarmi”: del mio corpo, perché si sappia, dispongo io e solo io. Ora che ho ottenuto i miei risultati, ho pensato, potevo chiedere aiuto a qualcuno che magari avrebbe approcciato il problema da un punto di vista più professionale.

Sono un’illusa senza possibilità di guarigione.

 

La mia scrittura di notte ha una caratteristica: è viscerale.

 

Sono state gentile, carina ma non patetica (so essere anche patetica in effetti, ma non ho azionato la manovella quella notte)

 

La stessa email l’ho mandata a un sito internet a cui sono iscritta. E’ un sito ben fatto, che non nomino perché non vorrei mai lo trovaste, anche se è facilino, temo.

 

Non contavo in nessuna delle due risposte, francamente.

 

La dottoressa ha risposto immediatamente. Purtroppo.

La frase, unica e in cui si articolava tutta la sua risposta diceva “mi invii i suoi recapiti, la farò contattare da un infermiere del reparto”.

Qualcosa ha fatto contatto con la mia mente. Il lei con cui mi parlava: odio mi si dia del lei, mi spaventa. E le parole “infermiere”, “reparto” hanno provocato un conato di vomito spontaneo.

 

Io capisco. Io capisco un sacco di cose. E capisco tutti. O tento, continuamente. Anche troppo certe volte, fino a confondere “comprensione” con “scuse”.

 

Mi va bene la professionalità, mi va bene la distanza medico-paziente, mi va bene che forse era così che doveva rispondere ma mi va bene anche che la cosa mi abbia paralizzato completamente. Ho diritto anche io ad essere “compresa”, almeno da me.

 

Mi ha fatto sentire una stupida.

Poteva sprecarci una parola in più. E nemmeno per forza cordiale. Poteva anche solo dirmi “abbiamo bravi psicologi che si occupano di queste cose, faccia un colloquio”. Non mi sarebbe piaciuta lo stesso, come risposta, ma almeno mi avrebbe dato una specie di “via”, avrei avuto un motivo per pensare di risponderle: ovviamente l’ho ignorata.

 

La sua risposta mi ha fatta sentire un virus da provare a debellare. Simpatica, come una lisca di pesce conficcata nella trachea.

 

Quelli del sito invece non mi hanno proprio risposto. Fino ad oggi, quando per puro caso ho letto la loro, meravigliosa, risposta.

Mi è piaciuto il modo, mi è piaciuto il contenuto, mi è piaciuta la gentilezza. Hanno letto cose che io non ho nemmeno scritto, non so come. Mi hanno descritta esattamente come se parlassero proprio di me, forse è troppo facile.

Io mi entusiasmo facilmente e con altrettanta facilità mi disilludo però veramente mi hanno stupito. Riporterei la risposta ma è, ancora una volta, troppo personale (in effetti non so dove ho rimediato il coraggio per scrivere questo post).

 

Riporto la frase che ho scritto nel titolo invece: “scrivici quando vuoi”.

 

E’ esattamente quello che avevo bisogno di leggere. Mi è sembrato di non essere un’idiota, mi è sembrato di non essere sola, mi è sembrato di non averli infastiditi (come invece la spina di pesce di cui sopra). Scrivici quando vuoi mi dà una sensazione di umanità, mi sembra dire “provaci”.

E a me per credere serve qualcuno che me lo dica spesso.

 

Non lo so, magari sono solo stupida eh, però un dato di fatto c’è: il virtuale è stato di tutta l’umanità che l’umano non è riuscito nemmeno a considerare.

12 dicembre 2011
Una lingua inadeguata
Io sono atea, materialista, anti sentimentalità, pro logica estrema, razionalista e pure smodatamente cinica.
Posso aggiungere al quadro che di solito dico che sensibile è uno tra i due aggettivi, insieme a sexy, che mi corrisponde tanto quanto corrisponderebbe a una scarpiera.

Poi capitano cose, in giornate di pioggia, Natale pedinante, che mi fanno pensare che le mie credenze, ed io con loro, siano irrimediabilmente sbagliate.

C’è una cosa che da mio padre non sarei mai riuscita a ottenere. Vedevamo un sacco di cose diversamente, non dico questo, ma ce n’era una in particolare che non riuscivo a strappargli nemmeno facendo promesse enormi, quelle stette promesse che lo convincevano su tutto il resto: il consenso per fami il piercing alla lingua.

Quando lui era vivo io non ho mai preso concretamente in considerazione l’idea. Lo dicevo ma giusto per il gusto di dirlo, la sapevo una cosa impossibile, e quindi troppo lontana per perderci tempo pensandola.

Ultimamente, invece, ci pensavo seriamente. Al piercing dico.
Sempre più concretamente in effetti, fino ai livelli massimi di oggi. In un’esplosione di concretezza, stamattina, sono andata a prendere un appuntamento per lasciarmi forare, esteticamente bene, la lingua.

Sembrerà una banalata cosmica, comprendo, ma il piercing alla lingua è molto da me, proprio me lo leggo addosso. Esattamente come, ridete, mi leggo addosso “una prima”.
Io sono strana, lo so.

Fatto sta che questo strano Natale mi sembrava l’occasione giusta per mettere una bella firma in calce a quello che vado costruendo.
Quello che costruisco è semplice, direi, una Marica con vita propria. E, soprattutto, con una vita propria che non abbia, per questo, strani sensi di colpa.

Non lavoro più nell’ufficio di mio padre, per esempio.
Non mi interessa minimamente dell’azienda se non da un punto di vista economico.
Non abito più, o non troppo, con mia madre, nella “casa di famiglia” per capirci.
Faccio filosofia. E mi piace incredibilmente.
Agisco di testa mia sempre più spesso.
Ho una certa indipendenza.

E per tutto questo io non ho, nemmeno, sensi di colpa. Anzi, alle volte sono proprio convinta di star facendo scelte ottime. E questo lo dimostra anche la serenità con cui, a variabili indipendenti, riesco a concentrarmi su di me con non pessimi risultati (nell’università così come nel fisico, tanto per dire qualcosa).

Vabbe’, lasciamo da parte queste vaghe e un po’ confuse precisazioni e passiamo alla storia del piercing.

Stamattina, quando ho fatto la prenotazione, io dico la verità un po’ ci ho pensato: mio padre questa proprio non la manderebbe giù. Però ho fatto spallucce, ho respirato e ho pensato che non sono una persona terribile, affatto, perché scelgo di gestire la mia lingua come dico io.

Da questo glorioso e quasi epico pensiero si sono, quanto direttamente ditemelo voi, ramificate tutte le disgrazie possibili.

Il piercing ha il costo poco credibile, per una profana come me, di 90 euro. E io, che sono una precisina facilmente agitabile avevo fatto ben attenzione ad averli cash e precisi nel portafogli. Quindi quando all’una sono andata a fare la spesa avevo programmato di pagare col bancomat.
Nemmeno a dirlo quando, per pagare, vado per prendere il bancomat non lo trovo.

E’ il mio quarto bancomat in 4 mesi: mi piacciono le operazioni matematiche di media facili, pare.

Per non fare una bruttissima figura con la cassiera pago in contanti, distruggendo la mia sicurezza economica pro-piercing.

Torno a casa completamente nel panico. Frugo ovunque e non trovo la maledetta tesserina gialla. Poi mi ricordo di averla recentemente messa in un cassetto in salotto.

Gioisco silenziosamente e mi tranquillizzo.
Così ora nella mezz’ora di tempo che ho disponibile dalla spesa alla lezione posso sopprimere l’idea di pranzo e muovermi alla ricerca di un bancomat.
Ingenuamente credo che la ricerca possa comportare una facilità almeno media.

Trovo una prima banca ma il bancomat è rotto. Mi muovo verso la seconda banca ma non so quali problemi ci siano. Così ne cerco una terza tanto per farmi dire che sulla mia carta non c’è disponibilità. E la cosa ha già dell’incredibile. Io il bancomat non lo uso mai (infatti era in un cassetto) perché di certo non mi ricordo il codice e perché ogni volta che lo uso (come da media di cui sopra) lo perdo.

Tutto questo ovviamente è accaduto sotto la pioggia, tra le pozzanghere e le macchine che minacciavano di farmi bagni di fango. Ma non è tutto. Il peggio è stato quando ho incrociato lo sguardo di un ragazzo camminando di fretta nella mia ricerca di banche e mi sono accorta di conoscere quel ragazzo. Forse vi ricorderete di lui, Emmanuel: qui ci ho scrissi una storia lunga.
Non lo vedevo dagli anni del liceo.
La cosa forse non c’entra niente, è stata una casualità assoluta, lo so, però mi ha “distrurbata” non poco, ha reso questa giornata ancora più paradossale e fastidiosa di quanto poi non fosse già. Mi ha guardata negli occhi mentre io non l'avevo nemmeno riconosciuto subito.

Pazienza.
Quando scopro che non ho mezzo euro sul bancomat decido di fare una telefonata a casa. Scorbutica, come sempre, la tipa che cerca indipendenza, io, chiede 20 euro (l’equivalente della spesa) alla mammina.

Quella acconsente.

Ma c’è un altro problema: non posso andarli a prendere. Perché piercing sì, ma non salterei mai una lezione di scienze e metafisica a cuore leggero.

Così il mio povero e molto disponibile fratello, mentre io sono all’università, arriva a casa mia, entra e mi lascia sul tavolo 100 euro.
Sono gentili, lo so, ne avevo chiesti venti.

Finisce la lezione, che ho seguito male e poco, non pensando ad altro che al foro, torno a casa vedo i soldi e penso che tutto ora è incredibilmente sereno.
Ora niente può andar male. Penso che la mia è stata solo banale sfortuna, nessuna congiura cosmica, segni divini, strade del destino.

Fiduciosa e con un po’ di paura vado al mio appuntamento col metallo.
Arrivo e la tipa che mi accoglie è carina, molto disponibile e con le mani calde. Mi stringe la mano e io sono contenta che non sia l’omone a cui ho lasciato la prenotazione in mattinata a farmi il piercing.
Mi fa accomodare sulla sedia, mi dice che posso star tranquilla perché non è affatto doloroso e in poco tempo sistema tutta l’attrezzatura.

Poi mi dice di dover dare un’occhiata alla lingua, per vedere bene le cose.
Quindi si infila i guanti e io mi trovo nella spiacevole condizione di sentirmi ‘ste mani in bocca a schiacciare e studiare la mia lingua.
E così è per 10 minuti almeno.
Stringe, tira, gira, rigira, schiaccia. Mi fa pure abbastanza male tanto che penso che se questi sono solo i preliminari avrò, tra poco, qualcosa di cui dolermi, che in un’esistenza è comunque, ma sul serio, qualcosa.

Poi lascia la mia povera lingua. Si sfila i guanti. Mi guarda compassionevole e mi dice: “ho brutte notizie, mi dispiace ma non poso fartelo. Hai un'arteria centrale e le altre troppo ravvicinate, rischierei di prenderne una”.

Boom.
Persino la mia lingua, come la gran parte delle cose che mi riguardano, è inadeguata. Questa è la prima cosa che penso, parecchio in modalità tristezza devo ammettere.

Esco dal posto pensando che ho risparmiato 90 euro e che non ho mai sentito una consolazione meno consolante.
Sono destinata a non essere me stessa?

Io, mi ripeto, non credo in niente e adoro le coincidenze assolute ma qui mi pare che stiamo giocando troppo coi dadi.

Ogni mente vede quello che vuole vedere, ogni evidenza ha già la teoria nascosta nell’osservarla, certo, ed è per questo che la mia mente non ha potuto far a meno di pensare a uno strano collegamento tra tutte queste casualità e i messaggi ultraterreni.
Solo per qualche secondo però.

Tornata a casa un amico mi ha scritto su fb: “la tua lingua può avere occupazioni migliori che ospitare un pezzo di acciaio latore di microbi”.

E diciamo che è già più consolante del mio: “dai, non è stata una giornata completamente da buttare: ho comprato il panettone (un certo, preciso, panettone, non uno qualsiasi) che mi sono promessa di mangiare a Natale”.

3 ottobre 2011
648 Mese che vai proposito che trovi

Mi sento invincibile stanotte.

Eh, non c’è un perché, certe volte mi capita. E più o meno basta. Ma tranquilli, è una sensazione che dura tanto poco da costituire, proprio per la brevità, una piacevole variazione delle condizioni normali di insicurezza cosmica.

 

L’unico a battermi, attualmente, è il thé verde: mi ci sono appena bruciata il palato.

 

Per farla breve sono un curioso caso di essere invincibile che si brucia col the verde.

 

Non mi sentivo tanto serena da mesi.

E questo mi pare già un buon perché della iniziale esternazione.

 

Domani riprendono le lezioni all’università. E credo di aver fatto un programma di corsi ed esami molto al di sopra, non delle mie di possibilità, ma delle possibilità di un umano medio. La cosa però contribuisce a rendermi serena. E se non serena almeno impegnata.

Curioso come le due cose coincidano, in generale, almeno per il 50%.

 

Anche la dimensione palestra, dobbiamo aggiungere, contribuisce a questo clima, generale, di serenità. In questa settimana ho provato, moderatamente, di tutto. E’ stato lo spinning sabato, devo essere sincera, a piegarmi però definitivamente: le gambe oramai hanno vita propria e decidono loro quanto voler funzionare e quanto volermi solo far male.

 

Ora che ho più o meno visto ritmi, orari, contributi extra e tutto il resto cercherò di far una cosa equilibrata o almeno di incastrare intelligentemente gli orari. Prediligerò le ore serali perché c’è ovviamente meno gente e perché tanto a me la roba che danno in tv fa solo schifo.

 

Il mio proposito primario attualmente è uno soltanto. Trovare quel certo quid che per tanto tempo io ho sostituito con l’innominabile (che non è una persona ma un oggetto inanimato – e non un vibratore!) e preferibilmente di non trovarlo in un uomo.

 

E veniamo agli uomini, sì. Posso dirla brutale e bruttina? Finalmente mi sto perdonando. Gli errori di valutazione in primis e poi forse anche certi comportamenti leggeri. No, detta così è brutta sul serio. Non alludo al sesso, figuriamoci. Alludo alle aspettative, alle pretese, al cercare, all’accontentarmi. Io mi consideravo il peggio possibile. Non che ora io abbia una così buona considerazione di me (non ancora, ma ci lavoriamo) però rispetto al tempo in cui non riuscivo a mettere una foto su fb perché guardarmi, bella o brutta (sì, è la seconda) che fossi mi faceva orrore, un po’ sono migliorata.

Io mi sono capita.

 

Di proposito ne ho un altro, secondario e abbastanza ambizioso: farmi un’amica. Che detta così suona molto patetica. Io do ad “amica” un certo intenso significato. Per me, ad eccezione di pochi elementi virtuali e della msdc (mezza specie di cugina) ma lei non fa testo perché è un’aliena speciale, che io considero “amiche”, tutte le persone che frequento sono, al massimo, conoscenti. E non perché sono snob o particolarmente acida ma perché esistono gradi e gradi di confidenza: io posso parlare della stessa cosa con 3 persone diverse ma in tre modi totalmente diversi. E poi, solitamente, le donne non mi piacciono: detesto parlare di ormoni, esperienze sessuali e scarpe (con eccezioni più o meno rarissime).

 

Quindi il mio nuovo proposito è riuscire a socializzare in massimo grado: cioè farmi un’amica. C’è una ragazza all’università che potrebbe essere la candidata perfetta. Mi piace molto per iniziare. E’ cattiva, acida, snob, intelligentissima, grafomane, fissata con la grammatica, la cultura e la punteggiatura. Io l’ho notata bene molto prima che lei sapesse della mia esistenza.

Non so come abbiamo fatto amicizia su fb. Anzi, lo so: semplicemente un giorno mi ha chiesto un’amicizia che ho accettato. Io all’università non le ho mai, ovviamente, rivolto la parola. Questo perché mi spavento facilmente, credo di essere inappropriata e anche poco intelligente (credo eh?!). E lei, che non è tipo da perder tempo, ha continuato ad ignorarmi considerandomi quella che sono: piatta e inutile.

 

Pare, in questo periodo, che lei mi abbia osservata su fb.

Su fb mi è molto più semplice parlare: se scrivo boiate si possono non leggere. Quando “dico” boiate bisogna ascoltarle per forza: è questo che mi frena di più. In parole povere credo di piacerle. Su fb. Ed è il fatto che io piaccia a una che piace a me ad essere incredibile.

 

Mi dispiace deludere i feticisti o quelli che sarebbero stati interessati a piccanti rapporti: adesso cercando rapporto-saffo-lesbo-isola-eccetera si leggeranno tutta ‘sta roba contorta del piacersi reciprocamente per poi scoprire che io parlo di un rapporto d’amicizia senza sesso.

 

Tenterò di articolare, quindi, con la sopracitata tipa acida (ma fantastica appunto) un discorso anche dal vivo, senza scappare come mio solito.

 

Ma detto stasera non ha grande validità: sono invincibile, ecco perché così propositiva.

In facoltà, invece, appena mi capiterà l’occasione di mettere in pratica il mio proposito finirò per nascondermi sotto uno dei banchi terrorizzata. E con tutte le probabilità del mondo sbatterò anche la testa.

31 luglio 2011
629 Il breve blaterare dopo una giornata al sole

Il problema di fare una valigia non è nella partenza.

Eh, sì. Faccio parte di quella, non so più quanto larga, fascia di persone che davanti una valigia va in crisi. E non perché devo scegliere fra ottanta vestiti e vorrei portarmeli tutti fregandomene altamente delle più comuni leggi fisiche ma perché fare la valigia, anche per un viaggio molto breve e molto poco “avventuroso” come è Roma-Salerno se a Salerno ci vai almeno ogni due mesi, comporta un porsi di fronte a scelte, continue scelte non reversibili: tutto quello che non metti nella valigia una volta arrivata a destinazione non ce lo avrai messo. E non ci sono santi. Ma forse questo, il non esserci dei santi, vale anche in generale.

Scusate mi confondo.

E’ vero che il costume che ti sei scordata lo puoi comprare a poco al mercatino sotto casa ma non sarà comunque il tuo costume. A me fare la valigia mette malinconia proprio per quanto queste piccole scelte, dei singoli elementi portati o lasciati, si trasformino, a valigia conclusa, in una scelte definitiva. Non un “definitiva” di cui si muore, almeno nella maggior parte dei casi, ma insomma, un “definitiva” per cui si potrebbe. Morire. Ma si potrebbe, sempre morire, solo se dovessero verificarsi combinazioni particolari di eventi non meglio identificabili. Si può morire sempre ma con vestiti sbagliati forse si ha qualche probabilità in più.

 

Io le disposizioni funebri le ho lasciate alla msdc (mezza specie di cugina) però mi devo decidere a scriverci due righe prima o poi. Non stanotte comunque. Stanotte voglio solo precisare che gradirei morire con i vestiti giusti (però morire non tanto presto, insomma, ho scoperto che ci sono cose della vita che mi piacciono). E non vorrei essere toccata, grazie.

In tempi passati avrei detto che sì, sono leggermente orso-cavernicolo anche da morta, ma oggi no, direi orsa –cavernicola, ci tengo alla mia femminilità oramai.

13 maggio 2011
604 Innamoramenti (ovvero un post a contenuto orrendamente leggero)

LadyMarica, pare, è un nome scontato.

Un tempo non lo era.

Nessuno mi identificava con un titolo del genere, anzi, lady doveva essere, era nato per essere, ossimorico rispetto a Marica. Per indicare, diciamola bene, che io ero diversa, o potevo esserlo, da quello che ero sempre stata. E forse lo sono diventata.

Questa ossessione per i bilanci, per i tempi progressivi, in linea retta, è chiaramente di derivazione cattolica, ed io la odio. Ma proseguiamo.

Spiegarvi in che senso sia ossimorico lady, rispetto a Marica, significherebbe mettere in dubbio la vostra intelligenza: pensate al contrario di lady e avrete Marica, niente di più, niente di meno.

 

Comunque pare io sia stata poco originale.

E quindi le persone che mi conoscono realmente, dalla realtà di tutti i giorni, e che per cercare qualche cosa, che sanno bene non amo venga cercato, scrivono LadyMarica su google, aumentano a dismisura.

Vabbe’, “a dismisura”. Inutile che io me la tiri così. Diciamo che i mal intenzionati ci sono sempre, in ogni storia. Il peggio del peggio è che certe volte ci sono anche i buon intenzionati. Sono quelli di solito che fanno i disastri.

 

Ed è proprio durante un pranzo con una bene intenzionata che sono venuta a sapere che una nuova persona del mondo reale (una compagna di università) mi legge (o leggeva, non saprei). Diciamo, tanto per diffondere buone notizie, che è la prima che mi trova e di cui non mi devo preoccupare non avendone mai parlato male.

Si chiama fare progressi.

 

Io con le bugie non sono brava.

Per mentire oltre alla memoria serve una certa intelligenza e una certa costanza. Io ho solo la prima (e per il momento). Se poi non me le sono preparate prima, le bugie, dimenticatevele.

Quindi può capitare che a pranzo, seduta tranquillamente davanti a chi non pensi abbia consapevolezza degli scheletri nell’armadio che pubblichi volontariamente in rete, si cada dalle metaforiche nuvole fino sulla scatoletta di tonno che stavi mangiando.

 

“Sai” mi ha detto l’amica insospettabilmente colpevole “ho visto che ti sei lasciata con A (non aggiornerò mai più la situazione sentimentale su facebook, lo giuro n.d.r.) e ho voluto vedere se cercando LadyMarica avrei trovato qualcosa in più”

 

E lo sapete già, ovvio che l’ha trovato.

 

Il problema, o quello che avrei pensato fosse il problema se non fosse stato un problema così a stampo immediato, è che poi si chieda, ovviamente, di B.

Perché chiunque legga i post in cui parlo di A poi si chiede fino a che punto centri B. Quelli più insistenti, tra cui l’amica intenzionata bene nella sua colpa, inoltre chiedono anche chi sia questa meravigliosa lettera.

Quello che non credevo potesse capitare è che quella cosa di cui non volevi parlare a nessuno (B, B con A, B fine) se chiesta così, improvvisamente, tra una risata e un’altra, ti scivoli, più o meno, dalle labbra e quasi risulti un balsamo l’averne parlato.

 

E così racconti di B. E non lo avevi mai fatto, non a parole.

Poco di B specificatamente come persona, poco di B come uomo. Eviti di dire, per esempio, perché B dovrebbe per te, e solo per te, essere non B, però parli del resto.

Lo descrivi fisicamente il tuo B e descrivendolo è come se ritoccassi le sue labbra, il suo viso, il suo fisico imbrogliato per troppo tempo, la sua forza dei movimenti, la sua presa, il suo odore e la tua paura. Ricordi le sue mani sul colletto del tuo giacchetto la prima volta che l’hai visto, e ricordi perché lui, alla fine, ha detto basta a voi. 

 

“E caddi come corpo morto cade”

Perché quando non si sa come andare avanti nella narrazione, insegna Dante, conviene svenire.

 

Le spiego anche quello che non dovrei spiegare ad anima viva. Che ho lasciato A perché B mi ha reso consapevole. Consapevole che non sono io a sentimenti tarati, come credevo, ma che li provo, solo non li provavo con A.

Lei mi ha detto di cogliere in me una luce particolare quando parlo di B.

Una luce filtrante dalle narici per caso? No, perché allora sì che sarei uno spettacolo.

 

Dal soggetto B siamo passate a parlare del blog quindi.

Di come ci fosse arrivata, di come l’avesse trovato graficamente eccetera. Le ho spiegato perché una visita in più un giorno è per me un motivo di essere felice. Le ho spiegato che le medie 100, 200 persone che entrano sul mio blog tutti i giorni (non secondo Shinistat, ma quelli sono problemi suoi) per me contano infinitamente.

E lei: “sai che quando parli del tuo blog hai la stessa luce negli occhi di quando parli di B?”

 

Bè, adesso non esageriamo.

Benché io abbia una vena sentimentale pronunciata attualmente (e se non mi passa citerò per danni B, a ritrovarlo dico) paragonare il mio bellissimo blog ad un uomo, chiunque egli sia, quantunque qualità abbia, mi pare notevolmente far passi estremi.

Il mio blog è amore senza condizioni e condizionamenti, lui ha sempre una pagina bianca per me e su di lui non posso sbagliare, mi fido senza esitazione alcuna.



(la foto ovviamente non è realistica ma dovrebbe portare a un qualche umorismo. Precisiamo che nella foto io non sono nessuno dei due, e nemmeno una federa. Purtroppo.)
 

Ma la frase era troppo memorabile perché io non la riportassi, mi pare chiaro. Anche se è solo con quello che segue che la ragazza ha sfondato per sempre la porta del mio cuore meritandosi questo post.

Dopo aver deciso diligentemente di saltare la lezione, in accordo comune, eravamo arrivate alle riflessioni serie nella totale stranezza della giornata ed io le dicevo che forse due mesi fa ero meno consapevole ma più serena.

E lei: “però due mesi fa non eri così magra!”.

 

Ha vinto. Niente da aggiungere.

Gli uomini dovrebbero prendere esempio: nessuna donna sana di mente riuscirebbe a resistere a una frase del genere.

 

7 febbraio 2011
564 Alfanumerico
Ho passato un paio di giorni inenarrabili, ma con buona pace di quel "in" privativo farò il possibile in queste righe.
 
Non ci sono stati interventi medici (prima di toccarmi mi devono prendere ed io corro svelta!), diciamolo subito. E no, nemmeno interventi psichiatrici che servirebbero vista l'ultima parentesi.
 
Ho passato un giovedì lunghissimo, dalle 6 di mattina alle 3 di venerdì notte, con 4 antidolorifici di compagnia.
Ho preso l'ultimo antidolorifico per far smettere quella parte di me che meditava di spezzarsi una gamba (secondo la famosa teoria per cui non si sentono due dolori parallelamente).
 
a) sì, una parte di me contava, come soluzione al dolore, sull'idea di farsi ancora più male.
b) no, alla fine non è successo.
 
Venerdì invece, e bene non stavo, in ufficio ho fatto il lavoro che avrei dovuto fare in un mese.
Tutto il lavoro di un mese in un giorno e mi è rimasto tempo per autocompiacermi ed elogiarmi.
E poi mi sono ripostata.
Lo sottolineo, quel "e poi", tanto per dire che io (io!) non ho dovuto inventare un giorno apposta, mi sono riposata nello stesso giorno.
 
Dio, farsi battere da una femmina e con un simile vantaggio dovrebbe essere inopportuno persino per uno che non esiste.
 
"E' blasfemo solo se lo vuoi vedere blasfemo, altrimenti è una simpatica versione per dire che mi sono sentita dio!"
 
Almeno fino a quando non mi sono piegata ad un altro antidolorifico.
Il in 2 giorni.
 
Sabato sono stata meglio. Almeno verso notte.
Quando ho guardato 7 ore di fila di Grey's Anatomy, con le pause obbligate mediavideo ogni 72 minuti ma di pochi secondi, massimo un minuto e una pausa fragole con panna (suvvia, stavo male!) di 5 minuti circa. 

Stasera, spiattellata sul divano della msdc (mezza specie di cugina), ho scoperto che secondo una mia amica di fb io "certamente non mi accorgo della differenza tra il 7 e 8" (febbraio n.d.r). Il fatto che mi crede deficiente è assolutamente chiaro, non tanto dalla frase quanto dal suo avermelo scritto in bacheca il 6 febbraio sottolineando che tanto di differenza non avrei capito nemmeno quella.

No, tutti questi numeri non ve li potete giocare almeno se non dichiarate qui e sotto di cedere metà della vincita, qualsiasi vincita, a LadyMarica. E di farlo con gioia soprattutto.

 

sfoglia
  

Rubriche
Cerca
Feed
Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.
Curiosità
blog letto 1 volte


 

Scrivi per qualsiasi stramberia a
unimarica@hotmail.it

 

 

Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE