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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
14 aprile 2013
Ed è sempre più spesso domenica notte. Una cosa che mi infastidisce molto. Nessuna voglia di dormire, un gatto che mi fa le fusa sulle gambe, una sigaretta appena spenta e tanti pensieri. Nessuno che mi vada. Penso all'amicizia. Cose che ho imparato in 24 anni: tutti ti sono amici, tutti sono...

Per sapere come va avanti questo post, basta cliccare sul titolo.
21 gennaio 2013
Apologia della sigaretta

Un sacco di cose uccidono e danneggiano in questo mondo, e probabilmente sono le cose migliori di cui disponiamo. La sigaretta è la prima della lista dei salutisti. Solo poi compaiono fritti e alcol a seconda di quanto, i già citati salutisti, siano intransigenti verso il grasso o gli stati mentali artefatti. Io personalmente preferisco la sigaretta a tutto il resto e qui, di seguito, vi espongo i miei perché. Un po' Luciano (uno scrittore greco mi sa veramente poco famoso) con il suo elogio di una mosca (eccellentissimo!), un po' Marica, imprigionata nella scelta di smettere con la combustione e beccarsi la nicotina in formato elettronico.

La conoscete la sigaretta elettronica? E' un dispositivo, composto da batteria ricaricabile, filtrino riempito con aromi liquidi (dal rum fino alla vaniglia, signori miei, tutti con nicotina a diverse intensità) che si fuma, esattamente come la sigaretta ma contiene semplicemente nicotina e vapore acqueo. Una sigaretta senza fumo, senza puzza e che non fa male. Io, personalissimamente, mi ci trovo bene. Se, e solo se, non ho un pacchetto di sigarette, qualunque, nelle vicinanze. Ne preferisco, della sigaretta elettronica rispetto alla tradizionale, il sapore, la consistenza del fumo che mi arriva in gola (essendo esso più massiccio) e anche il fatto che non lascia alcuna puzza di fumo dopo l'utilizzo. Ma questo non significa, come già avrete intuito, che, anche con tutti questi fatti positivi per il partito elettronico, che io, la preferisca alla vecchia e cara sigaretta.
Perché la sigaretta è un fatto di ritualità più che di semplice dipendenza da nicotina.

Tirare fuori una sigaretta dal pacchetto e cercare l'accendino, iniziamo dal principio, regala quella magnifica sensazione di sentirsi impegnati, la sensazione di fare.
Sentire la sigaretta tra le dita, in bocca, in un lento consumarsi, dà l'idea di un possesso destinato a finire. E il “destinato a finire”, come è con la vita, è l'unica cosa, circa, capace di rendere il momento, capace di amplificarlo, di farlo sentire veramente. Una cosa eterna è una cosa che non può essere goduta, contrariamente alle credenze cattoliche.
E poi l'aspirare.
La sigaretta elettronica avrà, e sono la prima a dirlo, una resa di fumo più consistente e quindi più soddisfacente ma è sempre la stessa, con lo stesso sapore. La sigaretta no. La sigaretta ha il grandissimo pregio di cambiare, dal primo all'ultimo tiro, da quando l'accendi, che sembra tendere all'infinito, a quando, quasi alla fine, la senti bruciarti di più. Per non parlare della soddisfazione. Oscar Wilde, che è la cosa più bella del nostro mondo, ha detto che la sigaretta è il piacere perfetto: è squisita e lascia insoddisfatti. E, da che Schopenhauer è Schopenhauer, il continuare a desiderare dopo il desiderio è la condizione umana per eccellenza. La sigaretta elettronica, che sono comunque interessata a fumare più a lungo possibile, che soddisfa così lungamente, così perfettamente, quando si ha una sigaretta a soddisfazione insoddisfacente perde un sacco del suo fascino.

La sigaretta poi, molto più di quella elettronica, è un ottimizzatore sociale non da poco. Fumare la sigaretta parlando con qualcuno che ti piace, o per sopportare qualcuno che non ti piace, o per spostare l'attenzione di chi ti piace troppo, è ancora il miglior metodo che conosco nella socializzazione.

Apologia della sigaretta finita, adesso me ne vado a rubare una da qualche pacchetto lasciato disastrosamente in casa da mia madre.

29 novembre 2011
Spine di legno

    

Ci sono poche, siamo seri, pochissime, cose che in questo periodo mi va, veramente, di fare, pensare, praticare, studiare, ascoltare e frequentare.
Perché “cose” può essere, come insegna “nomi, cose, animali e città” qualsiasi cosa, dall’orgasmo ai latticini, ma i verbi, quelli sì, mi preme specificarli bene.

Forse sono solo banalmente giù di tono.
Forse sono semplicemente stanca di inventarmi le stesse aspettative, che poi verranno stupidamente disattese; le stesse promesse, che poi non manterrò, o altri non le manterranno per me; le stesse idee che poi smetterò di ricordare da un giorno all’altro.
Forse aspetto Natale da troppo tempo.

Ma via la maiuscola. Io non aspetto Natale ma natale, un qualsiasi natale, una qualsiasi occasione per essere leggermente in festa. E leggermente non significa “poco”, significa con leggerezza. Mi piace la leggerezza se è per cercare profondità (o per cercare di nascondere la profondità) meno mi piace la leggerezza presa assoluta.

E mi riconfermo al primo posto nelle divagazioni dal tema.

Anche in questo buio medievale comunque una cosa che si presta al mio interesse quasi spontaneo, con stupore, c’è.
“Una cosa” che non è “scienze e metafisica”, precisiamolo, perché di quest’ultima abbiamo già discusso le capacità estetiche del docente e non credo di doverci tornare. Dicevo che la cosa (che non è scienze e metafisica, ripeto) si presta al mio interesse “quasi spontaneo”. Diciamo che dopo i venti minuti inziali in cui vorrei rimanere a vegetare, ma me lo impedisco, la cosa ritorna, come la volta precedente, a piacermi. Ero in astinenza obbligata da troppo tempo, forse è per questo che adesso la trovo così piacevole da fare, inoltre “ricominciare” è una cosa che non credevo possibile. Insomma, la mia astinenza non era solo effettiva e fisica ma anche mentale: credevo che non avrei mai più potuto fare una cosa del genere.

Si apre così il tema della nobile arte della pallavolo.

La pallavolo è, secondo me, una ben riuscita minestra di esibizionismo, adrenalina, sudore, endorfine, gioco. Per tutte queste componenti mi piace e mi è sempre piaciuta.

Continuando con i sempre devo aggiungere che ci ho sempre giocato, dai sette anni circa. Ho smesso varie volte e ripreso altrettante volte. Poi è finito il liceo e ho deciso che la pallavolo si concludeva con lui. Non proprio deciso.

A settembre mi è arriva una email in cui un gentile signor F. mi invita a fare una prova con la sua squadra.
I motivi per cui ho smesso di fare pallavolo, fingendo di deciderlo, erano che in una squadra agonistica femminile si richiede una certa prestazione, un certo impegno, una certa presenza e soprattutto una certa divisa sportiva. Tutte cose che mi impaurivano molto.

Nella nuova squadra, mista e amatoriale, non ci sono obblighi di divise (se non magliette coi numeri), non ci sono obblighi, c’è clima informale, nessunissima pretesa di prestazioni strabilianti e una promessa di tranquillità. Insomma, era l'unica partenza che mi potessi permettere distrutta psicologicamente come sono.

Sono andata a “fare la prova” e da quel giorno, due volte a settimana, ci vado. A volte sono contenta anche prima di andare, a volte mi obbligo ma quando torno, mediamente, sono serena.
Non voglio negare che ci siano stati momentacci, ma attualmente pare io stia ingranando.
Diciamo che i momentacci erano, e sono, dovuti a quell’aspetto intrinseco nella pallavolo, che citavo sopra, che si chiama “esibizionismo”.

Quando ero giovane (fine a fine liceo) ero un’esibizionista maniacale.
Dopo ho desiderato, con scarsi risultati, essere invisibile. Adesso essere invisibile non ha più così tanta importanza ma le mie impostazioni mentali sono rimaste sintonizzate su quei comandi.
Visto che erano impostate sul “mantieniti invisibile” mi sforzavo di evitare qualsiasi cosa dovessi far in pubblico o che gettasse particolarmente attenzione su di me, capite da soli che giocando a pallavolo questo diventa difficile: non si può disputare una partita, battere un servizio, difendere una palla o alzarne una se pensi costantemente “speriamo che nessuno mi guardi”.

E così il primo è stato un periodo di reimpostazione mentale. Attualmente, nonostante la mia battuta, un tempo invidiabile, sena gli sguardi e un po’ ne soffra riesco a far passare la palla oltre la rete almeno 5 volte su 10. Una molto onesta metà.

Comunque non ho scomodato tutto ciò solo per fare dietrologia, volevo parlare della mia sfortuna. No, perché io cerco serenità e finisco in squadra con coppiette miele e amore stile nausea. Sarò in un brutto periodo di mancato amore io, certo, sarò acida e cinica agli eccessi, ovvio, ma proprio non riesco a tollerare quel fare tutto così tanto insieme: fanno un passo solo dove l’altro fa un passo, fanno coppia in tutti gli esercizi di coppia, litigano in mezzo al campo come una coppia, si baciano tra la fine di un’azione eml'inizio di quella successiva.
Lui è un tipo gentile, silenzioso ma intelligente, lei ha un ego che minaccia di soffocarmi ma è spigliata e forse pure simpatica, però insieme, così tanto insieme, mi deprimono, mi innervosiscono e mi fanno vedere quello che vedo continuamente: intorno a me ci sono solo vite perfettissime che io non ho, non potrei avere e non avrò mai.
Eterno riposo. Amen.

Ma io ho un metodo per svalutare un po’ questi orridi pensieri: vado a giocare a pallavolo rigorosamente a piedi. Perché camminare dopo l’allenamento, di sera, mi mette tranquillità: mi dà una percezione del mondo, di quanto è vasto, vario, complicato e del fatto che quindi, poiché esiste tanta vastità, io non sono, infondo, tanto sbagliata, tanto imperfetta, tanto miserabile.
Pace e bene.

Tutte le sere, rigorosamente, quando ho già inforcato la borsa a tracolla che mi fa molto studentessa, lei mi chiede se voglio un passaggio. Un perfetto passaggio nella perfetta macchina che il suo perfetto fidanzato guida perfettamente per portarla alla sua perfetta casa, nella sua perfetta vita, rimanendo a dormire una perfetta notte con lei.

Sospiro.
Ecco le gentilezze che finiscono in tragedie.

Devo essere volgare: e no che non lo voglio ‘sto ca**o di passaggio!

14 ottobre 2011
E morì, come tutti si muore (cit.)
A parte i troll che trolleggiano in questo blog come fosse una selva oscura lasciata alla bella e meglio (per questo ho inserito la moderazione dei commenti, ma state tranquilli che poi appaiono), a parte il disfunzionamento sempre crescente della piattaforma, a parte che mi sembrava ultimamente di essere ripetitiva e inutile, ho tanti buoni motivi per lasciar chiudere questo blog. Lo amo (e non esagero, è così) ma credo anche che le cose abbiano ascritto nella loro costituzione ontologica che debbano finire, credo di non essere nessuno per impedirlo e credo che forzare quel certo livello, dopo il quale una cosa deve naturalmente morire, sia comportarsi in modo irrazionale, sia tradire l'essenza delle cose. Credo che si muoia un po' in ogni cambiamento ma che la morte sia anche la chiave ineludibile per il nuovo.

Questo blog rimarrà così per un po', sospeso a un tempo che dice 14 ottobre 2011. Perché io stessa alcuni post me li rileggo ogni tanto volentieri (non si smette di essere presuntuosa sulla propria grafomania da un giorno all'altro). Ringraziando tutti quelli che si sono dati la pena di leggere, tutti quelli che hanno lasciato anche solo un commento, tutte le persone incredibili che in queste righe virtuali ho conosciuto (e non solo in termini d'amicizia ma anche di stima personale) qui ci salutiamo.

8 aprile 2011
589 Né A né B, adesso viene quello che prova M

Mi calmo, mi rilasso, mi tranquillizzo.

Che è un po’ fare Alex Britti senza vasca e senza balli (se non conoscete quel ritornello non è colpa mia, ma vostra).

 

Quanti di voi sono disposti a credere che mentre lasciavo un ragazzo, ieri, un altro lasciava me per altro modo?
Nello stesso, identico, preciso momento. La sua email (del secondo, chiamiamolo B) è arrivata esattamente mentre io dicevo al primo (chiamiamolo A) che era finita.

 

Questo implica che io avessi parallelamente due storie, vero. E implica che quindi non sono una brava persona, ovvio. Ma di certo ho delle buone, non valide ma buone, motivazioni.

Perché la prima storia era solo una forma. Era un sentimento messo su una credenza da tanto tempo e lasciato lì. Non che io non voglia bene a quel ragazzo, non che io non sia affezionata a lui e alla sua voce, ma quello che posso offrirgli è una semplice amicizia. E a sentimenti congelati. Aggiungerei al quadro che non lo vedevo da mesi. E questo potrà non scusarmi del tutto ma certo mi rende un po’ meno pessima.

 

Quello che in tutto questo io non ho capito è se sia peggio lasciare o essere lasciati, visto che è stato un dolore unico, sordo, continuato, non distinguibile.

Mi concedo di infischiarmene, stando ad oggi.

 

Ad oggi considerando la parte in cui sono stata attiva (il lasciare) sento un senso di profonda libertà. Mi ero messa in una gabbia e lo avevo fatto da sola. Non nella gabbia del non poter fare, non era certo quello il problema, diciamo in una gabbia che mi rendeva poco coerente con me stessa. Mi spiego un po’?

Lo facevo perché mi rendeva più sicura, lo facevo perché quella persona, A, mi piace e mi piaceva ma in sentimenti diversi da quelli che però gli dicevo di provare. Almeno in qualche misura diversi, almeno da un certo periodo in poi.

La chiarezza porta la luce ed io ne avevo bisogno. Lo dovevo fare prima, certo, ma un po' mi è mancato il coraggio, un po' non lo avevo capito così bene.

 

Poi possiamo passare a considerare la parte in cui sono passiva (l’essere lasciati, diciamo così), ma c’è poco da considerare. Diciamo che io lo sapevo sarebbe successo, questo è ovvio, lo sapevamo tutti e tutti e due soprattutto. Per dirla meglio io sapevo sarebbe successo quel giorno, esattamente il giorno con cui chiudevo con A., scioccamente pensavo che avrei sofferto solo una cosa. Credevo però, che sarebbe avvenuto in maniera diversa e pensavo che quella maniera diversa mi avrebbe dimostrato che era meglio così.

Invece è finita ma per tutto un altro motivo. Questo mi ha fatto del male vero, ma mi ha “fatto vedere” anche molto. Cose che si imparano solo così, solo imprimendole con dolore in noi.

Il voler sapere, il voler vedere, il voler avere una certezza, hanno un prezzo. E non è un prezzo buono, questo è certo e alla fine dei conti uno si direbbe che non vuole più sapere, ma non c'è la possibilità di tornare indietro.

 

Eppure non poteva essere altrimenti, questa è una cosa che ho maturato oggi: io non avrei rinunciato a quella informazione.

“Se tu mi avessi spiegato, se tu lo avessi detto così…” ho farneticato ieri, nelle mie due email di supplica (ridete di me, per piacere almeno mi sentirò stupida ma non troppo ridicolo-patetica), ma non era vero. Mi sarei attaccata anche ad un palo per fermarlo. Oggi, a cose più ferme invece mi accorgo che se lui non mi avesse detto quello che volevo sapere non avrei smesso di consumarmi. Forse non avrei detto “basta”, però avrei cercato altri modi per ottenere l’informazione, direttamente o indirettamente.

 

Quello che provo oggi, e mi dispiace fare post interiori, lo so che è noioso, è un senso generale di tristezza e la consapevolezza di aver perso qualcosa.

Due cose precisamente.

Una che dovevo perdere necessariamente, perché era quello il momento, l’altra che invece avrei voluto perdere tra qualche tempo, un po’ più stanca di certi baci insomma.

Ieri quando mi sono fermata a sentire il dolore, e non a vederlo nella mia preoccupazione di come stava A o di perdere/non perdere B, ho provato un senso enorme di meraviglia.

Mi prenderete per matta, poco male.

Ho sentito, provavo, qualcosa di enorme, qualcosa di meravigliosamente enorme, una disperazione molto profonda che ho sentito solo poche volte in vita mia. E sempre per motivi diversi.

Non vi è mai capitato di sentire talmente tanto e stupirvi di quanto riuscite a provare? Forse non ho le parole adeguate: è essere piccoli in confronto a ciò che dentro di te si mescola. Ditemelo se vi sembra stupido, non mi offendo.

Ché sia dolore è solo sfortuna, è la grandezza del sentire che mi ha meravigliata. Se si può provare così tanto, forse, alla fine, un senso qualche cosa ce l’ha, fosse solo in quanta vita ti viene dentro.

E sì, intendo quel viene, come un orgasmo.

Poi pianti, isterismi, nottataccia ci sono stati, certo, ma erano espressioni fisiche di tutto quel sangue, amaro, che sentivo invadermi.

E saremo tutti d’accordo a questo punto: il mio paragone con l’orgasmo non regge più.

Entro settimana prossima, in tutta questa tragedia, devo offrire una tesina sul “senso di tragico in Nietzsche” che guarda caso si concilia perfettamente con la mia esperienza personale di questi giorni. L’esperienza mi ha fatto capire il concetto, sembra assurdo ma così mi sembra essere. Se io la usassi, questa esperienza, come argomento in tesina, magari in generale e senza paragoni con l’orgasmo, sono certa, riceverei il consenso della docente che vuole proprio un’analisi delle emozioni, in Nietzsche e in oggi. Ma dove lo trovo il coraggio poi di leggerla agli altri studenti? Già mi farò una violenza leggendo quel che leggerò, figuriamoci dover leggere frasi come “se si può provare talmente tanto forse, alla fine, qualche senso la vita ce l’ha, fosse solo il sentirla soccorrere (non più “venire” n.d.r.) dentro di te”.

Queste cose le leggete voi, perché siete voi e perché io non so come vi risulteranno, ma vi assicuro che lette dalla mia voce, anche quando sono sola, suonano patetiche e stupide.

 

Da oggi ho qualche lettore di meno, devo iniziare a far magliette stampate con il nome di questo blog. Se avete preferenze sul colore la mia email è sempre la stessa.

31 marzo 2011
586 Decantare emozioni

La verità è che a noi umani non basta mai.

 

In una frase sola due errori: sto diventando meravigliosa.

Si chiama ironia. Ma in media la comprende 1 su 3. Statistiche a parte.

 

Non è la verità ma è la mia verità. E non è “a noi umani” ma è a me, LadyMarica.

Marica, perché oramai abbiamo iniziato a dividerci visto che quello che sembro, mi dicono, non sono, è nel suo mondo fatato, lasciatela perdere che è scocciante e irritante anche per me.

LadyMarica invece è più intelligente ma non solo, diciamo che è anche più filosofica.

In un concetto più semplice Marica è quella che sono, LadyMarica quella che ho scelto di essere, difetti compresi. La seconda è più detestabile della prima, questo è sicuro. Ma io la preferisco.

 

Ma questa è una variazione all’argomento del mio post, e le variazioni sono colpa di Marica, abbastanza spesso.

Dicevo che all’essere umano non basta mai, ma ho quasi perso il filo.

 

Per esempio.

Si inizia desiderando un solo bacio. E si ottiene.

Si continua desiderando di scendere (su questo verbo si apra la psicanalisi intera!) oltre. E si ottiene anche quello.

E poi, visto che pensavi quello essere il massimo del desiderio (con i dovuti continui) rimani male, malissimo, perché ti scopri a desiderare ancora altro.

Un'altra cosa ancora, stavolta. Una specie di “di più”, ma qualcuno la considererebbe una sciocchezza in confronto a quello che desideravi prima.

 

Ho un ragionamento corretto e vorrei esporlo. Per me soprattutto.

Il per sempre non esiste, viviamo in un mondo in continuo cambiamento ed è proprio il cambiamento a rendere questo mondo interessante. Spietato, certo, ma emozionante.

E se incroci una strada particolarmente distante dalla tua non puoi, non veramente, pensare di poter significare qualcosa per quella strada. Intanto perché le strade non provano niente, almeno in occidente, e poi perché anche se la strada fosse una metafora per indicare un essere umano tu dovresti ricordarti quanta distanza non percorribile c’è tra di voi.

 

Volete che faccia gli esempi con degli animali? No perché è vero che sono esplicativi ma anche molto infelici. Niente esempio con gli animali, su. Parliamo di una differenza considerevole di anni, così non facciamo torti a nessuno e non massacriamo la privacy.

Prendiamo il caso di una donna, di una certa età, che ha compiuto un determinato tragitto, che ha vissuto determinate cose, che ha fatto determinate mosse, e che, incrocia la strada di un ragazzino giovane, inesperto (che con “dolce” non so quanto centri, detto tra noi, in realtà credo sia solo stupido) di cui magari la colpisce, a lei, una parte, magari una tendenza, ma non facciamo i cinici, magari anche un po’ la personalità (questa l’ha aggiunta Marica, che è pregata, invece, di tacere!)

 

No, non mi sono data alla pedofilia. Invece di far i simpatici fatemi continuare!

 

Quello che sia la donna matura sia il ragazzino sanno è che tutto questo non è, forse stavolta veramente, reale. Lei va a dormire con un altro uomo e lui va al cinema con altre ragazze.

Nessuno dei due è in cattiva fede o insensibile o altro, anzi, forse entrambi si vogliono addirittura bene.

Lui sta facendo un’esperienza importante nella sua vita. E lei forse sta ricordando cose che non ricordava. Sapori nuovi per entrambi in un certo senso.

Solo che poi lui la guarda andare via. Lei non si volta neanche, perché sa che non c’è tempo per voltarsi, e lui rimane a fissarla dalla finestra (lei questo non lo sapeva), la guarda andare via con la macchina e un sacchetto e forse la guarda prendere dei fazzoletti, di quelli umidi per lavarsi le mani e pensa, anzi lo sa, che servono per cancellare l’odore di lui.

E pensa giusto.

 

Il punto è che non è razionale, l’ultimo passaggio dico. Il dispiacere per non far parte della sua vita è stupido, il ragazzino era stato avvertito prima, molto prima. E da se stesso per di più. E di certo non ha intenzione di farne una colpa a nessuno. Quello che a lui dovrebbe bastare si trova nel momento, nell’istante. Nessuno ha il diritto di chiedere cosa succederà domani a nessun’altro (forse nemmeno a se stesso?), nessuno ha il diritto di dire “non cambiare mai” all’altro, nessuno ha il potere di fissare un sentimento nel tempo, nessuno ha il diritto di chiedere garanzie. Le persone si differenziano in questo dagli elettrodomestici, non sono garantiti. Non ci si può fare nulla. E se qualcuno si illude di avere una cosa per sempre, avrà tra le mani una lunga illusione, ma appunto solo quella.

Ed è meglio un pezzetto di quasi verità che un’infinita illusione.

 

Il ragazzo le sa tutte queste cose, io gliele dico sempre, però poi al momento in cui servirebbero se le dimentica e si lascia leggermente ferire da lei che sembra andare sempre tutta d’un pezzo.

Io la invidio parecchio devo dire, vorrei arrivare a saper gestire tutto così. E non si tratta di essere freddi, lei non lo è per niente, stando a quello che si racconta, si tratta di riuscire a staccare i momenti, di viverne alcuni e poi sospendere quelli, congelarli, per viverne altri. Si tratta di obliare. Che è un verbo bellissimo.

 

Il punto è che a quel ragazzo, ma in effetti questo succede, come sopra, anche a me, non basta aver l’emozione di oggi, vorrebbe poter conservare l’emozione anche per domani, vorrebbe come firmare un accordo che preveda il “congelare un chilo di emozione fresca per non doverne comprare il mese prossimo”.

Qualcuno ha detto che tutto ciò ricorda l’idea che sta dietro al matrimonio?

Appunto! Lo dicevo io, non si può pensare in questi termini è assurdo, irreale, poco intelligente e poco logico.

 

Ho bisogno di qualcuno che mi ascolti per un’oretta senza giudizi.

Una volta avevo questo blog che poteva farlo, adesso anche questo blog pesa dei miei errori e anche dei miei buoni risultati.

29 marzo 2011
585 Il posto del cattolicesimo

Il titolo potrebbe ingannare, vi avverto.

In realtà non voglio intendere il “lasciare un posto al cattolicesimo”, per carità, volevo riecheggiare quella specie di soap opera che le mie compagne al liceo (leggeteci tutto il mio snobismo) vedevano con trasporto (“un posto al sole”) e usare “cattolicesimo” esattamente come contrario di sole, un misto tra ombra e spiacevole infertilità, quasi un deterioramento della terra.

 

Un posto al sole (stavolta non intendo la soap) ha la piacevolezza dell’essere scoperti, limpidi, in piena luce, l’ombra ha la spiacevolezza del nascondiglio, dell’oscurità, del segreto.

Ed io ho problemi con i segreti. Odio avere segreti (e non ne ho), odio dover mantenere qualche segreto (non me li dite, non li mantengo) ma quello che più di tutto odio, che mi fa sentire sporca, è essere in un segreto e non per mia libera scelta.

 

C’è una abbastanza sostanziale differenza tra un ateo di nascita e un ateo battezzato cattolico.

Il battezzato cattolico deve decostruire prima di costruire l’ateismo.

Deve abbattere dio. E questa è la parte più facile se vogliamo. Perché per abbattere dio basta vedere, basta pensarci, basta leggere le cose giuste, basta non lasciarsi sopraffare da quella paura di diventare soli. E non è la scelta più intelligente, non sto facendo altro snobismo, però senza dubbio è l’unica razionale.

Quello che l’ateo battezzato cattolico (uso questa espressione piacevole ma intendo l’ateo che è vissuto nell’educazione e nei non-valori cattolici) non capisce sempre facilmente è che non si deve solo eliminare dio (direi uccidere se potessi convincervi dicendo che è un’espressione mia), si deve eliminare anche il posto occupato da dio.

 

E’ una specie di scoperta: prendere atto che se hai distrutto dio non per questo hai distrutto anche il cattolicesimo con cui ti hanno foderato la pelle.

Non una bella scoperta insomma.

Scoprire che il cattolicesimo fa ancora lo schifo che vuole in te è quasi una violenza. Mi chiedo come si possa essere favorevoli al battesimo. E’ vero che i genitori trasmettono sempre ai figli un po’ di loro ed è anche vero che non si sfugge al male delle erbacce che crescono intorno al nostro essere (tutte quelle costruzioni che poi scopriamo non appartenerci) ma siccome queste sono già "naturalmente tante" io credo bisognerebbe trasmettere, volontariamente, solo gli strumenti per cercarle e valutarle queste credenze.

E chi ha detto che è facile?

Non è facile in generale, mi sembra facile sul battesimo: è solo credenza, niente strumento.

 

Torniamo al cattolicesimo in me. Mi fa un grande danno: mi impedisce di essere serena. Lo fa subdolamente facendomi pesare le mie migliori scelte.

Non che io decida di astenermi, sono cattolica non volente, mica stupida, però quel senso di aver mangiato nutella nel cuore della notte con i sensi di colpa alla fine che sento tutte le volte, mi inizia a stufare.

 

Cosa ho deciso di farci? Scriverlo, metterlo nero su bianco, deriderlo e pretendere che sia cacciato a pedate dalla me stessa migliore (che secondo me era, è  e rimane LadyMarica, Marica non è così fica).

 

C’è più cattolicesimo in me stessa di quanto io sia disposta ad ammettere, fracamente. E’ un cattolicesimo negativo (lo preciso ma dubito esista il cattolicesimo positivo) e involontario, che sporca le cose, le priva di vita, distrugge con gli imperativi categorici.

E svilisce enormemente. Finisci per dimenticare il gusto di un bacio e ricordarti invece tutti i motivi per cui non avresti dovuto darlo.

Il cattolicesimo svilisce il corpo, lo priva di naturalità, rende le sue reazioni (naturalissime) un segreto (lo dicevo), una cosa da nascondere. Sembra di non avere un vero controllo, non ve lo dico dove si finisce (al C.I.M. probabilmente).

 

Amare prese visioni nie. Non solo per quanto riguarda me, che sapevo di essere un essere difficile e non particolarmente normale, direi anche in generale.

Nelle società occidentali mi sembra di cogliere un cattolicesimo di fondo, anche dove cattolicesimo non sembra. Nel lessico per esempio.

Gli eschimesi hanno 7 modi diversi per dire mare. Noi alla parola mare, che è una, poi aggiungiamo predicati nominali e verbo essere.

Ce lo vedete il cattolicesimo?

Non siamo capaci di non vedere le cose se non come unità. Noi riconduciamo un mare agitato ad un’unita (il mare) e specifichiamo dettagli aggiuntivi (il suo modo di essere in quel momento).

Gli eschimesi usano due parole diverse per indicare un mare agitato e un mare calmo perché in effetti sono due cose diverse, sono profondamente diverse, non sono lo stesso mare, sono mari diversi.

Dio (intendo la costruzione dio, mica lom devo specificare sempre, vero?) è l’unità per eccellenza. E’ il primo a cui tutto il resto può essere ridotto. E’ proprio questa tendenza a cercare unicità anche nelle cose che invece sono meravigliosamente molteplici che ci rende “figli del cattolicesimo” o qualunque altra espressione amara si possa usare.

Siamo così tanto poco morali da pensare che esista una sola moralità e preferibilmente la nostra. Siamo così poco veri da pensare che esista solo una verità e precisamente quella del patto sociale.

E tutto questo ritorna al cattolicesimo, a quell’idea di fondo, che ci martella l’anima (anima: struttura sociale degli istinti e delle passioni (Nietzsche); al diavolo i monopoli cattolici!) di ricercare un’unità forzatamente nelle cose, invece di prendere coscienza con quanta molteplicità, incoerenza e dolore (di fondo) siamo noi stessi.

 

Dio non è affatto morto, dio non è mai stato tanto vivo, purtroppo. Il problema è forse che prima di ucciderlo va spodestato.

8 marzo 2011
577 E' un post negativo o ottimista?

Incredibile è che l’otto marzo venga tutti gli anni. Ma più incredibile ancora è che ogni otto marzo sia “la festa della donna”. Ma c’è un più incredibile ancora: io per non essere prevedibile, come l’anno e la ricorrenza, quest’anno ve lo risparmio il mio post contro questa festa nociva, la cui immagine più intensa è quella dei tavoli delle disperate che in quella sera si vanno a divertire. Per forza.

Chiusa qui.

 

E’ un buon periodo.

“Buono” per quanto si possa adattare il termine a una come me: vi capirei se pensaste che “buon periodo”, sempre per una come me, sia l’essersi data all’alcolismo.

 

E invece no, è un buon periodo.

Non sono felice, la felicità è mediocrità e non credo esista se non come un banale accontentarsi, come un “non poterlo nemmeno vedere il di più”.

Io non sono felice, mi nascondo dall’infelicità: ho scelto un appartamento che diventa mio sempre di più, una facoltà, un amore smisurato per quella facoltà e per quello che lì vengo a conoscere, ho scelto di avere un progetto, magari irrealizzabile.

 

Diciamo che la cosa è più vicina al sesso estremo che all'essermi data a filosofie orientali, anche se dal continuo del post qualcuno potrebbe pensare il contrario. 

 

Compio gesti più rituali possibili: bollire il pollo, svuotare uno sconosciuto armadio, finire quel libro, riassumere quelle pagine, ricopiare quegli appunti, studiare quel capitolo, fare 20 flessioni mentre la Wii Fit mi dice che ho una sessantina d’anni in più dei miei, ridere da sola davanti al pc.

Immagazzino buone sensazioni, emozioni anche certe volte, ho escluso persone che mi davano il loro male sottoforma di rapporti e mi sono data al bene.

Ho conosciuto persone che rendono LadyMarica migliore e ho riconosciuto quelli che lo hanno già fatto e che lo continuano a fare.

Frequento persone reali (poche) che non mi dispiacciono e ho smesso di sopportare tutti gli altri.

Parlo di meno.

Tengo quel poco che ho da dire per quelli a cui lo voglio dire.

Ho un rigido e quasi totale controllo sul mio corpo che mi rende orgogliosa anche se non lo comprende quasi nessun altro.

 

E tutto questo non significa aver delimitato le emozioni, ma anzi, significa guardarle meglio, provarle senza il filtro della spiacevolezza, provarle senza dover per forza, tutte le volte, immergersi nella merda.

 

Oddio, mi sembra di parlare di una conversione religiosa. L’ateismo è ancora il mio miglior punto, tranquilli.

 

Che questo mi renda stupida e vuota?

 

Non lo so se mi sono spiegata. Non sono felice, e non mi basta, ma ci sono cambiamenti in me che mi fanno stare meglio. L’avere un progetto, il fare cose che mi piacciono, l’avere dei miei ritmi, la sempre più stretta conoscenza con Marica, sono tutte cose che mi permettono di stare meglio. Meglio di quello che ricordo, da sempre.

E il luogo è di certo di fondamentale importanza. E’ un ambiente neutrale, senza ricordi per me. A casa mia mi piombano addosso mille cose, mille interrogativi, mille domande, qui non c’è nemmeno un’ombra.

E non mi illudo di star facendo una scelta coraggiosa, la mia in definitiva è una scelta comoda.

 

L’ansia, che mi prende prima di andare a dormire, ma solo certe sere, quando sbadiglio tra un libro e un altro, pacificamente, è quella di cogliere perfettamente che tutto questo non è destinato a durare.

Non ci sono segni precisi che me lo indichino, ma sento come se fosse “troppo facile”, come se non avessi sofferto abbastanza per avere “questo”, come se ancora dovessi qualcosa alla vita.

Un pensiero stupido, poco razionale e veramente da cretina, comprendo.

Un pensiero che fa parte di quel male che mi hanno istillato dentro. Le cose cambiano, negli stessi fiumi siamo e non siamo, ma, certe volte, siamo e non siamo in meglio.

 

Nessuno deve niente alla vita.

La miglior condizione possibile sarebbe non essere nati e se proprio si è nati, per sbaglio, la miglior condizione sarebbe morire subito (per quello che ricordo, cit.). Il nostro debito con la vita è già estinto nell’orrore dell’esistenza. Non voglio assumere posizioni da stereotipo (ed è facile da questo angolo), voglio solo ricordarmi e ricordare che non si paga per uno spettacolo in cui non hai chiesto di recitare e se si paga è solo sfortuna, è solo "normale amministrazione, non un dovere morale, una giustizia divina o anche solo una condizione ontologica di noi esseri umani.

 

Ci aggiungo “siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” così le bimbeminkia mi possono linkare a piacere?!

 

Si ringrazia Friedrich Nietzsche per la partecipazione a questo scritto.

31 dicembre 2010
545 Annali
Aria di crisi tra noi, questo è il problema.
E la crisi destabilizza la coppia, ma anche soltanto me. Anche perché io e lui siamo legati, esattamente come fossimo una persona sola, più precisamente come fossimo solo me.
 
Le crisi succedono a tutte le coppie, certo, però poi qualcuno cerca di non buttare al vento tutto, soprattutto se quel tutto dura da due anni. E' più facile se si è in due a cercare di superare che se si impegna solo uno. Se poi quell'uno sono io, "addio ai monti". Anche perché io non so da dove iniziare, non so qual'è il problema tra noi, non so per quale ragione è successo.
Ci siamo antipatici ultimamente tutto qui.
Per come reagisco io, preferirei ignorarlo, semplicemente, in attesa di tempi migliori, in attesa di aver pensato a tutto, in attesa di aver fatto due conti. Ma lui insiste e dice che non si è mai visto che non scriviamo due righe per la fine e l'inizio di un anno.
 
A me non va di scrivere, perché per scrivere devo parlarci e a lui non va di non scrivere. E forse non va nemmeno a me. Quanto è complicato.
Quindi alla fine ho deciso di dire che io e il mio blog (o io e ladymarica più precisamente, almeno credo) siamo in crisi però entrambi ci teniamo a scrivere qualche cosa su un anno che si chiude e uno che si apre, a farvi gli auguri e a montare tutto a neve con un po' di cinismo.
Scusate ho le metafore storte.
 
Non cambierà niente se non la data, questo è fondamentale dirlo.
Le cose succedono e vanno male e poi vanno bene e poi ritornano ad andare male, l'anno non porta niente, l'anno è solo un modo per prendersela con qualcuno che non siamo noi stessi o la nostra sfortuna.
L'anno nuovo non salute, soldi, sanità e santità.
Non sesso.
Non gioai e letizia.
Nemmeno Gioia e Letizia nude, come dicono messaggi benauguranti stantii.
 
Non voglio fare la pessimista anzi l'anno nuovo ha il grandissimo pregio di poter essere ben iniziato e se uno ben inizia poi può anche permettersi che un po' di sfortuna gli rovini i piani. Questo io festeggio del nuovo anno, un altro inizio. Come aprire una nuova confezione di cereali e gettare la scatola quasi finita di quelli vecchi. No, perché facciamo che sono cereali con pezzi di cioccolato, è possibile che qualcuno abbia cercato solo i pezzi di cioccolato lasciando i cereali. Se apri la scatola nuova , invece, il rischio non c'è, ecco. Hai la possibilità di pescacare, senza imbrogli però, anche un po' di cioccolato. Poi la sfortuna è sfortuna però parti con la probabilità intatta.
Non è una grande cosa e sarebbe meglio poter pensare che l'undici è il nostro numero fortunato e ci andrà tutto massimamente bene però non è così e saperlo accettare in anticipo è un altra grande fortuna.
Come il morire, il fatto che le persone moriranno e il fatto di essere il nulla cosmico, è triste però è meglio che farsi illudere.
 
Ecco, e dopo questo bellissimo e allegrissimo post spero non passerete la serata a suicidarvi in massa facendomelo notare il giorno dopo (non facciamo domande). Se vi può tirar su il morale è da questa mattina che cucino e credo di dover buttar via tutto perché "da qualche parte devo aver sbagliato". Mangeremo tanto amore stasera. E va bene così.

Buona fine e buon inizio.

13 settembre 2010
482 io parlo inglese oppure, volendo, potrei anche i speak english

Ovviamente, e persino giustamente, se ti vuoi laureare, in qualsiasi cosa, devi conoscere l’inglese.

 

Non basta che tu abbia scelto la cosa più distante possibile dalle lingue straniere, non basta che tu abbia scelto la cosa più meravigliosamente intellettuale possibile.

 

E non bastano nemmeno le preghiere in ostrogoto se ve lo state chiedendo.

 

Così, iscritta all’università, ho avuto l’amara sorpresa, ma non molto sorpresa in realtà, del dover(mi) far riconoscere i crediti nella conoscenza di una lingua straniera.

Tze, lingua straniera: diciamo direttamente inglese che facciamo prima.

 

Il panico da inglese. Non me lo ricordavo nemmeno più. Che bello o’ che bello (da leggersi in tono piatto e assolutamente privo di entusiasmo).

 

Colpa del liceo, ovviamente.

Oppure dei miei che non mi hanno mai detto milk invece di latte.

E se milk l’ho scritto in modo giusto è solo perché ho controllato su google (!).

 

Al liceo, dicevo, la mia professoressa era piuttosto facile alla comprensione.

Bastava le promettessi (da rappresentante di classe) molto silenzio e totale attenzione che le interrogazioni venivano sospese e rimandate a data da destinarsi.

Ovvero alla fine del semestre, programmatissime.

 

E così io non ho, personalmente, mai fatto nulla.

E ai compiti scritti ho sempre, e dico sempre, copiato.

Avendo, alla fine dei giochi, un sette e tanta bella ignoranza.

Dire che me ne sono pentita è poco.

Studiate finché siete in tempo (e negli intervalli, ricordatevi, se non lo fate abitualmente, che dovete morire)!

 

La mia antipatia, la mia inabilità e tutta la mia ingoranza, con il tempo si sono concentrate, indurite e fortificate, creando la tizia geneticamente idiota che qui vi parla.

Con il tempo poi, forte della mio timore reverenziale del non sapere, ho iniziato a trovare l’inglese esattamente quello che è, una lingua sterile.

Sì, sul serio.

O no?

Magari è l’odio sopra esposto che me lo fa dire eh.

Ecco, non la trovo una lingua musicale, fluida, bella, composta e componibile come l’italiano, ma capisco che sia difficile eguagliare la lingua dei grandi.

(non amo fare apologia, soprattutto della nazione, ma le parole, quelle, sono un’altra cosa).

 

Fa eccezione, ma un po’ a tutto, Oscar Wilde.

 

Mi trovo così a dover riprendere in mano libri di grammatica inglese.

E la cosa, non esagero, ma è quesi umiliante.

 

Dovrò poi quindi fare un test la cui valutazione mi attribuirà al corso di studi esatto e, in seguito ad un nuovo test, mi considereranno attribuiti i maledetti crediti (o anche no, ovviamente).

Probabilmente finirò al livello “ahaha”. Suppongo che sia quello immediatamente sotto a “incapace grave”.

“Troll” se vi piace detta alla Harry Potter.

 

Mi sto impegnando per il momento, ma fallirò non appena dovrò tentare di ricordarmi i paradigmi dei verbi irregolari, quelli sono sempre stati una croce.

Ad eccezione di cut (cut, cut) che è così simpaticamente uguale che mi fa quasi tenerezza.

24 aprile 2010
Nuovi argomenti
Il cinico è colui che sentendo profumo di fiori si gira per cercare la bara.
 
Ed uno che si stupisce quando non la trova è cinico tre volte o solo, veramente, disilluso?
 
Cosa provano ottanta persone davanti ad una collina di tombe?
Non è una barzelletta, non le so raccontare.
Non è nemmeno un indovinello.
E' una domanda un po' retorica.
 
Anestetizziamo i sentimenti, per quello che è possibile.
 
Il processo è questo:
un morto;
due giorni di camera mortuaria;
funerale;
cimitero;
passano otto giorni circa;
tumulazione.
 
Ora, tolti i "parenti prossimi" (ma non devo nemmeno specificarlo penso, vi basterebbe guardarmi in faccia attualmente, altro che film horror), io credo che per "gli altri" il dolore sia stato "un po'" (parecchio) addormentato dal tempo.
Non che io voglia catalogare il dolore umano, cerco di essere riflessiva, ovvio che poi potrebbero esserci eccezioni e ragole confermate.
 
Quindi la mia domanda.
Per capirla fate uno sforzo immaginativo.
Pensate a tante, tantissime persone, famiglie intere, uomini e donne, vecchi e giovani che scendono dalle macchine, diretti a questa tumulazione, tutti quasi contemporaneamente e immaginatevi che essi si trovino improvvisamente di fronte ad una collina enorme piena di lapidi di marmo poste a terra.
 
Dico, qual'è il pensiero dominante?
Cosa provano?
Sollievo?
Non è successo a me.
(Sembra tremendo, ma è umano. Tremendamente umano, tremendamente comprensibile. Senza condanna alcuna.)
Paura?
Succederà anche a me.
Rassegnazione?
Sarà così.
Conforto?
Tanto moriamo tutti.
 
Io credo, io ho pensato "paura".
 
Bum.
Presi dalla loro realtà, dai macchinoni che fanno tanta vita, dalla famiglia e posti di fronte alla morte.
Così, improvvisamente.
Sento i loro cervelli lavorare frenetici.
"Ho sessant'anni, quanto mi resta?"
"Sono stato felice?"
"Voglio andare a Napoli prima."
"Dio non esiste...ma se esistesse? Devo chiedergli perdono, infondo non ho nulla da perdere."
 
Insomma, sull'ultimo punto mica sono tanto d'accordo.
Metti che sia il dio sbagliato?
A quel punto meglio fingersi agnostici, e dichiarare di non aver mai parteggiato per nessuno.
 
Io di fronte alla morte, degli altri, provo una specie di "meglio che vivi".
Perché penso che la vita sia sofferenza mentre la morte sia beato non essere.
 
Di fronte alla morte di mio padre invece penso: "non poteva succedere a me?"
Misto ad una sorta di incredulità costante.
E paura.
Paura di smettere di ricordare.
 
Di fronte all'idea della mia morte, invece, non provo nulla.
Banalità assoluta.
 
Mio padre amava la vita.
Si svegliava prima per amarla di più.
E' questo a farmi stare male, oltre la mancanza in sè ovviamente.
E' l'idea che lui volesse vivere.
Mi fa arrabbiare soprattutto.
Non capisco il senso, ecco.
Non capisco...non capisco quasi nulla.
Perché c'è quell'idiota di Alessio Vinci a rimbambirmi, ma non posso cambiare canale, sono troppo stanca per spingere bottoni (si accettano volontari).
 
Vorrei assicurarvi che sarà il mio ultimo post sulla morte, ma non posso.
Capisco che vi faccio venire la depressione anche solo aprendo la pagina.
Suvvia... 
Lunedì scriverò di altro, potrei giurarlo.
Su dio.
Ahaha.
Ecco, dio. Da quanto non vi rimbambisco con le "non esistenze"?
(no, lo nomino in ogni post, anche di sfuggita, inutile mentire).
 
Smile, smile a tutti voi.
29 marzo 2010
383 “Aver le madonne” e le congiunte tecniche di rilassamento

Stamattina ho gridato come una pastorella analfabeta in preda ad un’apparizione della Madonna. Ho perso la voce, dopo la pazienza.

Ero, e appunto sono, nervosa (al nevrotico non manca molto).

 

D’accordo (tono di voce basso, nutrito di preoccupazione e misterioso misticismo) vi racconterò che cosa ho visto (orrore).

 

Ebbene, ho visto un film con Banderas che faceva il prete.

Non ci ridete, non azzardatevi a ridere, è allucinante.

Banderas non può fare il prete: è una deviazione della natura, una perversione, una malattia, quasi un abominio.

 

“Dio mio fa che guarisca”  pensavo “fallo diventare gay!”

 

L'attore, non un disiato riso (cit.), ma la bocca (cit.)  di desiderio (cif. Dante Alighieri – Divina Commedia, Inferno, V canto) al massimo può fare il prete “che si preta”, ma non può fare il prete convinto.

 

Il film è, tutto sottratto, interessante e cristianamente istruttivo.

Banderas è rimasto vestito per esempio, un classico esempio di peccato capitale.

  

Al nervoso sommiamo il pensieroso (confuso).

 

Pensavo alla vita.

Non che ci sia molto da pensare in definitiva, certo.

 

Schopenhauer sosteneva che la vita è quel fastidioso intermezzo che ci toglie dalla beata condizione di non essere.

Niente fronzoli, niente religione, niente Banderas prete.

 

Quindi di morire non dovremmo essere dispiaciuti poi molto.

 

Venerdì una mia amica ha abortito.

Io non so minimamente quale sia la scelta giusta per lei e per questo non mi sono intromessa, le ho detto solo che se le occorreva poteva contare su di me, anche economicamente, per quello che posso.

Belle le parole, peccato che non ci si possano costruire case e posti di lavoro.

 

Lungi da me fare del buonismo sociale, già odio quando lo si fa personale (e lo si associa al vittimismo)  figuriamoci farne io di sociale…

 

In tutta onestà, credo sia stata la scelta giusta.

Ma lo dico fuori dal caso specifico, lo dico pensando forse alla mia idea di “vita”.

Lo dico pensando alla “nuova vita”.

Mettere al mondo un innocente senza soldi, credo (IO) sia un errore.

Perché i soldi non fanno la felicità, quanto è vero, ma è la loro assenza a decretare, senza appelli, l’infelicità (semi-cit.).

 

Sarebbe (potrebbe essere) la scelta giusta, essendo noi in un sistema di visioni relative, se partisse da te stessa. Sicuramente è la scelta sbagliata se vieni spinta contro la tua volontà da chi ha avuto attributi funzionanti solo i venti minuti (tutta fortuna la tempistica) della riproduzione o da chi è troppo vecchio per comprendere.

 

E allora non è il feto a morire quanto piuttosto quello che saresti voluta essere.

E cosa siamo se non quello che scegliamo di essere?

 

Più che alla vita pensavo alla morte in effetti.

 

Poi allora ho pensato a cose che non dovrei pensare.

Non esiste una forma di “autoconservazione” che impedisca di distruggersi?

 

Voi la metaforica spina la stacchereste?

Non a voi stessi o per voi stessi, la risposta è troppo facile.

Non se la stacchereste a qualcuno che avete visto al telegiornale e che vi dicono stia soffrendo, voi la stacchereste la spina a qualcuno che amate?

 

Io, detto tra noi e molto, molto, molto (anche troppo) francamente forse mi appellerei a qualsiasi cavillo legale per impedirlo.

 

Questo va contro ogni mio principio (se mai ne avessi s’intende), va contro quello che penso giusto per garantire dignità, libertà, scelta alla persona, va contro a tante cose che ho sempre detto.

 

Però penso anche che a questo dovrebbero servire organi legali stabili e leggi precise sull’eutanasia: a garantire i diritti (anche quelli che io, in via ipotetica e personale, vorrei impedire) della persona; a garantire gli interessi della persona e non l’egoismo di chiesa, preti, dio e parenti.

Soprattutto parenti.

Quelli che preferirebbero veder qualcuno lacerato dal dolore piuttosto che perderlo e soffrirne loro.

 

Oh, ma che cazzo sto dicendo?

Scusate, è il post del lunedì, ed è per questo che è una merda (se dico un’altra parolaccia mi autosospendo)

 

Colpetto di tosse.

Pensavo solo per pensare, solo in via ipotetica, solo se mai dovessi trovarmi nella fottuta (ultima parolaccia, prometto) situazione di cui sopra.

 

In realtà volevo solo far passare un messaggio senza doverlo dire per forza a parole, ma oramai sono costretta: necessito di Antonio Banderas (a me solitamente non piacciono i bellocci alla Hollywood, ma lui fa eccezione. Fa eccezione su tutto veramente, persino sugli occhialetti) nella vasca da bagno.

Per pensare a cose "liete"..

(bè, suvvia, il termine “pensare”, inteso con Banderas in una vasca da bagno, è veramente troppo metaforico, persino per me)

______

p.s. sono stata almeno 20 minuti con il post sospeso pensando se pubblicarlo o meno. Ancora il signor Banderas pensa di potersi sottrarre ai suoi scopi terapeutici?

Pensare di meno, fare di più.

CULTURA
16 settembre 2008
SOSTIENE PEREIRA di Antonio Tabucchi
Sostiene Tabucchi che Pereira andò a trovarlo una sera mentre lo scrittore stava per addormentarsi.
Sostengo io che quello è il momento ideale perché è il momento in cui i nostri sogni si incontrano con la realtà e diventano pensieri.

È una fiaba quella del dottor Pereira ma così squisitamente reale da ESSERE immensamente e terribilmente vera così umana da scuotere ogni mente e ancora più, nell’intimo, ogni anima magari raggelata dall’indifferenza. “Forse tutto si può fare basta avere la volontà” ecco la frase cardine del romanzo, buttata lì, detta da un’estranea che il nostro protagonista incontra sul treno ma che lo colpisce e che direttamente ferisce anche il lettore.
L’autore è fenomenale nel descrivere il percorso di formazione dell’uomo e dell’intellettuale, che schiavo del suo ripetere “ mi occupo di cultura e non di politica” diverrà libero, senza però lasciare le fila della complicata situazione politica del Portogallo.

Accanto alla Storia, quella politica, si intrecciano paradossalmente letteratura e filosofia (dapprima completamente slegate dalla realtà politica e poi immerse in essa), religione e profumo di eresia ( mai veramente eretico il nostro Pereira solo vero intellettuale) l’angoscia per la paura e il coraggio di affrontarla (o forse solo coraggio di accettarla),la vita e la morte.
Ed è questo il tema principale del romanzo: scegliere di morire per vivere. Scegliere di abbandonare una vita che non è vita, fatta solo di ricordi e desiderio.

VOI CREDETE ALLA RESURREZIONE DELLA CARNE??
Pereira no e non fa altro che pensarci, che pensare alla morte, ai ricordi, alla moglie (malata e morta di tisi), agli anni in cui era giovane, agli affanni di ora, alle sue limonate, alle omelette, ai necrologi anticipati (ancora morte!) e alla rubrica che dirige “RICORDANZE” (ancora passato!) finché non scoprirà l’esistenza di un “io egemone” che “convincendolo” ad urlare (sempre nello stile dell’intellettuale) al mondo l’ingiustizia della morte di Monteiro Rossi, un giovane amante della vita, innamorato e rivoluzionario, riporterà alla vita Pereira.

Sarà perciò la vita il personaggio inatteso che come una furia farà capolino, senza bussare, nell’ esistenza di Pereira………gli esiti? davvero straordinari!!

Una lotta contro la dittatura a favore della libertà, contro la censura a favore della parola, contro la vita a favore della vita.

Solo leggendolo si può capire quanto immensamente si possa essere liberi nel momento in cui lo si desidera (Voltaire)… leggetelo, è scorrevole e lascia qualcosa dentro!!

In alternativa vi è la versione cinematografica di Roberto Faenza (1995) con Marcello Mastroianni, Nicoletta Braschi, Stefano Dionisi ec..ma si sa il libro è sempre, o quasi, migliore.  

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE