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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
1 marzo 2011
574 [so leggere anch'io] Il profumo delle foglie di limone - Clara Sanchez

Se inizi un romanzo di quattrocento pagine sabato notte, rimani sveglia, ancorata per 200 pagine, passi tutta la domenica a pensare che saresti voluta rimanere a leggerlo e ricominci domenica notte fino a finirlo probabilmente qualcosa di buono quel romanzo deve pur averlo. Capire cosa, credo sia il passo obbligatoriamente successivo.

 

Il titolo è certamente improponibile: “il profumo delle foglie di limone”; come pure il nome della scrittrice spagnola che a me ha ricordato istintivamente una certa brutta mummia politica italiana che però non nomino (sorrisi).

 

Nemmeno i personaggi forse sono un granché. Sono buoni che non lo sono fino in fondo e questo crea al lettore il problema di non affezionarsi veramente.

 

Non capisco se la scelta della scrittrice sia più o meno consapevole. Se fosse una scelta forse avrebbe un senso. Quello di scegliere come protagonisti, come quelli destinati (nella narrazione) a combattere il male, due persone umane: né eroi, né antieroi. Gli eroi sono di certo più piacevoli nelle storie perché hanno dalla loro non solo i buoni sentimenti ma anche il successo e la bellezza necessari affinché questi sentimenti stravincano. Ma anche gli antieroi sono piacevoli certe volte. Hanno i buoni sentimenti ma al contrario degli eroi non hanno bellezza e fortuna e certe volte fanno fatica a tirarli fuori. Un antieroe non è un malvagio è semplicemente quello che non si direbbe un eroe ma che alla fine, forse, lo è.

 

I protagonisti del romanzo, per non perdermi completamente, non sono né l’uno né l’altro. Sono persone che si trovano contro “il male” e persone delle più improbabili possibili. Lei è una ragazza incinta e indecisa sul futuro e lui un vecchio cardiopatico, con tanti ricordi e tanto dolore. Insomma, la domanda che giunge spontanea è: ma dove possono arrivare?

Soprattutto se il male, i mostri che tentavano di combattere lentamente si scoprono essere tanti, più del normale, più del possibile, nascosti in ogni angolo del paesino che da posto di mare estivo e fresco si trasforma lentamente in un villaggio di spettri, orrore e male.

 

E il male, questo forse il pregio più significativo del romanzo, non è un male comune, un male da romanzo (criminali, sette segrete e cose del genere) ma è una rievocazione del Male. Il più strano, sconfinato, forse ancora incompreso della storia. In un paesino di villeggiatura, credo non lontano da Valencia, nazisti, omicidi, ex comandanti dei campi di sterminio hanno, infatti, costruito una fitta rete: nuovi nazisti, giovani che li riempiono di linfa nuova e un meccanismo che li difende non solo fisicamente ma anche nell'ideologia.

 

I protagonisti, il vecchio reduce da un campo di sterminio che ha il proposito di vendicarsi e la ragazza incinta che si trova immersa in tutto senza piena coscienza, iniziano per strani casi a collaborare al progetto di lui, scoprendo sempre più verità. La coppia dei buoni che, secondo me, aveva tanto da darsi rimane invece troppo divisa. Forse perché lui è troppo consapevole della morte e lei troppo poco. Non c’è possibilità di toccarsi su quel punto anche perché mentre lui è alle prese con il suo passato lei si innamora di un ragazzo e da quel momento non fa altro che pensare a lui.

Sono due livelli che non si intrecciano veramente, questo è un difetto.

 

Il male invece è coeso, compatto, accessibile ma non attaccabile. Io lo identifico come un unico grosso personaggio, probabilmente il meglio riuscito, fatto di tante parti, i singoli mostri, e per questo sfaccettato, vario ma inestricabile. E’ impossibile parlare dei vari mostri escludendoli dal grande male perché ognuno di questi è quello che il grande male gli permette di essere.

 

La differenza tra i sostenitori del bene e quelli del male è tanto grande che persino i mostri decidono di non muovere le pedine contro i paladini del bene, insomma, non veramente. Da una parte sembra che non li notino bene ma dall’altra, a carte scoperte, li hanno notati, visti, li tengono sotto controllo. E vero che non hanno la capacità di fare un male concreto (dovrebbero scoprirsi troppo) ma nemmeno il bisogno concreto. Si lasciano spiare, attraversa, anche parlare.

 

E’ paradossale. In una scena la vittima, il vecchio, un repubblicano spagnolo reduce dalle cave di Mauthausen, si siede a pranzo con il generale del campo di concentramento, non pentito, latitante, capo della nuova organizzazione nazista. Parlano, come se fosse possibile parlarne, delle parti, delle vittime e dei carnefici. Il generale nazista, racconta (per la verità è una cosa sentita e risentita miliardi di volte) di come egli credesse in un progetto superiore e di come il male ne fosse solo una conseguenza, nemmeno particolarmente spiacevole, al massimo doverosa. A quella parole la reazione del vecchio che il lettore si aspetterebbe piombare, brandendo giustizie, non arriva nemmeno. Forse è un altro dettaglio voluto per dimostrare che in certi casi si deve smettere persino di gridare contro gente che non è umana. Un altro dettaglio, come la scelta di personaggi così persone (e poco eroici) che non mi piace. Perché secondo me la scrittrice ha un obbligo verso il lettore, verso la memoria e dovrebbe farle gridare certe verità, dare una vittoria dialettica al vecchio, che rappresenta le vittime, sui carnefici.

 

Ottima secondo me la narrazione formata dalle due prospettive della ragazza e del vecchio, e forse proprio per questo cambiamento continuo di visione così scorrevole. Meno ottime sono alcune trovate della storia un po’ scontate che non sto qui ad anticipare ma che ad un lettore attento vengono in mente molto prima che la narrazione scorra. Il pregio maggiore del romanzo è sicuramente, secondo me, quello di aver fatto incontrare una generazione giovane (la ragazza ha 30 anni circa) con una realtà passata, antica che si conosce solo sui paragrafetti dei libri di storia. La ragazza che vede il nazismo infatti si lascia andare a qualche riflessione su quanto qualcosa che le appariva distante, come appartenente a un altro mondo, le diventi visibile e mal sopportabile. Non lo ha vissuto lei in prima persona, ma lo vede e lo sente tanto da provare il desiderio di ripulirne il mondo. Questo è sicuramente un messaggio interessante e quelle pagine di riflessione della ragazza valgono i difetti di trama e il titolo che continuo a non comprendere bene.

 

Anche la conclusione è molto bella, non per trama ma per struttura ideologica: la vittima finisce a fare il carnefice utilizzando i mezzi “che loro gli hanno insegnato”. Un carnefice che il lettore giustifica pienamente.

letteratura
14 settembre 2010
483 La solitudine dei numeri primi

Le persone non sono numeri.

Per questo non rispondono a leggi precise, a regole numeriche e logiche.
Quindi te lo aspetti: ti aspetti che basti un gesto, uno sguardo, un'infinitesimale parte di volontà a far ruotare le cose, a far ruotare la logica.
Perché le persone non sono numeri no? Lo sai.

Ti aspetti quindi il finale, il bel filale, proprio lì, proprio nell’ultima pagina.
Dopo tutta la sofferenza, il dolore e i pianti che ti sei fatta con i protagonisti proprio non puoi concepire che non ci sia il lieto fine.
E invece, non c’è.

Lo digerisci a fatica, ma alla fine ci trovi lo stesso bellezza.
Anzi, persino capisci. Gli esseri umani non sono numeri, ma i numeri primi, anche tra gli esseri umani, quelli sono numeri veramente, sennò non ci sarebbe tanta particolarità, tanta innovazione nel descriverli.
Perché i numeri primi non possono decidere di comportarsi da persone e continuare comunque ad essere numeri primi, devono scegliere, anzi, non sceglieranno, questo è il punto, rimarranno numeri primi per naturalità.

Poi decidi di vedere anche il film.
Bum. Il lieto fine, come lo volevi tu.
Incredibilmente stonato ormai.

Il film è pregevole, come il romanzo.
Onirico, di incubi, delicato, sussurrato.
Triste.
Anche troppo reale.

Se c’è una regola che osservo quando devo “scrivere una recensione” è quella di scriverne appena finito il film/libro/cosa che intendo recensire.

Mi piace aver ancora negli occhi le immagini, le critiche, i profumi e i sapori.

Mi piace avere la mente intrappolata, assorta, totalmente immersa.

Mi piace, in poche parole, essere ancora lì, legata alla storia.

 

Trovo difficile dire qualcosa con un senso critico di un libro, film attualmente, come la solitudine dei numeri primi, quindi, nonostante io l’abbia letto quasi un anno fa e lo abbia visto sabato, sono arrivata fino ad oggi per scriverne.

 

Farei un torto al libro (o, anche, al film) se trattassi dei temi che sono, non narrati, ma spalmati in esso.

Già perché cose come il male sotterraneo, la nausea di vivere, l'ingiustizia degli eventi, la tristezza lenta e soffocata di una vita, senza le storie di sottofondo appaiono sempre banalità.

Quindi scusatemi se non riesco a trasmettere quel mondo sottostante, quel colore, quella costruzione che fa da base alle vite dei due straordinari personaggi.

 

Questa è la chiave di lettura giusta secondo me: il raccontare una nausea di vivere (che non è solo un tema interessante e denso di richiami letterari, primo fra tutti Madame Bovary, ma è una realtà, e non troppo distante da tanti, anche moderna) sulla base di due vite, togliendo tutto il patetico, il generale, lo stereotipato.

 

I protagonisti hanno infatti tutto il valore della non banalità.
Autolesionismo e anoressia forse, come spettri interiori, non hanno tutta questa innovazione, ma le motivazioni così ben delineate, quelle interne, quelle che spingono a detestarsi, sono di una tale sottigliezza che è difficile non trovarci assoluta originalità.

Mattia e Alice.
Legati da uno strano silenzio, dalla particolarità di capirsi senza aver mai condiviso le cose a voce troppo alta. Legati da tutta una schiera di personaggi negativi che gli ruotano intorno, che gli causano male, tutto il male (che sia bene?) oppure, al massimo, tanto inermi da non poter cambiare nulla, nemmeno volendo.


Il personaggio più negativo in assoluto è la madre di Mattia, il ragazzo, un genio, che si auto lesiona.
Mattia è un ragazzino di nemmeno sette anni, a cui la madre ha affidato la responsabilità, quantomeno morale, della sorellina ritardata. Lui è schiacciato dalla responsabilità, schiacciato dalle limitazioni che l’aver sempre dietro una sorella così comportano, per un adulto, figurarsi per un bambino.
Una giornata piovosa e una Torino bagnata fanno da sfondo all’inevitabile dramma.
Invitati ad una festa Mattia lascia la sorellina in un parco dicendole di aspettarlo lì.
Desidera essere per una volta solo, unico, normale.
E, infatti, per la prima volta in vita sua Mattia si diverte.
Quando ritorna a prendere la sorella lei non c’è più.
Inutile cercarla, inutile disperarsi.

Si è divertito per una volta nella vita: una che è troppo.

Da quel giorno la madre inizia ad odiarlo e a non volerlo in casa.
Così, intelligente come pochi, Mattia finisce a lavorare in Germania.
Mamma, mostro, contenta.

Non è la debolezza del personaggio a infastidirmi tanto ma è quella costante incapacità di farsi schifo.
Perché “la colpa” è solo ed unicamente sua.
Incapace di prendersi cura di sua figlia veramente e incapace di amare sufficientemente l’altro figlio, incapace di, una volta successo il dramma, prendere la responsabilità con le mani.
Totalmente e irrimediabilmente orrenda, senza indulto.

Non capisco questo pessimo gusto di far figli quando non si è capaci a farli vivere serenamente.
Non basta l’impegno, mi spiace.
Non basta il dire “eh, ho fatto del mio meglio”.
Non basta dire “buonafede”.
No, perché sono vite quelle con cui giochi, perché creare un’infelice è come uccidere qualcuno.
Mi fa rabbia, e non solo cinematograficamente parlando.
Vabbe', ho deviato.

Dall’altro lato c’è Alice.
Con motivazioni profonde quasi ossimoriche al destino che c’è in un nome tanto spensierato.
Lei si dedica ad un gioco interno.
Un gioco sadico, uno di quelli più orrendi che si possa fare con se stessi.
Punirsi, punirsi, punirsi.
E trovare quindi altre colpe per farlo.

In bilico tra la colpa e la rinascita, costantemente.
Costantemente piena, stracolma, nauseata dal niente.
E reagire con il fisico sembra essere l’unica soluzione.
Perché è più facile, non serve pensare.

Nemmeno a dirlo, una storia che mi ha toccata profondamente.

Vabbe’, che ve l’ho raccontato tutto?
No, manca la delicatezza di due strade che non si toccano ma si sfiorano, manca la genialità dell'autore, mancano le vite, quelle vere.
Cose che non vi posso raccontare io: ci vuole un premio Strega.

Ma non andate a vederlo, il film dico, non prima di aver letto il libro, almeno.

CULTURA
1 giugno 2010
424 Profonda Albania (Ornela Vorpsi - il paese dove non si muore mai)

        

                  (Adrian Paci -Centro di permanenza temporanea, 2007)

 

 

Un libricino di cento pagine, forse centodieci.

Sembra essere destinato a far venir in mente il corpicino esile di una bambina, poi adolescente e giovane donna alla fine.

Forse.

 

“Il paese dove non si muore mai” che col paradiso non c’entra nulla.

Un inferno rovesciato casomai, uno strano gioco d’assurdi e parallelismi (nemmeno voluti credo) con quell’Italia che noi vediamo tutti i giorni.

 

Almeno per me, straniera di quei luoghi, immigrata del pensiero, forestiera assoluta delle vicende storiche, suona così, come un’estrema contraddizione, come un parallelismo esageratamente preciso.

 

Mentre da noi il Cristo e la sua chiesa impongono crocifissi e preghierine ricche di memoria e povere di pensieri, in un’altra parte del mondo, vestiti di rosso, dei “compagni-educatori” picchiano (picchiavano) una bambina per aver portato disegni di angeli in classe.

Fossi stata un po’ più giovane, avessi usato tutta la mia fantasia non l’avrei mai nemmeno immaginata una cosa così (semi-cit.).

Speculare direi.

 

Io che non sopporto la dittatura morale del cattolicesimo mi sono trovata, così improvvisamente, di fronte al peggior ateismo (che è per principio una cosa buona) possibile.

Ho dato dell’incredibile a quelle pagine.

 

E ho lentamente assaporato così l’assurda “figura” di Madre-Partito,¸come la ragazzina, voce narrante, definisce il governo comunista degli anni di Enver Hoxha (1908-1985).

Anni cinquanta, direi.

 

Madre-Partito che organizza corsi militari obbligatori;

Madre-Partito che racconta solo favole di partigiani vietando tutte le altre;

Madre-Partito che prima veste gli abiti di una orrenda maestra elementare che terrorizza gli studenti e poi i panni di un illuso professore di musica che discorre di cose che non hanno, non possono avere, alcun fondamento: “cari miei, sapete che siamo nel socialismo? E sapete cosa vuol dire? Che in un domani molto immediato saremo nell’ultima parte del socialismo che si chiama “comunismo”. Cosa succede a questo punto della società? E’ commovente: l’essere umano è talmente sviluppato che tutti noi andremo a comprare senza soldi. La coscienza dell’uomo creato dal Partito sarà maturata al punto che ciascuno prenderà solo ciò di cui ha bisogno (cit.)”;

Madre-Partito gestisce le vite e l’economia.

Poi i pensieri e le letture.

Le idee e i modi di esprimerle.

Vieta domande che possano crear dubbi e dar così spazio al “nemico”.

Critica i “fascisti italiani” e i “nazisti tedeschi”, ma poi finisce per macchiarsi degli stessi crimini;

 

Madre-Partito, vestita di rosso, con addosso la luce dell’uguaglianza e della giustizia, che commette l’altrocità della dittatura.

 

Devo dire che il libro, soprattutto su questo aspetto, è istruttivo, rappresentativo, reale.

 

Sono dubbiosa, invece, sull’identità della protagonista.

 

L’io narrante, scrivendo in prima persona, ovviamente dà quell’impressione, ma per quello che riguarda la mia percezione è stata “Madre-Partito” a essere sorprendentemente interessante, ad essere descritta nella sua “psicologia” profonda, ad assumere per me, il ruolo da protagonista.

 

Ma forse, più semplicemente, si potrebbe dire che l’Albania debba essere l’assoluta protagonista di questa strana “biografia”.

 

L’Albania, con il suo mare meraviglioso, con i suoi artisti sempre lasciati al margine (Adrian Paci non è certo casuale).

L’Albania. “Il paese dove non si muore mai”.

E mica per volontà, più per un fatto d’onore.

Muoiono le persone deboli, mica gli albanesi che sposano le vergini.

E albanesi dice il libro, albanesi dice la scrittrice, albanesi dico anche io, ma certo non solo l’Albania ha i suoi albanesi.

 

Devo essere sincera, mi sarei aspettata di meglio visto l'incipit.

La narrazione, seppur interessante, scorrevole, fresca, ironica, assolutamente sarcastica e decisa è troppo frammentaria per una che come me adora che le cose siano descritte, approfondite, valutate.

Come con dei colori.

 

L’io narrante è quello di una bambina che cambia e cresce in un posto nemmeno lontanamente stimolante.

Una bimbina e tanti nomi.

Ina prima, poi Ornela e infine Eva.

L’autrice che scrive in prima persona è sempre la stessa, ma vuole sottolinearci che una storia come la sua non è affatto rara.

 

Cio’ che mi ha particolarmente colpito è la totale assenza di personaggi “buoni” in tutta la storia.

L’unica figura di riferimento per questa bambina-protagonista è la mamma.

Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un personaggio, povero, ambiguo, non "buono".

Una figura che manca (peccato!) di definizione e di dettagli, ma che si coglie un poco negli indizi lasciati qua e là.

Scostante, bellissima, esagerata, patetica, teatrale, stereotipata.

Non è un personaggio positivo, è un essere dalla forza casuale e mai volontaria.

 

Poi ci sono fiumi di altri personaggi: violenti, maschilisti, malvagi gli uomini; interessate ai soldi, schiacciate dagli uomini, da Madre-Parito e, in ultimo, puttane le donne.

 

Non si salva nemmeno il vecchietto che regala dolci alle bambine che vanno a trovarlo: è un pedofilo.

 

Cosa rimane del libro dopo la vivisezione fatta dalle mie parole?

Un’Albania che vien voglia di vedere sicuaramente, un’Albania ricca di storia, magari poco di personalità.

Un’Albania che forse deve ancora essere descritta più internamente, più intimamente, togliendo altri tabù, altri luoghi comuni, altri nascondigli.

 

Magari in un romanzo futuro, magari in un romanzo più “adulto”.

17 marzo 2010
378 Il conto

(piccola parentesi personale anche escludibile dal resto del post: ho voglia di parlare d’altro, di qualcosa che non c’entri con sotto. Ve ne parlerò, forse no; l’importante ora è che il post vi piaccia, l’ho scritto qualche giorno fa).

 

Riportare qualcosa di non mio, così interamente, è una mossa azzardata.

Devo dire che c’ho pensato due giorni (non continuativamente però).

Il motivo principale per cui non volevo farlo è la competizione.

Bè, perché come potrò confrontarmi poi con tanta genialità?

Sapete, non vorrei dovermi mettere, dopo, a comporre sonetti: io per le rime (almeno non idiote come quelle sanremesi di Filiberto) son veramente negata.

Una volta ho scritto una poesia.

Sembrava carina.

Poi l’ho riletta, ho quasi vomitato e l’ho seppellita nel più vicino cassonetto con tante scuse per la carta.

Sprecata.

 

L’autore è Andrea G. Pinketts.

Ogni libro, mi pare d’aver capito, inizia con una filastrocca (poesia?).

Questa è tratta da “il conto dell’ultima cena”, un libro (mi hanno detto) quasi introvabile.

Sottolineo, inoltre, che la poesia non è presente su internet (non nella forma corretta almeno) quindi l’ho copiata personalmente (il che richiede un minimo di sacrificio).

 

Significa che vale la pena leggerla.

 

Tanti complimenti a Pinketts con cui spero un giorno di fare del sesso acrobatico su un divano.

Artisticamente parlando, ovvio.

 

E mangi mangi tutti

e mangi mangi tutto

la pancia piena in festa

allegra spara un rutto.

 

E mangi mangi ancora

la fetta della torta

se poi era di un altro

a te che te ne importa.

 

E mangi mangi sempre,

divori anche la foglia

e mordi con mordente

persino contro voglia.

 

E quando il piatto è vuoto,

ti mangi pure quello,

ti mangi le posate,

ma “toh, non c’è il coltello”.

 

Dove sarà finito,

ti serve per l’arancia

e poi improvvisamente….

te l’han ficcato in pancia.

 

Barcolli sanguinante,

adesso arriva il conto,

qualcuno con più fame

te lo consegna pronto.

 

Si paga con il sangue,

ma ne varrà la pena

pagare caro il conto

di quest’ultima cena?

 

Poi cadi e resti fermo,

come uno stoccafisso,

poteva andarti peggio:

finire crocifisso.

 

E muori e gridi dio

perché m’abbandonasti?

O forse è solo vero

che fai pagare i pasti?

 

Anch’io ti rispettavo

anch’io ero tuo figlio

ma poi, fatto il leone

qui muoio da coniglio.

 

E mentre stai schiattando

e dio non ti da retta

qualcuno al suo coltello

aggiunge una forchetta.

 

Implori come un servo

tu ti credevi un re

tu che hai mangiato tanto

adesso mangian te.

letteratura
16 dicembre 2009
320 Lazzaro SantAndrea Pinketts

"Non so sciare, non so giocare a tennis, nuoto così così, ma ho il senso della frase" (Andrea Pinketts -il senso della frase)

 

Un romanzo dalla linea flessibile e con una bellissima costruzione circolare.

Inizia e finisce, parlando di niente e di un mondo intero: il "senso della frase", che è il titolo del romanzo ma anche l'oggetto stesso; la "coscienza del sedere" che lascia un po' perplessi ma è ammirevole nella sua genialità; e "la piaga d'autunno".

 

La piaga d'autunno che senza saperlo mi prende ogni novembre.

Non sapevo avesse un nome, l'ho scoperto con Pinketts.

Consiste in quella specie di poeticità maledetta che mi fa citare Baudelaire e Verlaine agli inizi di novembre.

Poesia e morte, tristezza e profondità ne sono le chiavi, di volta.

 

Un plauso d'ammirazione per la conclusione, che se anche il romanzo non valesse una cicca (di sigaro?) gli farebbe guadagnare (moralmente) il nobel.

Ma il plauso per la conclusione va coniato in un paluso per il genio artistico di Pinketts che costruisce una conclusione partendo dalla prima frase dell'incipt.

"Nuoto così così."

 

E poi una serie di infiniti pezzi iniziano a comporre il tutto, simile ad una melodia direbbe un critico scontato, ma se in altri casi il paragone è "noioso" in questo caso è descrittivo (e non solo perché lo faccio io).

Pezzi che sembrano scombinati, che sembrano non aver motivo d'esistere, che sembrano vaneggiamenti di un autore bravo ma "che perde il filo" si trasformano in tasselli squisiti che compongono (chi si aspetta "un mosaico" alzi la mano!), che compongono dicevo, una lingua.

(più che tasselli propporrei cellule allora?)

 

Il mosaico e i tasselli sono statici, Pinketts invece, ha la sinuosità di una lingua, che si infila.

 

Poco importa che la bocca sia del lettore, di Lazzaro Santandrea (lo straordinario protagonista), di Deborah-che-fu-Giuseppe, o di uno degli altri assurdi personaggi di questa Milano paradossale.

 

Non so se Milano sia questo veramente, non so se tra bar e stradine sembri di stare in Germania invece che in Italia, ma so che non ho mai adorato tanto una città come la Milano di Pinketts (reale o meno che sia).

 

L'errore (in cui cadere è fondamentale per gustarsi Pinketts) è quello di fidarsi di Lazzaro Santandrea.

E' il protagonista, vediamo le cose con i suoi occhi pensando, invece, di essere guidati da un narratore onniscente. Ma ovviamente non esiste nessun narratore onniscente e quello che Lazzaro vede (e crede) lo riporta come (ovviamente) fosse la verità delle cose.

Lo è raramente e scoprirlo insieme a lui è un incanto.

 

Elegante e raffinato.

Si avvicina molto alla perfezione unendo con equilibrio i buoni sentimenti, il sadomaso, l'onestà e il sesso e spiegando con eleganza e capacità la differenza che passa tra l'inesistenza dell'Amore e l'importanza, invece, della commedia amorosa (fatta di "caratteri fissi", "comportamenti imposti" e "frasi annunciate") per due persone che s'annoiano.

 

Lo stile è il massimo. Ricercato, mai banale. Con il senso della frase insomma.

Cioè, con quella capacità di curvare le parole, sentirsele addosso e magistrarmente sfoderarle come spade, nel momento opportuno e in una tempistica perfetta.

 

Preciso e tagliente, Lazzaro SantAndrea Pinketts è proprio il mio "tipo ...letterario".

Genere, certo.

31 luglio 2009
209 Mizuage amén

(Occidentalissima, quale geisha è così abbronzata?!)

Memorie di una geisha.
Bah.
Mi mancano, delle 600 pagine che erano, meno di 100 pagine.
Iniziato lunedì.
Non posso dire che non mi piaccia, che non scorra, che non appassioni.

Eppure un disastroso senso di malessere mi prende ogni volta che vi immergo la faccia.
Certe volte vorrei che le parole scomparissero, inghiottite dalla stessa carta, vorrei sprofondare io e non leggere, vorrei prendere l’accetta e massacrare libro, autore e personaggi.

Mi prende... lo stomaco.

E poi precipito in un vortice affollato di cose…

L’odore del pesce, le geishe bellissime, il kimono, la Mamma, la Nonna morta, Zietta, il bastone, le gambe aperte, l’acqua addosso per far “sentire” meglio il bastone, l’obi (cintura che si mette sopra il chimono), i colori degli abiti, le prostitute che lo allacciano davanti per “fare prima”, mani sulle ginocchia, seni che si muovono, acqua e legno, lo zodiaco, altro bastone, indumenti che si alzano, mani che si infilano, sangue.

Affollato.
Troppo.
Ecco, forse mi stomaca.

E poi la protagonista.
Mi fa una rabbia.
Inerme, impotente, senza volontà.
Si ritrova nel mondo delle geishe, e lo diventa.
Forse lo vuole.
Ma in definitiva non sa nemmeno cosa significhi.
All’inizio tenta la fuga, poi incontra un uomo “anziano” e gentile e desidera diventare una geisha per “intrattenere uomini così”.

E poi la violenza costante.

Ma non si tratta di violenza vera e propria, quanto piuttosto di soprusi lenti, quasi autorizzati che mi innervosiscono.
Probabilmente non fanno lo stesso effetto a chiunque…
Probabilmente sono io che sono “iper esagerata”…


Oh, il titolo del mio post la dice meglio.

Il “mizuage” è la cosa più orrida che si possa credere (non sono sicura si dica proprio “il” mizuage).

Qundo “l’apprendista geisha” inizia a partecipare ai ricevimenti e ad intrattenere gli ospiti, a seconda di quanto vantaggio si possa ottenere, arriva il momento in cui vende il suo mizuage.
Non è di difficile intuizione.
Per dirla con le parole dell’autore, il momento in cui l’anguilla trova casa nel covo mai abitato della ragazza.

Non è un’immagine per nulla poetica e non è interessante nemmeno espressivamente (ma io chi sono per dirlo?) e anzi, sarebbe stata migliore, e forse persino più bella, da dire in maniera “scientifica”.
O almeno senza metafore animali.

Ma non è tutto.

La ragazza compra in pasticceria una torta (“ekubo” cioè “fossetta”... bah evocativo?) che poi porta, in tutta simpatia, ai “suoi corteggiatori” e che sta per: “se volete sborsare abbastanza denaro è vostra, nonostante io non né abbia minimamente idea!”

Insomma la vergine non sa.
E’ questo il punto.
La storia dell’anguilla straordinariamente evocativa per “noi” a lei non suggerisce precisamente nulla.
Impreparata (stiamo parlando di ragazze di 15 anni), si ritrova nel letto di un vecchio orrendo (per la maggior parte) che è uno “stimatore” di mezuage.
Né ha provate molte (di case per anguille ancora immacolate), in breve.

E’ orribile.
E scioccante.
Vado oltre solo per curiosità.

Ma il momento peggiore fortunatamente credo che sia passato.

Circa all’inizio la Madre (che ovviamente non è per niente la Madre di nessuno –ma sarebbe stato peggio se lo fosse stata, o forse no…non lo so, ci dovrei pensare-), alza il kimono (diciamo che l’autore descrive una serie di indumenti precisi che "si alzano", ma per brevità…) ad una ragazza e infila la vecchia e rugosa mano tra le sue gambe. Estraendo la mano la schiaffeggia “lasciandole sul viso una striscia lucente” (non devo spiegare).

Suvvia, è atroce!
Anti-estetico.
Che orrore!
Uno strazio.

[Non sto dicendo che il libro in sé non mi piaccia, non lo so ancora.
Certo è un po’ troppo forte.]

*Okay, si potrebbe sottolineare una certa incoerenza con il post precedente.

**Il caldo manda al mio cervello stimoli ormonali continui.
 Ed è questo il motivo per cui sono giorni che ehm...scrivo post un po’… particolari.

***Questo, e il fatto che “la brava ragazza” che c’era in me, è morta oramai per sempre.

Riposa in pace, Mari!
Amèn.




permalink | inviato da LadyMarica il 31/7/2009 alle 1:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
CULTURA
16 settembre 2008
SOSTIENE PEREIRA di Antonio Tabucchi
Sostiene Tabucchi che Pereira andò a trovarlo una sera mentre lo scrittore stava per addormentarsi.
Sostengo io che quello è il momento ideale perché è il momento in cui i nostri sogni si incontrano con la realtà e diventano pensieri.

È una fiaba quella del dottor Pereira ma così squisitamente reale da ESSERE immensamente e terribilmente vera così umana da scuotere ogni mente e ancora più, nell’intimo, ogni anima magari raggelata dall’indifferenza. “Forse tutto si può fare basta avere la volontà” ecco la frase cardine del romanzo, buttata lì, detta da un’estranea che il nostro protagonista incontra sul treno ma che lo colpisce e che direttamente ferisce anche il lettore.
L’autore è fenomenale nel descrivere il percorso di formazione dell’uomo e dell’intellettuale, che schiavo del suo ripetere “ mi occupo di cultura e non di politica” diverrà libero, senza però lasciare le fila della complicata situazione politica del Portogallo.

Accanto alla Storia, quella politica, si intrecciano paradossalmente letteratura e filosofia (dapprima completamente slegate dalla realtà politica e poi immerse in essa), religione e profumo di eresia ( mai veramente eretico il nostro Pereira solo vero intellettuale) l’angoscia per la paura e il coraggio di affrontarla (o forse solo coraggio di accettarla),la vita e la morte.
Ed è questo il tema principale del romanzo: scegliere di morire per vivere. Scegliere di abbandonare una vita che non è vita, fatta solo di ricordi e desiderio.

VOI CREDETE ALLA RESURREZIONE DELLA CARNE??
Pereira no e non fa altro che pensarci, che pensare alla morte, ai ricordi, alla moglie (malata e morta di tisi), agli anni in cui era giovane, agli affanni di ora, alle sue limonate, alle omelette, ai necrologi anticipati (ancora morte!) e alla rubrica che dirige “RICORDANZE” (ancora passato!) finché non scoprirà l’esistenza di un “io egemone” che “convincendolo” ad urlare (sempre nello stile dell’intellettuale) al mondo l’ingiustizia della morte di Monteiro Rossi, un giovane amante della vita, innamorato e rivoluzionario, riporterà alla vita Pereira.

Sarà perciò la vita il personaggio inatteso che come una furia farà capolino, senza bussare, nell’ esistenza di Pereira………gli esiti? davvero straordinari!!

Una lotta contro la dittatura a favore della libertà, contro la censura a favore della parola, contro la vita a favore della vita.

Solo leggendolo si può capire quanto immensamente si possa essere liberi nel momento in cui lo si desidera (Voltaire)… leggetelo, è scorrevole e lascia qualcosa dentro!!

In alternativa vi è la versione cinematografica di Roberto Faenza (1995) con Marcello Mastroianni, Nicoletta Braschi, Stefano Dionisi ec..ma si sa il libro è sempre, o quasi, migliore.  

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE