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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
23 gennaio 2015
Esistono

Esistono tempi che mi mancheranno per sempre, e il tempo contenuto in queste pagine è uno di quelli. Qualcuno dice che le persone come me, nostalgiche di professione, lo farebbero comunque, a prescindere dai tempi che si son passati e agli attimi contenuti in quelli.

Tante volte ho pensato di tornare e tante volte mi son chiesta perché volessi accanirmi su qualcosa che è morto di cause naturali. Nel silenzio di qualche notte son tornata comunque, in silenzio, a leggere quanto scritto e far i conti con quanto è restato. Ci sono episodi che non ricordo più e commenti di cui ricordo persino anno e giorno. C'è un momento in cui ho imparato a scrivere in italiano e ho smesso di rispondere ai commenti "un caro saluto". Pensare a "caro saluto" mi fa sorridere, era il motto che si usava tra i blogger quando, nel 2008, approdai qui. Ci sono persone: alcune, molte, le ho conosciute; con qualcuna ci ho flirtato; con qualcuna ci sto ancora flirtando. Altre le ho incrociate in posti diversi, alcuni con sorpresa, altri con meno. Mi fa felice notare che con ogni persona di questo blog, almeno importante, ho mantenuto i contatti in un modo o nell'altro. Manca solo la Silver Silvan, ma non so se insulta (carinamente però) ancora in giro.

Non so che m'è preso e perché sto scrivendo. Sarà che ieri mi è venuta nostalgia e ho pensato a come sarebbe andato tutto se avessi fatto o non fatto alcune cose. I se sono inutili per definizione, lo so, ma pensarci rimane sempre un cantuccio caldo.

Va be'.

Va tutto bene, per quanto possa andar bene la totalità insomma, e son certa che nessuno se lo stesse chiedendo, ma forse la mia lavanda sì. Che ho fatto in questi anni? Ho imparato a scrivere "va be'" pare, e poi un sacco di sesso*.

(*) no, mento, chiariamolo subito.

3 aprile 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
7 febbraio 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
3 dicembre 2012
Un mondo parallelo?
Chissà se si può morire di troppa domenica.
Io penso di sì.

Il mal tempo mi irretisce dentro casa, il dentro casa mi irretisce di apatismo e tutto mi regale la sensazione di ore, non identificabili, tutte identiche, tutte indifferenti, tutte così uguali che quindi non fa differenza se non ne conti una.

Poi se si finisce a parlare di fellatio, in termini meno latini ma sicuramente più intuitivi, e se ne parla con un ragazzino che ha la bellezza dei suoi anni, la possibilità di sensibilità femminile, ma la capacità di esserne consapevole di un inconscio morto da anni, ecco che alla domenica apatica si aggancia anche quell'irritante senso di scoraggiamento universale, pessimismo mondiale, ma mai cosmico, e disprezzante sensazione di non essere capitata in uno dei mondi possibili giusti.

Non che la sensibilità mi piaccia, in generale, però, ammetto, che la delicatezza di comprendere l'infinita superiorità di una carezza, data con affetto, a un rapporto sessuale fatto per foga, solo piacere e compagnia, è prerogativa di un sensibilità più femminile che maschile. E non che la sensibilità femminile sia delle donne e non degli uomini, eh!

Quindi sì, la mia domenica, dicevo, è finita col parlare di pom... fellatio. Il ragazzino (20 anni almeno), bello ma con la maturità sentimentale di un calzino dicevo, sosteneva che se porta la sua ragazza, povera figliola, al cinema a vedere un film che a lui non piace allora quella, dopo, deve (?!) fargli in servizietto verso la zona fallica. Ora, a me non interessa quale assurda economia quel ragazzo pensi essenziale in un rapporto, né il grado di realtà che c'è nella sua dichiarazione, quello che mi interessa è quanto un discorso simile mi sembri tanto diffuso da pensarsi normale. Io non riesco a comprendere che cosa ci si trovi di piacevole in un atto sessuale fatto per contrattazione e non per voglia, piacevolezza, passione, desiderio e sentimenti. E' un pochino, ma forse io sono un'esagerata, come pagarlo. Ed è, se non triste, sicuramente poco erotico.

L'egoismo nel sesso è una cosa che razionalmente comprendo e giustifico in una sessualità poco matura. Non che io abbia questa grandissima maturità sessuale e sentimentale eh, però almeno io mi ci interrogo. Fare sesso come sfogo, senza considerare il piacere dell'altro, credo sia limitante per il proprio piacere: personalmente, se frequento una persona che mi piace, trovo del piacere non nel mero atto sessuale ma anche nel fatto che posso, io, dargli del piacere col mio corpo o con parti di esso. La maggior parte dei rapporti sessuali di cui ascolto, invece, è tutta una stima di piacere personale ottenuto, un disinteresse completo per il mezzo che si è usati per ottenere quello sfogo.
L'atto sessuale dà piacere, certo, un piacere immenso, certo, ma io penso che si possa giungere più lontano, più in profondità, non solo emotivamente, anche fisicamente. Il sesso, come ogni altra cosa, ha livelli e sfumature, non è una semplice essenza.

Francamente un discorso sulla fellatio, e in generale sui rapporti, come quello fatto oggi mi deprime. So che è la normalità, non certo l'eccezione. Mi chiedo come, in una tale mancanza di rapporto, ci si possa accontentare del sessuale, mi chiedo in quale modo si possa arrivare al piacere se si deve restare così chiusi in sé anche in due. Mi chiedo se, in questo orizzonte, il mio posto esista. Non lo vedo, nemmeno per miraggio, e inizio a pensare che, se ho deciso che tutto questo non mi basta e non lo voglio, allora devo trovarmi qualcosa da fare di notte, magari dormire.
23 ottobre 2012
[Lei] Prezzi invisibili

(sempre roba né vera né finta eh)

Quando l’ha visto ha pensato che “fosse stata magra”, un mantra di rinuncia chesi ripete, come se a sperarlo ci guadagnasse nell’avvicinarcisi, da quando siricorda, lo avrebbe adorato e comprato.
Il "fosse stata" ovviamente le suggerisce di non avvicinarcisi nemmeno a unsimile modello. Vestito nero, di pizzo nero, delicato e leggero.
Si può amarecosì tanto una pezza di stoffa ben tagliata?

Si cita una figlia, di De André,che provava il suo vestito nuovo e sorrideva e forse fa un po’ il gioco dellavolpe che non arriva all’uva e allora la dice acerba. Lei non arriva allataglia del vestito e allora la addita come frivolezza.
Però non è sola aguardare i vestiti del reparto “fossi stata magra” e quindi qualcuno laconvince a non considerare il congiuntivo e a provare il vestito da secca. C’èscritta una taglia che non può essere. Lei se lo prova e già le sembra assurdoche le entri e le cada addosso. Non ha il coraggio di guardarsi mafortunatamente non riesce a far l’asino di Buridano per più di 3 minuti. Quindialla fine alza gli occhi e si guarda. Con sua enorme sorpresa scopre che laragazza che la guarda disillusa più che preoccupata, ma anche preoccupata,dallo specchio è una che porta i suoi stessi capelli ma che con quel vestitosta bene. Senza se e senza molto, sta, semplicemente, bene.

Lo compra. Hacomprato un vestito che se fosse stata magra avrebbe comprato. Aggrotta lafronte pensandoci. La banalità di un pezzo di stoffa le stampa un sorriso infaccia, l’essere riuscita a coincidere, per 10 minuti, in un camerino, con lalei che vorrebbe essere cancella il termine banalità.

Sorride pensando di essere la candidata adatta per la pubblicità della Mastercard.

Le dita le scivolano tra le labbra con una automaticità spaventosa. Lo stomacosi contrae e tutto in lei sembra prepararsi a un rito troppe volte fatto. Ledita scorrono nella bocca, sfiorano il palato, si spingono in gola, fino aquanto è possibile, per tutto il tempo possibile. Lei stringe gli occhi e tuttosuccede. Non se lo ricorda nemmeno come è finita così.
Mangiava un panino, condelle amiche, dopo non aver quasi toccato cibo da tutto il giorno, più per lagiornata incasinata che per altro. Mangiava un panino, felice.
Poi il vestitole è comparso negli occhi, i denti che mordevano il panino sembravastrappassero pezzi di vestito. Pezzi di pizzo nero duri da inghiottire. Pezzidi pizzo nero che le riempivano lo stomaco, arrivavano in gola, soffocandola.
Ein un attimo finge la calma necessaria per raggiungere il bagno, lasciando ilvestito morso sul tavolo, senza grossi sensi si colpa per l’abbandono. Entranel bagno come se non stesse succedendo niente, ma i brandelli di vestitoingeriti continuano a soffocarla, entra in bagno come se tutto andasse bene ein realtà vorrebbe correrci. Compie il suo rito come se bevesse dopo una lungasete, gli occhi le diventano lacrimosi per i conati. Poi si calma, si sciacquamani e viso e torna al tavolo come se niente fosse.
La spaventa questa capacitàdi sdoppiarsi, questa capacità, mentre perde il controllo, di controllarsi.

Nonè un problema, quello che fa nel bagno in quei momenti, lei se lo dice sempre,non è un problema perché in fondo non è così abituale, non è un problema,perché, se lo fosse, almeno sarebbe magra, e lei magra non è.

Non è un problema, nienteè un problema, non finché quel vestito le entra, non finché ha quella sensazione di coincidersi così presente in testa.

17 settembre 2012
Le sei cinghiate che fecero traboccare il vaso
Avvertenze:
1) questo post parla di un libro e non si cura minimamente che voi lo abbiate letto o meno. Non anticipa niente di importante ovviamente, visto che poi il libro in questione è tutto meno che inaspettato, ma comunque ne parla.
2) questo post parla di sessualità, di una certa sessualità. Sono graditi i commenti, sono graditi i pareri, sono gradite le riserve. Non sono graditi gli insulti.

A voi la scelta sull’entrata.

Non voglio pensare a me, non voglio cercare aggettivi per dire come mi trovo, non voglio descrivervi pensieri che tanto, lo so, sono il frutto di una settimana incrostata e di delusioni. Mi sento sola. E sola, spero bene, non è un aggettivo ma un avverbio.

E così, per non parlare di me, parliamo di un libro. Cinquanta sfumature di grigio, il libro tanto famoso ultimamente. E l’ho comprato perché e solo perché è famoso. Poi ho iniziato a leggerlo e ci ho trovato dentro qualcosa di interessante.
C’era qualcosa che mi è molto vicino.

E la cosa mi ha un po’ intristito: francamente credevo di aver dei gusti, non strani, ma comunque difficili. Insomma, sentirmi attratta da qualcosa che ha attratto la media, scusate la mia furia snob, mi ha mandato in confusione. Ma poi ho continuato e concluso il romanzo e ho capito, ben capito, che cosa attirava le masse: la stessa cosa che respinge me. Perché la storia, mal scritta e decisamente dozzinale, del miliardario e la 21enne, poco bella ma molto intelligente, che iniziano una complicata relazione diventa, da sexy e finestra su un mondo particolare, come quello del BDSM, una romanticata alla twilight. Un po’ meglio, devo essere sincera, ma solo perché ogni tanto sulla scena compare una frusta.
Però il mio, precisiamolo, è un giudizio di 1/3. Io ho letto il primo della serie e su quello straparlo. L’ho letto in meno di 3 notti, distrutto e scarnificato. Ho riso per certe frasi, invidiato la protagonista e ovviamente l’ho insultata. Insomma, non è un libro che non vi consiglierei, se io consigliassi libri dico, ma è un libro da leggere mentre si fa il bagno o si sta dal parrucchiere.
 
Ho dei problemi con BDSM. E mordo una pesca pensandoci.
Ho dei problemi con la visione che se ne ha dall’esterno, francamente, e ho dei problemi con tutta questa stranezza del parlarne. Che ci sarà di tanto depravato se a due adulti consensienti piace?

E ho dei problemi con la protagonista di cinquanta sfumature di grigio.
Ve li espongo. Allora, frequenti un miliardario bellissimo che ti trova sessualmente insostituibile, divertente, bellissima e molto intelligente. E ti va bene. Lui non vuole impegnarsi ma tu sì. Lui cerca di cambiare (se ci riesce o meno dovete leggervelo). Hai un orgasmo ogni volta che ti tocca. Sai benissimo che ha dei gusti sessuali che tu consideri stravaganti e a cui lui vuole portarti lentamente, per spingere i tuoi limiti e trarne emozione ma no, questo tu non puoi concederglielo. Non stiamo parlando di mangiare feci o cose così, stiamo parlando di sculacciate, cere e allettanti frustini. 
E il mio problema non è che a questa ragazza queste cose non piacciano, figuriamoci, il problema è che lei le ritiene perverse e per sei, e dico sei, cintate sul sedere, diventi una pazza isterica un po’ omicida. E le ha anche chieste lei.

Pausa. Boh. Vi sto confondendo? Sono confusa io e certa di spiegarmi malissimo.

Mi fa sorridere che me la prendo con un personaggio inventato e irreale, dovrei prendermela con l’autrice. Odio, e cercherò di essere chiara, che nel libro gli sforzi di lui per rendere il loro rapporto più normale siano considerati “dovuti” e quelli che NON fa lei per cercare di capire, e non apprezzare, quel certo tipo di sessualità, siano normali, anzi, da applauso del lettore. Io francamente l’ho trovata egoista.

La descrizione che si fa, nel libro, dei rapporti Dominazione/sottomissione non è delle migliori che io abbia mai sentito ma è abbastanza qualcosa: il miliardario spiega alla ragazza che sarebbe lei a dettare confini superabili o meno, a scegliere l’intensità, anche se le sembrerebbe di non farlo. Le spiega la sottile ironia che c'è nel scegliere di farsi far male (male? boh, è una cosa relativa e controversa direi).
Le spiega che lui sarebbe un “controllore” esterno capace di forzare e aiutare lo scontro con certi limiti. Le spiega che lui sarebbe quello che si prende cura di lei. Parole vane.
E’ un'argomentazione delicata, sottile, quasi filosofica. E’ un rapporto emotivo prima ancora che fisico. E’ una questione di fiducia, di dare delle emozioni, di dare a un altro qualcosa di profondo ti te: la tua sottomissione.

Sottomissione, le donne occidentali con questa parola hanno dei problemi orrendi. A volte mi chiedo quale complesso di inferiorità ci sia sotto, sepolto.
Io non temo di essere sottomessa da nessuno a cui non dia io, per mia liberissima scelta, la mia completa sottomissione.
Non so se mi spiego. Bevo una lattina di cocazero mentre ci penso.
Io non ho timore di essere sottomessa a un uomo perché sono consapevole che non ci riuscirebbe a meno che io non lo decida. Lasciamo perdere che mi accorgo che non faccio che dire la stessa cosa con gli stessi procedimenti logici ma diverse parole: per me è un concetto primitivo, chiaro, semplicissimo.
Forse è la parola che crea strani processi di orgoglio. Se dicessi “lasciarsi dominare da qualcuno” sembrerebbe meno degradante? Anche se poi, penso di voler sostenere, in certi contesti erotici, anche il degradante assume una rilevanza tutta sua.

C’è una tenerezza particolare nel darsi completamente a qualcuno di cui ti fidi, a fargli decidere della tua vita, a farti punire per una mancanza, a farti sostenere. Qualcosa di profondo, un legame orribilmente pieno. La mia domanda è: che sia troppo?

Penso che potrei parlare di BDSM per pagine e pagine e non credo che vi comunicherei l’essenza. Inizio a temere, ma vorrei essere smentita, grazie, che sia un qualcosa di innato, di incomunicabile, di non insegnabile. Ma ci penserò.

Io leggerò anche gli altri libri. Però se viene fuori che lui ha queste (bellissime) inclinazioni sessuali perché da piccolo veniva picchiato o per altri strani complessi, giuro, mi metto a piangere e sbattere i piedi!  

28 agosto 2012
Ritorni e procrastini
Mi stavo scrivendo sotto. Che detta così è parecchio brutta ma forse riesce a far capire l'urgenza. La prova è il post che ho tentato di scrivere dal tablet, o come diavolo si chiama quella roba, con sistema touch screen e dalla connessione wi-fi dell'albergo. E io non impazzisco con quei tasti piccoli per cercare lettere e accenti giusti nemmeno per scrivere messaggi, figuriamoci un post intero, modalità papiro infinito, dei miei.

Praga è stata faticosa, a tratti anche fastidiosa. Non voglio dare la colpa alla città, per carità, capisco di essere stata io a scegliere un momento poco opportuno. Ho prenotato quando non potevo sapere, sono partita lasciando troppe cose che non capisco e la pausa che credevo coatta ma funzionale si è rivelata invece solo un modo per complicare i miei percorsi mentali.

Comunque, siccome io sono per le cose giuste, un po’ di colpa la voglio dare anche alla città. Io non ero dello stato mentale adatto, e lo abbiamo detto, ma anche la città ha il grandissimo difetto, in primis, di non essere carta assorbente. Volete la mia personalissima visita di Praga riassunta in esclusiva per voi? La risposta non è influente. Sarò breve. Intanto sette giorni a Praga sono veramente troppi. Ne bastano circa due. A Praga ci sono due piazze principali e troppa gente: una la chiamano vecchia e una nuova. La differenza, francamente, io non l’ho capita. Queste due piazze sono collegate da una via infernale e impraticabile: greggi di turisti la rendono un percorso a ostacoli. Palazzoni, uno stile mediamente borghese ma palesemente ricostruito è più o meno il riassunto degli edifici. Di tanto in tanto spunta in ogni dove una torretta gotica alticcia, graziosa all’esterno ma vuota, nei casi migliori, all’interno. Il fiume e il paesaggio circostante sono invece degni di nota. L’aggettivo “carino” include anche il piacevole di attraversare uno dei ponti sul fiume, quello di carlo, direi, è il più famoso. Altrettanto piacevoli sono le passeggiate che si possono fare negli spazi verdi, lontani dalla città vera e propria. Sono piacevoli, sono carini ma certo non sono inimitabili. Persino il museo delle torture, che pure mi avevano detto incredibile, mi è sembrato piccino, banale e mal fatto. Salvo le vedute panoramiche, gli spazi aperti e il suggestivo cimitero ebraico dalla mediocrità che invece il resto di Praga sembra avermi suggerito.

Mi sento tanto guida turistica limitatamente capace così. Non so perché ma un riassunto di Praga mi sembrava doveroso. Ho sofferto io, facciamo soffrire tutto il blog. Ma scherzo, io scherzo sempre.

Sono atterrata da qualche ora e solo ora inizio a chiudere gli occhi tra una parola e l’altra e quindi ad avvertire quel senso vago di stanchezza che altrimenti non colgo. Ho un po’ di pensieri. Stavo pensando a quanto spesso ho sottovalutato, dando importanza al pensare, lo spazio del toccare. Meno spirito, meno idea, meno mente. Non so se sono d’accordo eh, diciamolo, è un appello spontaneo stasera, che arriva da qualche parte.

Bene così. Anzi, mica molto. Non è il post dell’anno direi, ma infondo serviva solo per dire del ritorno, annaffiare la lavanda del mio blog (che un tempo c’era almeno), aprire le finestre e insomma, dire che la lady è ancora in vita. Nella prossima puntata invece i sogni praghesi: orribili e meravigliosi film che non ho scelto di farmi a Praga (e se ve lo state chiedendo sì, questa è una tecnica per non farvi abbandonare questo luogo).

10 aprile 2012
Nota Bene
Tanto per dire cose che qualche essere vivente, e nelle donne è una roba triste, capisce solo dopo i centomila anni.

Non è che se lei fa "ah-ah" allora gode per davvero.
(semi-cit. da Marracash -In faccia)

12 gennaio 2012
Sulla paura

Ho fatto un sogno a tratti bellissimo stanotte. Tanti baci, tanta tenerezza. Poi è finito che ci siamo sparati. Non io e il baciatore, quello mi avrebbe divertita.
C'erano tante persone, che non si sa come occupavano altre stanze di casa mia. Ed entrambe, persone e stanze, erano alternativamente sconosciute e conosciute. Io guardavo la scena da sopra l’armadio, nascosta, e ho visto entrare un uomo e sparare a tutti. Anche il baciatore è morto.
Ho visto tanto di quel sangue che forse ero finita in una parodia trash di uno splatter.
Era un sogno, niente paura.

Non sto studiando, nonostante gli esami siano vicini, niente di niente. Ma perché mi fa male tutto. Ottima cosa la compensazione.
Niente paura. Almeno non ancora.

Vorrei tagliarmi i capelli. Però li ho finiti già qualche tempo fa.
Ecco perché preferivo averli lunghi, sapevo sarebbe arrivato il giorno in cui prendere posizione, almeno con loro, sarebbe stato piacevole.
I capelli, si sa, ricrescono. Niente paura, li taglierò appena succederà.

Avevo un amico. O almeno secondo me lo era. Poi mi è venuto in mente, suggerita ammetterò, che forse non era esattamente amicizia quello che lo spingeva ad essere tanto presente e carino nei miei momenti di buio. Allora ho chiarito la mia posizione, velatamente, precisando che quello che mi interessa, sfortunatamente, non è, con sempre più chiare evidenze, interessato a me ma io, per il maledetto momento, non cerco altre vie. L’amico ha detto che, per carità, lui capiva benissimo ma d’altronde io e lui eravamo solo amici. Bene. Da quel momento è scomparso da oramai dieci giorni. Io ho tentato di cercarlo ma ovviamente non mi risponde né richiama.
Faccio fatica a mandarlo giù. Ancora una volta mi sbaglio sulle persone senza appelli.

Devo solo ricordarmi di non credere nemmeno alle più oneste intenzioni sul mercato. E sulla paura sto.

Ho paura di finire le sigarette.

Non riesco a guardarmi allo specchio nemmeno più di sfuggita. L’ammasso di spazzatura che ci ho visto l’ultima volta mi è bastato.
Il problema non è quello che vedo e nemmeno quello che c’è, il problema è quanto la cosa mi ossessioni.

Niente paura. Tranne che per il mio maledetto abbonamento in palestra: se non riesco ad affrontare lo specchio gentile di camera mia come posso pensare di combattere contro quelli pubblici della palestra?

Aspetto venerdì. L’unica cosa che va bene attualmente è un gruppo di ragazzi che ho conosciuto a capodanno e che frequento da quel tempo. Come è successo non l’ho capito ma mi sento tranquilla, socievole e infinitamente leggera quando sto con loro. Forse non è il mio posto, però intanto, è un posto. E, senza paura, ci sto.

Alessandro Borghese e le sue mani veloci sono un sogno erotico che mi devo appuntare: mi fa sesso, senza paragoni, persino con le mani immerse nel pesce.  Oggi ha inventato un salmone al wasabi (mai sentito prima) che mi ha portato all’orgasmo già alla seconda spennellata di salsa.

Un po’ di paura me la mette il pensare di desiderare di essere rigirata come una sardina nella farina dalle sue mani.
Scusate. Il porno voleva essere solo velato, non così esplicito.


Il disordine mi soffocherà nella notte. Niente paura, non tutto, quindi, è perduto.

20 dicembre 2011
Oscurantismi

«il riflesso della luna
nel suo solco lo guidò
pallide le spalle magre
contro l'orizzonte andò
un silenzio nero come il culo dell'inferno
a lui si accompagnò»*

L’attività di maggior successo della mia giornata è stata appena rovinata dall’adempimento a impegni esistenziali.
Avevo passato un bellissimo colore di smalto per ben due volte sulle mie lunghe unghie con tutta la superficiale leggerezza che l’atto comporta. Però poi, circa alle undici, sostanzialmente di buon umore, ho deciso di lavare i piatti. E non due piatti di una triste cena solitaria ma tanti piatti di tante tristi cene solitarie. Senza voler esagerare erano i piatti di due settimane almeno.
Ci ho trovato esseri, per poco non diventati viventi, che potrebbero essere i personaggi di qualche fantasy di successo. Probabilmente quando deciderò di rifare il letto penserò di poter scrivere un qualche altro genere, forse un libro sui miracoli.

So che non sono divertente.
Ma del resto, venendo qui, spero abbiate smesso di sperarlo.

Ho una settimana estremamente sociale.
Fino a pochi minuti fa la cosa mi terrorizzava, attualmente ho deciso di entrare, in perfetto accordo con tutte le mie parti, nella poco articolata ma strettamente funzionale ottica dello sticazzi.
Mi impedisco di attaccarmi un cartello che dica “se ce ne è bisogno odiatemi pure, sono d’accordo” solo perché, infondo, mi piace ancora poter offrire, almeno ad un primo impatto, l’idea generale di una persona normale, anche comune.

Mi domando quando questa socialità mi pugnalerà alle spalle. Ma lo sapremo tutti tra un paio di post.

Intanto mi faccio divertire dalla asocialità del virtuale.
Ieri mi ha mandato un messaggio su fb un tipo di cui avevo scritto un post. E’ un post di un altro blog, che scrissi tempo fa, e che, fossi in voi, non mi darei la pena di leggere.
Per questo posso sintetizzare la storia qui.

E. era un ragazzo, fidanzato, che mi aveva chiesto l’amicizia qualche mese fa perché “incantato dai miei post” (questo blog, dopo mia zia, è la cosa più convincete che si possa dire su di me).
Dopo flirt squallidi e continuativi nel tempo mentre io gli specificavo, giuro, di non essere interessata, E. era passato a tentativi di conversazioni poco riportabili. Alla fine era trasceso seriamente scrivendomi qualcosa come “desidero un erezione” con buona pace dell’apostrofo sacrificato e, parallelamente, dicendomi che doveva, dopo l’erezione immagino, cancellarmi perché la fidanzata, gelosa, sospettava cose non meglio definibili.
L’ho cancellato io, alla fine, mentre lui ancora tentava, senza alcuna possibile speranza, approcci al sesso virtuale: non esiste sesso senza italiano.

Questa era la storia passata.
Ieri compare con un messaggio inequivocabile
.

E mentre gli rispondo mi domando se la fidanzata sia finita seppellita in qualche buca o se E. abbia solo imparato a gestire le impostazioni privacy.

Non riesco proprio a capire perché sia sparito dopo la mia risposta: che capisca il sarcasmo?
Peccato, mi immaginavo già belle serata: io, lui e il suo autoerotismo.

(*) la citazione non c'entra nulla, lo so bene, solo che mi piaceva incredibilmente: sono incline all'oscurità in questi giorni

1 luglio 2011
621 Dammi una lametta che

Non credevo che simili livelli di piacere viaggiassero per negazioni: il non essere riconosciuta ne è esempio.

 

Ero di spalle, è vero, all’ingresso di una chiesa (luogo un po’ improbabile), ai 25 anni di matrimonio di due amici dei miei, quando il figlio di questi amici, un ragazzo che conosco da sempre, ma sul serio da sempre, entrando mi guarda (si è soffermato un paio di decine di secondi ho sentito) e passa oltre, senza avermi riconosciuta.

 

Ecco, è stato quasi un orgasmo.

 

Questa doveva essere la conclusione del post. Perché è semplicemente la conclusione a lieto fine della storia faticosa di una LadyMarica alle prese con un indumento molto, troppo femminile, noto ai più come “vestito”. E il lieto fine è appunto nella negazione del riconoscimento.

Che confusione.

Ricominciamo.

 

L’inizio comprende un vestito comprato in un normale negozio.
Connubio a cui avrei rinunciato nemmeno troppo tempo fa.

 

La storia del comprare il vestito è stata abbastanza semplice devo dire.

Entri nel negozio, lo scegli, e lo provi. Poi lo paghi ed esci con la compera appena fatta. Incredibilmente piacevole, incredibilmente semplice, incredibilmente umano.

 

Le cose ovvie non sono così ovvie per tutti, tutto qui.

 

Voglio uno di quegli specchi che hanno nei camerini.

 

Arrivata a casa, rimesso il vestito, ho scoperto come minimo che volevo morire.

Poi sono risorta con tre sistemazioni: ho stretto un po’ le bretelle (le tette, porca miseria, le tette!), aggiunto un compri spalle e le scarpe.

 

Scusate, la frivolezza mi invade.

 

Quello che volevo dire è che le cose possono anche non essere come sembrano. Ma tante volte lo possono anche essere. E se compri un vestito, certe volte, le cose non sono nemmeno come erano.

 

Ma i veri problemi col vestito, c’è da dire, sono comunque arrivati il giorno dopo. Quando ci sono inciampata dentro (i vestiti portati dalle non-donne sono una delle piaghe sociali più pericolose) o quando ci sono inciampata sopra scucendone un lato poi prontamente ricucito (non da me).

 

La femminilità è in dubbio: non sa se farmi sfracellare a terra tra la stoffa o mummificare.

Ma per capire la storia della mummificazione bisogna raccontare anche l’esperienza della cera calda. E non per i giochetti erotici che mi piacevano tanto (notare l’imperfetto, non parliamo di sesso, mi è passata la voglia per almeno 15 anni –vabbe’, circa).

 

Forse dovevo avvertire che questo post è ad altro contenuto di estrogeni, ma oramai ci siete, continuate a leggere.

 

Ho pensato che per una volta potevo evitare creme e robe del genere e provare quelle così romanzate e femminili strisce con cera riscaldata. Al microonde.

Mica perché queste strisce vantassero risultati migliori, solo per l’idea di femminilità.

 

Diciamo per prima cosa che storia del dolore è una bugia. O almeno il livello di dolore non è così alto da parlarne veramente. O almeno questo è possibile crederlo finché non sei me. Io, idiota come sono, ho appoggiato la gamba incerata e appiccicosa sul letto (dovevo guardare, tanto per essere originali, una cosa al pc) appiccicandomi al lenzuolo. Ecco, staccando quello ho pensato venisse via anche la pelle.

 

Ho risolto chiamando un’azienda per ristrutturazione: scartavetrata la gamba-lenzuolo siamo passati ad una nuova intonacata. Morta e sepolta tutta la femminilità che volevo, anche quella a venire.

 

Ecco, era qui che ci andava la conclusione, perché mi piaceva finire con un briciolo di speranza e non con l’immagine di me incastrata nel lenzuolo a cercare di togliermelo.

Niente da fare, è venuto tutto storto.

 

Ricominciamo.

Ma un’altra volta.

10 giugno 2011
614 Ferite da sogno

Ecco le cose che uno dovrebbe mantenere private.
Tenete le mani in vista.
 

Avete presente le valigette da lavoro?
Quelle solitamente nere, serie, impersonali, oserei matematiche, che sembrano poter contenere qualitativamente tutto eccetto qualcosa di anche solo lontanamente erotico?

 

Ma forse mi sbaglio, magari tra pratiche, documenti, robe barbose simili qualche giornale di dubbia moralità ci finisce più spesso di quello che penso io.

 

Comunque è la valigetta che dovete raffigurarvi, una serissima valigetta da pc.

E poi la valigetta si apre.

Non per magia ovviamente ma per mano umana. E quella valigetta che per tante volte non ha minimamente destato il tuo, o meglio il mio, interesse diventa improvvisamente l’esplicazione di un bel proverbio: l’abito non fa il monaco.

 

Mi spiace citare i proverbi, so che è volgare.

 

La valigetta contiene delle corde nere e delle corde bianche.

Si era parlato di artiglieria pesante in effetti, ma non mi era venuto in mente.

 

Anzi, diciamo che in tempi meno recenti ci avevo pensato fino allo sfinimento.

Alle corde sì.

Non tanto alle corde in sé ma al fatto che tra le tante pratiche interessanti, sessualmente parlando, forse quella del lasciarsi legare da qualcuno è quella che meno vedo praticabile. E non che non mi incuriosisca, ma la vedo complicata.

 

Il motivo è semplice, semplice: bisogna fidarsi.

Per dare o ricevere schiaffi, tanto per fare esempi comprensibili a tutti, non bisogna fidarsi o almeno relativamente, male che va ci ripenserai un paio di volte a rifarlo.

 

Farsi legare è leggermente diverso. E non perché debba sempre finire alla Stephen King cioè con lui che muore dopo averti ammanettata al letto e tu che rimani lì per giorni finendo dilaniata dai cani affamati (non mi ricordo se finiva così ma i cani c’erano) ma perché potresti finire a citofonare alla vicina di casa in pose più o meno imbarazzanti.

 

Io preferisco i cani affamati al tuo possibile rimanere nuda e legata da qualche parte mentre lui si ruba la macchina dei tuoi nel vialetto. Danno, beffa e figura di scorie non meglio identificabili rendono preferibile una morte abbastanza svelta.

 

Lasciamo perdere: la storia che ha inizio in un giorno di questo anno solare, penso, non finisce con cani, vialetti o vicine.

 

Non ve lo so spiegare come è iniziata la cosa.

So dirvi che è iniziata dalla valigetta nera, da lui che tira fuori quello che io mai avrei pensato potesse tirar fuori da lì.

 

Quello che non so spiegarvi è perché l’ho lasciato fare nonostante la premessa di cui sopra, nonostante la mia poca inclinazione per le corde.

Non so dirvi le frasi che ci siamo scambiati prima che lui mi passasse la corda sulle braccia. Che sapevo di potermi fidare non ve lo dico perché io non mi posso fidare di nessuno, perché tutti hanno quel certo lato perché è la volta in cui ti fidi che va tutto male.

 

In quel momento era una cosa naturale, tutto qui.

Mi ha preso una mano tra le sue ed ha esclamato: “che brutto smalto!”.

Ma che carino!

 

So dirvi che quando immaginavo certe pratiche (che comunque avrei voluto provare eh!) pensavo a contesti molto diversi.

Nel caso di specie è stata quasi una lezione didascalica più che un vero atto di bondage. Io ero vestita (con i jeans intendo) e ci sono rimasta per almeno metà del tempo (ho detto relativamente amici). E poi credo, ma non sono certa, mancasse “l’aria”. A me veniva da ridere e lui era parecchio interessato alla procedura giusta del nodo. E poi quello che ha realmente un po’ ammazzato l’aria giusta è stato il suo passarmi la corda sulle spalle e dire: “se in futuro qualcuno provasse a passartela sul collo tu fermalo subito, mi raccomando!”

 

“Sì papà,  quando farò del sesso sadomaso con qualche cavernicolo me lo ricorderò.”

Non l’ho detto: ero pur sempre legata!

 

Quando ha finito di legarmi le mani dietro la schiena (non so se la legatura ha un nome) mi sono trovata in una, direi piacevole, sensazione. Impotenza e sicurezza avevano un giusto equilibrio. Non potevo muovere mani e braccia ma potevo camminare e quindi scappare qua e là. Soprattutto quando è iniziata la tortura: un debilitante solletico.

 

Alla corda nera delle mani si è aggiunta una corda bianca per le gambe poco dopo. Mi ha fatta sdraiare sul letto (che sembra l’incipit di un soft porno) e mi ha legato le gambe in qualche strano modo che non saprei riprodurre (fanno corsi di bondage mi dicono dall’alto). La cosa andava rendendosi più intensa ma sempre mi sembrava di aver un qualche controllo. Almeno finché poi, facendomi girare di spalle, lui ha legato la corda delle gambe, alzandole, alla corda che mi legava le braccia, in una posizione leggermente scomoda e non facilmente eludibile. Lui ha detto che sarei potuta rotolare giù dal letto con un po’ di impegno ma non ne sono certa. Non mi riuscivo a muovere e in più essendo di spalle avvertivo solo la sua presenza senza sapere bene cosa stesse facendo, pensando o anche solo guardando.

 

Insomma, io facevo l’arrosto vestito e legato sul letto e sentivo lui alle mie spalle forse ridersela, forse pensare a cosa fare di me.

 

Fermi tutti. Il punto eccitante è questo. Lo sottolineo a scopo comunicativo. Il fatto che lui potesse pensare (che poi lo abbia fatto o no è un altro discorso) a cosa fare di me. Io non avevo più quasi alcun potere (eccetto il “basta, fermati” reale ovviamente) e tutta la responsabilità era la sua.

Molto erotico, molto rilassante. So che non tutti saranno d’accordo.

 

Lui ha continuato con il solletico almeno un altro po’ visto che stavolta nemmeno potevo scappare. Ho smesso di ridere per la stranezza della situazione quando il solletico è cessato ed è stato sostituito da carezze e baci sulla guancia prima di ricominciare con le sadiche torture: stavolta niente solletico ma indumenti tolti qua e là tra le corde.

 

(dal sogno erotico passiamo a spettacolo di magia)

 

Non posso spiegarvi quanto i segni lasciati dalle corde sulla mia pelle fossero belli. E se ci fossero segni visibi ancora oggi sarebbero anche più belli. 

 

Quello che non ho il coraggio di ammettere è se quando mi sono svegliata sudata e confusa, ho più sperato che fosse successo veramente o più mi sono preoccupata per il mio pensare sempre e costantemente al sesso e a un certo sesso soprattutto.

3 maggio 2011
601 Divorare cultura

"Con te lo so, sempre così, rimesci pianti e sogni e poi li butti via" (cit.)

 

Io avevo previsto di scrivere tutto un altro post. Un bel post, francamente, sui pensieri democratici e meno democratici e sui limiti della libertà. Una cosa che doveva far ricordare che LadyMarica ogni tanto pensa pure. E invece mi trovo a scrivere un altro post sugli uomini, sul sesso, sui rapporti o comunque vogliate definire queste cose. Un altro post ad argomento privato. Stavolta non è sui sentimenti però, non solo insomma, è sulle persone. Anche sulle belle persone.

 

Detesto il tempo di cottura delle zucchine. Dio mio, potrei invecchiare nel frattempo.

 

La cosa che mi sorprende è quanto poco io mi fidi di me stessa pur avendo una notevole quantità di prove empiriche in mio favore.

Sapevo che non poteva Lui, un amico, lasciate perdere le qualifiche anagrafiche (nessuno dei precedenti, però, ecco, precisiamolo per chiarezza espositiva) trattarmi così male per più di una sera consecutiva, di solito alterna una sera no e due sì, almeno.

 

Io lo conosco bene. Gli altri si stupiscono. Lo so che è uno stronzo, immaturo, idiota, insensibile ma so anche che è molto dolce, quando gli va e soprattutto se non lo guardi mentre lo è.

Sembra me al maschiale, certe volte, con qualche differenza sostanziale.

Più che altro io non vado a letto con le ventenni!

 

La cosa che massimamente mi infastidisce è quando mi tratta come le altre. Lui confonde il mio adirarmi, quando lo vedo in atteggiamenti intimi con altre, con la gelosia. Proprio per niente! Non è gelosia, non so come si definisce, è quel volere attenzioni esclusive.

Se poi si vogliono dire le stesse cose a tutte mi va anche bene, ma posso pretendere che non lo si faccia così alla luce del sole? Pretendo qualche accortezza nei mezzi, ecco!

Non mi interessano le penetrazioni più o meno riuscite della sua vita sessuale: di solito risponde alle mie email incazzate con “ma con quella non ci ho fatto niente”.

Come se il problema fosse quello che ha fatto, no, il problema è quello che voleva farci al massimo.

Prima o poi gli sentirò dire: “abbiamo fatto una posizione del missionario, mica una la 69! Non puoi mica arrabbiarti!"

Il sesso è l’ultimo dei miei problemi sull’esclusività. Mi preoccupano “i messaggi di gruppo”, le attenzioni condivise, cose del genere insomma.

 

Da sabato fino a circa un’ora fa la mia ira funesta ne suoi confronti prevedeva qualcosa di non meglio definito che si trova tra i  parecchi calci e l’avada kedavra.

Per chi non lo sapesse i calci sono qualcosa che tra le persone che si credono civili vengono dati a un pallone (il calcio e la civiltà non sono contrari?) e l’avada kedavra è una delle maledizioni senza perdono, l’anatema che uccide (Harry Potter cit.).

In poche parole non volevo ucciderlo, ma circa.

 

Anche se ultimamente devo ammettere di essere leggermente più tendente alla rabbia del solito, io non mi arrabbio facilmente. O anche me la prendo molto per piccole cose ma entro un quarto d’ora mi passa tutto. Stavolta meditavo vendetta.

 

La storia della rabbia parte da sabato.

Sabato gli ho sentito raccontare (non vi dico come, non vi dico dove) dei suoi programmi con una qualche troietta di turno. Marica! Ehm, con una bella ragazza seria tra le tante che conosce.

 

Quindi gli ho scritto facendogli ben presente quanto fosse pessimo a sparire con me solo perché aveva di peggio da fare.

Ho detto di meglio, devo essere sincera, magari avessi sempre questa alta considerazione di me!

Lui mi ha risposto che era vero che non si era fatto sentire, ma mi aveva pensata tanto.

Una scusa vecchia, orrida, triste che viene subito dopo “vorrei ma non posso” (con una qualche eccezione, certo), “ti amo troppo”, “sei troppo per me” e compagnia bella.

Una scusa a cui nessuna donna intelligente dovrebbe credere.

Io ovviamente gli ho quasi creduto.

 

Successivamente mi ha scritto, forse domenica, che comunque lui odia giustificarsi e peggio se deve farlo con me.

Cioè, perché io sono il due di coppe quando si gioca a pallanuoto?

 

Lunedì abbiamo sfiorato il mio massacro intellettivo con un messaggio sul telefonino da parte sua che mi diceva: “non vorrei essere ulteriormente stronzo, ma devi arrivare ad essere anoressica prima di vederci?”

All’inizio lo avrei sbranato, poi ho capito che era un invito a uscire che scritto da un asino sarebbe risultato più gradevole.

E mi scuso con gli asini.

Ho risposto molto carinamente. Ma molto, molto. E non ho ottenuto risposte.

 

Poi, oramai sera, ho avuto modo di notare su fb che ha fatto una cosa orrenda: ha scritto a tutte quelle che io chiamo le sue corteggiatrici. E poi anche a me.

Mi mette tra le corteggiatrici in poche parole. Dico, ma ho una faccia da uomini e donne?

Io glielo faccio notare e segue la pessima, ma come al solito degna di nota, conversazione che riporto.

 

Lui: ancora non hai capito che sono tutte cavolate quelle che scrivo? Che palle che sei!

Io: l’ho capito che scrivi tutte cavolate. Sì, quello l’ho capito sul serio direi

Lui: fanculo!
Io: sei insopportabile, cazzo

Lui: sarà per questo che sono single che dici? (riferendosi al mio attribuirgli una storia di poco prima n.d.r.)
Io: dovresti ringraziare di essere single. E vivo soprattutto. A me faresti venir voglia di ucciderti.
Lui: ahahaha. Sei davvero violenta ultimamente.

Io: solo con te guarda, io non mi arrabbiavo mai. Un tempo.
Lui: sì è fatto tardi. E’ ora di andare a nanna.
Io: bene, bravo. Le tue corteggiatrici saranno disperate per questo abbandono improvviso!

Lui: sono già andate tutte a letto. Da un pezzo!
Io: da sole? Strano conoscendoti.
Lui: hai finito?
(non ci posso fare niente ma sono questi toni così, come se lui fosse il capo supremo che mi fanno sciogliere –sono una malata di mente, lo so n.d.r.).

 

Finisce che nemmeno ci salutiamo.

 

Ah mi sono scorda la frase premonitrice!

Passo indietro, brevissimo.

In una di queste conversazioni (fb, mail, telefono. Non mi ricordo quale precisamente) lui mi aveva detto una cosa come “sappi che ti scuserai”.

Ed io avevo pensato “sì, se lo faccio poi però mi obbligo a mangiarmi un libro intero!”.

 

Ho continuato ad odiarlo anche oggi, con più calma e meno convinzione, ovviamente. Più che altro non riuscivo a capire. Litighiamo spessissimo da quando lo conosco però facciamo pace anche più spesso. Questo perché siamo due stronzi insensibili, già detto, tendenti però, orrendamente, alla tenerezza. Di lui mi piace, oltre al modo in cui dice mai (incredibilmente) l’interesse per i dettagli, per le piccolezze. Non mi fido per niente, questo è chiaro, ma è colpa sua, non certo mia.

Il fatto che lui non abbia voluto far pace ieri (una cosa carina l’avrebbe scritta in circostanza normali) mi ha fatto pensare che forse avevo sbagliato il punto di vista su di lui, che forse lo consideravo come non è, come piaceva a me, credendo di conoscerlo.

 

Alle 20 tutte le sere telefona mia madre. Di solito quando ho deciso di farmi una doccia.

 

E stasera, nella telefonata con mia madre appunto, vengo a sapere che è arrivato un pacco per me, a casa.

“Ah!” è la mia esclamazione.

Questo perché credo di sapere benissimo il mittente e il contenuto. E già mi intristivo. Credevo fosse un ex che mi rimandava, per vendetta, un libro prestato (che non rivoglio!) e un braccialetto (che gli ho lasciato nella romanticheria dell’arrivederci).

Ero talmente certa che ho chiesto a mia madre di chi fosse il pacco giusto per fare conversazione.

Lei mi dice: “è di un certo Lui” e io che avevo smesso di pensarci fatico non poco a collegare le cose, a ricordami che avevamo parlato di un certo cd.

Io le sorprese le odio (mi proibiscono il controllo!) ma devo ammettere che è stato molto dolce. Oddio, visto che nessuno ha aperto il pacco dentro potrebbe anche esserci una bomba che si attiva al contatto con la mia pelle, ma lo escluderei.

 

Ecco, mi devo fidare di più. Assolutamente non degli altri (e meno che mai di lui, che rimane pessimo comunque eh!), ma di me. E di quanto le persone si possano anche sentire certe volte e non si debbano sempre e solo accumulare prove “pro e contro”.

 

Non cambia niente eh. Devo aspettare qualche eternità prima di frequentare ancora un altro uomo (per carità, si soffre troppo e io non faccio la martire per vocazione!) ma solo poche persone mi fregano così bene. E in questo modo così interessante soprattutto.

 

Avendo saputo del pacchetto gli ho mandato un messaggio che recita più o meno così: “ma quanto sei dolce?! Scusami e grazie. Non ho ancora visto il pacco col cd ma mia madre mi ha detto “è di un certo Lui”. Grazie!”

 

Eh, mi sono scusata.

E adesso che libro mi mangio?

15 aprile 2011
592 Ognuno è per sempre nella sua solitudine

Attenzione: questo post è privo di contenuti interessanti o anche solo genericamente validi.

 

E questo perché il mio scazzo è ad un punto di massima esplosione. Io non mi arrabbio facilmente e oggi sono arrabbiata nera con chiunque. Sì, state attenti.

Sono arrabbiata oltre che con l'umanità intera con capogruppi ben chiari, anche con personaggi già morti (Omero, Archiloco, Nietzsche e il nuovo arrivato Bloch), con personaggi mai esistiti (Dioniso, dio, Apollo) e sono arrabbiata pure con le inconsapevoli vittime di fantasie non mie.

Così è. E non se vi pare.

 

In generale provo più attrazione per gli uomini che per le donne. Però degli uomini mi piacciono fattezze non femminili ma comunque sicuramente non troppo maschili. Non mi piacciono le braccia muscolose o le spalle larghe, per esempio. Mi piace la forza, quella sì, i movimenti decisi, certo. E una serie di altre cose che non devo dire perché sembra di fare una descrizione più che un generale "mi piace".

E io sto facendo un generale "mi piace".

 

Il punto è che qualche donna mi fa sangue (che è diventata la mia espressione preferita, abbiate pazienza) perché certo il sangue dipende da tutta una serie di cose che con "maschio o femmina" c'entrano relativamente, ma è molto più raro rispetto agli uomini.

Dico sempre a livello di fantasie eh, la realtà la escludiamo per un paio di eternità oramai.

Mi stupivo.

Se pene o non pene, facciamo i brutali, hanno per me una importanza relativa perché l'attrazione non è, non dico uguale, ma comunque normalmente equilibrabile?
Mi viene una sola risposta: stimo più uomini che donne. E quindi, torniamo all'assurdo che l'attrazione è incredibilmente legata a quanto una persona mi piace nel complesso e molto poco all'estetica.

E questa signori miei è una mia grande stranezza. E anche il motivo per cui sono infelice (almeno genericamente infelice, con i dovuti momenti di non-infelicità).

 

Tutto questo è inutile da leggere, evitate. Quello che volevo fare è invece mostrarvi una donna che nelle mie fantasie più angeliche sicuramente non è mai vesita.

E non vi dico le altre di fantasie.

 

Io perché mi faccia così tanto sesso non lo so spiegare. Ma proprio non riesco, quando la guardo, a non pensare a tutto quello che le vorrei potrerle fare.

Ah sì, sono volgare.

  

 

 

Ah, se tocchiamo l'America certe notti!

(alzi la mano chi sostiene che il cioccolato leccato da una confezione oramai vuota di una barretta fitness da 91 calorie influirà positivamente su questo umore orrendo)

24 marzo 2011

“ma la paura dalle labbra si raccolse negli occhi semichiusi nel gesto di una quiete apparente che si consuma nell’attesa di uno sguardo indulgente”

 

Esonerarsi dal mondo non è difficile.

Basta aver visto bene quanto tutto quello che gli uomini fanno passare per “naturale”, per “vita” sia in realtà quello che loro stessi hanno costruito sull’insensatezza dell’esistenza. E poi se lo sono dimenticati.

E se, diciamo uno, lo venisse a scoprire, o avesse modo di crederlo, e crederlo sul serio, fermamente, io credo che si nasconderebbe in una stanza tenuta ben chiusa e circondata solo da insensatezza bella: l’arte.

 

E così puoi vivere serenamente. Consapevole e sereno. Puoi non sentirti in quei giochi sporchi, puoi estraniarti completamente, puoi scegliere di fare i conti con un mondo senza senso che hai imparato ad accettare così senza giocare con il “patto sociale”.

 

Poi una sera ti scordi una finestra aperta e la sostanza entra.

Perché è vero, verissimo, che il mondo (finto) non ti piace, ma è altrettanto vero che devi respirare anche tu. E non puoi scegliere se respirare o no, succede e basta.

E la sostanza che tu non pensavi esistesse, non veramente, non se non come una bugia umana (troppo umana) entra in casa tua, in quella stanza che ti sei costruito un po’ più in altro rispetto agli uomini.

 

Credo che non le sia facile entrare: è sostanza, mica spirito.

E’ curioso in effetti. Tra tutte le cose che possono entrare da una finestra aperta forse la sostanza è veramente la cosa meno probabile.

E poi bisognerebbe fermarsi un attimo sul significato di quella finestra aperta: una dimenticanza banale o una richiesta di aiuto?

 

Ma non importa, importa solo che tu, senza preavviso, te la ritrovi nel salone illuminato.

 

“poi all’improvviso mi sciolse le mani e le miei braccia divennero ali, quando mi chiese conosci l’estate, io per un giorno per un momento corsi a vedere il colore del vento”

 

La sostanza ha un sorriso ed ha due mani. Bellissime.

E’ sostanza, mica spirito!

Con lei non c’è bisogno di specificare niente, perché ha capito, magari anche prima che tu lo dica.

Lei non significa per sempre, ovvio, ma non significa nemmeno un mese, un giorno, un minuto. E’ un attimo che taglia il tempo orizzontale.

E questa è una bella frase fatta che mi piaceva citare.

Quello che voglio dire e che intendo con quella frase è che è fuori dal tempo, soprattutto è fuori dal tuo solito tempo, quello in cui si succedono momenti. E’ esattamente l’istante che, se ci pensate a fondo, non può non essere fuori dal tempo.

E’ sospeso almeno finché dura, poi si può ricordare e quindi riportare al tempo.

 

“volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade. Poi scivolammo tra valli fiorite, dove all’ulivo si abbraccia la vite”

 

La sostanza assomiglia a tua madre, a tuo padre, a tuo fratello, a tuo marito, al tuo miglior amico, al tuo amante, a qualche parte di te stesso. Non significa che è tutte queste cose, a piacere (è sostanza, mica spirito!) significa che è unica perché è molteplicità. E’ tutte queste cose insieme e per questo unica.

 

E così tu e la sostanza iniziate a scambiare parole.

Che poi è uno strano modo per tastarla ‘sta sostanza, però se le parole sono buone, certe volte, scavano.

Ed è incredibile.

 

“e lui parlò come quando si prega ed alla fine di ogni preghiera contava una vertebra della mia schiena”

 

Con la sostanza scompare anche quella solita, scocciante, (mia) incapacità di dirle le parole; e ad un certo punto, se non sei troppo distratto, puoi iniziare anche a vederle scivolare dalle tue labbra fino a quelle della sostanza.

Suvvia, ma voglio sostenere che delle parole, fatte di realtà, cioè parole che si vedono e non solo si sentono, siano passate tra le labbra umane e quelle di una sostanza (ma che sostanza è? Nessuno lo ha ancora chiesto?) che ha appena scavalcato una finestra (reale) e che io le abbia viste?

 

Che posso dire? Un curioso sogno dove sonno non c’è (semi-cit.).

 

E’ assurdo, lo capisco.

Ma la sostanza ha lasciato qualcosa. Non parole impresse nel ventre, questo no, ma ha lasciato scaturire una forza spaventosa, che travolge tutto di te e riesce a farti fare quello che non avresti mai creduto di riuscire a fare. E lo fai senza fatica alcuna, lo fai senza pensarci veramente.

Che cosa?

Non posso dirlo (è uno di quegli argomenti che preferisco non toccare mai o solo se sono costretta).

Pensate alla cosa più difficile per voi da fare (o non fare) e immaginate di averci provato tante, troppe volte. Immaginate di essere ricorsi a tutto per sistemare la cosa e di non esserci mai riusciti veramente. E improvvisamente, dopo che la sostanza è entrata dalla finestra, dopo che vi ha costretto a prendere coscienza del suo esistere, si scatena una forza senza precedenti, che dipende da voi, magari, ma certo in parte anche da lei.

 

“voci di strada, rumori di gente, mi rubarono al sogno mi ridarmi al presente”

 

Ho paura, certo, che tutto si riveli fumo, magari quello dei miei vaneggiamenti, questo sì. Soprattutto quando la notte non ritorna a trovarmi temo di averlo solo immaginato io, temo sia un appiglio che mi sono inventata, uno come gli altri, uno come dio.

 

Però poi ripenso a quella forza, quella che viene dalla sostanza, e mi dico che se quella ha effetti reali sul corpo corpo allora qualcosa di “vero”, da qualche parte, ci deve pur essere.

 

Ed è per questo che non ho scritto per tanti giorni, signori. Perché non potevo scrivere niente altro che questo e forse proprio in questo modo e mi preoccupava non potergli dare una spiegazione migliore in termini, non dico razionali, ma almeno un po’ meno favoleggianti.

7 marzo 2011
576 LadyMarica è sempre una persona nociva, ma di domenica un po' di più

(il titolo è facebook, ho la testa in quella tara, non posso più uscirne)

 

Quattro minuti a mezzanotte.

Ed io ho appena fatto auguri di compleanno. Farli nel giorno del compleanno mi pare di buon gusto, sicuramente più che farli prima, o dopo, ma farli a 4 minuti da mezzanotte mi pare, sostanzialmente, imbecille. Ma in effetti prima non ci avevo pensato. Questo perché non solo oramai non penso più da un numero consistente di giorni ma perché seriamente non avevo focalizzato la mia attenzione nemmeno con fb che mi suggeriva.

 

E così alle undici e cinquantasei minuti ho scritto sulla bacheca del mio amico “in extremis, auguri” pensando solo adesso che “in extremis” mi suggerisce (magari mi sbaglio) qualcosa che riguarda l’unzione, quella sui cadaveri (o quasi cadaveri). Riflessione per riflessione mi sembra comunque che anche il mio involontario riferimento alla morte, alle estremità della vita, sia parecchio pertinente con un compleanno. Un compleanno serve proprio a ricordare le estremità, la nascita certo, ma anche sicuramente l’approssimarsi alla morte.

 

E’ bello avere un’amica come me, una che sia sempre lì a ricordarti che moriamo, che moriremo tutti e che, se oggi è il tuo compleanno, stai certo morendo un po’ più di ieri.

 

Io non sono mia amica e questo è il modo in cui circa sopravvivo. Può essere un consiglio.

 

Ma quello che più mi ha sconvolto dopo tutte le riflessioni sopra citate sul grado di sgradevole che c’è in me è stato pensare al ragazzo a cui stavo facendo gli auguri di compleanno.

 

Come può una persona con cui hai avuto un rapporto strettissimo diventare un completo estraneo? Di. non era un amico, era un’ombra. Si faceva chilometri in bicicletta per venirmi a trovare, mio padre non ci lasciava da soli in una stanza per paura chissà di cosa, parlavamo di tutto o quasi e ricordo particolarissime feste, compleanni miei, suoi, in cui invece di stare con gli altri ci chiudevamo in una stanza, a parlare.

Ricordi molto tristi, francamente, che non mi fanno sentire solo stupida, anche un po’ sporca. Nemmeno ci fossimo dati a giochini erotici o primi baci, figuriamoci, semplicemente oggi ripensando a quella amicizia, assolutamente ingenua, la prima idea che mi viene è quella.

Memoria involontaria, sono innocente.

Lui non sarebbe stato il mio tipo nemmeno tra un milione di anni. E forse io non sarei stata la sua tipa. Non ci siamo nemmeno posti il problema immagino.

Oggi, a gioco esaurito, io penso che eravamo semplicemente due persone particolarmente in cerca di un altro. Nella mia visione più triste della faccenda credo di poter dire che forse non ci importava realmente chi fosse l’altro, ci importava averlo.

 

E non perché fossimo soli, anzi. Contrariamente all’idea che anche io avrei di me stessa io ho sempre avuto un sacco di amiche e amici. Gente intorno è preferibile. Io ero quella che faceva casino, che veniva sbattuta fuori dall’aula, quella che i bidelli prendevano in simpatia perché passava più tempo fuori dall’aula che dentro. Ricordo che alla fine dell’anno tutti rimanevano stupiti scoprendo che ero anche leggermente secchiona (una qualità che ho perso, lo abbiamo capito tutti). Io stessa certe volte penso che non posso non essere stata io quella con il libro sul naso alla fermata dell’autobus mentre gli altri inventavano canzoncine sugli insegnanti; e quando mi accorgo invece di essere una fra quelli che cantava (senza risparmiarmi le più volgari parolacce che credo aver mai detto in vita mia n.d.r.), quasi mi sorprendo.

 

Questo ovviamente non significava che io non fossi molto sola o per meglio dire molto poco consapevole di me stessa e sicuramente di me stessa in relazione agli altri. Io avevo la sensazione di non potermi spostare dal noto, altrimenti sarei finita nel vuoto di quello che non sapevo di me. Ma il noto non mi bastava e questo mi rendeva una persona problematica, nonostante i sorrisi.

 

Io e Di. non eravamo due soli che scelgono di essere amici per fare qualcosa. No, io ero sua amica perché la situazione mi portava lì. E forse è questo che mi fa sentire la cosa come sporca: il fatto che mi conoscessi tanto poco da essere quello che mi si portava ad essere. Anche peggio mi conoscevo tanto poco e non avevo intenzione di conoscermi di più. Diciamo che Di. aveva dalla sua di non essere una femmina e di non parlare solo di ragazzi: Di. parlava solo di ragazze, ma almeno era l’altra visione sull’argomento.

Forse la mia curiosità verso di lui, anche se ammetterlo adesso mi dà parecchio fastidio, era costituita dal fatto che lui fosse un ragazzo, il ragazzo con cui più che ridere e scherzare potevo fare di più: abbracciarlo per esempio (sì, rabbrividisco anche io).

 

Io e Di. siamo rimasti molto amici anche concluse le medie. Non è stato un allontanamento graduale, come due vecchi compagni di scuola che prendono due strade diverse e nemmeno un allontanamento brusco, come una litigata, semplicemente da circa un anno, o robe del genere, è come se tra me e lui (più precisamente tra me e quella vita in cui lui rientra) ci fosse un muro, come se Di. facesse parte di qualcosa che guardo da molto lontano, come il ricordo di un film visto in televisione mesi fa.

E non mi crea nessun particolare turbamento, nessuna particolare inclinazione, un leggero sollievo mi sa.

 

E mi fa venire in mente un’ultima considerazione: è di certo la più grande fortuna della vita che i tredici anni finiscano e cominci il liceo.

 

Amen

(la domenica notte sono così riflessiva, e in questo modo sgradevole, che mi sparerei)

24 febbraio 2011
572 Pocket Coffee

Sono arrivata  ad una conclusione.

Conclusione di tutti i pensieri che ho tenuto bassi, bassi in questa settimana.

Mi sembra più o meno inutile preoccuparmi di tutti gli imbecilli del mondo. Non solo perché il mondo ha una superficie troppo estesa perché io riesca veramente a rendermi conto di ogni imbecille, ma anche perché già occuparmi dell’imbecille me stessa mi dà un gran da fare.

 

Parliamo di cose serie, o altrimenti dette, sesso.

L’ispirazione mi è venuta ieri (e non per farlo, per parlarne –e questo non si può dire non sia un problema) quando mi è stato proposto di tutelare un rapporto utilizzando una safeword.

 

Peccato che il contesto fosse dal poco al per niente riguardante il sesso e che la proposta mi è stata fatta solo per evitare si dicesse troppo o troppo poco in una specie di forum (no, non partecipo a forum e chat porno anche se in quel posto le foto delle mutande sono all’ordine del giorno –tutta roba anche troppo solo amichevole).

 

Forse mi capisco da sola.

 

Su fb c’è un gruppo chiuso (meglio privato, sennò si fa riferimento alle case chiuse e mi tocca difendere onori) di bloggers a cui partecipo e in cui si discute di tutto. Per evitare di pestarci i piedi un amico mi proponeva di utilizzare una safeword tra noi in modo da capire bene quando è il caso di smettere di parlare.

Meno sessuale di così devo solo dire che l’argomento su cui non dobbiamo pestarci i piedi è topolino (no, scherzo).

 

Lo dico per chi fingesse di non intendersi di queste cose, la safeword è una c.d. “parola di salvezza”. Serve nei rapporti di un certo tipo a garantire i partecipanti. In realtà “di un certo tipo” lo dico io per facilitare il contesto di riferimento: la safeword sarebbe intelligente utilizzarla in ogni rapporto. Secondo me perché permette di sfiorare certi limiti senza farsi troppo male. E non intendo con “farsi male” soltanto dolore fisico eh, intendo a livello morale o anche solo emotivo. Anche in un rapporto amichevole che si basa per esempio su una scherzosa e continua presa in giro, porre una safeword significa garantire che il rapporto non si rovini involontariamente. Inoltre, se uno sa di poter dire una parola e far capire all’altro che ha toccato il limite o lo sta toccando esplorarli certi limiti diventa meno rischioso. Perché non devi necessariamente essere certo che l’altro/a abbia capito il tuo concetto di eros, di dolore, di gelosia, di possessività, di amicizia eccetera ma puoi stare tranquillo che se anche non l’ha capito hai la soluzione in una parola (che poi sarebbe uno slogan bellissimo se si volesse promuovere l’uso della safeword in una pubblicità progresso –ah, se io fossi dittatore a vita!).

 

Forse si perde una parte del divertimento, forse, se le esperienze sono poche si acquista una sicurezza. Non è facile abbandonarsi all’altro non conoscendo i propri limiti, con una safeword ci si abbandona tenendo sicuro il tasto stop.

 

Lo spiego meglio facendo un esempio. Fingiamo di parlare di un’esperienza erotica in cui si vuole sperimentare dolore fisico. L’espressione dolore fisico non indica una cosa e niente altro, indica diversi livelli di una sensazione particolare (sì, sfioriamo il complicato ma quella sensazione che si vuole provare è il male). Io per prima non saprei qual è il mio limite massimo, non saprei se voglio arrivare a piangere e strillare o se mi voglio fermare prima, a un morso scherzoso.

Ed è qui che entra in gioco la safeword. Sapendo che se dico pocket-coffee posso ottenere che tutto si fermi mi spingo un po’ oltre.

 

Inoltre se si ha una concezione come la mia di relazioni che oscilla tra “tutto è finzione” a “molto è finzione” a “qualcosa fingiamo sempre”, la safeword assicura che lo si dica quasi esplicitamente. L’unica parola reale diventa infatti quella che abbiamo scelto come “parola di salvezza”. Glucosio per esempio. Tutto il resto non significa nulla. Persino “puttana” (che sempre secondo il mio “mi piace” è la cosa meno bella che si possa dire, anche se sei eccitato e non ragioni), se hai istituito una safeword, non vale più molto. O meglio vale ma in un contesto che rimane esclusivamente quello.

Non so se mi spiego.

E’ come se tutto cambiasse di livello. Se “glucosio” o “pocket-coffee” sono il livello “realtà” tutto il resto, tutto quello che si dice, sta sotto. “Puttana” (scusate) ha lo stesso valore di “non voglio”.

 

Le “parole di salvezza” hanno quindi una caratteristica che secondo me le rende ancora più importanti: garantiscono il gioco.

Già, perché i rapporti erotici, almeno secondo la mia limitata esperienza (ma quando ero giovane avevo tanta fantasia), sono fatti (devono essere fatti) da no che significano sì, da “fermo”, che significa “non smettere”. E questi comportamenti, purtroppo banalizzati dalla letteratura di un certo tipo (leggi mondezza), dalla tv, dai film eccetera, sott’intendono tutto un meccanismo di gentile violenza (nella concezione più positiva che riuscite a dare al termine) che a me personalmente non smette mai di piacere.

 

Se ad uno piacesse essere soffocato (attualmente non è questo il caso, ma non escludo un futuro a sacchetti di plastica) il dire “basta”, “non respiro” o altro potrebbe far parte del gioco. Con una safewrod non rischi di morirci soffocato nel gioco, ecco.

 

Poi ci sono uomini che amano avere rapporti con ragazze dal seno enorme e si lasciano quasi soffocare da queste, ma si chiama essere deficienti ed è un’altra storia (la mia solita invidia da terza, quarta, quinta ecc, lo so).

 

Sempre secondo la mia limitata esperienza questo discorso sulla sessualità, forse su una sessualità poco condivisa, è difficile da spiegare a chi non lo comprendere spontaneamente. Io non l’ho propriamente imparato leggendo una qualche cosa o facendo determinati cammini, diciamo che mi è spontaneamente molto chiaro. E questo prima (a undici, dodici anni –oddio, lo posso dire?) mi preoccupava mentre oggi mi incuriosisce molto, come meccanismo mentale.

 

Quello che ancora oggi mi preoccupa è l’influenza che tutto questo ha e deve avere in una relazione, diciamo seria. Perché io di certo non mi invaghisco (boh, scegliete un termine appropriato voi) di una persona solo se mi ho presa a schiaffi (questo sì che richiederebbe il ricovero immediato) ma per tutti altri fattori. E il fatto che la persona di cui mi sono invaghita (?) per altri fattori comprenda o meno la sottigliezza di questi meccanismi di piacere (in continua evoluzione ovviamente) ha di certo un grado di importanza in una relazione. Sono esplicita, non che non si possa arrivare all’orgasmo per altre vie, solo che il punto non è l’orgasmo, il punto è tutto il mondo che c’è dietro.

Rimane da stabilire il grado di quella importanza.

15 febbraio 2011
568 Veleno

All'alba dei miei ventidue anni (anche se alba non è) sono arrivata a una considerazione su me stessa: sono diventata una vecchietta cattiva che brontola e si lamenta del governo, del tempo e della sanità.

 

No perché del tempo mi lamento costantemente (non in questi giorni perfetti ma a dire il vero mi lamento spesso), del governo non mi lamento ma mi dolgo e della sanità non mi lamento ma solo perché mi tengo a debita distanza.

 

Però certe volte la incontro, la sanità, e allora ecco, succede che ci odiamo profondamente.

 

Ho intenzione di straparlare delle infermiere.

Vabbe' non di tutte, di quelle che non sanno cosa significa l'umanità, di quelle che si divertono a giocare a dio per quel minimo di potere che hanno, di quelle che non capiscono un accidenti di niente. Non di tutte, solo delle classiche infermiere antipatiche, perché in qualsiasi reparto una la trovi.

Io ne ho trovate, oggi, parecchie, ma sì sa, io sono stronza e prevenuta.

 

Ora non venitemi a dire che fanno il loro lavoro, che devono essere rigide per la salvaguardia delle regole civili e dei malati perché questa solfa ha stancato anche i muri. Un conto è essere serie, rigide conservando umanità (o la logica di come si dovrebbe agire. Bisognerebbe ricordarsi, se non c’è umanità, che non si fa un lavoro come vendere pesci, con ogni rispetto, si fa un lavoro che ha a che fare con le persone, con i loro corpi, con i loro bisogni, con le loro debolezze) un conto è essere acide e divertirsi a fare il dio limitato.

 

Stamattina la msdc (mezza specie di cugina) doveva recarsi in ospedale per il cesareo programmato. Per farvela proprio brevissima siamo arrivati alle 9 e fino alle 14 non le hanno dato nemmeno un letto. Pareva uno di quei film il cui la protagonista con 7 figli per mano cerca un posto in cui partorire l'ultimo. Uno di quei film ambientati a Napoli.

 

Poi la portano in sala operatoria.

Due e mezza circa.

La ragazza prima di lei è risalita e tutti i parenti sono entrati a vedere il bambino appena nato.

Funziona così al reparto, mi spiegano: la famiglia che aspettava può vedere il bambino (qualsiasi ora sia) e poi esce e aspetta l’orario di visita per vedere la madre.

 

Io e mia zia (madre della msdc) aspettiamo in corridoio mentre il marito della msdc è entrato in sala operatoria.

Aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo.

Poi un’infermiera gentilissima, l’eccezione del reparto, pare, si affaccia nel corridoio, ci dice che è nato e che possiamo, volendo, affacciarci a guardarlo.

Abbastanza felici io e mia zia entriamo nel reparto dirette al nido. Un’altra infermiera, la biondina che dice amore anche alle porte, ci ferma chiedendoci con il tono che immaginate dove crediamo di andare. Spieghiamo la situazione, spighiamo che ci ha chiamate l’altra infermiera e lei, perché se uno è stronzo non gli puoi dire che è stupidino (cit), perché è stronza ci ricaccia fuori dicendo che manca un’ora per l’orario di visite.

 

Ora, aspettare mezz’ora in più, mezz’ora in meno dopo nove mesi non è un grande sacrificio, per me almeno certamente. Ed io avrei capito se nel reparto avessero avuto questa regola (mi pare anche abbastanza giusto, per le degenti, non avere gente che passeggia ogni secondo) ma l’adozione di due modi differenti di agire, l’imposizione idiota e senza motivazione alcuna, il gusto di comando che ho percepito nell’infermiera, mi hanno leggermente inacidita.

Non ho detto nulla perché infondo la msdc deve restare qualche giorno lì e quindi litigare con chi poi le dovrà mettere le mani addosso (scusate la brutalità della cosa. Potevo dire “praticare le medicazioni”) non mi sembrava una buona idea. Questo anche se avrei voluto sottolinearle come, secondo me, il personale medico dovrebbe essere costituito da persone psicologicamente stabili e non da deviati con l’ossessione del potere e il fallimento programmato.

 

Ma questa è solo una parte della mia incazzatura di oggi.

 

Quindi ho aspettato fino all’orario di entrata, poi sono entrata: ho dato uno sguardo al bambino dal vetro e sono andata dalla msdc.

Lei stava bene. Abbiamo parlato, poi sono venuti parenti, amici, fiori, palloncini. Tutto a posto, tutto tranquillo tanto che ero pronta a perdonare tutto il reparto per i loro modi della mattina.

Siamo rimasti sereni aspettando che il bimbo fosse portato in camera dalla madre, come consuetudine. Avevano detto alle 18 ma niente. Alle 19 ancora niente. Ma noi, tutti noi, pensavamo ci fossero tante nascite e ci volesse tempo per controllarli. Ripeto eravamo sereni che al massimo l’avremmo visto il giorno dopo. Tanto sereni che alcuni di noi (eravamo tanti) sono tornati a casa. Io sono rimasta ancora un po’, sperando di vederlo e di parlare ancora un po’ con la msdc.

 

Alle 19 arriva la pediatra in camera dalla msdc.

Chiede alla msdc e suo marito se io e la nonna del ragazzino possiamo ascoltare o se non è meglio farci uscire. Lo dice come se dovesse comunicare chissà cosa. Ovviamente restiamo. La pediatra inizia con la voce della morte a raccontarci come il bambino non respiri (l’espressione “non respiri” da cos’altro deve essere seguita se non da preoccupazione generale?), ci sia un problema ai polmoni, acqua precisamente, colpa della nascita fatta prima ecc

Alle domande “ma è grave?” lei non risponde no e nemmeno sì, lasciandoti pensare il peggio del peggio e dicendo solo che nell’incubatrice ossigenato i parametri sono perfetti.

 

Forse noi non me ce ne intendiamo, anzi sicuramente, ma ci siamo preoccupati sul serio tutti. Dai modi della pediatra, dall’evasività delle risposte, non so.

Fatto sta che msdc non può vedere il bambino (essendo allettata) ed è visibilmente (e ovviamente) preoccupata. Il marito della msdc esce dalla stanza e va a carpire altre informazioni attraverso il vetro. Io, inutile massima, mi offro di fare la spola un pochino tra il vetro e la msdc per aggiornarla di quello che i medici dicono.

La cosa si alleggerisce ben presto.

Il bambino deve stare nell’incubatrice con una flebo attaccata sulla pancia ma pare (ha detto un altro medico) sia una cosa comune, superabile in due o tre giorni. Ovviamente più notizie riesco a portare alla msdc più lei, per quanto possibile, si rasserena.

 

Questo dura fino alle 20 circa, orario di uscita.

Per uscire io uscirei solo che il marito della msdc è dentro dal bambino e lei è ovviamente preoccupata, quindi io penso, nella mia assoluta idiozia, che se spiego all’infermiera il problema lei mi dirà che posso tranquillamente rimanere (è tempo di 10 minuti, il marito della msdc sarebbe uscito di lì a poco dalla stanza con i bambini) o che, al massimo, io posso aspettare fuori (io capisco tutte le esigenze di un reparto, posso giurare) e si occuperà lei di buttare un occhio, di portarle qualche notizia o di far tornare il marito dalla msdc poi alla fine di tutto. Invece la stronza (suvvia, è stronza sul serio!) mi prende in giro, con un sorrisetto e un accento romano da vomito mi dice: “emmo ce servi tu!”. Io con assoluta gentilezza provo a ripeterle che io esco volentieri, solo che se le danno qualche notizia esco anche con tranquillità e lei mi risponde che tanto tutte sono agitate.

“No, pezza di oca, le altre donne hanno il figlio vicino, da tutto il giorno e fino alla sera, lei non si può alzare e solo un’ora fa le hanno detto con toni isterici che suo figlio non respira (perché solo quello registra la mente nonostante tutte le rassicurazioni possibili), non è agitata come le altre”. Non dico nulla, sorrido, saluto ed esco. Perché io sono educata ma molto di più sono fessa.

 

Lo so, voi crederete che ogni paziente creda di essere quello con più diritti e che le infermiere ci sono a posta per aiutare tutto il reparto e non solo il singolo. Ed io non potrei essere più d’accordo però bisogna sempre ricordarsi che trattare tutti allo stesso modo non equivale a dare a tutti le stesse possibilità o lo stesso, in questo caso, trattamento. E’ come se uno ricco pagasse le stesse tasse di uno povero. Io credo che sarebbe stato giusto per qualsiasi donna avere informazioni sul figlio dopo notizie del genere. Se avessero dato la notizia prima avremmo avuto più tempo per parlarne, capire, conoscere, ma così, lasciarla lì senza poterlo vedere e senza nessuno per raccontarti mi sembra veramente incivile, cattivo e anche di più idota.

 

Sono una vecchietta che si lamenta della sanità, okay. Però ho ancora l’età per flirtare con operai (sì, fanno anche i lavori attualmente) dalle mani forti che possano strozzare qualche brutto soggetto.

31 gennaio 2011
561 Sogni desti
Io ero nella sala d'aspetto di un medico. O almeno così pensavo.
Che poi non era propriamente una sala d'aspetto ortodossa visto che per arrivarci ero passata da sotto un mobile della mia cucina. Tra qualche rivista dimenticata e patate in sacchetti.
 
E le patate in sacchetti non fanno elegante la mobilia. Quando vai a comprare una cucina vedi qualche mela finta sui mobili lucenti, al massimo della pasta in contenitori stra-belli, ma non sacchi di patate nei ripiani bassi, quelli fanno ambiente contadino.
 
Comunque solo passando per quel ripiano, tra le patate, ero potuta arrivare nella sala d'aspetto del medico.
Non solo la sala d'aspetto era in una posizione scomoda, appunto difficile da raggiungere, ma somigliava enormemente al salone di mia zia. Enorme e con un tavolone di legno al centro. E i pazienti in attesa erano seduti intorno a quel tavolo.
 
Quindi arrivo e mi siedo anche io. Solo dopo un po' mi rendo conto che tra i pazienti c'è un ragazzo che conosco. Un po' spero che lui non riconosca me, più che altro per il tipo di medico che sto aspettando di vedere, però lo vedo guardarmi di tanto in tanto e sorridermi.
Forse mi ha riconosciuto ed è felice di vedermi?
 
Ma io me ne devo andare. 
Senza nessun motivo chiaro e soprattutto senza logicità visto che dei medici non ho visto nemmeno i camici. E, detto molto francamente, mi dispiace perché mi piaceva molto il modo in cui il ragazzo mi stava guardando.
 
Quindi mi alzo facendo cadere sette-ottomila cose (non mi chiedete cosa), io che tentavo di essere invisibile perché lui non mi parlasse (non ho capito nemmeno questo visto che in realtà sarebbe ovvio auspicarsi il contrario, vabbe'). E mentre io sorrido pensando "la solita figura di idiota è fatta" lui bisbiglia ad un amico (che io nemmeno vedo, ma so essere suo amico) "è proprio lei allora!".
Ah, pure. 
 
Io e l'amico del ragazzo, l'amico di quello che mi piaceva ma a cui non era il momento di pensare (come al solito), ci alziamo per andarcene. Un altro assurdo, cioè, io lascio lì l'uomo del sogno e me ne vado con un suo presunto amico.
 
Solo molto dopo capisco di conoscerlo anche io. E molto bene.
 
In breve lo accompagno a S. Paolo, dove rimarrà per un po' di giorni, pare.
Lo lascio e me ne torno a casa dai miei.
 
Il sogno continua, quasi coerente, ma cambia tutto; da strano, quasi magico e piacevole diventa un incubo.
 
A casa dei miei squilla il telefono, rispondiamo sia io che mia madre.
Io rispondo ed è il mio amico. Mia madre risponde ed è mio padre.
Parallelamente entrambi raccontano a me e mia madre la stessa realtà che vedono, che vivono.
 
Mio padre sta per morire.
Lo farà domani.
Lo sappiamo tutti e peggio lo sa anche lui.
Passerà la sua ultima notte nella casa di S. Paolo, con il mio amico.
Noi non possiamo andare da lui, vorremmo, ma non possiamo.
E il mio amico è un estraneo.
 
Sto rovinando anche i suoi ultimi momenti di vita. Come deve essere morire con un estraneo?
E' tutta colpa mia, perché io dovevo immaginare che sarebbe morto domani, dovevo saperlo, dovevo fare qualcosa prima.
Questo è tutto quello che penso.
 
Il mio amico mi racconta che mio padre parla, strilla, soffre. Io lo sento, con le orecchie dico, perché mio padre lo sta dicendo a mia madre.
E in più lo vedo, con gli occhi. Perchè è già accaduto.
Questo è l'apice del sogno, il mio sapere che è già successo tutto, che quella era la seconda possibilità e che io ho fatto un disastro, per la sedonda volta.
 
Più di ogni altra cosa vedo la sofferenza sulla fronte, sento i gemiti, sento le frasi sconnesse, sento un contare continuo i numeri dall'uno al cinque, vedo il suo togliersi la mascherina dell'ossigeno e tentare di spaccarla con le mani. Il reale si mischia all'onirico in una dimenzione tutta sua.
 
Mi sveglio strillando e cercando di piangere, ma senza riuscirci.
 
Fortunatamente era tardi e nessuno era in casa, altrimenti avrei dovuto spiegare troppe cose.
 
Credevo, non di aver dimenticato per carità, ma di aver preso coscienza del fatto che non esiste un senso nella vita e non esistendo un senso non c'è da meravigliarsi delle combinazioni possibili di eventi. Credevo di aver lasciato scivolare, come parte di vita, tanti dettagli, di averli fatti miei ma con una certa logica. Invece ultimamente faccio fatica anche a sentirlo nominare mio padre. Io me lo spiego tenendo presente che è iniziato tutto un anno fa in questo stesso periodo. Fino a marzo non ne eravamo consapevoli, ma avendoci ripensato poi, io identifico un giorno esatto dal quale "non si torna indietro". Lo definisco così perché mi sembra abbia un senso.
 
Non volevo scrivere questo post perché non riesco a non pensare a chi mi ha fatto notare che "scrivere su un blog di un dolore privato significa ostentarlo", ma non perché io consideri così la cosa, figuriamoci, ma perché poi ho inziato a pensare che anche altri potrebbero pensarlo e che se lo pensano altri allora potrebbe essere così o potrei finire a pensarlo così anche io e... (sapete quanto pensa una persona che ha la testa vuota? Non vado avanti), però francamente questo sogno, con le due arie che si respirano, con questo senso potente di colpa, con questa immagine di una fronte piena di sofferenza mi stava distruggendo da stamattina e scriverne è l'unico rimedio che conosco.
Anche se renderò più indigesto il vostro lunedì mattina.
 
Ecco casa succede a non vedere porno prima di andare a dormire, a quest'ora vi starei raccontando di luoghi affollati e bagni pubblici.
11 gennaio 2011
549 Titoli originali, fatevi avanti
Lo so che non appena pronuncerò quella parola qualcuno abbandonerà il blog, gli altri si strapperanno i capelli, voleranno insulti, stoviglie e schiaffi.
Però io lo devo fare perché ho pensato che considerando tutto quello di cui non posso scrivere (per un motivo o per un altro) potrei serenamente aprire almeno altri tre blog. Tutti con tanti argomenti. 
E di LadyMarica, ringraziate qualsiasi cosa atea si ringrazi, ce ne può essere solo una. E peggio, può essere solo qui.
 
Questa è la mia giustificazione a quello che verrà: a me le persone incuriosiscono molto. Le guardo per strada, sui blog, su facebook e quindi se capita anche in tv. E lo faccio più dettagliatamente possibile perché questo mi dà un certo vantaggio. Certo vantaggio che mi è difficile spiegare: so per esempio quasi sempre cosa aspettarmi, so impostare la mia reazione a seconda di quello che vuole la persona (in questo senso sono un po' pirandelliana ed è una tendenza naturale anche se parecchio "difetto") e quasi sempre so rispondere quello che la persona vuole sentirsi dire, nei casi in cui non voglio o non ritengo importante esprimere veramente la mia opinione.
Prima non sarebbe mai successo, ora, con l'età, inizio a farlo sempre più spesso.
E' essere leggermente più selettivi perché francamente non tutti meritano di essere criticati o di sentire la mia vera opinione.
 
Dico mia perché parlo di me ma vale lo stesso discorso con le altre opinioni.
 
Quindi, fatta la premessa posso, con una percentuale spero ridotta di "questa è cretina", parlarvi delle mie opinioni sul Grande Fratello, che è certamente uno spettacolo orrendo, diseducativo e raccapricciante ma è anche (che sia un sinonimo) molto umano.
 
E' come, dal mio punto di vista un po' filosofico un po' strano, come se i concorrenti fossero in un "acceleratore di vita". La noia in quella casa con tutti i lussi è all'estremo. Perché magari la prima settimana sei esaltato, la seconda anche, la terza ti scateni ma dopo la decima inizi a sentire il peso del nulla che aleggia.
E niente è più accellerante della noia.
 
Così nascono amori, tradimenti, tragedie, liti.
 
Racconti di come è morta tua nonna, sbranata dal marito, anche il sencondo giorno, e al terzo chiedi di sposarti.
Augurati di uscire al quarto se non vuoi veramente che arrivi un prete.
E le uscite sono ovviamente le morti, anche queste accelerate.
Piangono per la morte (uscita) di un concorrente per poi ridere un'ora dopo. E non è incoerenza (e l'incoerenza non è sempre il male) è la natura umana accelerata.
 
Ma quest'anno lo squallido si è moltiplicato forse più dei famosi pani e pesci.
 
A parte le parolacce e le bestemmie (ed io li butterei fuori oltre che per le bestemmie, tra ateismo e civiltà c'è differenza, anche se un concorrente superasse le 10 parolacce) una coppia è persino arrivata a lasciarsi perché lei non voleva fare sesso con lui. Cioè, lui, che si dice innamorato, l'ha lasciata perché lei, ripetiamo, non voleva far sesso con lui, nella casa del grande fratello, sotto un divano arrangiato con tende, come due animaletti. E l'ha lasciata spiegandolo dettagliatamente e in diretta tv.
Tanti saluti a casa!
 
Ma lei è almeno 20 volte più condannabile di lui: stava lì, a piangere come una 13enne lasciata. Io gli avrei spiegato che con la mia parte della settimana poteva comprarsi una bambola gonfiabile: quella sì che gli avrebbe lasciato fare quello che lui voleva davanti a tutte le telecamere del mondo. Ma io non so quanto potrebbe costare una bambola gonfiabile e con ogni probabilità sarei finita a morire di fame per settimane e settimane.
 
Il massimo dello scandalo, almeno in questa edizione, è stata però la concorrente presentata dai genitori al mondo come Ilaria, che in pieno giorno, telecamente sempre fisse, stava chiamando a gran voce "i due nella tenda del sesso" perché aveva una gran fretta di accedervi col fidanzato che solo 3 giorni prima la tradiva con un'altra.
 
Due escono dalla tenda, due entrano e gli altri aspettano il loro turno.
 
Io sono per la libertà sessuale, per l'abolizione dei tabù e delle ristrettezze mentali ma non smetto di pensare che si chiami intimità per un motivo.
Non farei del sesso nemmeno con un marito consacrato da dio e gli uomini se ospito qualcuno sul divano per esempio, per il rispetto al tipo e perché penso che ci sono momenti e non momenti.
 
Ma il motivo vero di questa riservatezza quale sarà? Retaggio cattolico o urli fino al sesto piano?
Scherzo, scherzo.
 
E ho concluso.
Ma non voglio si pensi di me che guardo solo tv trash. No, stasera, potrei giurare, mi vedo Amici.
3 gennaio 2011
546 Salvatrice
Parte tutto dal maledetto giorno in cui sono nata.
Già, perché passare tutta la notte (quel che rimane!) a cercare i "perché" di simili accadimenti mi sembra fuori luogo.
 
Il fatto che mia madre sapesse complicava le cose.
Ma avevamo capito sarebbe successo e avevamo accettato le clausole tacite.
Lui dormiva al civico X, della via X.
Ed io non potevo dormire nella stessa via anche se questo avrebbe reso più facili le cose a tutti.
 
Ora, lasciando perdere le narrazioni alla Zola, lui, il lui di questa storia,  la prima del 2011, è un amico che ospito per qualche giorno.
Il fatto è che sarebbe normale, visto che lo accompagno a casa e alle volte anche tardi che mi fermassi, anche io, a dormire nella casa in cui l'ospitiamo senza rifarmi 30 km in più per le volontà di mia madre.
 
Ed ecco che ritorniamo al problema della nascita: ma proprio in una famiglia di semi-cattolici non praticanti dovevo nascere?
 
E il sesso non c'entra niente.
Perché io potrei e non potrei farcelo. Indistintamente.
Anche a giorni alterni, anche nello stesso giorno, anche alternativamente, anche esclusivamente.
Non potrei farlo e non farlo contemporaneamente, ma quella è una questione di fisica non di mia volontà.
 
Nel vocabolario straccio-cattolico il termine amici non esiste.
Quindi, il punto è che non posso dormire nella stessa casa (e io odio dormire con qualcun'altro quindi dormirei, addirittura, posso assicuravelo, in un'altra stanza!) del mio amico, anche se è tardi o anche se sto per morire. 
 
Cara mamma,
quello che vorrei dirti è che per fare sesso con una persona non serve dormirci insieme.
Notizia che ti sconvolgerà: potrei farci sesso sul tavolino e in pieno giorno e senza spogliarmi completamente.
E, tanto per la cronaca, smettila di proteggere una verginità che quasi-quasi non c'è mai stata!
 
Se vado avanti nella narrazione capirete perché sono tanto nera.
 
Ieri sera abbiamo, io e il mio amico ,cenato insieme, lì, nella casa in cui non posso dormire.
Meglio, lui ha cenato ed io sono rimasta a fargli un po' di compagnia visto che non avevo fame.
Siamo rimasti a parlare (parlare mamma!) a lungo e non mi sono resa conto che era tardi.In realtà era presto, ma avevo detto a mia madre che sarei tornata molto prima proprio per non crearle strane turbe psitiche visto che nel vocabolario straccio-cattolico non esiste nemmeno l'espressione chiacchiere tra amici.
Quindi, vista l'ora,s ono uscita di fretta, quasi correndo, senza aver dato un'occhiata in giro.
 
Ed io, se mi prende, sono ansiosa da morire.
Per non farmela prendere devo essere stata almeno norlmalmente attenta.
 
Esempio dimostrativo: quando mi faccio la piastra per capelli poi devo metterla, una volta staccata dal bagno, in salone per essere certa di non potermela dimenticare accesa: posso scordarmi se ho staccato o no la spina ma non mi scordo se ho trascinato o meno una piastra per il corridoio.
 
Dovevo solo dare un'occhiata al gas e tutto sarebbe andato bene.
 
E invece non l'ho fatto.
 
Sono tornata a casa, a casa mia, quella in cui devo dormire per legge cattolica e sono andata su internet, serenamente. Poi ho spento tutto pensando che avrei finalmente dormito bene, ma non avevo ancora fatto i conti con la tragedia che stava per succedermi addosso.
 
Ho iniziato a sentire una voce dirmi: "Marica, ma l'hai staccato il gas".
No, che non l'avevo staccato, era ovvio.
 
"Marica, ma il fornello lo avrai spento bene?"
E il nessun ricordo si faceva beffe di me.
 
"Marica, lui avrà visto il gas aperto?"
Aveva parecchio sonno!
 
"Marica, se muore per colpa tua? Non lo vedrai mai più ridere, piangerai sulla sua tomba, ecc"
E' l'esasperazione dell'ansia, un classico.
 
Non riporto tutto perché è durata, questa tortura mentale, almeno mezz'ora.
Poi mi sono decisa: mi sono vestita e sono andata a comunicare a mia madre che sarei tornata indietro (altri 30 km) per controllare il gas. Mi madre, intuite, non è stata felice. Il vocabolario straccio-cattolico non spiega nemmeno bene che portare la macchina di notte non più difficile che farlo di giorno: c'è solo meno luce.
 
Comunque, tanto per confessarvi quanto sono idiota, ero arrivata anche ad un pianto isterico dirotto.
 
Quindi mi sono fatta il grande raccordo anulare a 160 km/h mettendo diligentemente le frecce per ogni piccolo spostamente finché non sono arrivata all'eur. Perché io corro ma non mi dimenticherei mai una freccia. Quasi arrivata a destinazione ho trovato la strada sbarrata causa incidente. Non vi nascondo che il pianto disperato è diventato principio di infarto:  perché col buoio, in macchina, da sola, senza cellulare (dimenticato!) l'ansia era cresciuta fino ai livelli massimi slash esplosione.
 
Il traffico si è sbloccato dopo 15 minuti e sono arrivata. Ho parcheggiato in doppia fila, ho preso l'ascensore, ho fatto in tempo a vedere che ero veramente un mostro (mancava il tempo per il fondotinta!) e ho citofonato.
Nulla.
Ho citofonato ancora, ancora, ancora disperata e finalmente una voce dall'oltretomba mi ha risposto. Io gli ho detto semplicemente "scusa, gas" e sono andata a spegnere tutto. 
E seguito un altro po' di pianto a dirotto, come fosse realmente morto qualcuno, pianto assolutamente immotivato e un bicchiere d'acqua.
 
Lui mi ha detto: "pensavo che ti fossi dimenticata una crema per i capelli". Cioè, alle due di notte. In una parola do l'idea di una che si preoccupa solo dei suoi capelli!
 
Il bello, veramente bello, è che poi sono dovuta tornare a casa perché mia madre non ha certo detto "vabbe', rimani a dormire visto che poi ci devi tornare domani mattina", no, i mezzi cattolici non rischiano la morale per una vita!
Per un po' di cattolicesimo, mia madre che pensa che chiunque guidi di notte potrebbe morire malissimo, mi avrebbe rischiata serenamente.
Sembrava un telefilm tipo "a spasso con un cattolico".
 
Sono tornata a casa stremata e con una convinzione chiarissima circa la conclusione di questo post: non vi fate strane idee con l'amore e gli innamoramenti questa si chiama sindrome pre-mestruale.
27 dicembre 2010
543 Unica portata: l'antipasto della vacanza

I soldi che non ti spendi in crociera (perché per andare in crociera non ci vuole chissà che cifra ma per restarci sulla crociera ci vuole un miliardario da sposare) tra casinò, bar, bevande (non incluse -o anche tutte), bingo, cinema 4D e tutto il resto finisci col mangiarteli.

Perché mangiare è l’unica cosa gratis e che puoi fare sempre.

 

Non te lo puoi spendere lo stipendio di tre mesi in una slot machine, e allora, che puoi farci, ti mangi una pizzetta.

 

Anche il sesso che non fai, se condividi una cabina con due persone, finisci col mangiartelo. Non puoi fare sesso con te stessa (difficile –non ho certo detto impossibile eh!- eccitarsi a comando ovvero quando gli altri e due per pura fortuna non ci sono –anche se se fossi stata un po’ più giovane avrei distrutto il problema veramente con la fantasia), con elementi presi per caso dall’equipe (manca sempre il luogo adatto) e non puoi farlo con i due con cui condividi la cabina perché si chiamerebbe incesto.

E sarebbe persino repellente.

 

E quindi dove lo canalizzi tutto questo sesso non fatto?

Mangiamoci un’altra pizzetta, va’.

 

E ti mangi anche internet.

Dopo due lunghi giorni di astinenza e altri che si prospettano.

Ti sei ostinata con te stessa e non pagherai quei 0.50 centesimi al minuto, 10 euro l’ora e 26 euro tre ore.

Astenersi da internet non fa bene come astenersi dal fumo o dall’alcol (alla salute) o come astenersi dal sesso (per la moralità), ma astenersi da internet fa bene all’autostima.

 

Riesco a resistere senza internet, mica sono una scema super-dipendente.

Mangiamoci una pizzetta, tanto per ribadire il concetto.

Ma è proprio l’ultima.

Fosse altro perché tra un’astinenza, un non poter fare, un non dover fare e tre pizzette è mezzanotte.

(per fortuna ho camminato, corso, fatto scale anche per l'anno prossimo. E ancora più fortunatamente io soffro parecchio il mal di mare!)

29 novembre 2010
528 Viola di mare

"Estrema verità, eterna mia incertezza"

Mascula, la viola, come la Sicilia.

Isola dura.

Dura di dialetto, di tradizione, di storia.

Piena di tette, di falli, di comandamenti.

E di religione.

 

Mi dà sempre l’impressione che si pensi che tutta quella religione possa veramente livellare le increspature.

Del mare come della terra ostile.

 

Una religione con poco dio e molti obblighi.

Una religione che si mischia all’onore, all’odore, al sangue, ai favori fatti e a quelli da rendere.

 

Da un divieto si passa continuamente ad un altro e trasgredire non è più rivolta, è tradizione.

Altra tradizione sulla tradizione, perché se non c’è uno scandalo forse non si finirà in paradiso.

 

Come si fa ad essere buoni se lo sono tutti?

Esiste il paradiso perché si contrappone all’inferno.

I buoni dovrebbero ringraziare i cattivi perché senza di questi non avrebbero premi di bontà.

 

E così, proprio per tradizione, quelle gonne che dovrebbero rimanere giù, volendo per tutta la vita, si alzano e anche troppo facilmente.

Basta si muova un poco il vento.

 

E’ paradossale.

In nessuna società libera si assiste a uno svolazzamento di gonne come quello che avviene, invece, in quelle società in cui le vergini sono foderate di obblighi e chiuse di lucchetti.

E non solo perché nelle società libere le donne si mettono i pantaloni.

 

Poi certo vanno riabbassate, le gonne, ma non sempre si fa in tempo.

Certe volte ti sparano prima.

E sai come è sconveniente farsi trovare così alla morte?

 

Più che altro perché non ti sei nemmeno goduta lo scandalo.

Non mi dire che traevi piacere dal sesso e non dallo scandalo.

 

E allora il prete giace con la monaca.

Che non è monaca, ma è consacrata.

Non è vergine, quello è sicuro.

E nasconde nell’armadio un segreto.

Un figlio, ucciso, mai avuto.

 

Sono quelle storie cariche di Sicilia di cui proprio nessun film sulla Sicilia può fare a meno.

 

Così la monaca giace col cognato, che fa tanto il diavolo con la figlia.

 

E lei è la viola.

E’ mascula, nello stesso significato della Sicilia.

Con il seno e tanta durezza nei calzoni.

 

Suo padre, ha deciso, alla fine, di farla maschio.

Sì, è stata una sua decisione, ne dubitavate?

Lu è tanto potente che può, parimenti a Dio, decidere della natura delle persone.

Almeno finché il parroco gli deve un favore.

 

Certo, magari questo potente siciliano d.o.c. avrebbe evitato, ma la figlia, Angela, ama un’altra ragazza e lui non può permetterlo.

Il brav’uomo, le ha provate tutte, per aiutarla.

Perché i demoni, lo dirà la bibbia da qualche parte, con un po’ di botte possono scegliere di andare via.

 

Ma la viola di mare no, lei è la Sicilia, lei è una donna dura.

Troppo dura.

Un po’ di stagionamento sottoterra, nell’umidità potrebbe ammorbidirla.

E così il padre-padrone la condanna a giorni e giorni, chissà se mesi, di buia reclusione.

 

E allora io mi stupisco, mi stupisco sempre, di come articoletti di giornalisti, che giornalisti non dovrebbero essere, raccontino “del mondo mussulmano e dell’incitamento alla violenza sulle donne da parte del Corano".

Perché ci si scorda che anche per una certa tradizione cattolica (quella più antica) la figlia deve ubbidire al padre. E se non lo fa merita gli si spezzi la schiena. Merita di morire. E morire con dolore.

 

Finito il padre si passa al marito.

E ricomicia la tarantella.

 

Certo, magari il prete di turno direbbe che le percosse devono limitarsi, che sarebbe meglio non colpire il volto e le parti visibili. Esattamente quello che si dice in una parte del Corano. E non per questo la religione islamica è incivile e i cattolici lo sono di meno. Lo sono nella stessa misura, quando vengono "rispettati" simili insegnamenti. 

 

Fortunatamente, nel film, la viola ha una madre.

Debole e tradita, devota e cornuta, ma che alla fine un po’ di coraggio ce l’ha.

Coraggio e fantasia.

Infatti suggerisce, per dar una spinta alla natura nel verso “giusto”, che la viola diventi maschio.

Dobbiamo dirla meglio: che la viola si finga maschio.

 

E così capelli corti-corti, pantaloni, una stretta fascia a nascondere il seno e un bicchiere di vino in mano.

 

Ma il seno, come i pantaloni, sono solo simboli ed hanno significato solo per coloro che glielo danno.

E infatti è proprio quando si traveste da maschio che Angela, la viola, appare ancora più femmina.

 

E poi, c’è la Nannini.

Forse si fa fatica a riconoscere la canzone (una delle più nuove e una delle più belle, secondo me) senza parole ma niente credo poteva essere più indovinato.

Sarà perché la Nannini è mascula, forse, sarà perché la storia, che è persino un po’ vera, sembra un “sogno”.

 

Secondo me il film è molto bello.

Ha l’unica pecca di essere italiano (i film italiani non mi convincono mai troppo, non so perché) e abbastanza duro (ma io non sono quasi mai mascula e quindi lo posso dire).

 

Non scendo in altri particolari anche se vorrei.

Perché non posso rovinarvi un finale che ha con sé la forza.

 

15 novembre 2010
522 Sapersi divertire

Fin da piccoli ci insegnano che ci sono giorni per lavorare e giorni per riposarsi.

Lo dice la bibbia, i padri pellegrini, qualche puntata dei simpson e i proverbi sfusi.

Quindi lo si tramanda oralmente da lungo tempo, tanto quanto altre infallibili verità: buttare il pane è peccato mortale, visto che in tempo di guerra poveri bambini lo avrebbero mangiato con gioia; bisogna rifarsi il letto perché può venire qualcuno, proprio in camera tua e proprio un giorno che non ci sarai; i tuoi genitori ti hanno messo al mondo e hanno potere di toglierti dal suddetto (mi sembra sia argomento dei padri romani!); non si può mangiare e/o camminare scalzi in salotto (chissà poi per quale magico motivo!).

 

Quindi da adolescente ti risulterà chiaro, almeno se quelli che ti vivono intorno non sono così irresponsabili, che se non si diverti, adesso, “da giovane”, sarai piena/o di rimpienati, sensi di colpa e sostanzialmente avrai svolto una vita sprecata.

 

L’idea che di sabato sera, di venerdì e alle feste comandate ci si debba divertire a me ha sempre fatto salire l’ansia. Ricordo che ero adolescente e in tanti si sbattevano per dirmi che se non avessi frequentato le discoteche pomeridiane allora non lo avrei più fatto.

Mai. Mai più. Mai, mai, mai più. Mai nell’intera vita. Perdendo tutto.

 

Ogni venerdì sera era un incubo. Sudavo pensando costantemente a quanto mi dovessi divertire il giorno dopo. Ma quanto?

 

E dopo le discoteche pomeridiane fu la volta di “perdere” quelle serali (tipo Spazio900 –lo dico perché il nome, anche solo il nome, mi fa ridere). Se non fossi andata lì ad ubriacarmi, far sesso o ballare avrei certamente rischiato di fallire in tutto, ma proprio in tutto e sarei piombata nei già predetti (con le discoteche pomeridiane) vortici di sensi di colpa e rimpianti avendo perso tutta la mia vita.

 

Poi sono arrivata all’età adulta che si misura dal momento in cui devi divertirti anche a capodanno, in poi.

Oltre le solite minacce sul “perdere per sempre occasioni”, “sprecare vite”, “lasciarsi sfuggire il senso della vita” sono subentrati anche i detti come: “chi non ride il primo dell’anno non ride tutto l’anno”.

Così tra una lenticchia e l’altra uno si sforza di ridere e pensa che non si sta divertendo abbastanza, che deve divertirsi di più. E suda. Io che odio i fuochi d'artificio, il rumore delle miccette e persino le stelle filanti (o come si chiamano) ho sempre sudato di più, come ad agosto.

Se sei fortunato ti prende la febbre per l’ansia, sennò mangi altre lenticchie pensando che quindi sarai più fortunato, ricco e bello l'anno prossimo.

Cosa che, sveglia, non succederà comunque.

 

Nessuno si prende la briga di dirti mai che “tanto ad andare quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa”. Questo non vuol dire “tanto vale che ti siedi in poltrona” ma significa che puoi fare con calma le tue scelte, puoi provare e dire che non ti piace divertirti, non come dicono “loro”, e fare altre cose perché tanto nessuna scelta non implica anche una perdita, perché non divertirsi il sabato non ti fa perdere le occasioni della tua vita, ti fa essere altro rispetto a quelli che lo fanno, senza per forza migliori o peggiori.

 

Okay, o così, o sono una sfigata.

La seconda, lo so.

 

Tanto per completare il post (sul mio grado di essere umano triste) aggiungerò una piccola descrizione del mio sabato sera di questa settimana. Non spaventatevi, grazie.

 

Allora, la msdc ha iniziato a sostenere alle 16 di pomeriggio, di sabato, mentre facevamo programmi per una festa che daremo sabato prossimo (non bastasse il mio esame a farmi arricciare i capelli e a farmi perdere anche le ore della notte a pensare) che “dovevamo uscire”.

Io, lei, M1 e loro figlio (msdc è la mia mezza specie di cugina, M1 è suo marito, hanno un figlio e 24 anni di media –escludendo il figlio dalla media!).

Lei ci convince, ci prepariamo e saliamo in macchina verso le 19 (tre ore di convinzione!).

Pronti, bellissimi e splendenti verso al conquista del mondo (tze!).

Arriviamo fino a casa mia (non so cosa dovessi prendere -30km di distanza circa) e lei fa: “sentite, io ci avrei ripensato, perché non andiamo a prendere i panini al mc e torniamo qua?”

 

L’ho sfottuta tutta la sera su quanti prossimi sabato avrei passato a divertirmi al centro anziani - il punto-croce non deve essere tanto male!

L’ho sfottuta finché suo figlio non ha, in camera mia (non in camera mia, siamo seri, in una specie di stanza dove teniamo cose vecchie, diciamo stanzino, ma è grande, dico camera mia perché un tempo ci studiavo) trovato una scatola con delle barbie.

Allora lei ha iniziato a sfottere me (la media, inclusa me, è 23 anni, lo so!).

Io, che non ci sto a passare per una che gioca con le barbie (si possono dire tante cose di me, ma ho una dignità alla fin fine!), ho svuotato la scatola per mostrarle che sono giocattoli vecchi.

 

E’ finita che ci siamo messi tutti a giocare con le barbie mentre vedevamo "C’è posta per te".

Considerando che “C’è posta per te” è un programma per vecchi (con tutto il rispetto di chi se lo guarda) e le barbi un gioco per minori (e noi minorati!) direi che abbiamo rispettato la media degli anni.

 

Okay, o così o siamo tre sfigati.

Sempre la seconda, lo so.

 

Però devo dire che abbiamo una fantasia un po’ preoccupante, ma sconfinata.

Le fotografie e le descrizioni le ho, ovviamente, fatte io.

 

(è il matrimonio di questi individui -io ho fatto il vestito alla sposa -il bianco solo in chiesa!)
 
(invitati al matrimonio: mutilati della guerra, piratessa estinta e in alto, con in mano la testa di una sua vittama, pericolosa terrorista in rosa -il vestito della terroriste è sempre opera mia!)
 
(il marito stupra e uccide la moglie -si vede la mano maschile? Io gli avrei fatto prendere il the: questi uomini, che violenti! C'è da dire che sposare un tipo con un'arma da fuoco alla mano è un tantino irresponsabile!)
 
(foto del prete che ha celebrato il matrimonio. Riconoscete che è un prete per via del bambino che usa-ideata dalla msdc)
 
(barbie transessuale. Perché noi siamo contrari a giochi che devino la sessualità in esclusiva eterosessualità, demonizzando tutte le altre!)
12 novembre 2010
521 [filosofie alternative] Come sarà la fine del mondo
Quello che mi dicevo stamattina, circa alle 10, era: “non ci pensare nemmeno (di passare altro tempo a pensare “alle fate”) e studia”.

Quindi ho deciso di prendere in mano la penna.

E quella, che fa?

Si suicida, esplodendo.


Fuori una.
Decido, quindi, di abbandonare la scrittura e passare all’orale (e sì, avevo altre penne, però io credo al destino –no, mento).

Inizio, quindi, a ripetere qualche cosetta, a voce alta, ma non troppo.

Okay, forse troppo perché non sento aprirsi la porta (e richiudersi).

Arriva l’ingegnere.


Passo indietro.

Forse mi sono dimenticata di precisare che ero in ufficio, stamattina, ma non c’era nessuno.

Ero a “arriva l’ingegnere” (che in larga parte mi detesta, e ha ragione avendo letto la mia tesina al liceo dal titolo “amore e morte”. Quando ci ripenso mi detesto anche io. Come si può essere tanto stucchevoli?).

Comunque lui entra e mi trova lì a farneticare. Ora potrebbe aver intuito che stavo “studiando” ma io credo che pensi che sono anche diventata matta e che quando non ho altro da fare, mi faccio due chiacchiere da sola (mi sembra che fosse Seneca a dire che quando voleva farsi due risate si prestava a un bel dialogo interno).

 

Così ho mandato al diavolo carta e penna e ho deciso di fare una pausa-post (ma breve che devo parlare con Hume e con i suoi problemi!).

 

Ricomincio con le filosofie alternative, quelle che potete sentire o direttamente in una facoltà di filosofia o applicate allo studio della filosofia.

 

Oddio, oggi ne ho una soltanto, perché con l’avvicinarsi dell’esame (24 novembre. Che rimane 24 novembre sia se ve lo stavate chiedendo sia se non lo stavate facendo) più che ascoltare gli altri che parlano, studio (o provo a).

 

Ma veniamo all’esposizione della filosofia-alternativistica.

Bisogna partire dalla contestualizzazione.

Allora, io stavo cercando di spiegare al mio ascoltatore perché la finalità umana potrebbe riassumersi con una finalità biologica della riproduzione (come in tutti gli esseri viventi), lasciando alla soggettività propria dei singoli uomini le finalità più “umane”.


Lui mi lascia concludere e poi dice: “Marica, ma potremmo dire quindi che non rispettare i nostri scopi biologici sia ontologicamente una violazione?”

Io non credo di capire e dico un "mah" e lui, serio serio, propone di non perdere tempo e passare subito alla pratica della riproduzione.

 

Non è tanto la richiesta sessuale con fini filosofici a sconvolgermi, quello che proprio mi terrorizza è pensare ad un universo, ipotetico, con altre me.  

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE