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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
16 aprile 2013
Gioire del “bello” (che non si esaurisce certo nella dimensione estetica) credo che sia un'inclinazione umana per nulla secondaria a quella di mangiare, bere e riprodursi. Ovviamente nel mondo moderno, chissà se primariamente in quello occidentale, il bello viene comunemente confuso con la...

Il cannocchiale mi dà ai nervi ultimamente per le sue continue mancanze. Quindi questo post continua su webnode. Basta cliccare sul titolo.



1 settembre 2011
639 Ichi the Killer

Ecco un altro film portatomi dallo sgocciolio nevrotico estivo.

 

Duemila e uno, genere splatter, horror, thriller o non meglio identificato, regista giapponese meno che più famoso, consigliato dal lettore audace.

Anzi, non-consigliato dal lettore audace il quale, nonostante lo definisca il suo film preferito, al mio “devo vederlo”  ha scritto (ah sì, la novità del periodo è la chat-chiacchiera – e meno male): “no, ti prego. Sono un ragazzo rovinato”.

 

E uno che mi dice di non guardare una cosa, in pratica, me la sta obbligando.

 

Già dalle scene iniziali, devo dire, ho capito perché lo definisse un film perverso.

Ora, nonostante la perversione rientri nella sfera sessuale in uno strano connubio con la stravaganza, la trasgressione o semplicemente la fantasia, tanto che alle volte i confini dell’uno o di una delle altre si confondono, è innegabile che il piacere mischiato alla violenza (se la violenza è poco consensuale però) sia da ritenere una forma se non perversa (perché rientra in un campo in cui è difficile muoversi) sicuramente da scoraggiare (che invece rientra in un campo sociale).

 

La scena iniziale con la prostituta picchiata e violentata dal suo “protettore” (ma c’è un termine meno adatto?) che poco lascia alla fantasia e molto mostra, tanto per dirlo, non fa pensare, allo spettatore, che ci saranno, nemmeno in futuro, scenette con fiori o nani da giardino che viaggiano per il mondo (e chi capisce il riferimento è bravo): esibisce subito, in brutta forma ad essere seri, il colore principale: rosso sangue.

 

E la violenza è e rimane, infatti, la costante di tutto il film.

 

Violenza splatter e irrealisticamente esagerata a tratti, violenza mentale in altri, violenza sessuale in altri ancora: violenza in ogni forma e devianza.

 

Quello che sicuramente sottolinerei è come, tutta questa violenza, non abbia forma statica ma si mescoli in continue forme di altre cose nell’intero film. Non si smarrisce il senso, il divisorio tra dolore e piacere però il regista lascia intendere che il confine non è così netto come siamo abituati a pensare, che esso può variare a seconda dei soggetti interessati, può variare dalla abitudine alla violenza e dagli intenti di una determinata azione. Per esempio, le torture che uno dei protagonisti, un certo Kakihara, esercita sui suoi “avversari politici” (club mafiosi più che altro) sfiorano certi gusti sadomaso, le sospensioni con tanto di ganci conficcati nella pelle (avranno nomi specifici immagino) che, per gli amanti del genere, sono artistici oltre che apprezzati.

 

Si crea il dolore con gli stessi mezzi con cui per altri si crea piacere. Diciamo che l’idea di fondo, che forse, nel mio volervi mostrare brillantemente, ho rigirato (si crea piacere con mezzi di dolore?) è interessante.

 

Come pure i due protagonisti (e mi chiedo se ce ne sia uno più protagonista dell’altro) la cui caratterizzazione è, a mio avviso, piuttosto geniale.

Ichi e Kakihara sono due generi completamente differenti e sembrano voler dimostrare un’affermazione uscita chissà dove nel film: “in ogni sadico c’è un masochista”.

Ichi è moro, timido, complessato, magari non buono, difficile, tonto, con gli occhini pieni di lacrime per ogni singola cosa andata male; l’altro, Kakihara, è biondo, spettinato, magrissimo, colorato, eccentrico, sicuro, violento, crudele, sadico.

Poco ovviamente Ichi è il sadico che Kakiahara aspetta, teme e vuole.

 

C’è, secondo me, in questa caratterizzazione molta dell’essenza del sadomaso o di qualcosa che gli si avvicini (in una forma estrema, forse impraticabile, ovviamente): voler ricevere dolore ha di passivo solo la meccanicistica ma è, dal punto di vista di scelta, totalmente una posizione attiva, forse persino più attiva rispetto al dare dolore.

 

Per dare dolore (sempre di rapporti consensuali parliamo) serve che qualcuno l’abbia chiesto. L’azione attiva (dare dolore), in poche parole, parte dalla richiesta attiva (fammi soffrire) di chi quell’azione la riceve passiva (il prendere dolore). Senza richiesta attiva l’azione non ci sarebbe. Non so se riesco a spiegarmi. In un rapporto sadomaso, come del tipo che nel film Kakihara desidera, tutto parte dalla donazione (direttamente proporzionale, in completezza, alla profondità del rapporto) dell’accettare il dolore.

 

Credo che il finale, confuso, leggermente intrecciato e poco chiaro, del film sottolinei questa visione, questo rovesciamento che io credo essere, in generale, l’accento peculiare, l’aspetto più ossimorico dei rapporti sadomaso (lo ripeto: il fatto che il sottomesso decida di sottomettersi rendendo possibile il rapporto che altrimenti non lo sarebbe). Ichi, che non avrebbe la personalità, il coraggio, nemmeno il fisico, nemmeno la mente probabilmente, per essere “il sadico”, quello dominante, quello che dà il dolore, viene fatto rientrare nel suo ruolo da Kikihara, dal sottomesso che lo identifica come sadico, lo pensa come sadico e ricerca il suo sadismo anche quando quello sembra proprio essere scomparso. E come al solito mi sembra, soprattutto nei film giapponesi, di notare che l’essere la realtà o l’essere un’illusione dell’intera scena appare poco importante quando quella è l’unica prospettiva che ci viene mostrata dal regista, dal film, dalla storia.

 

Appena svelerò al lettore audace che il film, nel complesso, non mi è dispiaciuto (nonostante io non apprezzi, non sempre, lo splatter), lui capirà che sono una pervertita (io sì, veramente) e una pervertita senza speranze.

Però correrà a legarmi (ma prima deve capire anche il mio deviato umorismo da post).

16 giugno 2011
616 Un uccelletto

Non amo, particolarmente, l’azione.

Direi che più spesso possibile la sostituisco a una profonda riflessione. Inutile ovviamente, come si conviene a qualsiasi riflessione. E anche se pensare di fare una corsa di un’ora non corrisponde al farla sul serio, certe volte riesco anche a sudare.

 

Lasciando da parte le idiozie che intermezzano tanto per rendere il tutto meno suicidio-take away, direi che meno dell’azione amo la non azione prodotta dalla riflessione.

Perché, quasi alla fine, quando uno una cosa non l’ha fatta ha comunque preso posizione sull’azione e precisamente nella non-azione.

Spiegare concetti intuitivi, o che per me lo sono, è faticoso: quasi sto sudando.

Penserò comunque di aver corso.

 

Ero sdraiata in giardino con il gatto tra le gambe, un libro tra le mani e un evidenziatore perennemente tra le labbra, quando vedo un uccellino avvicinarsi.

 

Sì, io mordo le penne, le matite o gli evidenziatori: tremendamente antiestetico.

 

Non faccio in tempo a spaventarmi (le cose in movimento mi spaventano, così come le persone, così come certe parole lanciate, così  come gli animali, così come i volatili) che vedo il gatto, quell’adorabile creatura che dormendo tra le mie gambe incrociate sembrava comunicarmi tutta la bontà del mondo, fare un salto e, in un rapido, bellissimo in quanto tragico, gesto, prendere l’uccellino.

 

Cosa si pensa di una azione così?
Io, razionalmente (sì, ogni tanto ancora mi succede) avrei detto che una scena del genere è normalissima amministrazione, che è più indicato aspettarsi sensibilità nelle telenovele che non nella natura, che non si può chiedere al gatto di non essere cacciatore o all’uccello di non essere preda così come una pianta o, per rendere ancora meno vita e conseguentemente meno volontà, un cassetto non smettono di essere pianta e cassetto per una richiesta. Nemmeno fatta a lacrimucce.

 

In una parola un evento del genere è semplicemente “vita naturale”.

E io sarei stata d’accordo nella mia stessa riflessione se l'avessi fatta a stomaco vuoto (d’esperienza diretta intendo). Perché c’è stato qualcosa di, istintivamente, poco razionale e assolutamente poco naturale nel cinguettio disperato dell’uccello, dilaniato dai denti del gatto.

Insomma, cercando di spiegarla meglio se è naturale che un gatto faccia preda un uccellino, piccolo e abbastanza indifeso, ed io questa naturalezza la riconosco, la apprezzo e ci conto in generale nell’esistenza, altrettanto naturale non è il grido dell’animale ucciso.

 

Non so se riesco a spiegarmi. La morte è naturale, la caccia è naturale, vincitori e vinti sono naturali, prede e cacciatori anche, lo stesso movimento del gatto, quel balzo aggraziato e nevrotico insieme è stato, nella sua tragicità ripeto, molto naturale, è nel cinguettio di strazio, di dolore, di pena  dell'uccello che la naturalità improvvisamente si infrange.

Mi ha fatto orrore, mi veniva da piagere, mi ha disgustata incredibilmente, non tanto per la pena verso l’uccellino morto ma più propriamente per quel suono, per quella violenza fatta all’armonia naturale.

 

La violenza non è naturale, non è l’esplicazione di una forza, è l’esplicazione malata di una forza, l’impossibilità di quella forza di cogliere nel suo esistere anche l’esistere dell’altro. Non è, la mia, una sorta di morale di compassione per la preda, ma più universalmente una sorta di disgusto per l'interruzione della melodia naturale.

 

Mi sono, ovviamente, preoccupata bene di togliere dalla storia l'intero grado di grottesco che come in ogni buona storia tragica c’era. Il mio gridare “mamma” per esempio, incapace all’azione o anche solo incapace di prendere una decisione (correre dietro al gatto?), il mio gridare come una pazza isterica. Ho anche lanciato al gatto un libro, le scarpe che mi ero tolta e pure una crema solare, ma senza successo. Solo all’arrivo di mia madre il gatto traditore è stato acciuffato.

 

Promemoria personale: "a distanza di cinque metri anche se usi tutte le belle parole che vuoi non riuscirai a convincere il gatto a fare quello che vuoi tu, cara Marica".

 

L’uccellino, liberato dai denti di dubbia pulizia del gatto, è comunque morto, senza possibilità di appellarsi a lieto fini accidentali di questa storia (non attiva).

24 febbraio 2011
572 Pocket Coffee

Sono arrivata  ad una conclusione.

Conclusione di tutti i pensieri che ho tenuto bassi, bassi in questa settimana.

Mi sembra più o meno inutile preoccuparmi di tutti gli imbecilli del mondo. Non solo perché il mondo ha una superficie troppo estesa perché io riesca veramente a rendermi conto di ogni imbecille, ma anche perché già occuparmi dell’imbecille me stessa mi dà un gran da fare.

 

Parliamo di cose serie, o altrimenti dette, sesso.

L’ispirazione mi è venuta ieri (e non per farlo, per parlarne –e questo non si può dire non sia un problema) quando mi è stato proposto di tutelare un rapporto utilizzando una safeword.

 

Peccato che il contesto fosse dal poco al per niente riguardante il sesso e che la proposta mi è stata fatta solo per evitare si dicesse troppo o troppo poco in una specie di forum (no, non partecipo a forum e chat porno anche se in quel posto le foto delle mutande sono all’ordine del giorno –tutta roba anche troppo solo amichevole).

 

Forse mi capisco da sola.

 

Su fb c’è un gruppo chiuso (meglio privato, sennò si fa riferimento alle case chiuse e mi tocca difendere onori) di bloggers a cui partecipo e in cui si discute di tutto. Per evitare di pestarci i piedi un amico mi proponeva di utilizzare una safeword tra noi in modo da capire bene quando è il caso di smettere di parlare.

Meno sessuale di così devo solo dire che l’argomento su cui non dobbiamo pestarci i piedi è topolino (no, scherzo).

 

Lo dico per chi fingesse di non intendersi di queste cose, la safeword è una c.d. “parola di salvezza”. Serve nei rapporti di un certo tipo a garantire i partecipanti. In realtà “di un certo tipo” lo dico io per facilitare il contesto di riferimento: la safeword sarebbe intelligente utilizzarla in ogni rapporto. Secondo me perché permette di sfiorare certi limiti senza farsi troppo male. E non intendo con “farsi male” soltanto dolore fisico eh, intendo a livello morale o anche solo emotivo. Anche in un rapporto amichevole che si basa per esempio su una scherzosa e continua presa in giro, porre una safeword significa garantire che il rapporto non si rovini involontariamente. Inoltre, se uno sa di poter dire una parola e far capire all’altro che ha toccato il limite o lo sta toccando esplorarli certi limiti diventa meno rischioso. Perché non devi necessariamente essere certo che l’altro/a abbia capito il tuo concetto di eros, di dolore, di gelosia, di possessività, di amicizia eccetera ma puoi stare tranquillo che se anche non l’ha capito hai la soluzione in una parola (che poi sarebbe uno slogan bellissimo se si volesse promuovere l’uso della safeword in una pubblicità progresso –ah, se io fossi dittatore a vita!).

 

Forse si perde una parte del divertimento, forse, se le esperienze sono poche si acquista una sicurezza. Non è facile abbandonarsi all’altro non conoscendo i propri limiti, con una safeword ci si abbandona tenendo sicuro il tasto stop.

 

Lo spiego meglio facendo un esempio. Fingiamo di parlare di un’esperienza erotica in cui si vuole sperimentare dolore fisico. L’espressione dolore fisico non indica una cosa e niente altro, indica diversi livelli di una sensazione particolare (sì, sfioriamo il complicato ma quella sensazione che si vuole provare è il male). Io per prima non saprei qual è il mio limite massimo, non saprei se voglio arrivare a piangere e strillare o se mi voglio fermare prima, a un morso scherzoso.

Ed è qui che entra in gioco la safeword. Sapendo che se dico pocket-coffee posso ottenere che tutto si fermi mi spingo un po’ oltre.

 

Inoltre se si ha una concezione come la mia di relazioni che oscilla tra “tutto è finzione” a “molto è finzione” a “qualcosa fingiamo sempre”, la safeword assicura che lo si dica quasi esplicitamente. L’unica parola reale diventa infatti quella che abbiamo scelto come “parola di salvezza”. Glucosio per esempio. Tutto il resto non significa nulla. Persino “puttana” (che sempre secondo il mio “mi piace” è la cosa meno bella che si possa dire, anche se sei eccitato e non ragioni), se hai istituito una safeword, non vale più molto. O meglio vale ma in un contesto che rimane esclusivamente quello.

Non so se mi spiego.

E’ come se tutto cambiasse di livello. Se “glucosio” o “pocket-coffee” sono il livello “realtà” tutto il resto, tutto quello che si dice, sta sotto. “Puttana” (scusate) ha lo stesso valore di “non voglio”.

 

Le “parole di salvezza” hanno quindi una caratteristica che secondo me le rende ancora più importanti: garantiscono il gioco.

Già, perché i rapporti erotici, almeno secondo la mia limitata esperienza (ma quando ero giovane avevo tanta fantasia), sono fatti (devono essere fatti) da no che significano sì, da “fermo”, che significa “non smettere”. E questi comportamenti, purtroppo banalizzati dalla letteratura di un certo tipo (leggi mondezza), dalla tv, dai film eccetera, sott’intendono tutto un meccanismo di gentile violenza (nella concezione più positiva che riuscite a dare al termine) che a me personalmente non smette mai di piacere.

 

Se ad uno piacesse essere soffocato (attualmente non è questo il caso, ma non escludo un futuro a sacchetti di plastica) il dire “basta”, “non respiro” o altro potrebbe far parte del gioco. Con una safewrod non rischi di morirci soffocato nel gioco, ecco.

 

Poi ci sono uomini che amano avere rapporti con ragazze dal seno enorme e si lasciano quasi soffocare da queste, ma si chiama essere deficienti ed è un’altra storia (la mia solita invidia da terza, quarta, quinta ecc, lo so).

 

Sempre secondo la mia limitata esperienza questo discorso sulla sessualità, forse su una sessualità poco condivisa, è difficile da spiegare a chi non lo comprendere spontaneamente. Io non l’ho propriamente imparato leggendo una qualche cosa o facendo determinati cammini, diciamo che mi è spontaneamente molto chiaro. E questo prima (a undici, dodici anni –oddio, lo posso dire?) mi preoccupava mentre oggi mi incuriosisce molto, come meccanismo mentale.

 

Quello che ancora oggi mi preoccupa è l’influenza che tutto questo ha e deve avere in una relazione, diciamo seria. Perché io di certo non mi invaghisco (boh, scegliete un termine appropriato voi) di una persona solo se mi ho presa a schiaffi (questo sì che richiederebbe il ricovero immediato) ma per tutti altri fattori. E il fatto che la persona di cui mi sono invaghita (?) per altri fattori comprenda o meno la sottigliezza di questi meccanismi di piacere (in continua evoluzione ovviamente) ha di certo un grado di importanza in una relazione. Sono esplicita, non che non si possa arrivare all’orgasmo per altre vie, solo che il punto non è l’orgasmo, il punto è tutto il mondo che c’è dietro.

Rimane da stabilire il grado di quella importanza.

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE