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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
5 marzo 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.
13 ottobre 2012
Sognando a Praga

Pantaloni neri su pelle nera. Liscia pelle, probabilmente simil, di un divano che forse nemmeno il giorno in cui è stato comprato ha avuto un qualche piacevole effetto sul gusto, meno che mai su quello buono. Simil pelle nera, di un divano senza gusto, in una hall scolorita. La hall scolorita di un albergo mediamente discutibile. Simil pelle nera, di un divano senza gusto, di una hall scolorita di un albergo discutibile a Praga, una città meno interessante della tv italiana. Bè, quasi.

I miei pantaloni neri sul quel divano di simil pelle e poco gusto, scolorita hall e città disinteressante ci sono arrivati con un viaggio notturno su un aereo di buon prezzo. E viaggiare in economia è come tatuarsi “i love mamma” sull’avambraccio: una buona idea solo da prima di farlo. L’idea di tenere gli occhi aperti mi abbandona lentamente. Guardo e penso la simil hall, il divano scolorito e la pelle poco interessante e i pensieri si confondono fino a eclissarsi. Finisco chissà come in una piazza sconosciuta, seduta ad aspettare qualcosa. Vicino a me solo gente che conosco. Volti di persone che ritengo amici, miei o meno miei. Sento drammaticità nell’aria, il cielo grigio chiaro mi opprime tutto. Mio fratello è in piedi davanti a tutti noi ed ha qualcosa sulle mani, credo sia sangue. La faccia contratta non dal dolore ma dalla frustrazione, come cercasse di pulirsi le mani, senza riuscirci. Non è ferito, è solo sporco. Mi guarda. Si aspetta qualcosa da me?
Tutti intorno si mettono a ridere, ricordo la faccia del padre di una ragazza, uno che ci aveva detto di contare su di lui per Praga, ridere e far una battuta, che in sogno non esiste nemmeno. Una battuta che mi gela il sangue. Ride, ridono i miei amici, gli amici di mio fratello. Lui continua a guardami ma io non so che fare, non so come aiutarlo. Non posso aiutarlo. Il senso di colpa mi sveglia.

La pelle nera ritorna simil, il divano di cattivo gusto, la hall scolorita e la città poco interessante. Il senso di essere in colpa si è seduto nel posto vuoto vicino a me, lamentandosi, anche lui, del divano. Fa solo più freddo di prima. Ma è perché la notte è andata avanti.

La hall adesso è deserta. Non ci sono più i miei compagni di viaggio, usciti a godersi il freddo notturno della città senza interesse. Il senso di colpa vuole discutere del mio sogno. La prima versione che mi viene è abbastanza banale. Mi sento in colpa perché non mi diverto a far quello che fanno loro e lascio spesso mio fratello da solo. Non posso farci molto francamente, lui, la mia Emme fratello, si diverte, vuole stare dove sta, vuole fare quelle cose. Io no, non del tutto, non sempre, non ultimamente. Non posso far altrimenti anche perché se mi costringo a seguirli ovunque non riesco a costringermi anche a sorridere.  E peggioro le cose perché poi mi sento in colpa perché M. si preoccupa per me. Di me, meglio. Quindi, se non mi va, mi chiamo fuori. I miei sogni, sembra, non sono convintissimi della mia scelta.

La hall continua ad essere deserta e infondo ha ragione, sono le 6 di mattina. Rifletto ancora e mi viene in mente che ho dato un esame su Freud, mai piaciuto Freud. Lui sostiene che in ogni sogno c’è un desiderio, o una roba del genere, e che anche gli incubi siano in realtà desideri ma che il nostro ego non ci permetta di sognarli come tali e li trasformi quindi in incubi. Un ego ipocrita insomma. Sogna desideri fingendo che siano preoccupazione. Ma allora perché il senso di colpa non se ne va a far un giro per la città disinteressante?

Spremo la testa e mi chiedo come abbia fatto, qualche parte di me, a trasformare un desiderio nella scena, sopra descritta, di mio fratello con lo sguardo da aiutami. Penso sulla simil pelle nera. Poi mi viene in mente una chiave di lettura che non voglio accettare, nemmeno ora, a mesi di distanza. E se volessi che lui avesse bisogno di me? Se lo volessi così tanto da vederlo male quando, effettivamente, invece, sta bene? Se desiderassi più il suo bisogno di me dalla sua felicità?

Non riesco a tollerare il pensiero, lo zittisco subito.

Razionalmente, quello che credo io del genere umano è la cattiveria, l’egoismo naturali. L’ho sempre pensato. Si nasce, naturalmente, malvagi, razzisti, egoisti, dittatoriali e poi, con cultura e ragionamento, si dismettono questi istinti, o almeno si riducono, per lasciar posto a umanità, gentilezza, nei limiti del possibile bontà ed egoismo positivo (cerco il mio bene ma facendo il tuo bene). Ma questo è razionalmente, personalmente non riesco a tollerare che il mio sogno possa avere quel significato orribile, quel significato animalesco, quel desiderio così umano suggeritomi da Freud.

Inglobo il senso di colpa, ricacciandolo in qualche luogo che sognerò, abbandono la simil pelle nera, il divano privo di gusto, la hall scolorita, l’albergo disprezzabile e esco nella mattinata senza interesse praghese. Mi accendo una sigaretta mentre cerco i miei compagni di viaggio e un caffè.

Questo post l’avevo promesso tanto tempo fa, arriva oggi. Meglio tardi, se dura.
28 agosto 2012
Ritorni e procrastini
Mi stavo scrivendo sotto. Che detta così è parecchio brutta ma forse riesce a far capire l'urgenza. La prova è il post che ho tentato di scrivere dal tablet, o come diavolo si chiama quella roba, con sistema touch screen e dalla connessione wi-fi dell'albergo. E io non impazzisco con quei tasti piccoli per cercare lettere e accenti giusti nemmeno per scrivere messaggi, figuriamoci un post intero, modalità papiro infinito, dei miei.

Praga è stata faticosa, a tratti anche fastidiosa. Non voglio dare la colpa alla città, per carità, capisco di essere stata io a scegliere un momento poco opportuno. Ho prenotato quando non potevo sapere, sono partita lasciando troppe cose che non capisco e la pausa che credevo coatta ma funzionale si è rivelata invece solo un modo per complicare i miei percorsi mentali.

Comunque, siccome io sono per le cose giuste, un po’ di colpa la voglio dare anche alla città. Io non ero dello stato mentale adatto, e lo abbiamo detto, ma anche la città ha il grandissimo difetto, in primis, di non essere carta assorbente. Volete la mia personalissima visita di Praga riassunta in esclusiva per voi? La risposta non è influente. Sarò breve. Intanto sette giorni a Praga sono veramente troppi. Ne bastano circa due. A Praga ci sono due piazze principali e troppa gente: una la chiamano vecchia e una nuova. La differenza, francamente, io non l’ho capita. Queste due piazze sono collegate da una via infernale e impraticabile: greggi di turisti la rendono un percorso a ostacoli. Palazzoni, uno stile mediamente borghese ma palesemente ricostruito è più o meno il riassunto degli edifici. Di tanto in tanto spunta in ogni dove una torretta gotica alticcia, graziosa all’esterno ma vuota, nei casi migliori, all’interno. Il fiume e il paesaggio circostante sono invece degni di nota. L’aggettivo “carino” include anche il piacevole di attraversare uno dei ponti sul fiume, quello di carlo, direi, è il più famoso. Altrettanto piacevoli sono le passeggiate che si possono fare negli spazi verdi, lontani dalla città vera e propria. Sono piacevoli, sono carini ma certo non sono inimitabili. Persino il museo delle torture, che pure mi avevano detto incredibile, mi è sembrato piccino, banale e mal fatto. Salvo le vedute panoramiche, gli spazi aperti e il suggestivo cimitero ebraico dalla mediocrità che invece il resto di Praga sembra avermi suggerito.

Mi sento tanto guida turistica limitatamente capace così. Non so perché ma un riassunto di Praga mi sembrava doveroso. Ho sofferto io, facciamo soffrire tutto il blog. Ma scherzo, io scherzo sempre.

Sono atterrata da qualche ora e solo ora inizio a chiudere gli occhi tra una parola e l’altra e quindi ad avvertire quel senso vago di stanchezza che altrimenti non colgo. Ho un po’ di pensieri. Stavo pensando a quanto spesso ho sottovalutato, dando importanza al pensare, lo spazio del toccare. Meno spirito, meno idea, meno mente. Non so se sono d’accordo eh, diciamolo, è un appello spontaneo stasera, che arriva da qualche parte.

Bene così. Anzi, mica molto. Non è il post dell’anno direi, ma infondo serviva solo per dire del ritorno, annaffiare la lavanda del mio blog (che un tempo c’era almeno), aprire le finestre e insomma, dire che la lady è ancora in vita. Nella prossima puntata invece i sogni praghesi: orribili e meravigliosi film che non ho scelto di farmi a Praga (e se ve lo state chiedendo sì, questa è una tecnica per non farvi abbandonare questo luogo).

12 gennaio 2012
Sulla paura

Ho fatto un sogno a tratti bellissimo stanotte. Tanti baci, tanta tenerezza. Poi è finito che ci siamo sparati. Non io e il baciatore, quello mi avrebbe divertita.
C'erano tante persone, che non si sa come occupavano altre stanze di casa mia. Ed entrambe, persone e stanze, erano alternativamente sconosciute e conosciute. Io guardavo la scena da sopra l’armadio, nascosta, e ho visto entrare un uomo e sparare a tutti. Anche il baciatore è morto.
Ho visto tanto di quel sangue che forse ero finita in una parodia trash di uno splatter.
Era un sogno, niente paura.

Non sto studiando, nonostante gli esami siano vicini, niente di niente. Ma perché mi fa male tutto. Ottima cosa la compensazione.
Niente paura. Almeno non ancora.

Vorrei tagliarmi i capelli. Però li ho finiti già qualche tempo fa.
Ecco perché preferivo averli lunghi, sapevo sarebbe arrivato il giorno in cui prendere posizione, almeno con loro, sarebbe stato piacevole.
I capelli, si sa, ricrescono. Niente paura, li taglierò appena succederà.

Avevo un amico. O almeno secondo me lo era. Poi mi è venuto in mente, suggerita ammetterò, che forse non era esattamente amicizia quello che lo spingeva ad essere tanto presente e carino nei miei momenti di buio. Allora ho chiarito la mia posizione, velatamente, precisando che quello che mi interessa, sfortunatamente, non è, con sempre più chiare evidenze, interessato a me ma io, per il maledetto momento, non cerco altre vie. L’amico ha detto che, per carità, lui capiva benissimo ma d’altronde io e lui eravamo solo amici. Bene. Da quel momento è scomparso da oramai dieci giorni. Io ho tentato di cercarlo ma ovviamente non mi risponde né richiama.
Faccio fatica a mandarlo giù. Ancora una volta mi sbaglio sulle persone senza appelli.

Devo solo ricordarmi di non credere nemmeno alle più oneste intenzioni sul mercato. E sulla paura sto.

Ho paura di finire le sigarette.

Non riesco a guardarmi allo specchio nemmeno più di sfuggita. L’ammasso di spazzatura che ci ho visto l’ultima volta mi è bastato.
Il problema non è quello che vedo e nemmeno quello che c’è, il problema è quanto la cosa mi ossessioni.

Niente paura. Tranne che per il mio maledetto abbonamento in palestra: se non riesco ad affrontare lo specchio gentile di camera mia come posso pensare di combattere contro quelli pubblici della palestra?

Aspetto venerdì. L’unica cosa che va bene attualmente è un gruppo di ragazzi che ho conosciuto a capodanno e che frequento da quel tempo. Come è successo non l’ho capito ma mi sento tranquilla, socievole e infinitamente leggera quando sto con loro. Forse non è il mio posto, però intanto, è un posto. E, senza paura, ci sto.

Alessandro Borghese e le sue mani veloci sono un sogno erotico che mi devo appuntare: mi fa sesso, senza paragoni, persino con le mani immerse nel pesce.  Oggi ha inventato un salmone al wasabi (mai sentito prima) che mi ha portato all’orgasmo già alla seconda spennellata di salsa.

Un po’ di paura me la mette il pensare di desiderare di essere rigirata come una sardina nella farina dalle sue mani.
Scusate. Il porno voleva essere solo velato, non così esplicito.


Il disordine mi soffocherà nella notte. Niente paura, non tutto, quindi, è perduto.

10 giugno 2011
614 Ferite da sogno

Ecco le cose che uno dovrebbe mantenere private.
Tenete le mani in vista.
 

Avete presente le valigette da lavoro?
Quelle solitamente nere, serie, impersonali, oserei matematiche, che sembrano poter contenere qualitativamente tutto eccetto qualcosa di anche solo lontanamente erotico?

 

Ma forse mi sbaglio, magari tra pratiche, documenti, robe barbose simili qualche giornale di dubbia moralità ci finisce più spesso di quello che penso io.

 

Comunque è la valigetta che dovete raffigurarvi, una serissima valigetta da pc.

E poi la valigetta si apre.

Non per magia ovviamente ma per mano umana. E quella valigetta che per tante volte non ha minimamente destato il tuo, o meglio il mio, interesse diventa improvvisamente l’esplicazione di un bel proverbio: l’abito non fa il monaco.

 

Mi spiace citare i proverbi, so che è volgare.

 

La valigetta contiene delle corde nere e delle corde bianche.

Si era parlato di artiglieria pesante in effetti, ma non mi era venuto in mente.

 

Anzi, diciamo che in tempi meno recenti ci avevo pensato fino allo sfinimento.

Alle corde sì.

Non tanto alle corde in sé ma al fatto che tra le tante pratiche interessanti, sessualmente parlando, forse quella del lasciarsi legare da qualcuno è quella che meno vedo praticabile. E non che non mi incuriosisca, ma la vedo complicata.

 

Il motivo è semplice, semplice: bisogna fidarsi.

Per dare o ricevere schiaffi, tanto per fare esempi comprensibili a tutti, non bisogna fidarsi o almeno relativamente, male che va ci ripenserai un paio di volte a rifarlo.

 

Farsi legare è leggermente diverso. E non perché debba sempre finire alla Stephen King cioè con lui che muore dopo averti ammanettata al letto e tu che rimani lì per giorni finendo dilaniata dai cani affamati (non mi ricordo se finiva così ma i cani c’erano) ma perché potresti finire a citofonare alla vicina di casa in pose più o meno imbarazzanti.

 

Io preferisco i cani affamati al tuo possibile rimanere nuda e legata da qualche parte mentre lui si ruba la macchina dei tuoi nel vialetto. Danno, beffa e figura di scorie non meglio identificabili rendono preferibile una morte abbastanza svelta.

 

Lasciamo perdere: la storia che ha inizio in un giorno di questo anno solare, penso, non finisce con cani, vialetti o vicine.

 

Non ve lo so spiegare come è iniziata la cosa.

So dirvi che è iniziata dalla valigetta nera, da lui che tira fuori quello che io mai avrei pensato potesse tirar fuori da lì.

 

Quello che non so spiegarvi è perché l’ho lasciato fare nonostante la premessa di cui sopra, nonostante la mia poca inclinazione per le corde.

Non so dirvi le frasi che ci siamo scambiati prima che lui mi passasse la corda sulle braccia. Che sapevo di potermi fidare non ve lo dico perché io non mi posso fidare di nessuno, perché tutti hanno quel certo lato perché è la volta in cui ti fidi che va tutto male.

 

In quel momento era una cosa naturale, tutto qui.

Mi ha preso una mano tra le sue ed ha esclamato: “che brutto smalto!”.

Ma che carino!

 

So dirvi che quando immaginavo certe pratiche (che comunque avrei voluto provare eh!) pensavo a contesti molto diversi.

Nel caso di specie è stata quasi una lezione didascalica più che un vero atto di bondage. Io ero vestita (con i jeans intendo) e ci sono rimasta per almeno metà del tempo (ho detto relativamente amici). E poi credo, ma non sono certa, mancasse “l’aria”. A me veniva da ridere e lui era parecchio interessato alla procedura giusta del nodo. E poi quello che ha realmente un po’ ammazzato l’aria giusta è stato il suo passarmi la corda sulle spalle e dire: “se in futuro qualcuno provasse a passartela sul collo tu fermalo subito, mi raccomando!”

 

“Sì papà,  quando farò del sesso sadomaso con qualche cavernicolo me lo ricorderò.”

Non l’ho detto: ero pur sempre legata!

 

Quando ha finito di legarmi le mani dietro la schiena (non so se la legatura ha un nome) mi sono trovata in una, direi piacevole, sensazione. Impotenza e sicurezza avevano un giusto equilibrio. Non potevo muovere mani e braccia ma potevo camminare e quindi scappare qua e là. Soprattutto quando è iniziata la tortura: un debilitante solletico.

 

Alla corda nera delle mani si è aggiunta una corda bianca per le gambe poco dopo. Mi ha fatta sdraiare sul letto (che sembra l’incipit di un soft porno) e mi ha legato le gambe in qualche strano modo che non saprei riprodurre (fanno corsi di bondage mi dicono dall’alto). La cosa andava rendendosi più intensa ma sempre mi sembrava di aver un qualche controllo. Almeno finché poi, facendomi girare di spalle, lui ha legato la corda delle gambe, alzandole, alla corda che mi legava le braccia, in una posizione leggermente scomoda e non facilmente eludibile. Lui ha detto che sarei potuta rotolare giù dal letto con un po’ di impegno ma non ne sono certa. Non mi riuscivo a muovere e in più essendo di spalle avvertivo solo la sua presenza senza sapere bene cosa stesse facendo, pensando o anche solo guardando.

 

Insomma, io facevo l’arrosto vestito e legato sul letto e sentivo lui alle mie spalle forse ridersela, forse pensare a cosa fare di me.

 

Fermi tutti. Il punto eccitante è questo. Lo sottolineo a scopo comunicativo. Il fatto che lui potesse pensare (che poi lo abbia fatto o no è un altro discorso) a cosa fare di me. Io non avevo più quasi alcun potere (eccetto il “basta, fermati” reale ovviamente) e tutta la responsabilità era la sua.

Molto erotico, molto rilassante. So che non tutti saranno d’accordo.

 

Lui ha continuato con il solletico almeno un altro po’ visto che stavolta nemmeno potevo scappare. Ho smesso di ridere per la stranezza della situazione quando il solletico è cessato ed è stato sostituito da carezze e baci sulla guancia prima di ricominciare con le sadiche torture: stavolta niente solletico ma indumenti tolti qua e là tra le corde.

 

(dal sogno erotico passiamo a spettacolo di magia)

 

Non posso spiegarvi quanto i segni lasciati dalle corde sulla mia pelle fossero belli. E se ci fossero segni visibi ancora oggi sarebbero anche più belli. 

 

Quello che non ho il coraggio di ammettere è se quando mi sono svegliata sudata e confusa, ho più sperato che fosse successo veramente o più mi sono preoccupata per il mio pensare sempre e costantemente al sesso e a un certo sesso soprattutto.

31 gennaio 2011
561 Sogni desti
Io ero nella sala d'aspetto di un medico. O almeno così pensavo.
Che poi non era propriamente una sala d'aspetto ortodossa visto che per arrivarci ero passata da sotto un mobile della mia cucina. Tra qualche rivista dimenticata e patate in sacchetti.
 
E le patate in sacchetti non fanno elegante la mobilia. Quando vai a comprare una cucina vedi qualche mela finta sui mobili lucenti, al massimo della pasta in contenitori stra-belli, ma non sacchi di patate nei ripiani bassi, quelli fanno ambiente contadino.
 
Comunque solo passando per quel ripiano, tra le patate, ero potuta arrivare nella sala d'aspetto del medico.
Non solo la sala d'aspetto era in una posizione scomoda, appunto difficile da raggiungere, ma somigliava enormemente al salone di mia zia. Enorme e con un tavolone di legno al centro. E i pazienti in attesa erano seduti intorno a quel tavolo.
 
Quindi arrivo e mi siedo anche io. Solo dopo un po' mi rendo conto che tra i pazienti c'è un ragazzo che conosco. Un po' spero che lui non riconosca me, più che altro per il tipo di medico che sto aspettando di vedere, però lo vedo guardarmi di tanto in tanto e sorridermi.
Forse mi ha riconosciuto ed è felice di vedermi?
 
Ma io me ne devo andare. 
Senza nessun motivo chiaro e soprattutto senza logicità visto che dei medici non ho visto nemmeno i camici. E, detto molto francamente, mi dispiace perché mi piaceva molto il modo in cui il ragazzo mi stava guardando.
 
Quindi mi alzo facendo cadere sette-ottomila cose (non mi chiedete cosa), io che tentavo di essere invisibile perché lui non mi parlasse (non ho capito nemmeno questo visto che in realtà sarebbe ovvio auspicarsi il contrario, vabbe'). E mentre io sorrido pensando "la solita figura di idiota è fatta" lui bisbiglia ad un amico (che io nemmeno vedo, ma so essere suo amico) "è proprio lei allora!".
Ah, pure. 
 
Io e l'amico del ragazzo, l'amico di quello che mi piaceva ma a cui non era il momento di pensare (come al solito), ci alziamo per andarcene. Un altro assurdo, cioè, io lascio lì l'uomo del sogno e me ne vado con un suo presunto amico.
 
Solo molto dopo capisco di conoscerlo anche io. E molto bene.
 
In breve lo accompagno a S. Paolo, dove rimarrà per un po' di giorni, pare.
Lo lascio e me ne torno a casa dai miei.
 
Il sogno continua, quasi coerente, ma cambia tutto; da strano, quasi magico e piacevole diventa un incubo.
 
A casa dei miei squilla il telefono, rispondiamo sia io che mia madre.
Io rispondo ed è il mio amico. Mia madre risponde ed è mio padre.
Parallelamente entrambi raccontano a me e mia madre la stessa realtà che vedono, che vivono.
 
Mio padre sta per morire.
Lo farà domani.
Lo sappiamo tutti e peggio lo sa anche lui.
Passerà la sua ultima notte nella casa di S. Paolo, con il mio amico.
Noi non possiamo andare da lui, vorremmo, ma non possiamo.
E il mio amico è un estraneo.
 
Sto rovinando anche i suoi ultimi momenti di vita. Come deve essere morire con un estraneo?
E' tutta colpa mia, perché io dovevo immaginare che sarebbe morto domani, dovevo saperlo, dovevo fare qualcosa prima.
Questo è tutto quello che penso.
 
Il mio amico mi racconta che mio padre parla, strilla, soffre. Io lo sento, con le orecchie dico, perché mio padre lo sta dicendo a mia madre.
E in più lo vedo, con gli occhi. Perchè è già accaduto.
Questo è l'apice del sogno, il mio sapere che è già successo tutto, che quella era la seconda possibilità e che io ho fatto un disastro, per la sedonda volta.
 
Più di ogni altra cosa vedo la sofferenza sulla fronte, sento i gemiti, sento le frasi sconnesse, sento un contare continuo i numeri dall'uno al cinque, vedo il suo togliersi la mascherina dell'ossigeno e tentare di spaccarla con le mani. Il reale si mischia all'onirico in una dimenzione tutta sua.
 
Mi sveglio strillando e cercando di piangere, ma senza riuscirci.
 
Fortunatamente era tardi e nessuno era in casa, altrimenti avrei dovuto spiegare troppe cose.
 
Credevo, non di aver dimenticato per carità, ma di aver preso coscienza del fatto che non esiste un senso nella vita e non esistendo un senso non c'è da meravigliarsi delle combinazioni possibili di eventi. Credevo di aver lasciato scivolare, come parte di vita, tanti dettagli, di averli fatti miei ma con una certa logica. Invece ultimamente faccio fatica anche a sentirlo nominare mio padre. Io me lo spiego tenendo presente che è iniziato tutto un anno fa in questo stesso periodo. Fino a marzo non ne eravamo consapevoli, ma avendoci ripensato poi, io identifico un giorno esatto dal quale "non si torna indietro". Lo definisco così perché mi sembra abbia un senso.
 
Non volevo scrivere questo post perché non riesco a non pensare a chi mi ha fatto notare che "scrivere su un blog di un dolore privato significa ostentarlo", ma non perché io consideri così la cosa, figuriamoci, ma perché poi ho inziato a pensare che anche altri potrebbero pensarlo e che se lo pensano altri allora potrebbe essere così o potrei finire a pensarlo così anche io e... (sapete quanto pensa una persona che ha la testa vuota? Non vado avanti), però francamente questo sogno, con le due arie che si respirano, con questo senso potente di colpa, con questa immagine di una fronte piena di sofferenza mi stava distruggendo da stamattina e scriverne è l'unico rimedio che conosco.
Anche se renderò più indigesto il vostro lunedì mattina.
 
Ecco casa succede a non vedere porno prima di andare a dormire, a quest'ora vi starei raccontando di luoghi affollati e bagni pubblici.
27 settembre 2010
493 Invidia del complesso di Edipo

Sono talmente stanca, assonnata, infreddolita e affamata che stento a pensare di poter realmente scrivere un post. Quasi mi ricordo una figura biblica, pregate me.

Scusate, divagazioni inizio post.

Giusto il tempo di scaldarmi le dita senza asinello, bue o altri animali non identificati direttamente trascinati dalla mia mente vagante sul parquet di camera mia.

 

Il mio analista è un freudiano.

Non lo sospettavo e fino ad oggi non lo credevo. Però, poco fa, ho avuto il piacere di sentirlo in un’ interpretazione di un sogno che merita certamente di essere raccontata.

 

Che c’entri l’invidia del pene lo intuite da soli.

 

Partiamo dal sogno.

Stavolta, oltre ad essere strano è anche epico e leggermente greco.

Mi trovavo su una barca, di quelle antiche, in legno. Mare e cielo tutto grigio, poi azzurro, poi grigio. Con me, sulla barca (o nave?) ci sono tante persone, almeno una ventina. Abbiamo un grandissimo problema: dobbiamo non sentire una cosa.

 

Che cosa?

Non lo so e non è che mi è più chiaro se mi si continua a dire “pensaci”.

 

Mi viene l’idea geniale.

Il sogno è mio, ovvio che l’idea geniale venga a me.

E’ geniale, ma solo in sogno.

Penso che per non sentire dovremmo trovare le sirene, quelle di Ulisse.

 

Io la storia, di Ulisse, me la ricordo, solo che l’analista mi ha confuso e l’ho raccontata male.

Ulisse e la sua ciurma non devono ascoltare il canto delle sirene. Se lo facessero verrebbero incantati e portati alla morte. Ulisse mette della cera nelle orecchie dei marinai e si fa preventivamente legare per ascoltare il canto comunque.

Tutto questo l’ho raccontato per precisione.

Diciamo solo, in più, che le sirene sono il motivo, il deterrente che spinge i marinai a non sentire. E così nel sogno io penso che se vogliamo non sentire ci servono assolutamente le sirene. Non so se capite il sottilissimo senso logico. C’è, ma è sottile.

Non so perché non mi basta come deterrente il non dover sentire e basta, questo proprio non lo so.

 

Quindi scendiamo a terra per cercare le benedette sirene.

Io e altri due uomini. O meglio un uomo e una donna. O meglio una donna, della quale ho stranamente fiducia e un uomo tentacolare simile a un pesce piovra. Di lui non mi fido. E vorrei ben vedere, viste le caratteristiche fisiche. Stiamo sul punto di entrare in una grotta, di inquitante forma concava, quando io ne intravedo la struttura. Lunga caverna fatta a insenature e, in ogni insenatura, c’è qualcosa. Io, da dove mi trovo, vedo solo il primo qualcosa. Una donna e un bambino, non in carne ed ossa ma riflessi anzi, proiettati. Ricordo il forte colore azzurro scintillante ma non le fattezze dei due.

Mi sveglio, con l’ansia di star per entrare. E stanca.

 

L’interpretazione che gli do io? Io penso di avere una fantasia smisurata, e questa è cosa buona e giusta. Penso che probabilmente cerco pretesti per fare (o non fare) cose che dovrei (non dovrei) fare. Per esempio non ascoltare. Per non ascoltare basterebbe non ascoltare. Invece io per posticipare il non ascolto (che dipenderebbe solo dalla mia volontà) mi invento una caccia alle sirene con una motivazione che definire forzata mi sembra sciocco. E’ la mia volontà a farla da padrone. C’è sempre una cosa che cerco nei sogni e sempre, sempre, sempre, il non ottenerla dipende da me. Da me che smetto di volerla.

 

L’interpretazione che ha dato lui? Rifiuto della sessualità.

 

Eh? Ma come rifiuto della sessualità?

Ho fatto una fatica enorme a non ridere mentre mi spiegava perché.

 

Partiamo dal simbolo chiave: la grotta. “Risaputamente”, mi dice, “la grotta indica la vagina”.

 

Già, pervertiti, ve la sognate tutte le notti e credete di avere spirito avventuroso? No, siente solo dei pervertiti.

 

Inoltre, la mia grotta…

No, la riformulo sennò chissà che pensate.

Inoltre la grotta che ho sognato io ha degli ostacoli, come se entrare al suo interno significherebbe non uscirne più. Ma perché dovrei entrare in una vagina e aver paura di non uscirne? La cosa è misteriosa.

“Diciamo che emerge la tua poca simpatia” (l’ho riformulata io così perché mi pare meglio) “per i fenomeni che avvengono lassotto”.

 

Sì, e scommetto che ho poca simpatia per le vagine e per “le cose che avvengono là”  perché in realtà vorrei avere un pene. L’invidia del pene, lo avevo detto.

 

“Le sirene”, continua lui, “inoltre, sono un classico esempio di donne senza sesso”.

Il pesce piovra e la donna che ho a finaco, sempre secondo la sua interpretazione, sono, sarebbero anzi, una stessa persona. I due lati della femminilità, uno che mi piace, l’altro no.

 

Secondo me stiamo precipitando in acque lontane. Continuo a non ridere, ma poi lui tocca il massimo e mi spiega che l’immagine che vedo proiettata sul muro, quella con la donna e il bambino, azzurra, secondo lui rappresenta la madonna. Vergine. Vergine prima, dopo e durante il parto. Simbolo estremo di purezza.

Eravamo in mare, di che colore vuoi che siano le immagini? Io sono cromatica di carattere.

 

Rifiuto sempre più esplicito e forte della sessualità e di tutto quello che le gira intorno, ha concluso lui.

 

La psicologia, come tutto il resto, è semplicemente “quello che si vede” di te. Lui mi considera una dolce, ingenua santarella, io glielo lascio credere e quello che ricava da un sogno di sirene e grotte non è niente di più che sesso, paura del sesso e invidia del pene. Francamente ho seri dubbi in proposito.

 

Peccato, se avessi dovuto scegliere tra un problema balale psicologico e l’altro, avrei scelto sicuramente il complesso di Edipo, più che altro per il simbolismo greco intrinseco che io trovo affascinantissimo. Immagino che però quello sia riservato ai maschi.

 

Bene, bene.

“Dottore cosa mi consiglia per risolvere il problema?”

“Tanto, tantissimo sesso!”

Diagnosi scarsa ma cura eccellente.

31 agosto 2010
473 Infant(asm)ilissimi sogni

(non lo so che ho scritto, doveva essere fantasmi + infantilissimi)

 

Stavo per entrare in quella fase di sonno che mi rende dolcissima, come il miele.

Sarebbe il presonno.

Quando fatico a non sbadigliare, quando gli occhi sono fessure e quando finalmente smetto di pensare a tutto il mondo (e non in maniera costruttiva!).

Ecco, in quel momento potrei giurare di amare chiunque.

Anche se a chiedermelo fosse Gollum in persona.

O Dobby se preferite Harry Potter.

O Brontolo se andate sul classico.

 

Mentre il sonno stava, quindi, conciliando tutti questi romantici personaggi, ho sentito, proprio sotto la trachea, una strana inquietudine sorridermi.

Inquietudine non è corretto.

Direi paura.

Leggermente paura.

 

Sentimento curioso la paura.

Mentale, sempre mentale.

Come quando sei in ascensore e ti chiedi se di aprirà.

Se te lo chiedi una volta di troppo inizi a sentire l’aria sfuggirti.

Ma non c’è un reale pericolo.

E forse lo sai anche tu.

 

Ecco, è più o meno una cosa del genere.

Un infantile reflusso della paura del buio direbbe chi si intende di psicologia spicciola.

 

L’altra notte ho fatto un sogno che mi ha inquitata parecchio, devo dire.

 

Ero su una nave da crociera (no, non ero inquitata per quello).

Con tante persone, soprattutto parenti.

Ma non parenti razionali (come potevano essere quelli più prossimi) no, c’erano parenti prossimi e parenti che ho visto una volta in tutta la vita ma misti, sfusi, senza logica.

 

Io cercavo (come mio solito nei sogni) qualcosa.

Succede così dal primo sogno che ho raccontato su questo blog.

E sempre e comunque la cerco, questa cosa, salendo.

 

Una volta mi sono arrampicata fino ad una finesta ad un dodicesimo piano (in sogno dico), un'altra volta salivo scale a chiocciola in un castello.

Ecco, stavolta salivo delle scale polverose.

Sembrava una soffitta eppure avevo iniziato il percoso su una nave lussuosa.

E salivo, salivo, salivo senza trovare nulla.

Eppure lo stavo cercando.

Non riesco a capire cosa.

Cosa mi manca?

Cosa cerco?

Non avevo ansia, non mi sembra.

Solo voglia di cercare.

 

Poi improvvisamente mi ritrovo sola.

Cioè, i parenti (msdc e mia zia) che erano con me durante le prime rampe di scale, scompaiono lentamente (non nego che Lost possa avere una qualche influenza in merito, ma proseguo).

 

Comunque io non mi chiedo nulla e salgo ancora.

Sbuco in una parte della nave “all’aperto”.

C’è una montagna enorme.

Ma al posto del terreno, degli alberi, della natura ci sono solo loculi, lapidi, fiori, lumini.

Tutta la montagna che io vedo in verticale esattamente come un muro gigante (ma è una montagna!) è lastricata tombe.

Inquietudine.

 

Eppure la morte, solitamente, non mi inquieta.

Né la mia, né, a quanto pare, quella degli altri.

Esiste e solo il sottrarsi è innaturale.

Quindi mi ci sono arresa.

 

Eppure quella visione enorme di lapidi mi impensierisce.

Mi sento triste.

Mi sento come se dovessi vomitare.

 

Improvvisamente mi accorgo si non essere così sola.

C’è mia madre e due vecchiette che piangono disperate.

Non vedo tutte e tre le figure insieme, è come se ne inquadrassi una per volta.

Per prima vedo mia madre.

Non mi rassicura saperla lì, anzi.

Mi mette tristezza, vorrei che fosse a prendere il sole.

Vorrei che fosse da un’altra parte.

Quasi sono arrabbiata: perché non mi lascia sola colla mia morte?

Lei non piange.

Forse parla con una vecchia, forse le sta dicendo cose che io terrei per me.

Poi vedo la prima vecchia. Una qualche prozia centenaria.

Non mi è mai stata molto simpatica intuisco dai capelli.

Piange un pianto isterico da tragedia più che da dispiacere.

Poi inquadro l’ultima vecchina, altra prozia centenaria.

Piange disperatamente e io capisco di sapere il motivo.

Piange per la sua morte.

Lei è morta.

Questo la rende triste.

 

Rimango lì con quel pianto nelle orecchie fino a svegliarmi.

 

Un’amica di mio padre mi ha raccontato di averlo sognato, mi ha detto di averlo visto triste e che le diceva di “non stare bene lì dove sta”.

E’ stupido, fortemente stupido.

Senza contare che io non credo in nulla.

Senza contare che io so (lo so, ne sono certa, certissima) che dopo non c’è nulla.

Bè, l’ho detto che la paura è mentale e che ad un livello ragionevole le cose sono molto diverse.

Però l’immagine, o l’idea insomma. Non so spiegarlo.

Però devo dire che mi ha fatto effetto.

 

Veramente sempre il solito di effetto, quella gran voglia di vomitare.

 

Forse ho sentito odore di pioggia.

Non voglio che piova.

Eppure, la pioggia a fine agosto mi è sempre piaciuta molto.

Quell’odore che si libera dalla terra, il cambiamento climatico che ne consegue, l’avvicinarsi dell’inverno, di nuovi inizi.

Ma quest’anno preferirei  proprio che non piovesse.

 

E, se la fatina degli assurdi sta leggendo, anche vincere al superenalotto non mi dispiacerebbe affatto.                 

19 luglio 2010
453 Sogno di mezza estate

Ho una sicurezza: fazzoletti, medicinali, spray per la gola e tanto caldo non fanno una bella estate.

 

Seconda subdola febbriciattola estiva: ma da quando sono diventata tanto delicata (noiaosa meglio)?

Brucia tutto, e sopra a tutto, brucia quella cosa contenuta nella scatola cranica e chiamata, anche, cervello.

Ma almeno c’è.

Bè, non è detto sia un cervello, però qualcosa brucia.

 

Oltre la febbre ho un mal di gola non da urlo.

Sapete perché sto dando il bollettino medico?

Perché questo significa che domani non potrò stonare in pubblico e quindi che sono rovinata.

Ci sono persone che s’aspettano che io lo faccia, non posso deluderle così, saranno tutti molto tristi (!).

 

Il caldo mi fa girare la testa, come se questa non girasse anche da sola.

 

Venerdì notte ho fatto un sogno stano.

Mi trovavo in una città molto buia, in piena notte.

Una città che poi deve essere Milano, anzi è Milano.

Ma sapete come funzionano i sogni?

Una cosa può essere quella cosa, ma anche un’altra.

Logicamente.

Infatti Milano nella mia testa era Berlino, assolutamente Berlino.

C’era tanta, tantissima gente.

Non ci posso scommettere ma c’eravate anche voi.

C’erano i miei parenti.

Persino i miei compagni del liceo.

Tanta tantissima gente e tutti che conosco.

Però non riuscirei a dire con sicurezza chi poteva esserci e chi no.

Forse pioveva, o aveva piovuto.

Ed io correvo.

All’inizio su una collinetta erbosa.

Poi fuori da un supermercato e poi al suo interno.

Correvo e vedevo macchine di polizia e carabinieri fissarmi.

Temevo mi avrebbero fermata.

Ero terrorizzata, ma fingevo di non esserlo.

Non avevo alcun motivo per temerlo so attualmente, ma nei sogni ogni cosa è fatta a modo suo.

 

Diciamo che non è un sogno così particolare in sè.

A parte la sensazione, una volta svegli, di aver corso veramente per tutta la notte.

 

Io sogno cose così articolate spesso, anche se di solito riesco a trovare un collegamento con il reale facilmente mentre stavolta non ci sono ancora riuscita.

 

Tutto normale quindi, finché non ho raccontato il sogno alla msdc –mezza specie di cugina.

Anzi, finché lei non mi ha raccontato il suo sogno.

Parallelo al mio, quasi complementare.

Anche lei correva in un supermercato inseguita da poliziotti che sembravano nazisti.

Dico complementare al mio perché sembrerebbe spiegare il motivo per cui anche io, in piena notte, correvo cercando di non farmi vedere da queste macchine di polizia che pattugliavano l’esterno del supermercato.

Poi. quando ho detto che però io mi trovavo a Berlino e la msdc ha spalancato la bocca esplicitando di essere stata nella medisima città, mi sono un poco sorpresa.

 

Non che ci sia da rimaner colla bocca aperta e gridare al paranormale però devo dire che la storia m’ha fatto abbastanza effetto.

 

Abbastanza effetto da spendere un intero euro al lotto e giocarmi un terno secco su Milano con i numeri che ho ricavato “dal dizionario dei sogni”: polizia, notte, correre.

 

Solo dopo ho scoperto che i sogni si giocano su Venezia perché pare sia “l’isola dei sogni”.

Se poi volete una completa istruzione nel campo del lotto dovete ricordarvi che le morti si giocano sulle ruote di Milano e Bari (morte e bara) e le nascite su Napoli e Cagliari (nascita e culla).

 

C’è da aggiungerlo?

Ovviamente i numeri non sono usciti.

Né su Milano, né su Venezia, né su nessuna delle altre ruote.

2 maggio 2010
411 Di orti in sogni
Sarò franca pur restando marica.
E già iniziamo malino, lo so.
 
Finalmente ho smesso di pensare.
Non che lo avessi mai fatto realemente, pensare.
Di ricordare, diciamo meglio.
 
E ho l'impressione che stanotte per la prima volta da tanto tempo dormirò bene.
E' una frase celebre eh.
Ma è più celebre se a "tanto tempo" sustituiamo sedici anni.
 
Mi volete dire che non avete mai visto "la bella addormentata nel bosco"?
Più o meno alla fine, Malefica, la pronuncia dall'alto delle scale, prima di andarsene a dormire e dopo aver incatenato il principe Filippo, poco azzurro ma vero amore della principessa Aurora, e quindi l'unico che potrebbe risvegliarla.
 
Nell'orto, oggi, mi sono fumata uno spinello.
Canna?
Devastante fa troppo "drogato"?
 
Non ho capito nulla per quindici minuti, forse meno.
Poi lieto offuscamento omogeneo.
Ed ora adorata stanchezza liscia.
Senza ghiaccio.
 
Devo dire che man mano che i giorni passano le cose vanno anche peggio.
Il peggio dello schifo, non so definirlo.
 
Ieri notte ho fatto un incubo spaventoso.
 

Di incubi così né ricordo solo un altro, in prima elementare.

Non ricordo cosa io avessi sognato, ma ricordo che ero talmente spaventata che la maestra mi chiese di raccontarlo.

Parlare esorcizza la paura.

Nel mio caso parlare la fa diventare solo più strana.

Scrivere la esorcizza.

No, forse non la esorcizza, ma la scioglie un po’.

E ci riempio un post.

 

La trama del sogno è semplice-semplice.

Un po’ triste mi sa.

 

Dovevo fare una visita medica (ma stranamente non era quello a terrorizzarmi).

E per farla dovevo entrare in una stanza, un reparto azzarderei da sveglia, recante un’insegna (mi sento Dante: sono strana io o qualcuno ha sentito che pure lui fumava l’erba?).

Una particolarissima insegna, scritta da fior fior di medici: “brutta”.

Femminile e singolare, riferita non a me (se lo avete pensato, che farabutti!) ma alla stanza.

Come dire “una brutta stanza”.

 

Qualcuno, forse mia madre (mia madre?), mi spiegava che era un reparto di persone molto malate.

 

Sono stata in procinto di entrare per tutto il sogno.

E l’ansia di “stare per entrare” costituiva un elemento importante per il nutrimento della paura che mi mozzava il fiato.

Non sono entrata, non che io ricordi.

Ho guardato dall’esterno, da davanti la porta, lasciando alla mia immaginazione tutto un mondo.

 

Le persone non erano “mostri” (ma anche).

Soffrivano tremendamente.

Per cosa io non saprei dirlo.

Soffrivano per tutto.

Privati di dignità e decoro.

Mutilati, mi viene in mente.

Doloranti.

 

Il reparto era buio, puzzava di muffa, di desolazione.

 

Sentivo il loro respiro fiacco.

Sentivo l’odore della morte.

Sentivo il dolore di chi rimane.

Sentivo il dolore di chi sta per morire e non vorrebbe.

 

Improvvisamente mi viene in mente chi c’è in quella stanza.

Eh, mio padre ovviamente.

 

Inizio a piangere e a gridare mentre dormo.

Non so se vi è mai successo.

E’ diverso che piangere da svegli.

Le lacrime costano più fatica: piangi nel sogno, ma vorresti che uscissero dagli occhi.

Le grida, invece, ti svegliano.

O forse, volevi scappare e cercavi dei piedi veri per farlo.

 

Cazzo, entra.

 

Mi sono detta da sveglia, la mattina dopo.

 

Non sono più riuscita ad addormentarmi.

Ma sono riuscita a piangere meglio, da sveglia.

 

Sono soddisfatta di me.

L'ho raccontato bene.

 

Non mi farò altre canne troppo presto, penso.
Ho uno sguardo così da scema!
Ed io gli scemi proprio non li sopporto.
Soprattutto così vicino.
28 gennaio 2010
349 La non violenza

Mi devo autodenunciare per un fatto grave che è accaduto non più tardi di qualche giorno fa. E nonostante il ricordo a me provochi, come massima reazione, un sorrisetto compiaciuto capisco di essere abbastanza colpevole.

Esplicito i fatti.

 

Qualche sera fa, sono uscita dall’ufficio con la mia collega.

Io avanti, lei dietro di me.

Questo perché io sono, senza dubbio, superiore* rispetto a quel noioso individuo addomesticato dai proverbi.

Proprio mentre pensavo ai fatti miei l'essere pienotto (e guardate che sono assai gentile) inizia a disquisire sulla durezza di una mezza salitella che uscite dall’ufficio dobbiamo fare per arrivare alle macchine.

Le ho fatto notare, allora, come l’unica cosa sensata da fare fosse risparmiare il fiato.

Lei mi ha guardata leggermente contrariata.

Ed io le ho sorriso, del mio sorriso congelante (ne conservo uno per le occasioni importanti).

“Ripeti quello che hai detto…!” mi dice la putrida.

“Oh, scusami, non mi ero resa conto. Utilizzerò termini più semplici -anche se, detto per inciso, mi sembra difficile, per far comprendere anche te. Allora, intendevo dire che se stai zitta e risparmi il fiato forse la salita ti affaticherà meno e anche le mie orecchie saranno più felici”.

Lei, visibilmente arrabbiata, mi guarda furente e mi si scaglia addosso.

Io la prendo per i capelli e inizio a tirare.

Lei lotta con unghie, calci e denti, ma io sono più abile e non mollo la presa salda sui capelli che le finiscono attorcigliati al collo.

Ci picchiamo come due selvagge; cioè, lei è una selvaggia, io una lady con gli artigli.

 

Poi naturalmente mi sveglio.

Come poteva non essere un sogno?

Io non farei mai una cosa del genere.

Mi ci vedete voi a uscire dall’ufficio insieme a quella?

 

*"Conosco la tua anima, sei insopportabile e impossibile; considero sommamente difficile vivere con te, tutte le tue qualità vengono oscurate [...] perché non sai dominare l'ansia di [...] trovare errori dappertutto tranne che in te stesso. Sei sommamente irritante." (da una lettera di Johanna Schopenahuer per il figlio) 


Permettiamo anche alla madre di Schopenahuer, Johanna, di dirmi la sua.

Infondo “sommamente irritante” mi dona molto.

 

(ps: vista la signora Schopenahuer, devo riconsiderare mia madre?)

10 gennaio 2009
E VA BENE COSI'....ma sarà vero?
Mi sono svegliata di nuovo con il sorriso questa mattina (e speriamo duri questo sorriso almeno fino a lunedì...giorno in cui, ahimè DEVO tornare all'università...)

Per colpa (o merito dipende!) di un sogno... ma il fatto è che me lo sento ancora addosso...e non posso cancellarlo nemmeno con tante buone intenzioni...e nemmeno con quelle cattive...
e quindi sorrido...
così...
semplicemente...

Ieri ho saputo notizie strane...
che minacciavano di non farmi dormire...
e di rendermi strota, per l'ennesima volta, la giornata...

Notizie arrivatemi dalla mia amica Sara, su una "stana" amicizia pervenutagli da un mio "amico" su FB ...proprio il giorno in cui il mio "amico" ed io avevamo "litigato"...

...so per certo che non si tratta di una coincidenza...
so per certo che quello che mi ha dato fastidio (da morire!)
non è tanto il gesto, di chiedere alla mia migliore amica "l'amicizia",
(che lei ovviamente non ha accettato!) che potrei anche pensare come una mancanza di rispetto nei miei confronti, (ma non lo penso perché...capisco!) ma più che altro il messaggio allegato alla richiesta...

...in breve questo messaggio si rifaceva ad una conversazione "privata" che avevo avuto con lui...
Roba da non credere...usare "mezzucci" per...

Ora mi chiedo quale sia lo "scopo" di tutto questo....
flirtare con la mia amica?
cercare un pretesto per farmi arrabbiare?
semplicemente una cosa fatta così senza pensare...

Nel primo e terzo caso la cosa mi interessa poco...(circa!)
Nel secondo diciamo che non solo non mi arrabbio ma ne sono (sarei!) felice...insomma se mi vuole far arrabbiare è perché in questo stupido gioco ho vinto io...

con sincerità... il tutto mi brucia un po'...soprattutto questa indifferenza...che va avani da giorni...quando lo so che vorremmo parlare...entrambi...ma così vanno le cose... 

Vabbè comunque piena di questi pensieri rischiavo di non dormire...ma poi ho aperto la posta elettronica, ci ho trovato la luna (senza metafore...proprio la Luna!)...e sono andata a dormire tranquilla...

(o quasi!)

Ma comunque stamattina mi sono svegliata felice...
benché in realtà non nè avrei motivo...

Per quanto riguarda il resto...

Stasera sono di nuovo obbligata ad andare al cinema (e fin qui va tutto bene...) ma sono pure obbligata a vedere un (ennesimo) horror...

La scorsa settimana "the stranger" (assurdo...un film tremendo che non faceva nessuna paura...tanto che sono stata costretta tutta la sera a guardare il bel ragazzo della fila davanti capendo solo troppo tardi che....era gay!)...

Questa settimana "lasciami entrare"...non so nemmeno di cosa parli ma spero almeno che abbia un senso...

Io vorrei vedere "sette anime"
...ma non ho speranze...
la mia amica non lo permetterà mai...

Ma...
in fondo...
non dispiace nemmeno a me...
l'horror...
(e poi le devo qualcosa...per la lealtà dimostrata!)

L'unico prolema è che poi la notte non chiudo occhio...

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permalink | inviato da LadyMarica il 10/1/2009 alle 14:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE