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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
10 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
27 luglio 2012
Zitti che qui si pensa
Se c'è una categoria che detesto è quella dei buoni perché, e solo perché, senza artigli. L'espressione è nietzschiana e non riesco a capire se si spiega bene da sola. Io più che capirla la vedo. Avete presente quella categoria di persone buone, che si innalzano a buoni, perché e solo perché mancano di qualsiasi altra capacità? Ecco, io spero muoiano tutti male.

Basta, sono di poche parole, lo so, ma sto pensando. E non posso scrivere mentre penso, due cose insieme son difficili.

Stasera poi mi viene così.



24 dicembre 2011
[le non parole] Natale
...non è un giorno così importante visto che tanto


cinema
21 novembre 2011
Ferro 3 - una casa vuota

“E soprattutto guardare un film muto e provare ad alzare il volume ed accorgersi che questo silenzio non potrà avere fine”

Io l’ho visto singhiozzando quindi sono attendibile quanto una donnicciola isterica cosparsa di ormoni. Purtroppo la mia condizione mentale è questa e durerà qualche altro mese, poi chiamerò chi di dovere e mi farò internare.

Film del 2004 di Kim Ki-Duk un regista sudcoreano direi piuttosto stravagante.

Io credo, ebbene sì, anche io credo, alla forza delle parole. L’idea di un film i cui protagonisti non dicono mezza sillaba quindi mi lasciava dubbiosa. Poi però ho visto il film. Non per scelta ma per regalo.

E ho notato che forse l’idea di base è abbastanza rumorosa: in un mondo, quello del film, in cui intorno tutti parlano e parlano tanto e sempre e continuamente, il silenzio è l’unica cosa che rimane ai protagonisti. Da non dire.

C’è una cosa che mi piace particolarmente del Giappone. Del poco Giappone che conosco almeno: il costante esercizio nella misura. E’ il motivo per cui il wasabi uccide noi occidentali. Vogliamo tanto, tutto, abbondante, presto e così raccogliamo con un capiente cucchiaio quella roba verde che paghiamo profumatamente: è un nostro diritto infilarcela direttamente in gola. E la ingurgitiamo, alla Cerbero, indifferenti al fatto che potrebbe essere fango. E il wasabi non è fango. Sfortunatamente. E non è nemmeno peperoncino. Il wasabi brucia la lingua e arriva in testa, veloce. Aumenta, con la quantità, la velocità non l’intensità.

Quella del film è una strana ricerca di misura, direi.
Un po’ spirituale, un po’ di sacrificio, un po’ di profondità, un po’ di giustizia e un po’ di penitenza. E’ una misura che scavalca la singolarità toccando quasi l’universale. Non so se riesco a spiegarmi: per esempio, il protagonista non si difende dalle accuse che la polizia gli rivolge. Rispetta una giustizia più universale, un equilibrio tra parola e silenzio più grande rispetto ad una “misura” sua, personale. E’ come se a tante parole potesse corrispondere solo altrettanto silenzio anche se questo lo priva di una difesa concreta, lo prima di una misura giusta “per lui” ma certo mette equilibrio nell’universale. I singoli sembrano accettare la sofferenza come parte della vita, non le urlano contro ma la ingoiano, senza atteggiamenti rinunciatari, in silenzio.

La storia è semplice, forse surreale, di certo stravagante. Il protagonista è un ragazzo che con un metodo discutibile entra in case periodicamente vuote, ci vive per un paio di giorni, fino al ritorno dei padroni di casa, cucina, si lava, guarda la tv, poi risistema tutto, fa il bucato, ripara gli oggetti rotti e se ne va.

Un giorno, entrato in una casa, non nota la presenza di una donna. Questa, infelice e vittima di un marito violento, segue i movimenti del giovane, lo osserva, esce allo scoperto e alla fine, tornato il marito a farle altra violenza, scappa con il giovane.

E in tutto questo i due, nessuno dei due, dice una parola.

Quindi lei inizia a condividere la strana vita del ragazzo. Persi in un mare di panni da lavare rigorosamente a mano, di guai, di ostacoli, di lacrime e di ramen i due, come da copione, iniziano ad amarsi. Ovviamente la storia non è destinata a durare in eterno e dura infatti finché lui non viene arrestato dalla polizia con l’accusa di averla rapita.
I due non parlano e lui finisce in prigione. Ma sembra chiaro che anche avessero parlato le cose sarebbero rimaste identiche come se il destino, il futuro, il domani non dipendesse strettamente da quelle parole ma viaggiasse su una linea del tutto indipendente.

Ma anche qui c’è una sorta di misura, come a dire che tutto il mondo è wasabi. Perché lui, il ragazzo di cui non saprò mai il nome, proprio un innocente non è. Punisce i malvagi per far tornare la giusta misura ma usando violenza e la violenza è comunque, sempre, deprecabile. E per far giustizia forse lo è anche di più, deprecabile, perché quasi mai i mezzi giustificano il fine. E il regista credo sia d’accordo con me. Non per niente al ragazzo questo “modo di far giustizia”, usando un ferro 3, come da titolo, sfugge di mano facendo danni. Ed è qui che mi è parso di ascoltare la voce del regista, gridare, senza parole, che la violenza resta violenza: non azzera i conti, mai.

Lei, all’arresto del suo amato, torna a casa col marito violento. La vita continua, anche non volendo, anche perdendo fiumi di attimi a non volerla e continua sempre nel verso sbagliato.

Il finale è sorprendente.
Elegante e delicato ma anche tremendamente malinconico. La realtà e il sogno, il troppo dolore e il troppo amore, tutto è di nuovo misura, sospeso, fissato, in un silenzio non solo di parole ma ora anche di movimenti. Vivere senza essere sentiti e subito dopo senza essere visti, vivere nei 180 gradi che l’occhio umano non vede, vivere nello spazio ristretto del “rimanente”.

E’ questo che ha di miracoloso il film. Sposta dapprima il concetto di comunicazione che diventa condivisione, comprensione senza filtri (e senza il difficile filtro delle parole soprattutto), diventa il viversi e dopo, sul finale, sposta anche il senso di spazio. Questo smette di essere propriamente fisico e inizia a essere uno spazio quasi mentale, uno spazio silenzioso, uno spazio che perde sempre più di fisicità. Sembra una proporzionalità inversa: aumenta l’amore e diminuisce lo spazio corporeo finché due corpi stretti in un abbraccio su una bilancia non pesano più niente.

Il messaggio del regista a me, nascosto tra i silenzi, è sembrato chiarissimo: l’amore è probabile tanto quanto salire in due su una bilancia e non pesare niente. Ma la probabilità di un simile comportamento da parte della bilancia è nelle mani di chi si è impegnato a manometterla, non nel destino asettico.

Un messaggio positivo quindi. E se l’ho vista io così positiva, che sono la depressione fatta donna (o qualcosa del genere), voi potete vederci la promessa dell’amore eterno.


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permalink | inviato da LadyMarica il 21/11/2011 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

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