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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
21 febbraio 2013
A causa dei malfunzionamenti del cannocchiale, questo blog si è trasferito in un posto migliore. E non è nemmeno morto.

Per leggere il post basta cliccare sul titolo.

30 novembre 2012
La scarpiera umana
Dico spesso che sexy e sensibile sono due aggettivi che mi corrispondono quanto corrisponderebbero a una scarpiera. O meglio, lo dicevo spesso. Col tempo ho scoperto, ma fa molto meno divertente, che sexy e sensibile, come quasi tutte le cose, non sono universali e assoluti ma viaggiano per livelli: variano per gusti, contesti, momenti, giornata, anche solo parti del corpo.
Però il mio grado di sexy, generale, quello lo si può facilmente evincere se vi dico quanti indumenti mi sono contata addosso oggi: dodici. In pratica, in inverno, vedermi un lembo di pelle, ad occhio nudo, è decisamente un'impresa. Non un'impresa nel senso che valga qualcosa, un'impresa nel senso della difficoltà.

Ve ne faccio una lista, tanto per.
Le scarpe contano uno. Poi doppie calze e in più i calzini, e arriviamo a 4; intimo e body e siamo a sette; una maglietta e un maglioncino sopra, dovrebbe far nove; una gonna, dieci; una sciarpa, undici; e il dodicesimo è un giacchetto nero.

Pochi giorni fa ho letto in un paio di occhi chiari l'esasperazione: ma perché ti sei messa tutta questa roba? Io in inverno ho freddo. Sempre e in ogni ambiente. Con l'unica eccezione di quando mi stringo forte al rum. Ma quella appunto è un'eccezione che è meglio rimanga tale.

Altra cosa che contraddistingue il mio livello di sexy è il cadere, sempre e continuamente. Poco meno di due settimane fa sono caduta, per strada, in mezzo alla strada. Ho un ginocchio sbucciato, stile 9 anni e un altro graffiato. Lividi ovunque. Stasera, uscendo, bene o male pure decente, scendevo le scale e ho alzato lo sguardo dai gradini che conosco bene, solo per dire buonasera a un signore sul pianerottolo. Nemmeno ve lo devo dire che gli stavo precipitando in braccio, con buona pace dei suoi organi interni.
Ho pensato, per anni, che fosse colpa della scarpe. Questo cadere continuamente, dico. Colpa di suole lisce, colpa di superficie bagnate. Succede più in inverno che in estate certo, ma succede su ogni superficie e con ogni scarpa. Inizio a pensare di essere l'unica responsabile.

Ma non posso continuare così.
Quindi sfidando ogni legge di Marica, pochi giorni fa ho fatto un acquisto assolutamente non da me. Ho comprato, reggete i vostri schermi, un paio di autoreggenti. Belline, nere. La commessa era di un'antipatia intrascrivibile ma le ho comprate lo stesso. Quindi ho deciso di indossarle anche. Ma vestirsi a strati non è solo un buon consiglio, per me è una tecnica di vita. Quindi ho messo le autoreggenti, certo, ma sopra ad altre calze, nere, tradizionali.

Ecco perché vado da uno psicologo, ora vi è chiaro?

Ad inizio serata ho quindi avvertito che la mia idea non era stata propriamente geniale: le autoreggenti non facevano che scivolarmi verso il basso fino a diventare dei calzettoni talmente poco femminili da far preferire le gambe di un tavolino alle mie. La mia intuizione femminile ha un livello da ippopotamo maschio, è evidente.

Quanto, distrutta da tale bizzarro comportamento delle autoreggenti, ho chiesto a una mia amica il perché si comportassero così indisciplinatamente, quella mi ha spiegato, non senza insultarmi per la trovata, che le autoreggenti aderiscono alla pelle, ovvio che su altre calze scivolino.
Ah, certo, ovvio.
Quindi sono andata in bagno e me le sono tolte, le calze tradizionali. Non avevo una borsa ma una pochette di dimensioni inesistenti e quindi ho avuto anche la faccia tosta, sexy, di girare con le calze in mano. Fortunatamente la gente vede ma non guarda e quindi nessuno ha fatto molto caso alla cosa.

Vani tentativi di essere migliore di una scarpiera falliti.

1 settembre 2012
Sfumature sulla scelta
Ho scelto volontariamente di sottomettermi alla scelta di qualcun altro che io non fumi più. E se non capite di chi è la scelta state sereni, è un effetto voluto. Anche perché, francamente, nemmeno io l’ho capito tanto bene.

In realtà più che una scelta è un’occasione. E chi sono io per non approfittarmene? Non aggiungerò motivi, non aggiungerò dettagli, non aggiungerò che cosa mi ha fatto decidere nell’arco di una notte di smettere  perché infondo ho intenzione di riservarmi ancora una certa dignità. Non è una “persona”, è una idea.

Quello a cui tengo è sottolineare che la scelta di acconsentire a una quasi “altrui” scelta (sarebbe meglio dire suggerimento, ma scelta risponde al requisito del bello) è mia, completamente mia.

Adesso dovrei far notare una paio di punti ma mi tocca pensare a un modo senza essere la classica pervertita dell’internét. Semplicemente lo scegliere di far scegliere, lo scegliere di sottomettersi è il tipo di meccanismo esistente nelle coppie D/s. Il sottomesso non ha un ruolo passivo, ha un ruolo di sottomissione attiva, sceglie di sottomettersi (a quella e a quella sola persona soprattutto) così come il dominatore sceglie di accettare quella sottomissione ed è quindi altrettanto attivo. Il fascino per me è esattamente nella scelta, nella scelta di dare tutto, completamente, a una persona. E siccome io sono un’esagerata cronica più quel dare racchiude la totalità più per me è un rapporto affascinante.

Tutto ciò con le mie sigarette smesse non c’era nulla se non nella pura e semplice associazione mentale sulla scelta.

Di solito si banalizzano i legami di sottomissione/dominazione, come un essere attivi e un essere passivi, in realtà, secondo me, la cosa è più complessa e per quello richiede un tipo di rapporto più approfondito, più intimo, più difficile. Qualcuno direbbe utopico; utopico almeno nell’accezione così totale che prediligo io.
Basta così, la mia apologia del BDMS è sempre troppo pubblica.

Attualmente la nicotina non mi manca. Ieri ero sull’isterico andante e credevo dipendesse dalle sigarette, poi, verso sera, ho intuito che quelle non centravano tutto. Oggi non sento particolarmente voglia di fumare, sento solo un po’ di fatica dei polmoni a mandar via catrami vari.

Ma la vera sfida, io lo so, non è smettere di fumare, la vera sfida è smettere di fumare e non darsi a nessuna nuova dipendenza e meno che mai a una di quelle vecchie. Ieri ho compensato le sigarette mancate con cibi vari oggi me lo sono vietata; ma oggi è facile.

Sono in ritardo. Questo post volevo scriverlo ieri. Il fatto è che ultimamente quando guardo l’ora una grossa percentuale di volte scopro che sono le 5 di mattina. E come sia possibile non so dirlo.

A quell’ora, indecisa sul da farsi, cerco di ricordarmi come si dorme.


(e tanto per dirlo, io quando finisco un post ho l'abitudine di rileggermelo con la sigaretta tra le labbra, a mo' di fine coito. Oggi bevo acqua.)

9 agosto 2012
Alla mia corta, oggi, un corto
Ho fatto, per un breve periodo, il prete in una piccola cittadina inglese. Tutte le domeniche vedevo un bambino con sguardo triste sostare in fondo alla piccola cappella in cui dicevo messa. Una volta, al termine della funzione, mi avvicinai e gli chiesi se qualcosa non andasse. Lui mi rispose che aveva ucciso un cane colpendolo ripetutamente con una trave di legno. Il cane aveva aggredito la sorellina mordendole una guancia. Lui si occupava di difenderla, aggiunse senza perché. Mi chiese allora se sarebbe andato all'inferno. Io gli risposi che Dio avrebbe capito, che avrebbe giudicato la faccenda in tutta la sua complessità. Poi aggiunsi anche che però era necessario si pentisse della sua azione.
Il bambino non si pentì mai: l'unica cosa che lo preoccupava era che all'inferno trovasse il cane ad aspettarlo.

(tratto da Lost)

A dimostrazione che è la punizione a creare l'inferno, e non la moralità.

1 agosto 2012
[Lei] Però l'amore è come il tabacco (cit.)
Questo è un blog e non una coperativa del bene nazionale.

Quella sua mano le sposta delicatamente i capelli dalla spalla. E’ un gesto semplice, ma che a lei piace, e fatto in quel modo, preciso, delicato, impercettibile.
Entrambi conoscono già dove li porterà quella strada, entrambi conoscono a memoria il percorso. Lui la guarda tentando parole, lei lo ascolta. Vorrebbe parlare un po’ di più, vorrebbe sentirsi più i pensieri invece l’unica cosa che le sembra di sentirsi nella testa sono folate di vento. Ribadisco, come tutte le volte che ho scritto di lei, che non deve essere propriamente un genio.
Lui la guarda, lei, nei punti morti di conversazione, gira lo sguardo altrove. Cerca di non guardarlo perché sa bene che tutto quello che non dicono le sue parole lo dice la sua faccia e lei non vuole che i suoi occhi gli chiedano un bacio. Succederà, lo sanno entrambi. Ed io, dal mio punto dell’osservazione, lo trovo quasi irritante questo lasciarselo scoprire. Lo sanno entrambi, ma nessuno vuole chiederlo, nessuno vuole mostrarlo all’altro. Non è un bacio che viene, non è un bacio leggero, è un bacio pensato, sofferto direi se pensassi di rendere bene.
Ed è tanto pensato, tanto sofferto che parte dalle mani.
Certe volte lei si domanda se a tutto questo lui abbia pensato prima per quanto siano delicati e infinitamente coincidenti i percorsi, tutte le altre volte, invece, pensa che non sia possibile calcolare così bene le tempistiche. Lui le tocca una mano. Lei cerca di non muoversi, di non lasciar trasparire quanto non aspettasse altro da tutta la sera. Non lo fa per lui, verso di lui, per un moto di freddezza con lui, in realtà lo fa per se stessa, perché non può ammetterselo. Non dopo che è stata quasi anni a dirsi quando tutto ciò non fosse stato nulla. Un conto però è parlarne da soli, convincersene quando si gioca in casa, un conto è convincersene quando quella mano effettua uno spettacolino di dolcezza sulle sue. A quel punto le dita di lei si muovono. Credo rappresenti una resa definitiva. Accarezzano quello a cui arrivano, una delle dita, senza precisione, di lui. Forse è a quel punto che lui comprende che non ci sono le reticenze che credeva. Le carezze si trasformano, i colli si flettono, le labbra si toccano. E divento uno strano miscuglio, di caldo, di storie, di parole, di carezze delicate, di gesti bollenti. Non si capisce come individuare la trama, non si capisce bene come fermarsi, non si capisce bene come continuare.

Lei ha solo un appello in testa. Gli vorrebbe dire che tanti anni fa lui, non sapendolo, le ha cambiato la vita e che oggi vorrebbe non le facesse male. Ma è un appello codardo, lontano dal momento lei lo capisce. Sia quel che sia, pianti e gioia, qualsiasi cosa, l’importante è che sia pieno, autentico. Infondo si dovrebbe temere più di vivere solo passioni controllate che di piangersi tutte le lacrime. Nessuno avrebbe detto che sarebbe tornata ad appoggiarsi su quella spalla, eppure così è andata, anche il resto, semplicemente, andrà.
E proprio mentre realizza tutto ciò le arriva una telefonata che la fa felice. Lei glielo dice, a lui, che è sul felice (moderatamente mi sembra di aver sentito) e lui, sorridendo ho visto, le risponde col tono cupo: «Ah, ti faccio felice?  Uhm, mi chiedo in cosa sto sbagliando!». Lei se la ride sentendo quanta tranquillità un po’ di spietata ironia possa dare.

25 marzo 2012
Cervelli al buio
Latte e biscotti. Ore 4 della notte almeno secondo l’ora vigente.
Ma mi merito qualche carezza dall’unica persona al mondo che non mi deluderebbe mai: il Signor Gentilini (un uomo che nella mia mente ha un po’ di pancia, i baffi e fa sempre e solo biscotti, senza fermarsi, senza stancarsi, senza invecchiare).

Sabato sera, centro della movida romana (almeno per una che come me è abituata, al sabato sera, a frequentare, al massimo, il centro del suo salone), compleanno di un’amica.
Mi improvviso guidatrice sicura, non timorosa dei parcheggi, mi vesto da donna, che nel mio linguaggio significa proprio sfidare le leggi di natura, non mi trucco ma solo perché proprio mi darebbe l’orticaria, mi infilo il mio cappotto strambo e esco.

Passiamo una normalissima serata. Tutte coppie, poi ci siamo io e una mia amica.
“Pazienza, va così, niente uomo della mia vita nemmeno stasera” sintetizzo con ironia il solito essere l’unica single. Ma non è che, dopo le ultime delusioni, mi dispiaccia così tanto.
Però mi sbaglio e i fatti non ci mettono molto a dimostrarmelo. Al termine della sera, quando i miei stanchi piedi tenuti sospesi dai tacchi di circostanza già bramano calzettoni anti-femminilità e un materasso, il fidanzato di una mia amica mi propone “una cena a quattro”, in un ipotetico futuro che, proprio per il binomio “ipotetico futuro” suona, più o meno, mai, con un suo amico “molto colto, dolce, simpatico”.
Non è carino, questo è chiaro dal “molto colto” fino al “simpatico”.
Bè, ma perché no? Io sono zitella, zitellissima. In piedi ho un bacio senza repliche e un rapporto amichevole che ha firmato per rimanere tale nonostante le mie contrarietà. Dubito che l’amico del fidanzato della mia amica sia anche soltanto interessante, come le citazioni precedenti poi, ma infondo io, me lo ammetto, ho sempre frequentato qualcosa di vicino al meglio. E non lo dico per vantarmene, figuriamoci, io certo non ho alcun merito, lo dico perché ammetto di essere stata molto fortunata dal primo all’ultimo uomo con cui sono “uscita” e di meritarmi, quindi, qualche caso umano.
Soprattutto se il futuro è così ipoteticamente prossimo, continuano i miei pensieri, sicuramente possiamo organizzare.

Ma prossimo che è prossimo, C., il fidanzato cupido della mia amica, decide di chiamare subito il tipo, che da ora chiameremo simpaticamente Mellin, per vedere se gli va di fare subito un salto a bere qualcosa con noi e “a conoscere una ragazza”.
Ho pregato di specificare “poco carina”, dopo ragazza, per non creare brutte aspettative fraudolente, ma nessuno ha acconsentito alla mia richiesta di mercato: meglio scoraggiare prima che deludere poi.
Mellin, contro ogni buona logica, dice di sì, e arriva quasi subito. Io per descrivere uno così il modo ce l’avrei. Però, se dico “morto di figa”, è probabile che scalfisca qualche sensibilità. Lungi da me, però, uno che alle 3 di notte decide di raggiungere un gruppo che non conosce solo perché qualcuno gli ha nominato un’ipotetica ragazza non meglio descritta che ci starebbe ad un incontro veloce, tanto pieno di attività sessuale non deve essere.

Usciti dal locale e in cerca di parchi meno rumorosi e più vivibili, Mellin arriva.
Il primo impatto è, come quasi tutti i primi impatti, decisamente una sofferenza: niente occhiali, niente capelli scuri, niente occhi ricordabili. Mi stringe la mano con fare sicuro, io lo guardo e spero di ricordarmi il nome. Lasciamo il locale, arriviamo a un parchetto (non solo io e Mellin, ma tutto il gruppo), brindiamo con un po’ di spumante stradolce al compleanno della mia amica e Mellin pare non aver la minima intenzione di comunicare.
Poi i miei amici (amici in senso, sempre, "più o meno"), più per svoltare la serata che per vera volontà di giocare a cupido, lo mettono un poco in mezzo.
Ed è qui, proprio qui, che scopro che era la serata per innamorarsi di qualcuno. E non mi ero nemmeno preparata.

Si apre l’atto dell’intervista al Mellin.
Le prime domande sono di routine: anni, lavoro, collocazione abitativa, varie e pure le eventuali.
Poi si apre l’atto delle domande imbarazzanti-volgarei.
La peggiore delle rispose di Mellin è stata alla domanda posizione sessuale preferita: “infondo basta stare dentro”. Qualcuno ha detto che probabilmente il ragazzo “colto, dolce e simpatico” (cit.) intendesse i luoghi chiusi, io, dite pure che è colpa mia, l’ho interpretata un po’ diversamente. Qualsiasi cosa intendesse però il risultato non cambia di molto: la scarsa propensione alla fantasia, le variazioni, la passione per le in usualità e soprattutto per la mancanza di preferenze logistiche inusuali sull’eros sono tutte cose che mi spaventano profondamente.

Si passa, a questo punto, alla domanda del secolo.
Amici: “Mellin, tu fumi?”
Mellin: “no”
Amici: “ti danno fastidio le persone che fumano?”
Mellin: “sì, molto!”.
Un po’ dopo il “no” ma sicuramente prima del “sì, molto” io avevo già tirato fuori, dalla borsa, una lucky strike; ma è solo dopo il punto esclamativo del “molto” che decido di accenderla.

Successivamente, dopo mia richiesta senza voce alla mia amica, si passa alle domande ontologiche. Autori preferiti, musica, film, e di più ancora filosofi. Stavolta Mellin non è l’unico a rispondere, una voce maschile che non avevo notato come contabile, si alza dal gruppo.
Alla domanda sugli scrittore uno dei due risponde qualcosa come “Fabio Volo”, l'altro invece dice “Pirandello”, che non è Dostoevsij, certo, però almeno è uno scrittore per davvero.
Poi c’è la domanda sui filosofi. Uno risponde qualcosa come “Einstein” (che poi non sarebbe nemmeno una risposta malvagia se ci fosse la minima possibilità di una motivazione), l’altro invece risponde “Platone. Col Simposio”. Non è Nietzsche, siamo d’accordo anche stavolta, però almeno c’è un qualche idea di filosofia. Uno dei due, insomma, mi ha vomitato sulle scarpe, l’altro mi ha prestato qualche fazzolettino umido per pulirle.

Ma è stata l’ultima domanda a incidere, per sempre, il mio cuore. La domanda era semplice: “cosa pensi del giacchetto di Marica?”.
Ora, il mio giacchetto è famoso. Non qui magari, un po’ più su fb. E’ un giacchetto stretto in vita, “bombato sotto” con sopra raffigurazioni di gheise e altri motivi orientaleggianti. Un giacchetto che metto solo io e piace, con qualche eccezione, solo a me. E’ della “disegual” e lo dico non perché io sia una propensa alle marche, per carità, ma perché penso che il nome abbia un qualche "omen" in questo caso.
Io, in tutto questo, mi stavo per scavare una buca e sotterrarmici per qualche mese, niente di definitivo, ma vabbe', questa è solo normalità.
A questa domanda uno risponde “originale” e l’altro “è molto bella epoque”. E signori miei, come potevo non innamorarmente? E’ la definizione migliore che si possa dare dopo “dandy”.

Quando ho finalmente deciso a chi darò il mio cuore, il prescelto, che guarda tu il caso si chiamerà R., e che certo non è Mellin, si avvicina ad un altro ragazzo e lo bacia: è il suo compagno.
Sapevo già, ovviamente, fosse gay ma certo non lo potevo dire prima di tutta questa sceneggiata da post.
E’ una regola incontrovertibile: mi piacciono gli uomini, con l’eccezione di un bacio, con una certa predominante inclinazione al femminile. La cosa che mi stupisce invece è che provo sempre una forte antipatia, sempre con qualche eccezione, per le “donne” (cioè totalmente al femminile).
 
Alla fine Mellin mi ha chiesto se mi andava di lasciargli il mio numero. Francamente non mi andava, e l’abbiamo capito tutti, ma siccome lo ha chiesto davanti al gruppo certo non me la sentivo di dirgli “no grazie, mi piacciono i cervelli” e ho preferito lasciarglielo. L’ho fatto per me eh, specifichiamolo, mica per lui: non potevo permettermi di passare dalla stronza insensibile che sono.
E tutto questo egoismo, anche se a un dio a lieto fine non credere mai (cit.), ovviamente mi ha punita. Perché Mellin mi ha chiesto, dopo il numero, se poteva riaccompagnarmi a casa. Fortuna avevo la macchina dalla mia amica, poco lontana dal parchetto dell’incontro, ma comunque sono dovuta andare con lui, senza possibilità di no. Durante il percorso immagino che qualcosa abbia detto. Non mi ricordo molto se non la solita frase, che mi sento dire da quasi prima di nascere: “tu leggi molto? Bene, leggere fa bene”. E uno che pensa che si possa leggere “molto” (ma qualcuno ha idea di quanti libri esistano e di quanto il tempo, per tutti quei libri, sia infinitamente niente?) e soprattutto che si legga perché leggere “fa bene” è decisamente fuori dalla mia portata.

Però una cosa carina alla fine Mellin l’ha fatta: se ne è andato.
Infondo qui la stronza insensibile non c’è bisogno che io la faccia, è risaputo da desclaimer che lo sono.

4 marzo 2012
E così restituii l'uomo della mia vita
Gli uomini non sanno fare niente. O comunque poco.
Geneticamente parlando non sanno partorire.
Stereotipamente parlando non sanno fare la lavatrice.
Ma del resto, per entrambe le cose, anche io avrei delle grosse difficoltà.
Personalmente parlando, invece, gli uomini non sanno richiamare (n.d.r. bugia consapevole per non doversi dire “non gli interessa richiamare”), non sanno nominare le “ex” con cognizione di causa e una qualche misura, non sanno telefonare per chiedere “come stai” invece di farlo per rassicurarsi l’eco.
Non tutti certo, ma sono le 6 di domenica mattina e mettermi a cavillare sulle eccezioni mi pare un tantino pretenzioso.
Cosa più grave ancora non sanno, sempre gli uomini, trovare eccitanti i “triangoli a due punte”. Un’espressione, e mi compiaccio, molto riuscita che ho inventato io: intendo un rapporto sessuale con due uomini e una donna. Quanta ossessione per il tabù de “l’unico pene”! Non dico che sia il mio sogno erotico, anzi, onestamente la trovo una scelta coraggiosa, però nemmeno da debellare ostinatamente per i motivi futili come "la lotta alla misura".
Le donne, almeno certe donne, non faticano così tanto a trovare eccitante un menage a trois con un’altra ragazza (io la preferisco biondina se devo dire) che si inserisce nella coppia. E tutti i come dell’inserisce li lascio agli uomini (= genere umano) di buona volontà.

Lasciando da parte tutte queste storie sui gusti personali in fatto di sesso, bisognerà ammettere, unanimamente, che, la cosa che gli uomini più gravemente non sanno fare, è prendere i conigli.

Stasera sono uscita con quattro ragazzi. Ovviamente siete, più o meno, legittimati a fraintendere la cosa in vari ed eventuali sensi sessuali (soprattutto vista la mia, poco sopra, divagazione sui trittici), però no, io sono in lista per la quasi verginità. E smentisco anche subito il senso “amoroso”: sono molto fortunata a carte ultimamente. E se vi servono altre specificazioni sul perché la fortuna a carte dovrebbe dire qualcosa sul fatto che la mia uscita non è un uscita “galante” significa che non conoscete la saggezza popolare. Ed è male.

Esco quindi con questi quattro amici, tutti maschi, solo perché l’altra ragazza del gruppo ha dato forfait. Dopo una prima parte della serata, ci incamminiamo verso la macchina ed è proprio sotto che troviamo il coniglio.
Un coniglio piccolo, marroncino, in pace col mondo.
Verso la fine gli ho anche dato un nome: Johnny.

Sapete cosa fanno quattro ragazzi quando vedono un coniglio?
Sembrerebbe una barzelletta ma ovviamente, se state leggendo questo blog, sapete che non lo è. I quattro ragazzi provano ad acciuffare il coniglio e nel modo più idiota possibile. Lo rincorrono. E si stupiscono: stranamente il coniglio, spaventato dalle otto scarpe da ginnastica, non gli va incontro cantando “trottolino amoroso dududadada”.

Sono fortunati però ad avere una come me nel gruppo.
Diciamocelo, non spiccherò per le mie qualità estetiche (colpetto di tosse rassicurante), né per quelle intellettive e certo nemmeno per quelle culturali, però nessuno parla bene quanto me con gli animali. Tranne San Francesco, ovvio, ma non mi gioco il titolo con chi bara grazie agli aiuti divini. La mia comicità è disprezzabile stanotte, sopportate.

Comunque, quando i ragazzi si sono stancati di correre dietro al coniglio che non prenderanno mai e il coniglio si è nascosto sotto una macchina, io mi avvicino.
Converrò che è poco lady inginocchiarsi sull’asfalto e parlare al coniglio però è molto Marica.
Gli avvicino una mano, per prima cosa, prima ancora di parlarci dico, e mi lascio annusare. Mi sarei meritata un bel morso, ma il coniglio era dalla mia parte. Capisce che io non sono un uomo (= decerebrata -chiedo scusa ai lettori maschi, ce l’ho con la categoria, niente di personale) e si lascia accarezzare.
Poi qualcuno dei ragazzi porta una carota. E la lancia al coniglio con una furia tale che avrebbe fatto scappare anche me. Sempre con un ginocchio, forse entrambi, sull’asfalto prendo la carota, la spezzo (pensando che l’odore sia meglio percepibile –dicevo di non contare sulle mie doti intellettive, no?) e l’avvicino al coniglio. Lui odora, dopo la mia mano, anche quella. E stavolta l’addenta. Il gioco diventa quindi anche troppo facile, allontanando la carota riesco a far uscire il coniglio da sotto la macchina e a mettermi più comoda.
Ovviamente il branco di ragazzi vicino a me, con la sensibilità di una comunità di zoombi, vedendo il coniglio uscire fuori, si mette a ridere, gridare, zampettare.
E il coniglio, da copione, riscappa.

Lo scopo, se ve lo state chiedendo era prenderlo, metterlo al sicuro (lontano dalle macchine) e, con un po’ di fortuna, riconsegnarlo al proprietario: era un coniglio casalingo, si vedeva.
Mi stupisco di me stessa, con gli animali ho una certa intesa (strano, direte voi, tutta questa difficoltà invece con la specie animale uomo, ma vabbe’). Quindi prego il branco zampettante di andare a sproloquiare poco più giù. Riavvicino la carota al coniglio e quello, diligentemente, ricomincia a mangiucchiala.

Piccolo inciso senza incidentale: dar da mangiare, con le mie mani, a un coniglio è stato, un po’ bucolico, ma decisamente un’esperienza simpatica.

Stavolta riesco a portare il coniglio tra le mie mani. Che detta così sembra io voglia mangiarmelo. Ma non mi piace il coniglio. Lui fa un po’ di storie quando l’afferro per trapiantarlo in uno scatolone ma poi gli chiedo di stare calmo, gli accarezzo la schiena e lui, come risposta, continua a essere irrequieto. Allora sgancio un’altra carota e mi rendo conto del potere del cibo sulle masse, soprattutto umane, ma anche animali (un corso di cucina Marica? Magari poi ti sposi!).
Il coniglio si calma.
Non senza lasciarmi un graffio sulla mano ma mi sembra un prezzo giusto per il terrore di quel povero esserino peloso.

Qualcuno ci dice che probabilmente il futuro Johnny è scappato dalla prima casa del quartiere. Quindi ci mettiamo in marcia, i ragazzi, io, il coniglio e lo scatolone. Qualcuno propone di chiudere la scatola, io continuo a pensare che gli uomini abbiano un cervello minimale. Infilo una mano dentro e con l’altra tengo la scatola da sotto, il coniglio è tranquillo.
Incontriamo lungo il cammino un primo abitante della zona. Un vecchietto che, fossi stata da sola (cioè senza coniglio protettore) mi avrebbe quasi spaventata. E io non mi spavento. Gli diciamo se sa per caso a chi appartenga l’animale, lui indica una casa e mentre gli altri provano a vedere se dove indicato c’è qualcuno, io poggio l’animale+scatolone a terra e dico a Johnny tre/quattro cose, così per fare conversazione.
Il vecchio mi si avvicina, noto della strana schiuma bianca ai lati della sua bocca (!?) e lo sento dirmi: “me lo vuoi dare a me?”. In quel momento Johnny viene chiamato così.
E senza pensarci, senza un minimo della mia cortesia congenita gli rispondo: “proprio no”.
Prima che l’ostregatto mi strappi il non bianc coniglio dalle mani, come pure mi era sembrato, arrivano gli altri che ci comunicano che no, il coniglio non è della casa indicata dal vecchio strambo.
Col vecchietto oramai la similitudine col paese delle meraviglie mi sembra aver preso un gusto abbastanza horror.

Continuiamo il percorso ma oramai io ho deciso che adotterò Johnny. Dono d’amore: che si rosicchi pure il mio divano!
Quando la situazione sembra oramai del tutto a favore della mia, abbastanza infantile (adottare animali trovatelli è l’apice dell’infantilismo, e lo sappiamo tutti) soluzione, un altro vecchietto esce da un cancello. In mano ha una torcia spenta che io non noto e ci osserva. Non credo sia il nostro uomo fino a che non ci chiede se stiamo cercando qualcuno. Uno dei ragazzi gli dice che stiamo cercando il proprietario del coniglio. Lui spalanca la bocca e dice: “avete trovato il mio Otto!”

Potevo anche mettermi a piangere per la delusione di tornare a casa senza nessuno che rosicchiasse il mio divano però poi mi sono resa conto che Otto è un nome decisamente più appropriato, nonché più tedesco, per un coniglio e quindi ho restituito l’animale al vecchietto ritrovatamente felice.

La delusione per aver perso il mio amato Johnny, non lo nego, è stata enorme. Ma mai quanto la delusione di scoprire che il vecchietto non ci avrebbe dato nemmeno un premio in banconote. Una cinquantina d’euro potevano bastare!

13 febbraio 2012
Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo
E così, neve finita e scuse non rinnovabili, oggi è stato. Il mio, stracitatissimo, esame.
Lo stato mentale che ieri notte mi affliggeva coincideva, più o meno, con “vorrei spendere 100 lire per un pesciolino cieco, montargli sulla groppa e sparire, con lui, in un momento”. Spontaneamente deandreiana.
Stamattina invece pensavo, a mo’ di scudo protettivo, alle sigarette finite e da rinnovare. E così dopo una tappa caffè-sigaretta, immancabile ma insoddisfacente, sono andata in facoltà. Tre persone e un solo esame. Ero la seconda. Perché il mio principio è “prima entri prima finisce”.

E così dopo la prima era il mio turno.
Mi siedo, il mio bel professore di scienza e metafisica, adorabilissimo oltre che bello, mi sorride con fare rassicurante e poi dal cilindro estrae la domanda che non mi aspettavo. Non che fosse particolarmente difficile, affatto, solo che ero sicura me ne avrebbe fatta un’altra.
E la sicurezza, si sa, rende idioti gravemente.
Lo guardo sconvolta, incespico, ma provo a dire. La mia bocca, esattamente in quel mentre, inizia la sua manovra di rivolta contro di me. Si secca improvvisamente.
Niente salivazione. Nemmeno una piccolissima riserva per permettere alla bocca di continuare una qualche, seppur ridotta, funzione. Lui mi guarda e per darmi un attimo mi dice: “di lei mi ricordo” (!) “ha seguito tutto il corso!”.
Io sorrido ma non riacquisto salivazione.
Incespico per altri due minuti, pensando di affogare. Lui mi chiede se voglio una pausa. Io non sono troppo masochista e accetto. Cerco un bagno, trovo solo quello degli uomini, ci entro e mi sciacquo la faccia, imprecando mentalmente. Ritorno al mio supplizio e penso che decisamente questa vita universitaria non fa per me.

Lui mi ripropone il quesito iniziale.
Io incespico un altro po’. Poi silenzio. Mi dichiaro, a me stessa, in silenzio, sconfitta. Lui mi guarda e mi chiede se non voglio tornare tra una mezz’ora. Il mio cervello traduce: scordati un voto sopra il 25. Però acconsento. Esco e chiedo all’altra ragazza di entrare. Scendo all’esterno, compro una bottiglietta di the verde senza nemmeno guardare le calorie (ero sconvolta gravemente).
Mi fumo una sigaretta sull’orlo delle lacrime. E l’unica cosa che riesco a pensare di costruttivo, invece che dare uno sguardo ai punti che mi sfuggivano sul libro e che, tornata dentro, sicuramente mi avrebbe richiesto è: “devo chiamare L.”.
E’ incredibile come nella necessità la mia mente non si faccia alcun problema su eventuali implicazioni, sui pro e i contro, sulle distanze, su tutti i santi del gioco.
Penso di chiamare il mio amico perché so che lui sa cosa dire. Sempre. E soprattutto se ho un problema. Perché io, in quel momento, me ne sarei andata a casa, senza se e senza forse. Lui invece avrebbe detto che non sarei stata affatto razionale.

Ma questo non è un film e quindi il suo telefono era spento. Sconforto anche più totale. Sono risalita pensando che avrei dichiarato al prof.: “guardi, proprio non è il caso. Grazie lo stesso di tutto”. Forse anche con fare epico. Poi sono salita, ho aspettato una quarantina di minuti (tempo dell’esame della ragazza prima) e sono rientrata. Con una differenza più che sostanziale: la bottiglia di the stretta in mano.
Assenza di salivazione, ti aggiusto io!

Lui, il professore, che è l’essere più gentile che mi sia mai capitato, mi sorride come prima e mi chiede se è tutto a posto. Mi da del tu correggendosi immediatamente. Ma oramai l’ha fatto ed è un tu che mi mette tranquillità. Mi chiede se voglio continuare a parlargli dei tropi (lasciamo perdere!). E io, forte degli appunti appena letti, qualcosa farnetico. Qualcosa. Non sufficientemente comunque. Poi passiamo al secondo testo e mi chiede, incredibile ma vero, l’unico capitolo che non avevo fatto del tutto. Non so come sono riuscita a parlare di monadi e Liebniz. Ma pare che io l’abbia fatto.

Passiamo quindi all’ultimo testo. E stavolta, stavolta sì, mi fa la domanda che mi aspettavo.
In quell’esatto momento entra dalla porta un altro professore più studente esaminato. Lui mi guarda, poi guarda il professore appena entrato e mi riguarda. Mi sorride e mi dice “stai tranquilla. E vai.” Ancora il tu, ancora la mia capacità di essere a un tale livello di patetico da ispirare tenerezza.
Inizio a parlare, stavolta, anche se non mi ricordo, so di sapere e in una altra quindicina di minuti il mio supplizio ha termine. Lui mi guarda. Poi mi dice in quella che non mi è sembrata un’esclamazione “insomma sapeva tutto”. Io lo guardo e non penso. Al ché lui mi dice “trenta”. Io non riesco a essere normale e quindi ripeto il suo trenta interrogativamente. Lui mi dice “farà l’abitudine all’ansia, non si preoccupi”. Scrive il voto, mi chiede una firma e io riesco a trattenere un “ti amo” per pura capacità di non essere del tutto disprezzabile.

Morale della favola.
Ecco un altro trenta insoddisfacente. Massimamente insoddisfacente. E adesso vallo a spiegare alle persone che domandano “come è andato l’esame?” che il mio “mah, meglio di un calcio in faccia” non è per essere pignoli sulla lode (che comunque manca e ci facciamo caso) ma è perché è me stessa che non mi soddisfa: la reazione di fronte a una difficoltà, la mia costante autostima a livelli insignificanti, l’incapacità di gestire le situazioni, di essere veramente razionali. Sul letto di morte, se continuo così, finirò per dichiararmi cattolica. E per carità.
E un voto, anche un 30, certo non mi può far cambiare idea su quello che comunque sono stata oggi: una cretina. E senza appelli.

Io riuscirò a fare un esame decente prima della laurea, lo giuro.

6 dicembre 2011
Chi non dorme si rilegge

(tratto da Black Hole di Charles Burns)

Ma ci devo stare sveglia, indico sondaggi, ancora per molto a scrivere queste frasette (che poi diventano titoli) piuttosto insignificanti? No perché, a tempo perso, io dovrei studiare e quindi, di notte, dormire.

Stasera avevo ripreso una bella abitudine: leggere qualcosa per personalissimo piacere mio (cosa che avevo smesso di fare, a memoria di chissà quale presunto vantaggio universitario).
Ero serena, lieta della bella oretta trascorsa in un mondo assurdo e tendente al sonno.
E quindi in perfetto accordo con me stessa avevo chiuso il volume, spento la luce e assunto pregevole posizione fetale per passare la notte.

Proprio in quel momento, dal fondo più profondo possibile del mio poco spiritoso ego, qualcosa ha iniziato a suonare fastidiosamente.

E no, non ho mangiato un orologio/sveglia in stile coccodrillo di Capitan Unicino (e se non sapete la storia dovreste almeno sentire Bennato).

Suonava. Suonava, suonava. Suonava, suonava, suonava.
E più ascoltavo, più il suono diventava forte.
Alla fine ho sbarrato gli occhi.

E quando sbarro gli occhi, per il sonno, è irrimediabilmente finita.

Mi sono alzata pensando ad angelica, che è la solita tisana dal nome immorale. E precisamente all’angelica che reca sopra la scritta “tisana per la sera”. Una specie di camomilla più costosa e che promette più effetto. Ho rinunciato ad angelica quando mi sono ricordata che in frigo avevo del the verde fatto da me qualche sera fa.
Ho pensato che potevo berlo col vantaggio di trovarlo già pronto solo cercando di convincermi che il the verde è “rinomatissimo per conciliare le anime nere col sonno”.
E mi sono dichiarata convinta anche prima di pensare a come convincermi.

Quando il qualcosa ha iniziato a suonare fastidiosamente io stavo facendo due conti.
Che suonassero proprio quelli?

E' come se avessi, certe volte, le dita rotte: qualsiasi parte del corpo tocco sembra farmi orrendamente male. In realtà il problema è ben poco serio e sono solo io che mi ostino a toccarmi le braccia, il torace, la testa con dita doloranti.
E nella mia follia voglio anche inventarmi che sono le braccia, il torace e la testa a provare dolore e non le dita.

Dovrei passare alle lamette, questa forma di autolesionismo coi pensieri è fastidiosamente aleatoria oltre che confusa. Un po’ di sangue, poi, renderebbe tutto molto più interessante.

23 novembre 2011
Sotto la panca

E’ un post lagnoso, e lo preciso anticipatamente per giustificarmene.

Oggi è stato mercoledì.
E usare questo profondo passato composto mi trasmette una certa tranquillità. Come a dire che oramai il mercoledì è “segnato passato” su un ipotetico calendario mentale e difficilmente potrà venire a darmi fastidio. Soprattutto perché c’è un prode cavaliere a difendere la mia serenità: il già pigiama. Non il pigiama e basta eh, ma il già-pigiama cioè il pigiama alla insolita ore che inizia con le 19.30.
E ho pure un fosso, come si conviene a principesse della mia natura a difesa del proprio castello: il divano.

E’ stato, per rimanere nello stesso passato, un mercoledì impegnativo.
Incredibilmente per una volta sono andata a un esame più o meno serena, più o meno consapevole e più o meno preparata.
Io non ammetto mai di essere preparata per un esame, stavolta lo ero. Lo avevo preparato in poco tempo, vero, ma semplicemente perché era, è e sarà, un esame nozionistico, di memoria.
All’esame prima di questo (tanto per fare confronti), la nota filosofia politica (tanto per essere maniaci di dettagli), sono andata sapendo di aver preparato un libro su due e consapevole di stare sul punto di (perifrastica attiva) essere bocciata.
E invece ho preso 27.
Stavolta sono andata sapendo che gli argomenti erano limitatamente quelli, che li sapevo bene quasi tutti e che, in definitiva, non avevo tralasciato niente.
E ho fatto un disastro.
Era un compito scritto, cinque domande più una per la lode. E le sapevo tutte, raffinatamente bene.
E questo, in questi test, è il più grande dei mali possibili.
Ho banalmente perso fiumi di tempo con i dettagli delle prime domande e ho banalmente trascurato le ultime. E non sono arrabbiata per l’ancora non conosciuto esito, sono arrabbiata perché sono stata banalmente idiota.
E io sono indulgentissima con me stessa e mi perdonerei tutto, tranne la banalità.

Quante e iniziali!

Pazienza, mi prendo la serata libera e ci ripenso domani.
E non solo dalla logica, il mio esame del pomeriggio, mi prendo la serata libera dall’esistenza.


Per stasera non voglio più avere ansie.

Ansie, sì: le strane creature che popolano densamente le mie giornate.

Non voglio parlare con nessuno all’infuori delle persone con cui mi va di parlare spontaneamente, senza sforzi insomma (e sono pochine).
Pausa obblighi.

Non voglio scusami di alcunché, ringraziare di nessun favore che non ho chiesto, pensare se questa o quella cosa che ho scritto, detto, pensato, fatto capire offenderà un/una ipotetico/a lettore/lettrice, ascoltatore/ascoltatrice, mago/maga perché lui/lei comprende la mia ironia quanto Averroè la rivelazione cristiana.
Non è sempre un mio problema.

Non voglio contare le calorie, le proteine, i grassi, gli zuccheri di nessun cibo, non voglio pensare ad alcun cibo, non voglio segnarlo su nessuna tabella, non voglio nemmeno masticarlo, non voglio nemmeno cercarlo.
Mi crea troppi problemi e stasera non ho fame: per me il cibo non esiste.

Non voglio dover avere qualcosa di brillante da dire, non voglio star attenta a non deludere le impressioni, non voglio chiedermi se ho passato o meno l’esame di socialità, non voglio chiedermi se ho deluso o se non l’ho fatto, se ho perso interesse o l’ho guadagnato, se sono più noiosa o meno noiosa.
Ossessione bilanci.

Le liste di “non voglio” (o anche di “voglio”) nei post sono noiose, improduttive e fanno tanto post infantile, lo so. Tutti questi non voglio, in realtà, io li dovrei trasformare, uno per uno, in “non farò” o in “eviterò di”. Anzi, ancora meglio dovrei non dirlo, dovrei solo evitare di pensare e ripensare a certe cose, dovrei evitare di sottopormi a tutte quelle angosce strette, a quelle torture volontarie. Dovrei, e anche le liste dei dovrei sono altrettanto insignificanti quindi smetto subito, iniziare un percorso di normalizzazione.

Domani, per normalizzarmi, non vado dallo psicologo e mi prendo la giornata per compilare un'altra lista. Precisamente una lista di regali da spedire a babbo natale.

Attualmente il mio pigiama ed io ci conosciamo, non me lo mangio e non devo impressionarlo: pace è fatta.

17 novembre 2011
LadyMariKKA (quell'unica volta in cui di kappa volevo averne non una, ma due)

Lo so che sono ossessionata e ossessionate con diete, dukan, meno dukan e compagnia bella.
E me ne scuso formalmente.

Stasera sono arrivata a una svolta decisiva però: io non voglio, affatto, essere magra.
No, semplicemente voglio avere la stessa, identica, percentuale di grasso corporeo che ha Keira Knightley.
Non solo. Voglio anche avere la stessa assenza di forme, la stessa testa leggermente sproporzionata, le stesse visibilissime ossa.

Se, in agigunta, devo anche essere magra mi va bene, ma in realtà non chiedo niente di così ideale e di così definito come la magrezza, chiedo qualcosa di molto più reale.

Ed ecco una foto della sopracitata doppia K da obesa.
Come dicevo mi va bene anche somigliarle in queste condizioni, senza essere magra.



Lo so che è un post vuoto, inutile e pure abbastanza rappresentativo di una mente che proprio apposto non sta però se non propongo (a me e ai poveri lettori rimasti) modelli raggiungibilissimi (!) di forma fisica, e soprattutto non esagerati, non dormo serena.

Forse dovrei tentare di dare modelli ancora meno estremi, non so. Forse una roba come quella che segue già potrebbe andare.



La smetto e mi riscuso.
(io devo scrivere di quello che mi viene da scrivere, è questa la cura prescritta alla mia grafomania addormentata)

Bisogna però dire che con questo post ho dimostrato almeno una cosa, di avere un tratto simile alla Knightley: la piattezza.
Io, soprattutto (e non solo), intellettiva.

25 settembre 2011
645 (Mezzi) stregati dalla zia

Nessuno mi vende bene come mia zia.

Incredibilmente appena parla di me con un qualche ragazzo quello quasi si dichiara da subito innamorato. Io non lo so precisamente cosa gli dica e cosa no, non so nemmeno se gli promette una sventola alta e magra, so solo che alla fine il tipo, qualsiasi tipo, con cui lei ha solo parlato, fa dichiarazioni tremende che spesso finiscono con la parola matrimonio.

 

Se non vogliamo parlare del lettore audace (ma ne parleremo) che comunque rientra nella categoria di quelli che mi hanno conosciuta prima per bocca di mia zia, dobbiamo menzionare il tipo del matrimonio. Tipo a cui io non ho rivolto la parola (nemmeno lui a me del resto) per l’intera sera, per l’intero matrimonio, anche se l’avevo di fronte, a cena. Ecco, mia zia sostiene che lui le avrebbe detto (mentre lei fingeva di predirgli il futuro –ho una zia strega, sì) di aver notato una ragazza durante la cena che, guarda tu, risponde al nome Marica. Al sentire il mio nome mia zia sorprensa gli avrebbe detto che sono sua nipote e avrebbe iniziato a decantare tutte le virtù che non ho, come fa sempre. Alla fine il tipo, sempre secondo la leggenda, si sarebbe quindi dichiarato “quasi innamorato”.
A me il tipo non piaceva affatto, senza considerare che poteva benissimo essere un idiota (non lo so, non ci ho parlato ma se veramente tra tutte quelle belle ragazze si riferiva a me…) devo dire però che la storia, raccontatami così da mia zia, qualche effetto sulla mia autostima ce l’ha avuto. Forse il ragazzo scherzava, forse ha confuso, nelle presentazioni, il mio nome con quello di un’altra, forse era solo idiota, forse voleva prenderci in giro, certo, però sentirsi raccontare favole, ogni tanto, male non fa.

 

Torniamo al lettore audace, che invece la mia autostima, per riequilibrare, se la mette sotto i piedi a giorni alterni. Ogni tanto maledico quel mercoledì di luglio in cui ci sono uscita per la prima volta. Non so perché mi piaccia così, non so cosa abbia di tanto particolare per farmi penare (soprattutto tenendo presente quanto poco ci sia stato tra noi): mi piace la sua inquietudine, ci vedo un mondo dentro.

 

Il mio buon principio in queste cose (cose non meglio identificate diciamo vagamente riconducibili alla categoria “appuntamenti”) è sempre stato: tutto quello che uno non dice e non fa non l’ha né detto né fatto. Spiegato meglio: se uno non chiama molto semplicemente non ha chiamato. Poco importa se voleva e no, se poteva o no, se varie ed eventuali o no. Importa che non l’ha fatto. Non esistono volere e potere, in queste cose, niente scuse, ma, forse e tanti eccetera. In una parola: le azioni si distinguono solo in fatte e non fatte.

 

Per il lettore audace però, questo meraviglioso principio che ho sempre applicato, non vale. Per lui trovo sempre una “giustificazione”. E peggio ci credo fermamente.

Faccio tutto da me insomma: lui non fa una cosa, io mi invento una giustificazione e poi ci credo anche. Quasi senza “prove”. Non so spiegarlo perché, è una sensazione che me lo fa fare. Ho buone sensazioni con lui, che posso farci? Al massimo ci sbatterò la testa e ritornerò ai miei buonissimi metodi sperimentali.

 

Sento più di quello che vedo: ed è la mia condanna a morte.

 

Sto quindi andando contro tutto quello che mi suggeriscono le poche persone con cui parlo del lettore audace, contro quello che io stessa mi direi, contro quello che sarebbe più ovvio e sto facendo di testa mia. Non l’ho fatto spesso devo dire, di rischiare con qualcuno. Io di solito mi lascio chiedere di uscire almeno 7 volte prima di accettare (temendo poco interesse o altre robe simili, non perché me la tiri particolarmente, per paura, ecco). Stavolta invece nonostante non abbia alcun (ma proprio alcun) riscontro empirico io mi sento di giocarci su un paio di quote ancora. E per questo sto organizzando una cosa orrendamente diabetica: ringrazio di non essere ricca e non potermi permettere aerei che volano con messaggi insignificanti e concisi. Io sarei tristemente quel tipo di persona. Però di aerei ne dovrei far passare una trentina: posso essere insignificante, sì, ma concisa mai.

 

Sto scherzando certo. Non sono tipa da aerei con messaggi sentimentali e la cosa che sto “pensando” non è poi così diabetica: io, e sappiamo tutti il mio grado di acidità, apprezzerei.

 

Sul lettore audace basta così, ho già detto anche troppo. Semplicemente volevo sottolineare che la mia razionalità ha un crollo emotivo serio, ultimamente.

 

Ho passato una domenica curiosa. Con mia zia, a sistemare la casa in cui, ricominciando l’università, tornerò a vivere da circa settimana prossima.

La prima sensazione è stata tremenda.

Avevo smesso di abitare lì, tornando da mamma (!), proprio per quella sensazione sgradevole. Stare in quella casa mi riportava alla mente un sacco di cose: bei momenti, sì ma anche momenti orrendi. Momenti in cui da sola con me stessa mi sono sentita non bastarmi (io che ero la fautrice della solitudine). Non riuscivo a sentire quella casa come mia, non riuscivo a viverci come prima. E anche stamattina, portati prodotti per pulire e tanta cocacola zero, volevo fuggire dalla finestra ignorando, per quanto possibile (fino all’impatto con l’asfalto insomma) l’altezza. Poi io e mia zia abbiamo buttato giù tutto (ma sul serio tutto) e ci siamo date alle pulizie a fondo per tutta la mattina e tutto il pomeriggio con un risultato sorprendentemente (per me che non sapevo dove mettermi le mani tanto lo sporco-disordine) buono.

Siamo finite, stremate ma soddisfatte, a mangiare fagiolini bolliti come fossero patatine parlando di tanta roba, fino a liberarci un po’ l’anima. Io non riesco a parlare così bene con nessuno, devo essere sincera. Sarà che mia zia è la persona più liberale e libera del mondo. E’ anche libertina se è per quello. La sua libertà è mentale e molto poco fisica, questa è la sua più meravigliosa contraddizione.

 

Per un momentino, in tutto questo, ho pensato che i progetti sul colore del divano e su dove mettere quel determinato mobile, forse li avrei voluti fare con qualcun altro, con un “uomo” o “compagno” o boh. Ma è stata la confusione di un momento poi ho pensato bene che nessuno ha il mio stesso gusto estetico tanto.

 

Ecco, adesso guardandomi intorno vedo il nuovo (il divano ordinato, il mobile appena montato e la libreria che devo decidere dove mettere) e il pulito (tutto quello che mia zia ha lavato, tutto il vecchio che ho buttato via). Guardandomi in giro ora vedo me e mia zia mangiare fagiolini sporche e discutibilmente vestite, non tante ombre scure che minacciano.

30 agosto 2011
638 Finalmente sceglierai

Galleggiare nel nulla non è come sentire solo il nulla intorno. Perché quando galleggi in qualcosa hai sì la percezione di quello in cui galleggi, in questo caso del nulla, però senti anche te stesso, il tuo corpo, il tuo esistere e lo senti, esattamente, nella differenza rispetto a quello in cui sei immerso. Senti nel nulla il tuo esistere e quindi già qualcosa rispetto a proprio niente.

 

Magari questo discorso vale per tante cose in cui si può galleggiare, quello che non consiglio è di far una prova con la merda: in quella puoi si avvertire i confini solo finché l’odore non inizia a far parte di te.

 

Una parentesi, senza parentesi, poco fine ma necessaria.

 

Non so da dove iniziare in effetti.

Sono in fase di cambiamenti e risoluzioni definitive: attaccatevi ai corrimano che quelli ho deciso di non tirarli via. Ho preso una decisione (sul serio?) che io considero decisamente importante a cui non avevo pensato preventivamente e per la quale, certo, non avevo scelto una linea d’azione.

 

E così sono caduta nel nulla. Nell’aver scelto il nulla. Ma non annaspo, non affogo, non mi schiaccia. Come da apertura io ci galleggio.

E in quel galleggiare mi è come sembrato di ritrovarmi. Ma nemmeno. Di incontrarmi improvvisamente e non esserne particolarmente dispiaciuta. Tipo far due chiacchiere con qualcuno che non vedi da tanto e alla fine delle chiacchiere chiedersi “ma perché avevo smesso di frequentarlo?”.

 

Sarei serena.

Ma prima di dichiararlo senza il condizionale aspetto l’ondata di malinconia e dolore che la mia scelta, spontanea, quindi non realmente scelta ma che non potevo evitare (ed è questo che la rende, in un qualche senso che lascio a voi, più definitiva di una qualsiasi scelta razionale) porterà.

Non può non succedere.

 

Vediamo se riesco a dire qualche fatto e non solo giri di parole.

E’ stato un quasi dire di no (o senza il quasi?) al rapporto complicato e con poco futuro che negli ultimi mesi mi ha resa felice. Se non in linea continuata, felice, almeno a picchi alterni. Al rapporto che mi ha, forse senza saperlo, cambiato la vita.

 

Anche l’uscire di casa cinque minuti prima o cinque minuti dopo “può cambiare le sorti della vita” in un innescarsi di conseguenze ma in questo caso le conseguenze che l’adrenalina, il piacere, l’attenzione, il batticuore, l’emozione che quel rapporto mi dava hanno dato la spinta che mi serviva per far una cosa che da sola non riuscivo a fare.

 

L’essere riuscita, nonostante il terrore che ancora ho di pentirmene, a comunicare la mia volontà di fermarmi anche all’altro mi dà un qualche grado di soddisfazione, devo dire. Nonostante le lacrime che mi sono sforzata di fermare ma che non riuscivo a non versare e il dispiacere per non essere stata chiara un po’ prima di quel momento.

 

Lui ha avuto la reazione più elegante del mondo, ma ovviamente non mi aspettavo altro. E mentre io farfugliavo che non capivo perché proprio in quel momento, proprio dopo aver insistito io, tanto, per vederci non riuscissi a trovare un senso a quella relazione, a quei baci, a quelle carezze, lui, tenendomi il viso contro il suo petto, mi ha detto che semplicemente ero cambiata e soprattutto era cambiato quello di cui avevo bisogno.

 

E’ una realtà.

 

A marzo (scrissi questo per dire quanto era immensa la cosa per me), quando mi ha baciata la prima volta, avevo bisogno di tutta quell’adrenalina, di tutta quella vita, di quello scossone immenso nella mia esistenza serena. Quello che lui mi dava, quel tira e molla, quei baci rubati all’orologio erano esattamente l’incentivo per migliorare volta dopo volta.

 

Oggi una fetta biscottata con la nutella ogni tanto (il rapporto di cui sopra) non mi basta per stare bene, mi serve latte e cereali tutte le mattine.

 

Mi dispiace, devo dire, essere diventata così più consapevole (la consapevolezza è il male del mondo), però è così. Quello che voglio ora, di cui ho bisogno ora per sentirmi bene è conoscenza, lentezza, tempo a disposizione, presenza, rapporto reale, condivisione. Con l’aggiunta di adrenalina, ovvio, ma non quella e basta. E se non posso averlo, se non trovo quello, credo di poter benissimo scegliere (come da titolo) di star un po’ sola con me, attualmente tutto questo schifo non me lo faccio.

[A settembre, tornata da Berlino, prometto che questo blog tornerà ad avere una vita decente. E se non ci riuscissi lo sopprimerò premendo il pulsante di autodistruzione per tentare di fargli fare una fine gloriosa e non continuare a distruggerlo con le mie minchiate.]

2 agosto 2011
630 Fritto misto

"sono lontani quei momenti, quando uno sguardo provocava turbamenti" 

                            

E io mi meraviglio.

E questa meraviglia mi offre il pretesto per un post serio. Ma non si dovrebbero scrivere posti seri d’estete. Non è normale, non è naturale, non è salutare, non è nemmeno igienico.

Nemmeno dietetico se qui può starci il punto.

 

Due giorni fa sono entrata in una tavola calda in cui, in totale, nei miei quasi ventitre anni di vita (vorrei una crema antirughe grazie!) sarò stata sicuramente meno di dieci volte. A Salerno per giunta. A Roma sono entrata in pizzerie più di dieci volte in ventitre anni e sicuro non parlo ai proprietari né loro si ricordano di me e forse nemmeno io di loro.

 

In questa tavola calda si serve pizza sì ma fritta o, andando sul più leggero, timballi di fritto con salsa fritta e ripassati nella friggitrice. Persino l’insalata ha qualcosa di fritto. Nonostante questo la tipa che queste robe le schiaffa nel piatto, prima di far cassa, è magra e alta. Bruttina a dimostrazione che magrezza non è bellezza. Ma sticazzi della bellezza se si può essere magri. Anche solo magri. In più porta, la tipa magra e bruttina, un crocifisso al collo. Se però per essere magri bisogna aver anche la croce allora, forse, è meglio non esserlo. Ma questo non significa che sia meglio essere grassi eh. Non lo so, ci devo pensare.

 

La tipa della pizzeria si ricorda di me, a quanto ho capito entrando quel giorno.

Ed è qui l’incipit, è qui che mi meraviglio. E non soltanto perché si ricordava di me, quello lo capisco, ma perché ha avuto, non so nemmeno come dire, il coraggio, usiamo questa espressione, di dirmi cose che non si permettono nemmeno le mie amiche. Amiche ipotetiche dico, io sono asociale e certo non ho amiche e comunque, anche le avessi, se si permettessero di dirmi cose del genere già non lo sarebbero più.

Io, che certi argomenti li fiuto anche nel fritto oramai, ho visto la signora pronta a seppellirmi in un kg di fatti non suoi e sono scappata fuori con i miei pomodori anche loro in fuga. Dalla frittura.

 

Lo so, non si capisce niente così.

Riprovo.

 

Io pranzavo in una pizzeria salernitana in cui sono entrata, in totale, meno di dieci volte. In nessuna di queste volte ho mai parlato con la tipa bruttina, cattolica ma magra, che schiaffa il fritto nei piatti al banco. E quella oggi, tanto per farlo, ha pensato che sui pomodori gradissi anche un po’ di affari miei strimpellati da lei. Quando qualcuno vuole parlare di quell’argomento, che io non nomino ma che per chiarezza da post possiamo definire “argomento riguardante l’aspetto fisico”, e vi sorprenderebbe sapere quanti ne vogliono parlare, sempre, continuativamente, anche per ore, io glielo leggo in faccia. Se riesco scappo lontana se non lo faccio rispondo a brandelli.

 

La tipa, con gesti orrendi più che con parole, non a me che quindi ero già lontana, ma ad altri che ovviamente mi hanno riportato il fatto, ha sottolineato qualche grandioso cambiamento veda in me. Tutti in ginocchio allora. Poi ha detto qualcosa su quanto io ora sia bella.

 

Il “quanto sei bella ora” (ancora in ginocchio, grazie) è una frase meravigliosa perché consente di mascherare finemente l’insulto. Gli idioti ci perderanno tutto il giorno a pensare a "bella" dimenticandosi, volutamente, di “ora”.

 

Io sono bruttina, grazie, e gradisco restare nella mia condizione. Oramai mi ci sono acclimatata.

 

Ma sono bruttina ora come prima. Tutto il resto è un’altra storia, una cosa che con la bellezza, c’entra nulla.

 

Tutto il resto è la mia più grande vittoria e la mia più grande sconfitta, parallelamente.

Possibile?

E’ la vittoria della mia incredibile forza di volontà, certo. Ma è la sconfitta del mio personalissimo problema col mondo. Non sono riuscita a smuoverlo di un centimetro, non sono riuscita a far notare che ero un essere umano con intelligenza e qualità prima così come lo sono, se lo sono, ora. Sono la prima a definirmi una stupida, il punto non è quello, il punto è che ero ieri quello che sono oggi.

No, ma non è corretto nemmeno così. Nessuno è quello che era ieri anche se ci si spera sempre un po’. Quello che non sono riuscita a fare è dimostrare, sempre al mondo, da brava illusa, che non ero, e non sono giudicabile preventivamente, come nessuno lo è. Potevo e posso essere stupida, certo, ma come tutti, non stupida preventivamente per estetica.  

 

Con i cambiamenti fisici non cambia il (basso) livello della mia intelligenza, non divento più umana, meno pezzo di carne da sbrindellare qui e lì, da studiare approfonditamente. Non divento improvvisamente più rispettabile ora. Non divento meno stereotipo. Non lo ero prima, tutto qui.

 

Ma non ci sono riuscita, a spiegarlo al mondo, e allora ho adattato me. E' diventato più facile ad un certo punto. Ed eccola la sconfitta che mi permette di vivere molto meglio: sono cambiata io per avere la stessa forma che il mondo trova appropriata. E ne sono contenta eh, ogni giorno di più. E certo l’ho deciso io, nessun altro. Però adesso che posso dire la mia, visto che sono dotata di apparente normalità oramai, ci tengo a dire che quell’ora, chiunque, ma soprattutto la magra schiaffatrice di fritto, può tenerselo ben stretto. Non c’è nessun ora perché per me non c’era nessun così diverso prima. E chiunque pensi veramente di vedere ora bellezza è solo un idiota che la bellezza non l’ha mai vista veramente.

Non voglio far la buonista e dire che la bellezza è solo interiore, per carità, dico solo, o lo vorrei, che la bellezza è un certo insieme di roba, di proporzioni, di pensieri, di profumi, non una mera questione di misure e parametri.

 

E non che questo mi faccia rientrare nella categoria, assolutamente, ma l'ho già detto sopra.

  

La signora dell'altro giorno è stata il mondo. O una sua apparizione. E mi ha fatto sentire il suo gesto orrendo nell’ora, ancora una volta, affatto nel prima.

27 luglio 2011
628 Come si sopravvive a una ex

Direi che il metodo più efficace e con cui non si deve estirpare il problema perché questo proprio non si presenta è evitare di dover aver a che fare con una ex.

Però per ottenere questo bisogna avere il luogo giusto. Precisamente un luogo verde in cui ci siano campi e campi di uomini che non hanno mai avuto una ex contro cui combattere.

Difficile trovare una campo così, anche perché il contro effetto poi si chiama inesperienza, e mica va tanto bene.

 

Diciamo che la giusta condizione è una ex lontana, preferibilmente in un altro sistema solare ma ci accontentiamo anche di una lontananza di rapporto. Eh, ci accontenteremmo anche di una lontananza di rapporto, se ci fosse.

 

Fine dell’idillio con il tipo a cui dovevo trovare un nome. Il nome c’è, lettore audace come lo chiamai la prima volta e come è stato giustamente consigliato, ma adesso col nome c’è pure una ex. E della ex il nome lo sappiamo pure: Angelica. E non farò commenti sulla qualità del nome perché un’Angelica innocente potrebbe arrivare qui e dover scontare una colpa non sua.

 

Io ero quella delle storie da finire bene, vero? Quelle de “le persone intelligenti non perdono certo un intero rapporto perché non riescono a cambiare il sentimento che li legava in qualcosa di altrettanto positivo”, no? Però pare che questo discorso fatto da me valesse a senso unico solo per me.

 

Perché non appena il lettore audace ha nominato la sua ex la mia paranoia ha fatto tre salti multipli, ha abbracciato la mia stupidità e si è conficcata in qualche occhio di passaggio. Mi sa nel mio.

 

Diciamo che la frase “la mia ex si è rifatta viva” non è propriamente un concentrato di delicatezza. Intanto c’è l’aggettivo possessivo che mi dà grandemente fastidio e poi trovo poco educata anche la condizione esistenziale “viva”. Poteva essere morta no?

Le cose che io voglio sapere di Angelica sono solo due e semplici. Quanto è bella (e si spera sia brutta) e quanto è magra (e qui non speriamo nemmeno niente, qui vogliamo solo averne coscienza). La bellezza serve per competizione e la magrezza serve per riprendere a respirare.

Le due cose che voglio sapere possono diventare una se le chiamiamo fotografia.

 

Pare che il lettore audace e la sua ex siano rimasti così amici e che lei si rivolga a lui per farsi dare consigli sentimentali. Il fatto che lui me lo racconti va anche abbastanza bene direi se non fosse che usa termini sbagliati e mi fa gelare il sangue inutilmente.

Ora, se io fossi serena, pacifica e sicura di me il fatto mi farebbe piacere e considererei il suo avere una simile maturità, nell’affrontare l’evolversi del rapporto con la ex dico, una cosa buona. Io però non sono serena né sicura di me e quindi vedo il fatto come una pugnalata alla mia stabilità.

 

Hanno convissuto nove mesi dopo 4 anni di fidanzamento.

E tutto quello che si sono detti in quattro anni di fidanzamento io come lo recupero? Dovrò parlare senza tregua per tutte le prossime cene (se ci saranno). Poi dovrò parlare ininterrottamente per le notti che altrimenti si potrebbero dedicare al sesso (sto scherzando, al sesso, momentaneamente, nemmeno si può pensare). Poi dovrò parlare per tutte le notti in cui, dopo il sesso, si dovrebbe dormire. E poi dovrò parlare ininterrottamente ancora per qualche altra occasione impiegabile in altri modi. E poi dovrò parlare ancora un po’, raggiunta la parità, per superarla. Ad Angelica.

 

Il lettore audace, dopo un pomeriggio di preoccupazione, mi ha rassicurata un po’ con qualche messaggio. Ma il problema non è certo sapere o meno se la ex angelica abbia un fidanzato, il problema è sapere, sentire, perché con lei è finita e con me può iniziare perché io da sola proprio non lo capisco.

 

Il fatto positivo è che il lettore audace (il più giovane individuo con cui io abbia avuto una frequentazione fino ad ora –detto tra noi) ha finalmente fatto conoscenza con la mia parte peggiore: insicurezza mista a paranoia in una leggere inclinazione per la tragedia facile. Non è scappato come io pensavo vista la sopracitata inclinazione e mi pare già un modo decente di prenderla.

14 luglio 2011
625 Quello che vuoi, quello che posso (un po' cit.)

Alla fine ci sono andata senza orecchini. All'appuntamento.

Perché, pur avendone il tempo, mi sembra pretensioso.

 

E quello che è successo all'appuntamento è veramente da post anche se avrei almeno due “motivi” (e mezzo –ma io sono esagerata) per non scriverlo però facciamo che fingo di non averli.

 

L’appuntamento era in una libreria.

Sempre per la storia che a me piace giocare in metaforiche case mie quando devo fare queste cose.

 

Fatto sta che lui arriva tardi.

E arrivare tardi a un appuntamento è di pessimo gusto. Sia che tu sia la lei sia che tu sia il lui della situazione. Lo hanno salvato due cose dal mio partire col piede sbagliato: un suo messaggio d’avvertimento sul fatto che avrebbe fatto tardi, (perché uno può avere tutte le buone intenzioni ma il traffico è un’altra cosa, soprattutto a Roma) e il fatto che io avessi beccato il vagone della metropolitana nuovo, climatizzato.

 

Non era un appuntamento al buio. E anche se per le persone normali questa sarebbe la regola, visto che parliamo di me è meglio precisarlo.

C’eravamo visti solo una volta a marzo. E questo è il motivo per cui si meritava una possibilità seria. Potrei spiegarvelo meglio ma di fare battutine massacranti su me stessa non ho voglia stamattina. Rimando a domani.

 

In realtà mi ero convinta mi avesse scambiata per Ce. Cioè, quella sera, quando l’ho conosciuto, io ero con Ce. E lei è molto più carina di me, seriamente dico. Quindi lui su fb ha contattato me però poteva aver dato il mio nome, la mia personalità alla sua faccia. O così oppure non riuscivo a spiegarmi perché, tra le due, fisica evidenza già citata, lo avesse chiesto a me, di uscire dico.

Vabbe’, ho un problema con l’illogicità.

 

Quando glielo ho detto, ieri, perché sono idiota e non riesco a non dire qualsiasi cosa mi venga in mente (alternando a momenti di mutismo acuto, ovviamente) lui ha sorriso e ha detto che non mi aveva confusa per niente. E’ stato carino. Ma ha pensato che sono un’idiota.

 

Volevo scappare. Molto prima del mio patetico “credevo mi avessi confusa con Ce” dico, lì già avevamo preso confidenza. Volevo scappare perché ho pensato, semplicemente, che uno che si veste in quel modo di certo non può essere il mio tipo.

E’ un bel ragazzo, con i colori che piacciono a me, gli occhiali, certo, scuro, occhi scuri, una bella risata ma un sorriso normalissimo e molto, molto magro.

Peccato avesse scelto una maglietta in cui potevamo entrare in 12.

 

Ecco, in virtù di questo, solo questo, io volevo scappare lontano.

Ho pensato “facciamo velocemente un giro e poi distinti saluti”.

 

Sì, sono superficialissima, ovvio.

 

Poi abbiamo fatto un giro all’interno della libreria. Lui doveva cercare “una cosa”, non meglio identificata Abbiamo cercato, chiesto al commesso ma era terminata.

E questo vi sembrerà un elemento inutile nella narrazione, lo so. Solo a fine cena ho scoperto che stava cercando un fumetto (non chiedetemi titoli) per me che non ne ho mai letto uno.

 

Usciti dalla libreria, dopo la sua proposta, abbiamo cercato un bar per bere qualcosa.

Il ragazzo aveva studiato, e molto bene, secondo me.

 

Al bar io avrei voluto un caffè ma al “cosa bevi?” ho detto acqua e aggiunto naturale. Quando sono agitata dico sempre acqua naturale che è un bel tentativo di nascondersi.

Lui ha preso due bottiglie d’acqua. Naturale. Solo a fine serata abbiamo scoperto che in realtà entrambi l’acqua la preferiamo leggermente frizzante.

 

Comunque lui la paga ed io non mi decido se dire qualcosa o non farlo. Alla fine me la gioco sul “io li ho spicci”, che è un modo per parlare di soldi senza parlare di soldi. Lui risponde parlando di soldi senza parlare di soldi con “no, li dovevo cambiare” (ah sì? Per farci cosa?).

Pace.

Ci sediamo. E lui galantemente mi versa un bicchiere d’acqua. Addosso.

Io scoppio a ridere mentre lui non sa più in che lingua scusarsi. Mio dio, era solo acqua. Io l’ho trovato il modo giusto per spezzare la tensione, almeno la mia.

Abbiamo parlato. Per due ore. Direi tranquillamente. Lui mi reputa un po’ troppo intelligente. E questo è un problema perché a spiegare che sono normale, come tutti, sembra che io voglia far la vittima o altro. E d’accordo allora, sono un genio.

 

Ha detto: “ti leggo su fb. Tu e la tua cerchia di intellettuali!”. Vabbe’.

 

Il momento di maggior disastro è stato quando mi ha chiesto cosa fosse un “mesca”. Aveva visto le foto su fb. Quindi ho tentato di spiegarglielo ma per farlo ho dovuto menzionare questo blog. Per un quarto d’ora mi ha chiesto di dirgli il nome, cosa che ovviamente non potevo fare (vista la lettera appena sotto, per esempio).

 

Anche quando ci siamo salutati a fine serata mi ha detto: “non mi ricordo come mi hai detto si chiami il blog”. Mi ha fatto ridere ma non glielo ho detto lo stesso. Non voglio avere un terzo (e mezzo) motivo per non scrivere.

 

Quindi, finite le chiacchiere, mi ha buttato un altro bicchiere d’acqua addosso. Gli stava per venire un colpo, non sapeva più come scusarsi. A me veniva ancora da ridere ma non sapevo come tranquillizzarlo, come farli capire che veramente la cosa era divertente.

 

Poi mi ha chiesto se mi andava di cenare.

Ora, benché il cenare sia qualcosa di tremendamente complicato e proprio il contrario del giocare in casa gli ho ovviamente detto di sì.

Lui ha proposto sushi. Non esattamente il mio genere, ecco. Io l’avevo provato una sola volta e al supermercato trovandolo orrendo, ma ho ovviamente detto che andava bene.

 

Ci siamo alzati e lui ha preso la bottiglietta d’acqua dicendomi: “ce la portiamo così se mi viene voglia di schizzarti un altro po’…”. Ho apprezzato.

 

Quindi abbiamo ripreso la metro. Io ho una regola per la metro: non mi siedo mai, nemmeno fosse deserta. Ho fatto un’eccezione perché lui sembrava volersi sedere ma non se non lo facevo anche io. Una galanteria da stress.

Ma sono sopravvissuta anche a questo e siamo arrivati alla sua macchina parcheggiata all’eur. Lo dico perché la passeggiata con il tramonto e il laghetto sembrava quasi intenzionale. E invece non lo era. Per fortuna.

 

Arrivati alla sua macchina, lucidissima, io ho pensato che l’appuntamento si stava trasformando nell’appuntamento che volevo. Sì, una mia debolezza, mi piace essere condotta se lo decido.

 

Salita in macchina lui mi chiede se voglio sentire musica acustica o se preferisco quella elettronica.

Io non capisco un cazzo (scusate ma questa va detta proprio così).

 

Sull’esperienza cena e sushi dovrei aprire un capitolo a parte. Mi sono proprio innamorata. Dell'alimento. Sarà che in tutto il giorno avevo mangiato solo uno yogurt ma l’ho trovato incredibile, quasi un'esperienza mistica. Il ristorante era molto carino, musica giapponese in sottofondo, quadri, odori particolari, proprio una mossa ben giocata. E poi mangiare il sushi è stato divertente. Credo fosse studiato anche questo. Per favore, non chiedetemi i nomi precisi che non li so. Era sushi di vario tipo, forme e dimensioni. Poi lui mi spiegava come fare, rideva della mia poca abilità con le bacchette (mi ha detto “ti faccio portare una forchetta?” ma io per orgoglio ho detto assolutamente di no) e faceva il cavaliere lasciandomi scegliere i pezzi. E’ stata una cena quasi perfetta.

 

Abbiamo toccato il massimo grado di confidenza quando ha iniziato a mettermi pezzi di sushi nel piatto mentre io pensavo “se ne mangio un altro e domani peso anche solo un grammo di più ti faccio a pezzetti e faccio mettere te poi nel sushi” (cosa, se vi interessa, che non si è verificata).

 

Ho avuto la sensazione, ma rimanga tra noi, che lui sapesse qualcosa di troppo. Si è lasciato scappare che il sushi è abbastanza magro. Ho fatto finta che per me fosse indifferente comunque e che non avrei passato metà cena a contare le calorie di quello che stavo mangiando (perché la malata di mente la faccio solo da un certo grado di conoscenza in avanti).

 

E' stato carinissimo.

 

Si è riverificato di nuovo l’imbarazzo del “farmi pagare la cena da qualcuno” alla fine. Lui non ha voluto dividere il prezzo in parti uguali anche se io l’avrei trovato più civile. Meno galante ma più civile. Quindi io l’ho ringraziato lasciando perdere. Lui ha detto "dai, la prossima!"

 

Poi abbiamo passeggiato, passeggiato, passeggiato. E parlato, parlato, parlato. Non credevo di saper parlare tanto.

 

Sulla via del ritorno lui mi ha chiesto qualcosa di parecchio imbarazzante. Unica nota negativa. Poteva evitare. Mi ha chiesto i miei gusti musicali. Ho cercato di salvarmi in calcio d’angolo ma a domanda diretta non ho potuto far a meno di confessare.

 

Lui: “ma senti anche la Pausini?”

Io: “la Pausini? Scherzi? Noooo!”

Lui fermandosi e guardandomi: “dai, dimmi la verità.”

Io: “okay. Solo certe volte!”

 

Lui è scoppiato a ridere mentre io volevo sotterrarmi.

 

E’ finita che mi ha riportato alla mia macchina che era nelle vicinanze, in una certa vietta interna che mi sembrava mettergli ansia per uscirne.

Io l’ho baciato, sulla guancia, dicendogli che poteva seguire me.

 

Dove avrò preso tutta quella sicurazza non so, addirittura gli ho detto di seguirmi. Mah, mi stupisco da me. Io nella mia macchina nera e lui appena dietro che mi seguiva, la scena sembrava quasi da film, solo dovevamo avere due moto.

 

Arrivata a casa, stavo per scrivergli qualcosa, insomma, credevo toccasse a me, quando è arrivato il suo messaggio.

Sì, pare che proprio da buttare in un cassonetto io non sia. Ancora.

 

Se mi è piaciuto non lo so. E' stato qualcosa di totalmente diverso da quello che faccio di solito. E non ho mica così tanta fretta di sapere se col tempo mi piacerà di più o di meno. Vorrei un po' di lentezza, ecco tutto.

 

Che brutta conclusione. C'erano tempi in cui finivo i post con "e abbiamo fatto sesso sul tavolino". Mi sono rammollita.

16 giugno 2011
616 Un uccelletto

Non amo, particolarmente, l’azione.

Direi che più spesso possibile la sostituisco a una profonda riflessione. Inutile ovviamente, come si conviene a qualsiasi riflessione. E anche se pensare di fare una corsa di un’ora non corrisponde al farla sul serio, certe volte riesco anche a sudare.

 

Lasciando da parte le idiozie che intermezzano tanto per rendere il tutto meno suicidio-take away, direi che meno dell’azione amo la non azione prodotta dalla riflessione.

Perché, quasi alla fine, quando uno una cosa non l’ha fatta ha comunque preso posizione sull’azione e precisamente nella non-azione.

Spiegare concetti intuitivi, o che per me lo sono, è faticoso: quasi sto sudando.

Penserò comunque di aver corso.

 

Ero sdraiata in giardino con il gatto tra le gambe, un libro tra le mani e un evidenziatore perennemente tra le labbra, quando vedo un uccellino avvicinarsi.

 

Sì, io mordo le penne, le matite o gli evidenziatori: tremendamente antiestetico.

 

Non faccio in tempo a spaventarmi (le cose in movimento mi spaventano, così come le persone, così come certe parole lanciate, così  come gli animali, così come i volatili) che vedo il gatto, quell’adorabile creatura che dormendo tra le mie gambe incrociate sembrava comunicarmi tutta la bontà del mondo, fare un salto e, in un rapido, bellissimo in quanto tragico, gesto, prendere l’uccellino.

 

Cosa si pensa di una azione così?
Io, razionalmente (sì, ogni tanto ancora mi succede) avrei detto che una scena del genere è normalissima amministrazione, che è più indicato aspettarsi sensibilità nelle telenovele che non nella natura, che non si può chiedere al gatto di non essere cacciatore o all’uccello di non essere preda così come una pianta o, per rendere ancora meno vita e conseguentemente meno volontà, un cassetto non smettono di essere pianta e cassetto per una richiesta. Nemmeno fatta a lacrimucce.

 

In una parola un evento del genere è semplicemente “vita naturale”.

E io sarei stata d’accordo nella mia stessa riflessione se l'avessi fatta a stomaco vuoto (d’esperienza diretta intendo). Perché c’è stato qualcosa di, istintivamente, poco razionale e assolutamente poco naturale nel cinguettio disperato dell’uccello, dilaniato dai denti del gatto.

Insomma, cercando di spiegarla meglio se è naturale che un gatto faccia preda un uccellino, piccolo e abbastanza indifeso, ed io questa naturalezza la riconosco, la apprezzo e ci conto in generale nell’esistenza, altrettanto naturale non è il grido dell’animale ucciso.

 

Non so se riesco a spiegarmi. La morte è naturale, la caccia è naturale, vincitori e vinti sono naturali, prede e cacciatori anche, lo stesso movimento del gatto, quel balzo aggraziato e nevrotico insieme è stato, nella sua tragicità ripeto, molto naturale, è nel cinguettio di strazio, di dolore, di pena  dell'uccello che la naturalità improvvisamente si infrange.

Mi ha fatto orrore, mi veniva da piagere, mi ha disgustata incredibilmente, non tanto per la pena verso l’uccellino morto ma più propriamente per quel suono, per quella violenza fatta all’armonia naturale.

 

La violenza non è naturale, non è l’esplicazione di una forza, è l’esplicazione malata di una forza, l’impossibilità di quella forza di cogliere nel suo esistere anche l’esistere dell’altro. Non è, la mia, una sorta di morale di compassione per la preda, ma più universalmente una sorta di disgusto per l'interruzione della melodia naturale.

 

Mi sono, ovviamente, preoccupata bene di togliere dalla storia l'intero grado di grottesco che come in ogni buona storia tragica c’era. Il mio gridare “mamma” per esempio, incapace all’azione o anche solo incapace di prendere una decisione (correre dietro al gatto?), il mio gridare come una pazza isterica. Ho anche lanciato al gatto un libro, le scarpe che mi ero tolta e pure una crema solare, ma senza successo. Solo all’arrivo di mia madre il gatto traditore è stato acciuffato.

 

Promemoria personale: "a distanza di cinque metri anche se usi tutte le belle parole che vuoi non riuscirai a convincere il gatto a fare quello che vuoi tu, cara Marica".

 

L’uccellino, liberato dai denti di dubbia pulizia del gatto, è comunque morto, senza possibilità di appellarsi a lieto fini accidentali di questa storia (non attiva).

26 maggio 2011
609 Lo passa il convento

Ho perdonato Ottaviano dalla sua colpa del nome proprio. E questo era un aggiornamento che non potevo bypassarvi. L’ho perdonato perché oggi ha detto a lezione una cosa profondamente intelligente. Almeno nella misura in cui io non l’ho capita.

Mi sembra importante comunque comunicarvi che il sopra esposto ha riacquistato il suo ruolo in un paio di mie fantasia. Fantasie abbastanza gravi dobbiamo ammettere. Certe notti mi sveglio tutta sudata con in mente ancora l’immagine di lui che mi spiega la differenza tra analogia e simbolo tenendomi la mano.

 

Occorre precisare, anche qui, che sono iscritta a Filosofia. No perché pare esistere nel mondo (nel mondo quello più reale possibile dico, non su Marte -anche se certe volte mi sembra di esserci) qualcuno che non lo sa. Peggio qualcuno che quasi al termine di un lungo abbraccio mi chiede: “ma a che facoltà sei iscritta”. E come nei fumetti sento un bum da qualche parte.

Diciamo che ho già dimenticato l’accaduto (ma non per questo smetterò di parlarne): per nessuna buona motivazione, solo perché il lui in questione è bello. Perché è meglio essere belli che buoni ma è peggio essere brutti che buoni (Oscar Wilde). Tanto per dire che la bellezza conta relativamente, ecco.

 

Bè, non è Ottaviano quello della domanda sconvolgente sulla facoltà eh!

Anche perché Ottaviano è il mio fidanzato ufficiale immaginario e se anche lui non sapesse la facoltà a cui sono iscritta saremo in guai più seri di quelli di cui sopra. Se non altro perché lui vive nella mia mente e si presume che io la facoltà la conosca, almeno per nome. Ottavy sa almeno quello che so io di me e devo dire che quello che dipende da me di solito non ci fa litigare.

 

Non so se i due gradiscano questo menage a trois ma fintanto che ne sono poco informati io me la gestisco bene. Con un certo appagamento di mente e corpo.

 

In realtà la mia mente qualche scherzetto di ansia me lo tira ultimamente.

Niente di così serio, ma certe volte, improvvisamente, nei posti più inaspettati non so cosa mi succeda e mi prendono dei momenti di isterismo. Classicissimi attacchi d’ansia. Non riesco a respirare o a muovermi e tutto mi fa pensare che qualcosa di tremendo stia per succedere o sia già successo da qualche parte.

Il ché poi è probabilmente vero ma la cosa dipende dalla fetta di mondo che il “qualche parte” prevede e, detto molto egoisticamente, non è certo che io lo saprò mai.

 

Dovrei andare a tagliarmi i capelli invece di farmi questi strani giri mentali, lo capisco. Ma perché dare a Ottaviano la possibilità, misera che sia con un taglio di capelli dico, di rovinare tutto con un’esistenza reale quando posso continuare a vivermi la perfezione di un amore in cui faccio tutto io? Bè, ogni tanto litighiamo ma solo per fare qualcosa: finisce sempre con lui che si scusa perché ovviamente la ragione ce l’ho io (visto che sono l’unica che ha un punto di vista).

 

Poi sono andata al supermercato.

No, non manca proprio niente. E’ che i “poi che cosa” che forse ci andrebbero non sono argomento del post e non lo sarebbero nemmeno venissero fuori per loro libera iniziativa.

 

Al supermercato, ieri pomeriggio, ho invidiato la signora davanti a me alla cassa. Non davanti per direttissima in effetti ma comunque davanti rispetto a me. Non capisco perché alle 19.30 di sera tutto il mondo finisca davanti alla mia cassa. Ma andiamo avanti. La signora bassa e in carne ha pagato la sua spesa e l’ha riposta nella busta mentre contemporaneamente parlava al telefono in tutta tranquillità. Io solo perché il signore dopo la signora, stavolta davanti a me per direttissima, alla cassa, mi ha gentilmente toccato una spalla* per farmi segno che aveva spostato la sua roba per farmi appoggiare la mia (visto che odio i cestelli da supermercato e non li uso) ho ingoiato la gomma da masticare: non ero preparata ad una comunicazione verbale-gestuale-fisica!

 

(*) la stessa spalla che poco prima era stata definita in un certo modo che non riporterò dal soggetto della domanda sulla mia facoltà (ecco i poi che vengono fuori per libera iniziativa, maledetti!)

 

Devo ammettere che da quando non frequento più i cattolici (per una divina incidenza di venerdì impegnati loro con venerdì impegnati miei) la mia vita è sensibilmente peggiorata. Come la qualità dei post -disse la vocetta infame al termine di questo parto gemellare in travaglio da ieri sera.

17 maggio 2011
606 [un'atea tra i cattolici] Medjugorje

Agente Lady Marica rientrata viva (si legga atea) anche dalla seconda missione nel covo cattolico, tutti sereni.

Devo ammettere che questa volta ho sfiorato l’isterismo: non è stata una cosa facile, soprattutto visto l'abbandono del fratello traditore.

Riporto la mia testimonianza ora, con le ultime forze rimastemi, prima di far cadere tutto nell’oblio del dimenticato guardando, per lo meno, una trilogia porno. E speriamo ne esistano.

 

Proprio mentre scrivo, vorrei rendervi partecipi, una minaccia catastrofica si abbatte su di me: le moltiplicate e moltiplicabili richieste d’amicizia in fb dei cattolici. Vabbe’ che ci sono modalità della privacy mirabi ma che sono atea è scritto ovunque (direi anche sulla mia fronte) e, peggio del peggio, c’è un mio disprezzo costante dei cattolici che fa capolineo in ogni mezza righetta: come mi salvo? Devo fare una categoria di amici solo per loro e lasciargli vedere solo la mia data di nascita, ho idea. Ci penserò. Loro non sanno che non ho vita sociale e su fb ci vivo, posso fingermi impegnata per un po’.

 

Torniamo a questa lunga serata tra i crocifissi e le preghiere (ho sentito tre padre nostro in un’unica sera, è possibile?). Sono entrata alle 19, dopo una questione spinosa automobilistica (io odio guidare, mai detto?) e sono uscita solo alle 23.

Era la serata del cineforum. Film e chiacchiericcio post film in poche parole. La programmaticità dell’evento è stata ritardata di almeno un’ora causa evento soprannaturale. No, nessuna apparizione della vergine madre nella cappella (il lessico è blasfemo senza le mie intenzioni) ma il ritorno di una partecipante del gruppo da Medjugorje.

 

E’ stato il momento in cui mi sono seriamente spaventata. Vero è che ultimamente non ci vuole molto a farmi prendere paure folli e incontrastabili però la sicurezza con cui la ragazza parlava di ciò che “ha visto”, “sentito” e “provato” mi faceva tremare. Non tanto per me, sappiamo che queste cose mi toccano poco, quanto per quelli che l’ascoltavano, per lei stessa che lo raccontava. Non che mi preoccupi di loro, non sto dicendo questo, non so, mi sembrava una scena dell’orrore con la protagonista che racconta di forze soprannaturali assurde e rende pazzi anche gli altri tutti. Un misto tra la paura che accompagna sempre il sentire prese di convinzioni così forti (niente è bene all'ennesima potenza) e, sembrerò cattiva, un po' di pena. Non posso farci niente, non è un denigrare è che il mio pensare che tutto quello di cui la ragazza è così convinta sia e risulterà niente mi fa provare un po' di pena.

E poi io la ragazza la conosco. Conosco la madre, il padre, il fratello (che è bello, veramente bello, niente altro da aggiungere)  e gli altri fratelli. Conosco le zie. Conosco il clima che ha sempre vissuto in famiglia: cattolici fino alla fine del midollo. Cattolici buoni, per carità, ma sempre cattolici. Capite? Mi sembrava di vedere un misto tra la capinera di Verga e qualche orrenda figura dei film horror sulla religione che ogni tanto sopporto di vedere.

 

La ragazza ha raccontato con un sicurezza che le invidio (nel modo con cui ha raccontato, non nel che cosa) della sua esperienza a Medjugorje.

Mi ha colpita la storia del sole.

La tipa sostiene che alle 18.40 di tutti i giorni ad una delle sei veggenti compaia, puntuale, la madonna. Il chè non mi pare un granché come storia fantasy però c'è un resto. La ragazza sostiene anche di aver visto, a quell’ora precisa, nel cielo, il sole avere degli strani comportamenti: cambiare colore, storcersi, diventare addirittura celeste.

 

Il racconto che ho ascoltato è suggestivo davvero se non fosse per un dettaglio aggiuntivo: questa cosa strana col sole avviene solo quando il sole c’è già. Per dirla meglio: dei cinque giorni in cui lei è rimasta a Medjugorje questo “miracolo” è avvenuto solo una volta, solo quando il sole era già nel cielo per la bella giornata. Questo non significa niente certo, ma se io mi volessi realmente convincere che la madonna appare tutti i giorni alle 18.40 a uno dei sei veggenti non sarebbe ovvio pensassi che allora tutti i giorni un qualcosa di “miracoloso” nel sole si vede anche se il sole non c’è? Boh, che ne so, come minimo per quei pochi minuti il sole dovrebbe farsi vedere per poi tornare il diluvio, o diffondere una luce particolare o boh, qualsiasi altra cosa.

Direi che è più sensato pensare a un effetto ottico dello stesso sole che appunto si verifica solo quando il sole c'è. Suvvia, come forma di miracolo andiamo strettini.

 

Ho visto qualche video (roba di questo genere) e francamente non mi sembra proprio così sconvolgente come da racconto, ma potete guardarvelo da soli.

E poi i miracoli provati da video in internet hanno smesso di convincermi quando penso che c’è chi sostiene che ci siano prove del fatto che un certo santone indiano abbia, boh, trasformato il niente in oro. Credo che il sole celeste di Medjugorje e l'oro indiano trasformato siano entrambe forme di suggestione montata, però volendo si può scegliere anche di crederle tutte manifestazioni reali, contanto anche l'incanto patronum però.

 

(per approfondire l’argomento questo mi è sembrato interessante)

 

La ragazza ha poi riportato le indicazioni che la veggente, la più famosa, quella con l’appuntamento puntuale e giornaliero con la madonna (due delle sei mi sembra la vedano tutti i giorni, gli altri solo per le feste comandate) le avrebbe detto dall’ultima apparizione.

Non vi riporto niente, si trova tutto, esattamente, identicamente, con le stesse identiche parole su wikipedia. Ma identiche -identiche eh!

 

Ho letto un romanzo di Pinketts, pare difficile da trovare, meraviglioso sulle apparizioni della madonna: “il conto dell’ultima cena”. Ve lo presto volentieri.

 

La ragazza ha concluso la testimonianza distribuendo dei regali che ha preso per i membri del gruppo. Ed è qui che arriva il perché io partecipo a queste cose anche se nessuno lo capisce. E no, non ci vado per ricevere rosari gratuiti che poi mi rivendo! Ovviamente i regali non prevedevano me e mio fratello, i nuovi. Un ragazzo allora (non quello carino –nota importante per gli interessati all’argomento estetico) ha chiesto se le corone fossero scelte per ognuno particolarmente e se quindi non potesse dare la sua a noi nuovi.

Vedete? Dove si trovano manifestazioni così particolari di vita?

Su nove persone cattoliche presenti solo uno ha fatto, o pensato di fare, quello che i cattolici consiglierebbero: dividere pani e pesci con noi sventurati senza. Sono certissima di sapere che le endorfine che si rilasciano da una simile cosa sono maggiori rispetto a quelle che tenersi il rosario rilascerebbe ma è la differenza di comportamento, tra lui e gli altri, l'idea così particolare, l'inclinazione al dettaglio del giovane soggetto mi hanno fatto pensare.

E dobbiamo aggiungere che me ne sono accorta solo io. Gli altri erano presi da altre cose e non hanno osservato la domanda fatta in punta di piedi e l’idea che stava dietro. Sì, sono le volte in cui sono soddisfatta di me.

 

Le reazioni umane sono una cosa meravigliosa, cattolici o meno, non c’è niente da fare.

 

Il racconto di questo viaggio, tutto tendente a far emergere l'idea de "la rivelazione di colei che ha visto il miracolo”, mi ha storto particolarmente soprattutto dopo l'espressione "Madjugorje è molto più evoluta di qualsiasi terra anche se erano tutti comunisti: lì non trovi uno che non crede, lì credono tutti". Ah, ma che bella fortuna!

 

Fortunatamente poi tutto questo Medjugorje è finito e siamo tornati al cineforum. Oddio, credevo "fortunatamente". Il film era ovviamente sul tema del mese. E questo mese il tema scelto era proprio un signor tema: l’Amore.

Ma perché non possiamo scegliere qualcosa in cui non devo per forza fare la cinica?

 

Comunque abbiamo visto questo presunto film.

Ma non era un film: era un cartone animato, “Ponyo sulla scogliera” o una roba del genere. Un film d’animazione senza il quale sarei vissuta lo stesso. E bene.

No, la scelta è stata intelligente (c’era sul serio tanto amore e in tante forme) ma il film non era certo né bello né scorrevole. Una roba troppo fantasiosa per me, ovviamente, ma bei disegni.

 

Al termine ha invece avuto luogo una lunga ma piacevole discussione sui temi emersi dal film. Non negherò tutti i riferimenti all’amore di dio e al paradiso terrestre che sono stati fatti (ma io non sento!) però non si sono potuti evitare anche i temi più intelligenti. Niente di particolare, ben inteso, però pregevole nella conversazione.

Ho notato un paio di idioti blateranti, poveracci, ma il resto se la cava abbastanza sulle riflessioni.

 

La mia riflessione è stata giustamente cinica. Io ho evidenziato come la protagonista con la scusa di "amare" stia per distruggere tutto il mondo. Credo di aver detto una cosa come "l'amore senza razionalità è pericoloso e nocivo e l'amore con razionalità forse nemmeno esiste". Nessun commento sul mio commento: i cattolici non si parlano sopra, i cattolici parlano e basta.

 

Alla fine ci è stata data una frase, a pesca, dal coordinatore.

La mia diceva così: “c’è una cosa che riguarda tutti: prendersi cura di qualcuno e rispettare una promessa. Perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.

Amaramente (in parte) ho pensato che non mi sono mai sentita tanto lontana da qualcosa come da questa frase, dal suo senso stretto (matrimonio?) ma anche dalla citazione di Battiato. Ma cosa si vuole promettere in un mondo tanto mutevole? Subito dopo, sento anche quelli degli altri, ho pensato che saper scrivere decentemente è un dono e che il ragazzo che ha fatto i bigliettini non ha.

 

Venerdì prossimo niente cattolici: partono.

Mi hanno chiesto di andare con loro (più precisamente mi hanno chiesto i 30 euro di quota e di partecipare ad un lavaggio auto per raccimolare altri soldi -io al massimo gli portavo la mia da lavare) ma sapendo bene che ho dei limiti evidenti (di sopportazione come di contenuti cattolici) ho rifiutato convinta.

Quello che mi dispiace è che perdiamo il venerdì "della discussione": ero curiosa.

 

Mi dispiacerebbe sospendere gli incontri perché vengono fuori post interessanti (!) e mi sembra essere anche un modo sensato per conoscere quel mondo più internamente possibile, però l'ultima volta ho seriamente pensato di morire lì tra Ponyo e Medjugorje.

Vedremo di seguire l'imperscrutabile volontà di dio comunque (amen).

31 marzo 2011
586 Decantare emozioni

La verità è che a noi umani non basta mai.

 

In una frase sola due errori: sto diventando meravigliosa.

Si chiama ironia. Ma in media la comprende 1 su 3. Statistiche a parte.

 

Non è la verità ma è la mia verità. E non è “a noi umani” ma è a me, LadyMarica.

Marica, perché oramai abbiamo iniziato a dividerci visto che quello che sembro, mi dicono, non sono, è nel suo mondo fatato, lasciatela perdere che è scocciante e irritante anche per me.

LadyMarica invece è più intelligente ma non solo, diciamo che è anche più filosofica.

In un concetto più semplice Marica è quella che sono, LadyMarica quella che ho scelto di essere, difetti compresi. La seconda è più detestabile della prima, questo è sicuro. Ma io la preferisco.

 

Ma questa è una variazione all’argomento del mio post, e le variazioni sono colpa di Marica, abbastanza spesso.

Dicevo che all’essere umano non basta mai, ma ho quasi perso il filo.

 

Per esempio.

Si inizia desiderando un solo bacio. E si ottiene.

Si continua desiderando di scendere (su questo verbo si apra la psicanalisi intera!) oltre. E si ottiene anche quello.

E poi, visto che pensavi quello essere il massimo del desiderio (con i dovuti continui) rimani male, malissimo, perché ti scopri a desiderare ancora altro.

Un'altra cosa ancora, stavolta. Una specie di “di più”, ma qualcuno la considererebbe una sciocchezza in confronto a quello che desideravi prima.

 

Ho un ragionamento corretto e vorrei esporlo. Per me soprattutto.

Il per sempre non esiste, viviamo in un mondo in continuo cambiamento ed è proprio il cambiamento a rendere questo mondo interessante. Spietato, certo, ma emozionante.

E se incroci una strada particolarmente distante dalla tua non puoi, non veramente, pensare di poter significare qualcosa per quella strada. Intanto perché le strade non provano niente, almeno in occidente, e poi perché anche se la strada fosse una metafora per indicare un essere umano tu dovresti ricordarti quanta distanza non percorribile c’è tra di voi.

 

Volete che faccia gli esempi con degli animali? No perché è vero che sono esplicativi ma anche molto infelici. Niente esempio con gli animali, su. Parliamo di una differenza considerevole di anni, così non facciamo torti a nessuno e non massacriamo la privacy.

Prendiamo il caso di una donna, di una certa età, che ha compiuto un determinato tragitto, che ha vissuto determinate cose, che ha fatto determinate mosse, e che, incrocia la strada di un ragazzino giovane, inesperto (che con “dolce” non so quanto centri, detto tra noi, in realtà credo sia solo stupido) di cui magari la colpisce, a lei, una parte, magari una tendenza, ma non facciamo i cinici, magari anche un po’ la personalità (questa l’ha aggiunta Marica, che è pregata, invece, di tacere!)

 

No, non mi sono data alla pedofilia. Invece di far i simpatici fatemi continuare!

 

Quello che sia la donna matura sia il ragazzino sanno è che tutto questo non è, forse stavolta veramente, reale. Lei va a dormire con un altro uomo e lui va al cinema con altre ragazze.

Nessuno dei due è in cattiva fede o insensibile o altro, anzi, forse entrambi si vogliono addirittura bene.

Lui sta facendo un’esperienza importante nella sua vita. E lei forse sta ricordando cose che non ricordava. Sapori nuovi per entrambi in un certo senso.

Solo che poi lui la guarda andare via. Lei non si volta neanche, perché sa che non c’è tempo per voltarsi, e lui rimane a fissarla dalla finestra (lei questo non lo sapeva), la guarda andare via con la macchina e un sacchetto e forse la guarda prendere dei fazzoletti, di quelli umidi per lavarsi le mani e pensa, anzi lo sa, che servono per cancellare l’odore di lui.

E pensa giusto.

 

Il punto è che non è razionale, l’ultimo passaggio dico. Il dispiacere per non far parte della sua vita è stupido, il ragazzino era stato avvertito prima, molto prima. E da se stesso per di più. E di certo non ha intenzione di farne una colpa a nessuno. Quello che a lui dovrebbe bastare si trova nel momento, nell’istante. Nessuno ha il diritto di chiedere cosa succederà domani a nessun’altro (forse nemmeno a se stesso?), nessuno ha il diritto di dire “non cambiare mai” all’altro, nessuno ha il potere di fissare un sentimento nel tempo, nessuno ha il diritto di chiedere garanzie. Le persone si differenziano in questo dagli elettrodomestici, non sono garantiti. Non ci si può fare nulla. E se qualcuno si illude di avere una cosa per sempre, avrà tra le mani una lunga illusione, ma appunto solo quella.

Ed è meglio un pezzetto di quasi verità che un’infinita illusione.

 

Il ragazzo le sa tutte queste cose, io gliele dico sempre, però poi al momento in cui servirebbero se le dimentica e si lascia leggermente ferire da lei che sembra andare sempre tutta d’un pezzo.

Io la invidio parecchio devo dire, vorrei arrivare a saper gestire tutto così. E non si tratta di essere freddi, lei non lo è per niente, stando a quello che si racconta, si tratta di riuscire a staccare i momenti, di viverne alcuni e poi sospendere quelli, congelarli, per viverne altri. Si tratta di obliare. Che è un verbo bellissimo.

 

Il punto è che a quel ragazzo, ma in effetti questo succede, come sopra, anche a me, non basta aver l’emozione di oggi, vorrebbe poter conservare l’emozione anche per domani, vorrebbe come firmare un accordo che preveda il “congelare un chilo di emozione fresca per non doverne comprare il mese prossimo”.

Qualcuno ha detto che tutto ciò ricorda l’idea che sta dietro al matrimonio?

Appunto! Lo dicevo io, non si può pensare in questi termini è assurdo, irreale, poco intelligente e poco logico.

 

Ho bisogno di qualcuno che mi ascolti per un’oretta senza giudizi.

Una volta avevo questo blog che poteva farlo, adesso anche questo blog pesa dei miei errori e anche dei miei buoni risultati.

18 gennaio 2011
553 Emmanuel (3)

Avete sofferto abbastanza, respirate, è l’ultimo giorno che vi costringo a questa roba.

Ultima parte.

 

Dicevo (nella puntata precedente) che finì con il non bastarmi quel solo rapporto di amicizia e così il 6 giugno 2006 (06-06-06: scelsi anche la data accurata, che deficiente -e due!) gli spiegai che non volevo imbrogliarlo più, che mi dispiaceva ma che io non potevo essere solo sua amica.

 

Altro esempio della mia deficienza unica. In realtà di questo tipo di deficienza un pochino ancora mi compiaccio: io sono leale (anche se tonta!).

Quindi io non gli chiesi “di mettersi con me”, mi sentivo un verme perché mentre lui mi dava un’amicizia disinteressata (ciao Marica!), completamente disinteressata, io gli davo i miei sporchi inganni.

 

Lui rispose qualcosa che aveva a che fare con amica e solo.

Ed io mi convinsi, serenamente, che avrei potuto far passare l’estate tranquillamente, per dimenticare.

 

Lo stesso pomeriggio lui mi telefonò per chiedermi se potevo interrogarlo per telefono, come se niente fosse.

 Il fatto non denota amicizia, intelligenza e maturità, il fatto denota bisogno.

 

Ma lui chiamò ed io feci un altro errore.

Mi comportai come se nulla fosse accaduto, perché era la soluzione che mi faceva meno male. E nei momenti in cui vacillava la mia voglia di frequentarlo, seppur non come volevo io, arrivava laPazza a spiegarmi di quanto Emmanuel fosse timido e ci mettesse tempo a dire le cose.

 

Ero stupida e non vedevo.

Ci sono cose che non vogliamo vedere, favole a cui preferiamo credere

E trallallero trallallà, sapete come continua questa solfa.

 

Lei aveva capito tutto di me ed io niente di lei, questa è la cosa che dell’intera storia, oggi, più mi sorprende.

 

Quindi tutto andò avanti.

Arrivammo alla completa “dimenticanza della dichiarazione”, tanto che Emmanuel mi parlava delle sue cotte e mi chiedeva persino come, secondo me, dovesse agire.

 

Io mi mangiavo il fegato, che mi ricresceva nella notte per poi poter essere mangiato il giorno dopo.

 

Poi ci fu la tragedia della festa di compleanno.

Lui è nato un giorno dopo di me.

E sua madre insisteva perché facessimo il compleanno insieme nonostante lui non volesse festeggiare. Lei mi parlava di fargli una festa a sorpresa ed io le dicevo di quanto fosse un’idea sbagliata visto che lui era stato chiarissimo.

Ma lei raramente mi ascoltava e più raramente ancora capiva. 

Pochi giorni prima del compleanno (del mio compleanno!) Emmanuel scoprì i piani della madre, la quale, per non litigare con il figlio disse che l’idea era stata mia e che io avevo insistito (ed io non sapevo nulla, avevo già organizzato tutto per quella famosa festa!).

 

Ma queste furono tutte cose che scoprii dopo, tanto dopo.

 

Emmuanuel non mi disse nulla, come non mi disse nulla nessuno.

Lui pensò fosse un mio tentativo di chissà fare cosa e le cose si raggelarono.

Venne a quel compleanno come un cubetto di ghiaccio si butta nella coca-cola, ma io, lì per lì, non ci feci troppo caso.

 

Il tutto continuò e si amplificò.

Lui mi chiamava rare volte (mentre prima lo faceva ogni giorno anche tre volte al giorno, anche per tutta la notte) ed io non capivo.

 

E lui aveva il diritto di chiamarmi come e quando voleva, ma forse io avevo il diritto, in un’amicizia, a sapere il perché di certe decisioni.

 

Finì con una brutta litigata, quando lui, senza una parola, senza spiegarmi, iniziò a ristudiare con Scozza (vi ricordate? La ragazza di cui parlava male con me).

Non solo riniziò a studiarci, ma venni a scoprire cose che non immaginavo, che non avevano mai smesso di frequentarsi completamente per dirne una.

O che in tutto quel tempo (due anni) Lapazza con me aveva sempre parlato male di quella famiglia mentre con loro aveva sempre mantenuto i contatti. Scoprii che Lapazza e la madre di Scozza erano amiche dalle elementari, che si frequentavano in chiesa e che uscivano tutti insieme.

Tutti, ripeto, comprensi Emmanuel e Scozza.

 

Scoprii in poche parole di essere stata un bellissimo argomento di conversazione tra le due genitrici: “che stupidotta quella ragazza, è innamorata di Emmanuel e gli dà ripetizioni per questo. Ma tanto noi sappiamo bene che Emmanuel è destinato a Scozza. Ahahah.”

 

Ho sentito frasi del genere nella mia testa per tutto il seguito dell’anno, dell’ultimo anno di liceo. E ovviamente non ho dispensato Emmanuel dagli insulti che meritava.

Ameba era il mio preferito.

Ma oggi capisco bene che gli insulti erano solo una prova della mia scottatura.

 

Io credevo in un mondo di buoni ed invece le persone per cui avrei dato tutto, o tanto, mi avevano tradita, e miserevolmente alle spalle, il mio punto era primariamente quello.

Troppa ladyoscar.

 

Vedete?

Io mi sto facendo passare da buona, sapevo sarebbe successo è il rischio di quando si raccontano litigi.

La verità è che sì Lapazza aveva macchinato, che sì forse Emmanuel non era stato troppo sincero con me ma è anche vero che se io non fossi caduta in quell’amore (che amore non era, era smania, come sempre), in quel rapporto che mi ero cercata escludendovi (abbastanza volontariamente) il male, niente sarebbe stato loro possibile.

La verità è che mi volevo cuocere e trovai una griglia rovente.

 

La mia più grande soddisfazione, da brava maligna, fu quando Emmanuel venne bocciato agli esami di maturità dopo che la cretina, io, smise di dargli ripetizioni, appunti e riassunti.

Mi sentii come se quel voto dicesse che senza di me lui era il nulla.

 

La mia soddisfazione sarebbe stata meno potente se non ci si fosse messa di mezzo anche la mia professoressa di greco, una donna che inspiegabilmente (anche se a greco ero una rapa) mi amava.

A Lapazza venne la bella idea di parlare, ai ricevimenti con i professori, di quanto la “serpe” (io) avesse distrutto l’emotività di Emmanuel (ah, pure!). Fu in uno di questi ricevimenti che la mia prof di greco la buttò fuori quasi gridando (sì, non era molto normale nemmeno lei, ma è stata un pezzo unico). A me venne raccontato in classe, direttamente dalla prof, anche davanti Emmanuel.

 

Non nego che agli esami, la prof di greco, a me chiese una cosa su cui eravamo d’accordo mentre ad Emmanuel chiese tutto l’opposto di quello che avevano concordato dicendo che si era dimenticata.

Non è stato giusto forse, ma non era giusto nemmeno parlar male di una alunna ai suoi professori durante i ricevimenti per una cosa personale.

Questa non è una giustificazione davanti ad una “scrupolosa morale” ma ai tempi ne risi profondamente.

(addio parte di Socrate!)

 

Non ho mai visto Lapazza andare così fuori di testa, balbettò che l’avrebbe denunciata.

Poi Emmanuel e la dantesca sorella finirono a scuola privata visto che in quella scuola non si sarebbero mai diplomati.

 

Credo che laPazza pianse amaramente il non aver aspettato almeno metà anno per rendermi erudita sulla verità. Più vittorioso ancora, nel mio scontro diretto con Emmanuel, fu quando ci trovammo entrambi davanti ai quadri e guardando i voti appesi ci fissammo.

Credo sorrisi e me ne andai.

 

Poi ovviamente ho pianto per altri tre mesi. Oggi credo che quell’esperienza sia una delle cose più preziose che io possieda.

 

Rimane solo, in conclusione, da stabilire se qualcuno di voi abiti o meno al sesto piano

(okay, faceva ridere solo la me sedicenne).

8 novembre 2010
517 La Fedra

Una volta pensavo di voler riscrivere la Fedra.

Non sono brava in queste cose, dico a scrivere racconti e/o romanzi, mi impiccio e faccio troppi giri.

Comunque dicevo di quel periodo in cui mi ero fissata nello riscrivere la Fedra, opera di Euripide, riproposta, dopo di lui, da tantissimi altri autori (Seneca, Racine, d'Annunzio).

In realtà l'opera di Euripide si intitolava l'Ippolite (o Ippolito Coronato o roba simile) ma tutte le opere successive hanno messo in risalto la straordinarietà del personaggio femminile preferendolo al buon Ippolite, appunto Fedra. 

 

Io, non so perché, vedevo "lui come cattivo e lei come buona", pur essendo le cose totalemente rigirate. La trama originale, infatti, racconta della sposa dell'eroe Teseo, Fedra, che si innamora del figliastro (Ippolite, figlio di Teseo e della sua prima sposa) e quando questi non cede al suo amore si uccide dicendo di essere stata da lui violentata. Teseo ovviamente fa qualcosa tipo massacrare il figlio (con l'aiuto di un dio).

 

Io, nella mia immaginazione, immaginavo questa Fedra, seconda moglie di Teseo molto giovane, probabilmente della stessa età di Ippolite, sposata per obbligo con l'eroe vecchio. Facevo in modo che i due, Fedra e Ippolite, si innamorassero reciprocamente, ma che lui avesse troppo poco coraggio e la lasciasse sola nelle difficoltà, finché lei non si sarebbe suicidata, vendicandosi tremendamente prima.

 

Ero una romantica, ma sempre cattiva.

 

Riporto, perché ho un vuoto di post, l'unico pezzo che mi piace in tutto quello che scrissi. Precisiamo che mi piace per contenuto, lo stile andrebbe rivisto, ma lo stile va sempre rivisto.

 

Intanto nella stanza degli sposi Fedra di nuovo sistemata dalle ancelle, indossava una camicia per la notte, morbida e profumata, rosa, con le maniche piuttosto lunghe, la gonna ampia e una scollatura appena percettibile serrata da tre bottoni scuri.

Teseo la guardava dalla parte opposta della stanza, il letto li divideva, come a sottolineare la distanza che comunque li avrebbe sempre divisi. Ma a lui non interessava quanto sua moglie fosse lontana, non gli interessava che non gli fosse mai appartenuta, neanche una volta, neanche nel suo letto. Se poteva possedere almeno il suo corpo, la sua anima poteva andare lontano, poteva andare dovunque avesse voluto, doveva solo cedergli il calore del corpo, per questo ci si sposava infondo.

 

Fedra tremava sotto la sua veste spessa e chiusa, tremava all’idea che quell’uomo la guardasse, tremava solo al pensiero di respirare la sua stessa aria, figuriamoci pensare di farsi toccare da quelle mani tozze. Tremava scossa da paura e tensione: "che quell’agonia finisse, che arrivasse subito domattina!", chiese agli dei del cielo che nemmeno quella sera l'avrebbero ascoltata.

 

Teseo avanzò, non avrebbe aspettato altro tempo, non avrebbe aspettato che quella sciocca ragazzina la smettesse con i suoi capricci ridicoli, infondo era un dovere che le toccava solo una volta al mese.

Allungò una mano prendendo i capelli scuri e fini.

Lasciò che passassero fra le sue dita, poi li avvicinò al naso respirandone a fondo l’odore tenero. Fece ancora un passo spinto dal desiderio animalesco di averla.

Una lacrima cadde sulla guancia di Fedra oramai stretta dalle braccia del marito, arresa al suo destino di sposa.

 

Teseo allora l'alzò appoggiandola sul letto, le sue mani accarezzarono il corpo protetto dal  vestito spesso. Poi le dita corte e tozze sganciarono frettolosamente i bottoni, e senza farci troppo caso tolsero l'intero abito lasciandole indosso solo una fine sottana rosea. Poi, bramoso, Teseo, abbassò anche le spalline della sottana fino a scoprirle il seno destro. Lo strinse nella mano con foga, senza dolcezza e contemporaneamente sciolse l’altro dalla sottana. Le sue mani quindi passarono a cercare più infondo, mentre la sua bocca copriva di baci i seni rotondi. Si sollevò un momento solo per ammirare la ragazza in tutta la sua stupenda nudità, quindi si sfilò i pantaloni e quel che restava dei vestiti che portava.

L’atto si concluse in poco tempo, Fedra mantenne ben chiusi gli occhi desiderando di trovarsi in un altro letto e sotto altre mani, magari le mani lunghe e sottili di Ippolito, che appena prima le avevano fatto provare un brivido tanto intenso, solo scontrandosi per caso.

 

Era la prima volta che formulava così nitidamente quel pensiero che in realtà il suo cuore già aveva intuito e forse consumato nel suo delirio. Era la prima volta, penso tra se mentre Teseo, ormai staccatosi e giratosi grugniva nel sonno soddisfatto come un maiale della suo pasto, che trovava ristoro dalle mere tristezze della sua vita in un sogno.

 

Sorrise con dolcezza e chiuse gli occhi, quella notte di certo lo avrebbe sognato. 

        

Bello aver avuto così tanto tempo libero eh?

24 settembre 2010
491 [dio non c'è] Capitolo Genesi

Diciamo da subito che lo scopo di quella pubblicità che dovreste veder camminare esattamente sotto "LadyMarica -tagliatele la testa" era, inizialmente, quello di rispondere a email strampalate di persone che non hanno altro da fare se non chiedere risposte ai blog su internet e non in campi importanti ma in fancazzismo mocciano generale.

Infatti originariamente (ed è ancora visibile sotto il disclaimer) la "pubblicità" recitava: 

Ehi, fermo, pubblicità progresso: hai un dubbio o problema esistenziale e non vuoi rivolgerti a Moccia?
Sei un cattolico in cerca di attenzioni o di aiuto per smettere?
Fai una domanda a LadyMarica, se mai sarà a corto di materiale ci scriverà un post, oltre a darti una risposta poco seria e incompetente ma probabilmente funzionale. Dai, scrivi a unimarica@hotmail.it

Era un modo cioè per trovare materiale o se volete canalizzare le stranezza del mondo. Lo è ancora. Io aspetto.

Invece, qualcuno l'ha presa un tantino più seriamente utilizzandola per qualcosa che non avevo pensato: fare veramente domande teologiche. 
Inutile dire che sono stata contenta, molto contenta.

Come ho precisato anche alla ragazza della domanda io non ho verità rivelate, altrimenti fonderei una religione, scrivo per scrivere. Fare domande teologiche a me non è certo importante e forse tantomeno utile, però, a fondo perduto si può sempre fare. Tanto per esprimere ad un'altra persona i proprio dubbi o la propria visione delle cose. Come è probabile forse non darò una buona risposta però ne darò certamente una.

La ragazza che chiamerò A mi ha scritto circa una settimana fa mettendomi a parte di un suo dubbio, venuto fuori dopo la discussione con una cristiana che non è solo cristiana ma anche una tremendamente incline alle favole. Cioè, oltre a credere che esiste dio (vabbe') la signora ritiene vera la storia della creazione.
Credevo che solo mia zia fosse rimasta a pensarlo, vabbe'.
Sì, la signora (e mia zia) crede alla storia intera della creazione, quella con l'argilla o fango, quella con la costola, quella della superiorità dell'uomo sulla donna. La ragazza ovviamente ha cercato di spiegarle l'assurdità di una simile teoria finché il livello non è diventato troppo basso, anche perché a quel punto prendere la mira sarebbe stata l'unica soluzione.

"Che ne sai che prima o poi non verrà fuori che è così?" disse in tono profetico colei che credeva a zanzare trasportate sull'arca di Noè.

La ragazza ovviamente, come qualsiasi persona che capisca qualcosa di scienza, sa che le teorie scientifiche non sono mai "ultime" cioè esatte e complete ma che è possibile che esse evolvano, cambino o anche vengano soppresse. Sono popper-influenzata. Di qui la sua domanda:
"ma che ne possiamo sapere che un giorno la scienza, che adesso non ha i medoti giusti, arriverà a capire che è successo esattamente come la creazione?"

E' una domanda molto intelligente, come ho avuto modo di dirle, perché si fonda su una base scientifica: la continua evoluzione scientifica. Dall'altro lato, invece, è una domanda che nasconde la nostra totale e antichissima assuefazione al cattolicesimo, assuefazione che è difficile da eliminare (persino per l'anticristo che c'è in me).

Fortuna che avevo appena letto la storia del pastafarianesimo, dell'unicorno invisibile rosa e, in definitiva, della teiera di Russel.

Quindi cambiamo i soggetti e richiediamoci la stessa cosa.
A lei ho fatto l'esempio con l'unicorno invisibile rosa, ma da qualche giorno sono stata toccata dalla "Sua Spaghettosa Appendice" e non posso far a meno di fare gli esempi con il Pastafarianesimo, ovvero la squisita religione del Flying Spaghetti Monsterism, nostro Signore Pastoso.
Cioè, quella forma di vita superiore, primo immobile volendo, invisibile ovviamente (ed è per questo che non lo vedete, miscredenti), che avrebbe creato (levate quell'ipotetico avrebbe: è così!) l'universo da ubriaco (e questo spiega il perché sia tutto così imperfetto).

(leggete su wikipedia i suoi attributi e i "comandamenti" cioè i "Io Preferirei Davvero Che Tu Evitassi", c'è da avere orgasmi multipli per il piacere dell'intelligenza) 

Insomma?
Chi ce lo dice che un giorno la scienza non scoprirà che discendiamo tutti, sul serio, dal Signore Pastoso perché abbiamo traccia di sugo nei capelli?

Più che scienza, converrete, che stiamo cavalcando una bizzarra forma di fantascienza e procedendo per questa logica tutto può essere dato per "possibile". La creazione ci sembra meno "ridicola" solo perché siamo più abituati a sentirla dire, ma in realtà il grado è esattamente lo stesso.

Nelle scuole, grazie a dio (non proprio esattamente), viene insegnato l'evoluzionismo darwiniano e non perché gli insegnanti sono tutti atei e comunisti ma perché è una teoria scientifica non ultimata (come tutte) ma che spiega, con prove e combinatamente alla teoria dell'ereditarietà biologica, come sia stata possibile l'evoluzione dell'essere vivente fino alla complessa forma di uomo.

E' possibile, probabile e reale una evoluzione di questa teoria, non la scoperta di qualcosa che ne è del tutto lontana o che, come sopra, sfocia nella più assurda fantasia umana. Il FSM forse non ci fa tanta paura per la sua gustosità come, invece, succede con il signore di fuoco, fiamme e inferno, ma il meccanismo, a ben pensare, è lo stesso.
Siamo così presuntuosi da pensare che l'essere che domina il mondo sia un uomo come noi e non ci poniamo nemmeno dubbi sul fatto che, forse, ce lo siamo veramente, ma veramente, inventato noi. Per non essere il nulla, per non morire nel nulla, per non lasciare il nulla dopo di noi.

Ma se proprio dobbiamo scegliere non è meglio pensare che se mangiamo spaghetti al venerdì, se rendiamo grazie al Signore Pastoso e se rispettiamo i suoi "insegnamenti" finiremo in un paradiso con un vulcano di birra e una fabbrica di spogliarellisti/spogliarelliste piuttosto che distruggerci la vita (e non solo la nostra) con Dio e tutte le sue limitazioni?

Grazie A per lo spunto.
Lode a te, signore appetitoso, nel giorno (ogni venerdì) che è festività religiosa nella tua lode (eh?).
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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE