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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
19 settembre 2012
La regina dei multipli del mutismo
Con tono quasi seriamente interessato occhi di pozzo mi domanda: «con la dukan hai finito, giusto?» E poi leggermente più piano, quasi a voce bassa, aggiunge: «Dai, dimmi che hai finito!»
A mente lucida so benissimo che non gli interessa, ma trovo la domanda iniziale e l'esclamazione finale, compreso l'abbassamento di tono, un balsamo di dolcezza.

Dolcezza from occhi di pozzo to LadyMarica? Uhm, non in questo mondo, signori.

Secondo lui non è una dieta sana e la sua voce, in quella sequenza precisa, mi vuole far credere a un poco di interessata, ed educata, preoccupazione.
Non che si strappi gli occhi (peccato, li conserverei volentieri sulla mia scrivania per quanto son belli) però è meglio di niente.

Non glieli vedo gli occhi oggi e un po' mi dispiace ma li ricordo bene. E io sono in pigiama. I suoi due occhi in cambio del mio pigiama? E’ il dubbio che mi assilla per tutto il tempo, ma rimango al solo audio.

Come al solito ottiene in risposta i miei pensieri e il mio mutismo d'accatto.

«E il sushi?» E' ostinato col cibo oggi. «Lo mangi ancora?»
Ancora il mio mutismo, ma ora è d'attacco.
Mormoro piano un sì, tanto per confermargli che lo sento.

«Siamo su un programma che simula un rapporto telefonico funzionante attraverso l'internét», penso senza dirlo ovviamente, e pensando anche, più sotto, a quanto questa frase per indicare skype potrebbe piacergli, «e tu mi parli di diete, di cibo? Trovo a fatica le parole per rispondere alle cose meno personali, anche alle considerazioni sul tempo e proprio l'argomento che meno affronterei con te mi devi sbattere sul naso?».

Di lì si diramano altri due filoni di pensiero: che il mio naso non mi piace e che si è allungato nell’ultimo anno, eppure io non mento; e che non mi dispiace parlare con occhi di pozzo, qualsiasi argomento esca fuori dal cilindro, anche se prova a convincermi a indossare un costume da margherita.

Lui continua, dopo il mio sì, e credo di doverlo ringraziare, uno amante della crudeltà, ma non credo che occhi di pozzo non lo sia, almeno un po’, avrebbe mollato la conversazione e io mi sarei mangiata le unghie pensando un modo per rianimarla, per dire qualcosa di intelligente: «guarda che non devi rispondere a monosillabi come se ti vergognassi: il sushi lo approvo!»

In me qualcosa sprofonda e riemerge. Tipo un serpente marino. Il mio istinto primario è un mutismo di conservazione. Non devo dire niente, non devo nemmeno fantasticarci sul maledetto verbo "approvare". Che poi, io lo so, è quella prima persona singolare che mi fa letteralmente parlare serpentese. Approvo. E, il mio serpente marino interiore si specifica che anche il “non approvo” gli farebbe fare il bagno a largo.

Il mio mutismo di non compromissione tiene un’aringa contro la me sfacciata. Vince lei, non si sa per quale moine verso i giudici. Il mutismo oramai di broncio si nasconde da qualche parte e la parte sfrontata di me dice ad occhi di pozzo: «non hai la minima idea di quanto quell’ “approvo” sia sexy». Sexy non è il termine giusto, però ci si avvicina. Occhi di pozzo ride, non riesco a ricordarmi se mi pare un riso curioso o un riso di chi ha capito. Cerca di spingermi da qualche parte, così mi sembra, quindi forse è un riso che mira a capire.
Cerco il mutismo nascosto ed è per quello che rimango zitta: un mutismo di ricerca?

Mi vorrei lasciar spingere francamente, in quello che c’era di nascosto in quel “sexy” per esempio, ma non posso: ho il pigiama, sono spettinata e gli occhi di occhi di pozzo in versione foto ricordo celebrale non riescono a fottermi. Dovrei dirglielo ma ho ritrovato il mutismo. Dovrei dirglielo che quando mi fissa, anche se non glielo lascio far spesso, il mio serpente marino si agita per quegli occhi fottenti e non più per la linguistica.

cinema
21 novembre 2011
Ferro 3 - una casa vuota

“E soprattutto guardare un film muto e provare ad alzare il volume ed accorgersi che questo silenzio non potrà avere fine”

Io l’ho visto singhiozzando quindi sono attendibile quanto una donnicciola isterica cosparsa di ormoni. Purtroppo la mia condizione mentale è questa e durerà qualche altro mese, poi chiamerò chi di dovere e mi farò internare.

Film del 2004 di Kim Ki-Duk un regista sudcoreano direi piuttosto stravagante.

Io credo, ebbene sì, anche io credo, alla forza delle parole. L’idea di un film i cui protagonisti non dicono mezza sillaba quindi mi lasciava dubbiosa. Poi però ho visto il film. Non per scelta ma per regalo.

E ho notato che forse l’idea di base è abbastanza rumorosa: in un mondo, quello del film, in cui intorno tutti parlano e parlano tanto e sempre e continuamente, il silenzio è l’unica cosa che rimane ai protagonisti. Da non dire.

C’è una cosa che mi piace particolarmente del Giappone. Del poco Giappone che conosco almeno: il costante esercizio nella misura. E’ il motivo per cui il wasabi uccide noi occidentali. Vogliamo tanto, tutto, abbondante, presto e così raccogliamo con un capiente cucchiaio quella roba verde che paghiamo profumatamente: è un nostro diritto infilarcela direttamente in gola. E la ingurgitiamo, alla Cerbero, indifferenti al fatto che potrebbe essere fango. E il wasabi non è fango. Sfortunatamente. E non è nemmeno peperoncino. Il wasabi brucia la lingua e arriva in testa, veloce. Aumenta, con la quantità, la velocità non l’intensità.

Quella del film è una strana ricerca di misura, direi.
Un po’ spirituale, un po’ di sacrificio, un po’ di profondità, un po’ di giustizia e un po’ di penitenza. E’ una misura che scavalca la singolarità toccando quasi l’universale. Non so se riesco a spiegarmi: per esempio, il protagonista non si difende dalle accuse che la polizia gli rivolge. Rispetta una giustizia più universale, un equilibrio tra parola e silenzio più grande rispetto ad una “misura” sua, personale. E’ come se a tante parole potesse corrispondere solo altrettanto silenzio anche se questo lo priva di una difesa concreta, lo prima di una misura giusta “per lui” ma certo mette equilibrio nell’universale. I singoli sembrano accettare la sofferenza come parte della vita, non le urlano contro ma la ingoiano, senza atteggiamenti rinunciatari, in silenzio.

La storia è semplice, forse surreale, di certo stravagante. Il protagonista è un ragazzo che con un metodo discutibile entra in case periodicamente vuote, ci vive per un paio di giorni, fino al ritorno dei padroni di casa, cucina, si lava, guarda la tv, poi risistema tutto, fa il bucato, ripara gli oggetti rotti e se ne va.

Un giorno, entrato in una casa, non nota la presenza di una donna. Questa, infelice e vittima di un marito violento, segue i movimenti del giovane, lo osserva, esce allo scoperto e alla fine, tornato il marito a farle altra violenza, scappa con il giovane.

E in tutto questo i due, nessuno dei due, dice una parola.

Quindi lei inizia a condividere la strana vita del ragazzo. Persi in un mare di panni da lavare rigorosamente a mano, di guai, di ostacoli, di lacrime e di ramen i due, come da copione, iniziano ad amarsi. Ovviamente la storia non è destinata a durare in eterno e dura infatti finché lui non viene arrestato dalla polizia con l’accusa di averla rapita.
I due non parlano e lui finisce in prigione. Ma sembra chiaro che anche avessero parlato le cose sarebbero rimaste identiche come se il destino, il futuro, il domani non dipendesse strettamente da quelle parole ma viaggiasse su una linea del tutto indipendente.

Ma anche qui c’è una sorta di misura, come a dire che tutto il mondo è wasabi. Perché lui, il ragazzo di cui non saprò mai il nome, proprio un innocente non è. Punisce i malvagi per far tornare la giusta misura ma usando violenza e la violenza è comunque, sempre, deprecabile. E per far giustizia forse lo è anche di più, deprecabile, perché quasi mai i mezzi giustificano il fine. E il regista credo sia d’accordo con me. Non per niente al ragazzo questo “modo di far giustizia”, usando un ferro 3, come da titolo, sfugge di mano facendo danni. Ed è qui che mi è parso di ascoltare la voce del regista, gridare, senza parole, che la violenza resta violenza: non azzera i conti, mai.

Lei, all’arresto del suo amato, torna a casa col marito violento. La vita continua, anche non volendo, anche perdendo fiumi di attimi a non volerla e continua sempre nel verso sbagliato.

Il finale è sorprendente.
Elegante e delicato ma anche tremendamente malinconico. La realtà e il sogno, il troppo dolore e il troppo amore, tutto è di nuovo misura, sospeso, fissato, in un silenzio non solo di parole ma ora anche di movimenti. Vivere senza essere sentiti e subito dopo senza essere visti, vivere nei 180 gradi che l’occhio umano non vede, vivere nello spazio ristretto del “rimanente”.

E’ questo che ha di miracoloso il film. Sposta dapprima il concetto di comunicazione che diventa condivisione, comprensione senza filtri (e senza il difficile filtro delle parole soprattutto), diventa il viversi e dopo, sul finale, sposta anche il senso di spazio. Questo smette di essere propriamente fisico e inizia a essere uno spazio quasi mentale, uno spazio silenzioso, uno spazio che perde sempre più di fisicità. Sembra una proporzionalità inversa: aumenta l’amore e diminuisce lo spazio corporeo finché due corpi stretti in un abbraccio su una bilancia non pesano più niente.

Il messaggio del regista a me, nascosto tra i silenzi, è sembrato chiarissimo: l’amore è probabile tanto quanto salire in due su una bilancia e non pesare niente. Ma la probabilità di un simile comportamento da parte della bilancia è nelle mani di chi si è impegnato a manometterla, non nel destino asettico.

Un messaggio positivo quindi. E se l’ho vista io così positiva, che sono la depressione fatta donna (o qualcosa del genere), voi potete vederci la promessa dell’amore eterno.


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permalink | inviato da LadyMarica il 21/11/2011 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
1 ottobre 2011
647 Brodo di pollo

Certe volte vorrei aver un brodo di pollo con me.

 

Perché dire che spero qualcuno agonizzi è una brutta cosa mentre dire che spero quel qualcuno agonizzi in un brodo di pollo è molto più carino e gentile. Se poi al brodo di pollo sostituiamo la nutella dire di sperare di vedere qualcuno agonizzarci dentro diventa essere buoni.

 

Vorrei avere del brodo di pollo in una bottiglietta nella borsa insieme ad uno di quei contenitori trasparenti acquistabili da ikea e all’occasione servilmente. Immaginiamoci la scena (affinché l’immaginazione sfoghi il nervosismo accumulato): dopo una, due, facciamo tre per essere di sinistra, idiozie che il mio interlocutore mi propina io gentilmente lo fermo, senza parole ma semplicemente alzandomi dalla sedia. Mi scuso sorridendo. Frugo quei dieci secondi che servono per creare l'ambientazione nella mia borsa, estraggo la bottiglietta, la stappo. Nella bottiglietta c'è il brodo, la temperatura è quella giusta: è tiepidino, non freddo ma nemmeno bollente. Lo verso nel contenitore trasparente ikea, arriva il profumo delicato ma di pollo e solo allora io allargo il sorriso e rivolgendomi all’idiota di fronte, con la massima gentilezza, mi sento dire: “ti dispiacerebbe così tanto immergerci la faccia e non uscirne vivo?”.

Dovrei organizzarmi. Ma sono certa che la maggior parte di quelli che vorrei veder agonizzare nel sopracitato brodo (volete la ricetta?) nemmeno capirebbe la finezza di tutto questo meccanismo.

 

Stasera, avida di sushi, lo ammetto, ma anche con l’idea di conoscere persone nuove, allargare le mie (sempre meno) amicizie, fare qualcosa di socialmente accettabile per un venerdì sera (ma il sushi veniva prima, sì) ho accolto l’invito della msdc (mezza specie di cugina –ma non ne fanno un’altra uguale che non abbia marito e figli e voglia venire a Berlino ogni fine settimana con me?) ad unirmi ad uno strano gruppo eterogeneo. La msdc mi aveva avvertita che poteva esserci qualche soggetto poco apprezzabile. Ed io l’avevo messo in conto. Ma dal non apprezzabile all’altamente disgustoso direi che passa una certa differenza.

 

Io ho un brutto carattere. E non lo nego.

E ancora di più non ho capito, ancora, quale sia il “posto” in cui mi trovo bene.

Facciamo esempi. Se vado a cena con qualcuno che fa caso a quanto spendiamo o quanto non spendiamo io mi infastidisco alquanto. Odio parlare di soldi e odio pensare ai soldi: lo trovo un argomento sporco e volgare. Sono andata a cena con persone che si turbavano per il “buon prezzo” del posto. Il fastidio mi roteava nelle orecchie. E poi sono andata a cena con persone che guardavano anche il costo dell’aria. Anche più fastidio. Mi piace andare a cena, se di cena stiamo parlando, con chi sceglie un buon rapporto qualità prezzo ed è quindi consapevole che per quella qualità bisogna pagare quel certo prezzo. Perché in alternativa si può anche scegliere un fast food, basta essere appropriati. Le persone peggiori, devo dire, sono quelle che in un ristorante, che ne so, etnico fingiamo, prendono una pizza perché, a parità di prezzo, la pizza “riempie di più”.

 

Stasera il problema era l’opposto, secondo quanto ho visto io. I tipi con cui sono uscita, le facce nuove, il mio Everest di socializzazione, non avevano problemi sui soldi. Purtroppo.

Abbiamo mangiato sushi. Il sushi che non gli piaceva, tanto per dirlo. “Io lo mangio solo perché mi piace il pesce crudo” ho sentito dire al quello più fastidioso tra i presenti (stranamente un uomo). Ed io mi chiedo perché non andare a mangiare pesce crudo in ottimi ristoranti italiani invece che ordinare qualsiasi cosa per distruggerla a piacere. Mi chiedo perché far tanto quelli "alla moda" col sushi se poi mangiarlo è quasi un sacrificio: lascia perdere.

 

Il sushi è una cerimonia. A me piace per quello. Perché va mangiato in un certo modo, in una certa quantità, in un certo equilibrio tra sapori.

Stasera ho visto distruggere tutto questo significato in meno di dieci minuti. Non sto scherzando: avessimo frullato tutto e dato a ognuno la sua parte per i miei commensali sarebbe stata la stessa cosa. Io sono poco elastica e in palestra lo noto sempre, vero, però non ho potuto far a meno di inorridire davanti a concetti come “li spezzettiamo tutti” (i vari tipi di sushi insomma) "così assaggiamo tutto". Il massimo dell’orrore è stato però veder una tipa, che vantava grande conoscenza dell’alimento, non dividere le bacchette (quelle usa e getta) e usarle come una specie di stecchino, infilzandoci il sushi, spappolandolo, smembrandolo, sezionandolo, togliendoci il gusto fondamentale: la bellezza.

 

Scene da mettersi le mani nei capelli nonostante fossimo a tavola.

 

Poi, amara parentesi conclusiva, mi dicono che “il mare è pieno di pesci”. Certo, ma tutti così infinitamente pessimi devono essere? Col lettore audace, tanto per citare nomi a caso, uscire era un piacere vero.

Lui non è un “ricco” che spende tanto per farlo come questi ultimi soggetti, per esempio però non è nemmeno l'opposto. Non è uno di quelli che guarda ai centesimi: coglie il significato, apprezza il giusto, ama il bello, non sperpera per il gusto di farlo, non compra per il gusto di avere. Ecco, non voglio mica parlare bene di lui (soprattutto in questo periodo di rapporti zero) però credo che sia un esempio esplicativo, un esempio del tipo di persona che ho un motivo di farmi piacere. Perché io sono strana, snob e col pessimo carattere però a volte ho dei motivi.

14 luglio 2011
625 Quello che vuoi, quello che posso (un po' cit.)

Alla fine ci sono andata senza orecchini. All'appuntamento.

Perché, pur avendone il tempo, mi sembra pretensioso.

 

E quello che è successo all'appuntamento è veramente da post anche se avrei almeno due “motivi” (e mezzo –ma io sono esagerata) per non scriverlo però facciamo che fingo di non averli.

 

L’appuntamento era in una libreria.

Sempre per la storia che a me piace giocare in metaforiche case mie quando devo fare queste cose.

 

Fatto sta che lui arriva tardi.

E arrivare tardi a un appuntamento è di pessimo gusto. Sia che tu sia la lei sia che tu sia il lui della situazione. Lo hanno salvato due cose dal mio partire col piede sbagliato: un suo messaggio d’avvertimento sul fatto che avrebbe fatto tardi, (perché uno può avere tutte le buone intenzioni ma il traffico è un’altra cosa, soprattutto a Roma) e il fatto che io avessi beccato il vagone della metropolitana nuovo, climatizzato.

 

Non era un appuntamento al buio. E anche se per le persone normali questa sarebbe la regola, visto che parliamo di me è meglio precisarlo.

C’eravamo visti solo una volta a marzo. E questo è il motivo per cui si meritava una possibilità seria. Potrei spiegarvelo meglio ma di fare battutine massacranti su me stessa non ho voglia stamattina. Rimando a domani.

 

In realtà mi ero convinta mi avesse scambiata per Ce. Cioè, quella sera, quando l’ho conosciuto, io ero con Ce. E lei è molto più carina di me, seriamente dico. Quindi lui su fb ha contattato me però poteva aver dato il mio nome, la mia personalità alla sua faccia. O così oppure non riuscivo a spiegarmi perché, tra le due, fisica evidenza già citata, lo avesse chiesto a me, di uscire dico.

Vabbe’, ho un problema con l’illogicità.

 

Quando glielo ho detto, ieri, perché sono idiota e non riesco a non dire qualsiasi cosa mi venga in mente (alternando a momenti di mutismo acuto, ovviamente) lui ha sorriso e ha detto che non mi aveva confusa per niente. E’ stato carino. Ma ha pensato che sono un’idiota.

 

Volevo scappare. Molto prima del mio patetico “credevo mi avessi confusa con Ce” dico, lì già avevamo preso confidenza. Volevo scappare perché ho pensato, semplicemente, che uno che si veste in quel modo di certo non può essere il mio tipo.

E’ un bel ragazzo, con i colori che piacciono a me, gli occhiali, certo, scuro, occhi scuri, una bella risata ma un sorriso normalissimo e molto, molto magro.

Peccato avesse scelto una maglietta in cui potevamo entrare in 12.

 

Ecco, in virtù di questo, solo questo, io volevo scappare lontano.

Ho pensato “facciamo velocemente un giro e poi distinti saluti”.

 

Sì, sono superficialissima, ovvio.

 

Poi abbiamo fatto un giro all’interno della libreria. Lui doveva cercare “una cosa”, non meglio identificata Abbiamo cercato, chiesto al commesso ma era terminata.

E questo vi sembrerà un elemento inutile nella narrazione, lo so. Solo a fine cena ho scoperto che stava cercando un fumetto (non chiedetemi titoli) per me che non ne ho mai letto uno.

 

Usciti dalla libreria, dopo la sua proposta, abbiamo cercato un bar per bere qualcosa.

Il ragazzo aveva studiato, e molto bene, secondo me.

 

Al bar io avrei voluto un caffè ma al “cosa bevi?” ho detto acqua e aggiunto naturale. Quando sono agitata dico sempre acqua naturale che è un bel tentativo di nascondersi.

Lui ha preso due bottiglie d’acqua. Naturale. Solo a fine serata abbiamo scoperto che in realtà entrambi l’acqua la preferiamo leggermente frizzante.

 

Comunque lui la paga ed io non mi decido se dire qualcosa o non farlo. Alla fine me la gioco sul “io li ho spicci”, che è un modo per parlare di soldi senza parlare di soldi. Lui risponde parlando di soldi senza parlare di soldi con “no, li dovevo cambiare” (ah sì? Per farci cosa?).

Pace.

Ci sediamo. E lui galantemente mi versa un bicchiere d’acqua. Addosso.

Io scoppio a ridere mentre lui non sa più in che lingua scusarsi. Mio dio, era solo acqua. Io l’ho trovato il modo giusto per spezzare la tensione, almeno la mia.

Abbiamo parlato. Per due ore. Direi tranquillamente. Lui mi reputa un po’ troppo intelligente. E questo è un problema perché a spiegare che sono normale, come tutti, sembra che io voglia far la vittima o altro. E d’accordo allora, sono un genio.

 

Ha detto: “ti leggo su fb. Tu e la tua cerchia di intellettuali!”. Vabbe’.

 

Il momento di maggior disastro è stato quando mi ha chiesto cosa fosse un “mesca”. Aveva visto le foto su fb. Quindi ho tentato di spiegarglielo ma per farlo ho dovuto menzionare questo blog. Per un quarto d’ora mi ha chiesto di dirgli il nome, cosa che ovviamente non potevo fare (vista la lettera appena sotto, per esempio).

 

Anche quando ci siamo salutati a fine serata mi ha detto: “non mi ricordo come mi hai detto si chiami il blog”. Mi ha fatto ridere ma non glielo ho detto lo stesso. Non voglio avere un terzo (e mezzo) motivo per non scrivere.

 

Quindi, finite le chiacchiere, mi ha buttato un altro bicchiere d’acqua addosso. Gli stava per venire un colpo, non sapeva più come scusarsi. A me veniva ancora da ridere ma non sapevo come tranquillizzarlo, come farli capire che veramente la cosa era divertente.

 

Poi mi ha chiesto se mi andava di cenare.

Ora, benché il cenare sia qualcosa di tremendamente complicato e proprio il contrario del giocare in casa gli ho ovviamente detto di sì.

Lui ha proposto sushi. Non esattamente il mio genere, ecco. Io l’avevo provato una sola volta e al supermercato trovandolo orrendo, ma ho ovviamente detto che andava bene.

 

Ci siamo alzati e lui ha preso la bottiglietta d’acqua dicendomi: “ce la portiamo così se mi viene voglia di schizzarti un altro po’…”. Ho apprezzato.

 

Quindi abbiamo ripreso la metro. Io ho una regola per la metro: non mi siedo mai, nemmeno fosse deserta. Ho fatto un’eccezione perché lui sembrava volersi sedere ma non se non lo facevo anche io. Una galanteria da stress.

Ma sono sopravvissuta anche a questo e siamo arrivati alla sua macchina parcheggiata all’eur. Lo dico perché la passeggiata con il tramonto e il laghetto sembrava quasi intenzionale. E invece non lo era. Per fortuna.

 

Arrivati alla sua macchina, lucidissima, io ho pensato che l’appuntamento si stava trasformando nell’appuntamento che volevo. Sì, una mia debolezza, mi piace essere condotta se lo decido.

 

Salita in macchina lui mi chiede se voglio sentire musica acustica o se preferisco quella elettronica.

Io non capisco un cazzo (scusate ma questa va detta proprio così).

 

Sull’esperienza cena e sushi dovrei aprire un capitolo a parte. Mi sono proprio innamorata. Dell'alimento. Sarà che in tutto il giorno avevo mangiato solo uno yogurt ma l’ho trovato incredibile, quasi un'esperienza mistica. Il ristorante era molto carino, musica giapponese in sottofondo, quadri, odori particolari, proprio una mossa ben giocata. E poi mangiare il sushi è stato divertente. Credo fosse studiato anche questo. Per favore, non chiedetemi i nomi precisi che non li so. Era sushi di vario tipo, forme e dimensioni. Poi lui mi spiegava come fare, rideva della mia poca abilità con le bacchette (mi ha detto “ti faccio portare una forchetta?” ma io per orgoglio ho detto assolutamente di no) e faceva il cavaliere lasciandomi scegliere i pezzi. E’ stata una cena quasi perfetta.

 

Abbiamo toccato il massimo grado di confidenza quando ha iniziato a mettermi pezzi di sushi nel piatto mentre io pensavo “se ne mangio un altro e domani peso anche solo un grammo di più ti faccio a pezzetti e faccio mettere te poi nel sushi” (cosa, se vi interessa, che non si è verificata).

 

Ho avuto la sensazione, ma rimanga tra noi, che lui sapesse qualcosa di troppo. Si è lasciato scappare che il sushi è abbastanza magro. Ho fatto finta che per me fosse indifferente comunque e che non avrei passato metà cena a contare le calorie di quello che stavo mangiando (perché la malata di mente la faccio solo da un certo grado di conoscenza in avanti).

 

E' stato carinissimo.

 

Si è riverificato di nuovo l’imbarazzo del “farmi pagare la cena da qualcuno” alla fine. Lui non ha voluto dividere il prezzo in parti uguali anche se io l’avrei trovato più civile. Meno galante ma più civile. Quindi io l’ho ringraziato lasciando perdere. Lui ha detto "dai, la prossima!"

 

Poi abbiamo passeggiato, passeggiato, passeggiato. E parlato, parlato, parlato. Non credevo di saper parlare tanto.

 

Sulla via del ritorno lui mi ha chiesto qualcosa di parecchio imbarazzante. Unica nota negativa. Poteva evitare. Mi ha chiesto i miei gusti musicali. Ho cercato di salvarmi in calcio d’angolo ma a domanda diretta non ho potuto far a meno di confessare.

 

Lui: “ma senti anche la Pausini?”

Io: “la Pausini? Scherzi? Noooo!”

Lui fermandosi e guardandomi: “dai, dimmi la verità.”

Io: “okay. Solo certe volte!”

 

Lui è scoppiato a ridere mentre io volevo sotterrarmi.

 

E’ finita che mi ha riportato alla mia macchina che era nelle vicinanze, in una certa vietta interna che mi sembrava mettergli ansia per uscirne.

Io l’ho baciato, sulla guancia, dicendogli che poteva seguire me.

 

Dove avrò preso tutta quella sicurazza non so, addirittura gli ho detto di seguirmi. Mah, mi stupisco da me. Io nella mia macchina nera e lui appena dietro che mi seguiva, la scena sembrava quasi da film, solo dovevamo avere due moto.

 

Arrivata a casa, stavo per scrivergli qualcosa, insomma, credevo toccasse a me, quando è arrivato il suo messaggio.

Sì, pare che proprio da buttare in un cassonetto io non sia. Ancora.

 

Se mi è piaciuto non lo so. E' stato qualcosa di totalmente diverso da quello che faccio di solito. E non ho mica così tanta fretta di sapere se col tempo mi piacerà di più o di meno. Vorrei un po' di lentezza, ecco tutto.

 

Che brutta conclusione. C'erano tempi in cui finivo i post con "e abbiamo fatto sesso sul tavolino". Mi sono rammollita.

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE