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LadyMarica [tagliatele la testa!] legge sashimi e mangia filosofia
23 maggio 2012
Pillole di cinema (qualche ultimo film visto) II

(oggi sono di manica larga)

Soude Code, film, credo, poco conosciuto, del 2011. Il finale è abbastanza prevedibile ma è perdonabile visto che in effetti non c’erano tanti altri modi per mettere fine, una bella fine, alla trama.

Non lento nonostante le scene obbligatoriamente rivissute. A metà tra un film scientifico e uno filosofico. Gioca con la meccanica quantistica e i molti mondi. Interessante in quel suo genere.
8/10

The Avengers, 2012. Piuttosto che andare a vedere un film sui supereroi mi sarei sorbita tutto il compendio di psicanalisi di Freud. Nonostante io e Freud non ci intenderemo mai.

Però poi, spinta dal fatto che oramai avevano scelto il film e il mio voto contava, ingiustamente, come un solo voto, ci sono andata. Incredibilmente mi è piaciuto. Divertente, originale, molto pieno di buoni sentimenti. Non un film che riguarderei spesso, anche mai, però è allegro, coinvolgente, decisamente da sabato sera. Anche se io devo averlo visto di venerdì. Premio speciale al supereroe Ironman: un po’ Tersite, un po’ Achille, sicuramente umano.
7/10

 

Quella casa nel bosco, 2012. Il titolo è quel che è: un facile richiamo a un survive molto americano e molto splatter. Il tipo di film dalla trama inesistente, idiota e pieno di horror che io personalmente guardo solo per avere quella certa angoscia, su stampa horror, che si sostituisce all’angoscia ben più reale.

Amaramente però questo film non era nemmeno questo, non era nemmeno un solo horror. Il regista ha voluto mischiare troppe cose, ha sperato di far un film horror innovativo riuscendo invece solo in un film poco horror, poco innovativo, poco articolato, poco interessante. Accozzaglia di mostri che per quanto sono troppi non fanno più nemmeno paura, accozzaglia di “stili di mostri” (che poi è pure peggio), pochissima trama, pochissima verosimiglianza, pochissimo gusto. E poi la scelta di mischiare pagliacci assassini e zombi a figure mitologiche la trovo veramente deprimente: almeno alla fantasia dei greci lasciamo la sua originalità!
3/10

 

Provaci ancora Sam, 1972. Basterebbe dire solo Woody Allen? Un tempo magari sì, oggi, visti gli ultimi film, probabilmente no. “Provaci ancora Sam” però è geniale, fatto e girato con quello humor che solo nei film di Woody Allen si riesce a trovare, ironico, a tratti esasperato, a tratti anche troppo reale. Diversamente dagli altri film (almeno tra quelli che ho visto) è poco surreale, ma in effetti la cosa ha un ché di vantaggioso. Assolutamente da guardare, forse il suo miglior film.
9/10

 

To Rome With Love, 2012. Per carità. Woody ma perché mi fai questo? La devo prendere sul personale? Film stampato sulla commedia facile. Il tocco di genialità di Woody Allen è imbavagliato in soli due, marginali, ruoli: quello di Benigni, uomo comune che diventa famoso e vive la drammaticità della fama passeggera; e quello dello stesso Allen.  Benigni è l’uomo medio, felice di famiglia e lavoro, che viene risucchiato dalla fama. Diventa famoso per il nulla completo (il surreale alla Allen c’è!) e cambia lavoro, donne e priorità. Per poi ripiombare nel vuoto di un’esistenza che prima accettava, si faceva piacere, e adesso lo deprime. Un ruolo grottesco, straziante anche se la gente in sala rideva della grossa.  Allen è invece un allestitore di spettacoli musicali molto creativo ma costantemente confuso con cretino. Se sia genio o idiota difficile da chiarire.
Il resto dei personaggi li ho quasi completamente dimenticati, giusta fine per della robetta così insulsa.
5.5/10

 

Butterfly effect, 2004. “Ci sono cose che non devono essere cambiate”, recitava lo spot per promuovere il film: di grande impatto, ma più dopo averlo visto. L’effetto farfalla è una teoria, o parte di una teoria, secondo cui anche piccole variazioni possono influire enormemente sui massimi sistemi. Il film esplicita l’assunto, matematico più che altro, con un espediente mentale, anche ‘sta volta quasi filosofico: il protagonista mediante dei diari riesce a tornare indietro nel tempo e a modificare piccole cose. Tornando nella realtà (nel futuro?) le sue scelte creano dei cambiamenti immensi capaci di distruggere la vita intera delle persone. Adorabile la concatenazione degli eventi, l’intreccio così difficilmente scioglibile delle vite che il protagonista cambia, distrugge e rimodella.
Ci sono cose che non devono essere cambiate, appunto. Veramente ben fatto.

9/10

Butterfly effect II, 2006. C’è una regola che dovrebbe valere universalmente e che dice: “se un film ti è piaciuto evitati il sequel”. E io la regola la conosco ma non la applico mai. Butterfly effect II non ha nulla della genialità del primo, nulla della teoria “effetto farfalla”. E’ semplicemente un viaggio temporale improbabile, senza ancore matematiche, filosofiche o pseudo-scientifiche. Non ha nulla nemmeno dell’articolata trama del primo, si svolge ed esaurisce in un arco temporale più limitato intrecciando solo due vite e non una complessità di esistenze.

Perché rovinare un bel film con un sequel tanto tremendo? Per gli incassi, immagino.

Nel 2009 è uscito, ovviamente, anche il terzo giro. Ancora non ho trovato il coraggio di scaricarlo.

2/10

cinema
21 novembre 2011
Ferro 3 - una casa vuota

“E soprattutto guardare un film muto e provare ad alzare il volume ed accorgersi che questo silenzio non potrà avere fine”

Io l’ho visto singhiozzando quindi sono attendibile quanto una donnicciola isterica cosparsa di ormoni. Purtroppo la mia condizione mentale è questa e durerà qualche altro mese, poi chiamerò chi di dovere e mi farò internare.

Film del 2004 di Kim Ki-Duk un regista sudcoreano direi piuttosto stravagante.

Io credo, ebbene sì, anche io credo, alla forza delle parole. L’idea di un film i cui protagonisti non dicono mezza sillaba quindi mi lasciava dubbiosa. Poi però ho visto il film. Non per scelta ma per regalo.

E ho notato che forse l’idea di base è abbastanza rumorosa: in un mondo, quello del film, in cui intorno tutti parlano e parlano tanto e sempre e continuamente, il silenzio è l’unica cosa che rimane ai protagonisti. Da non dire.

C’è una cosa che mi piace particolarmente del Giappone. Del poco Giappone che conosco almeno: il costante esercizio nella misura. E’ il motivo per cui il wasabi uccide noi occidentali. Vogliamo tanto, tutto, abbondante, presto e così raccogliamo con un capiente cucchiaio quella roba verde che paghiamo profumatamente: è un nostro diritto infilarcela direttamente in gola. E la ingurgitiamo, alla Cerbero, indifferenti al fatto che potrebbe essere fango. E il wasabi non è fango. Sfortunatamente. E non è nemmeno peperoncino. Il wasabi brucia la lingua e arriva in testa, veloce. Aumenta, con la quantità, la velocità non l’intensità.

Quella del film è una strana ricerca di misura, direi.
Un po’ spirituale, un po’ di sacrificio, un po’ di profondità, un po’ di giustizia e un po’ di penitenza. E’ una misura che scavalca la singolarità toccando quasi l’universale. Non so se riesco a spiegarmi: per esempio, il protagonista non si difende dalle accuse che la polizia gli rivolge. Rispetta una giustizia più universale, un equilibrio tra parola e silenzio più grande rispetto ad una “misura” sua, personale. E’ come se a tante parole potesse corrispondere solo altrettanto silenzio anche se questo lo priva di una difesa concreta, lo prima di una misura giusta “per lui” ma certo mette equilibrio nell’universale. I singoli sembrano accettare la sofferenza come parte della vita, non le urlano contro ma la ingoiano, senza atteggiamenti rinunciatari, in silenzio.

La storia è semplice, forse surreale, di certo stravagante. Il protagonista è un ragazzo che con un metodo discutibile entra in case periodicamente vuote, ci vive per un paio di giorni, fino al ritorno dei padroni di casa, cucina, si lava, guarda la tv, poi risistema tutto, fa il bucato, ripara gli oggetti rotti e se ne va.

Un giorno, entrato in una casa, non nota la presenza di una donna. Questa, infelice e vittima di un marito violento, segue i movimenti del giovane, lo osserva, esce allo scoperto e alla fine, tornato il marito a farle altra violenza, scappa con il giovane.

E in tutto questo i due, nessuno dei due, dice una parola.

Quindi lei inizia a condividere la strana vita del ragazzo. Persi in un mare di panni da lavare rigorosamente a mano, di guai, di ostacoli, di lacrime e di ramen i due, come da copione, iniziano ad amarsi. Ovviamente la storia non è destinata a durare in eterno e dura infatti finché lui non viene arrestato dalla polizia con l’accusa di averla rapita.
I due non parlano e lui finisce in prigione. Ma sembra chiaro che anche avessero parlato le cose sarebbero rimaste identiche come se il destino, il futuro, il domani non dipendesse strettamente da quelle parole ma viaggiasse su una linea del tutto indipendente.

Ma anche qui c’è una sorta di misura, come a dire che tutto il mondo è wasabi. Perché lui, il ragazzo di cui non saprò mai il nome, proprio un innocente non è. Punisce i malvagi per far tornare la giusta misura ma usando violenza e la violenza è comunque, sempre, deprecabile. E per far giustizia forse lo è anche di più, deprecabile, perché quasi mai i mezzi giustificano il fine. E il regista credo sia d’accordo con me. Non per niente al ragazzo questo “modo di far giustizia”, usando un ferro 3, come da titolo, sfugge di mano facendo danni. Ed è qui che mi è parso di ascoltare la voce del regista, gridare, senza parole, che la violenza resta violenza: non azzera i conti, mai.

Lei, all’arresto del suo amato, torna a casa col marito violento. La vita continua, anche non volendo, anche perdendo fiumi di attimi a non volerla e continua sempre nel verso sbagliato.

Il finale è sorprendente.
Elegante e delicato ma anche tremendamente malinconico. La realtà e il sogno, il troppo dolore e il troppo amore, tutto è di nuovo misura, sospeso, fissato, in un silenzio non solo di parole ma ora anche di movimenti. Vivere senza essere sentiti e subito dopo senza essere visti, vivere nei 180 gradi che l’occhio umano non vede, vivere nello spazio ristretto del “rimanente”.

E’ questo che ha di miracoloso il film. Sposta dapprima il concetto di comunicazione che diventa condivisione, comprensione senza filtri (e senza il difficile filtro delle parole soprattutto), diventa il viversi e dopo, sul finale, sposta anche il senso di spazio. Questo smette di essere propriamente fisico e inizia a essere uno spazio quasi mentale, uno spazio silenzioso, uno spazio che perde sempre più di fisicità. Sembra una proporzionalità inversa: aumenta l’amore e diminuisce lo spazio corporeo finché due corpi stretti in un abbraccio su una bilancia non pesano più niente.

Il messaggio del regista a me, nascosto tra i silenzi, è sembrato chiarissimo: l’amore è probabile tanto quanto salire in due su una bilancia e non pesare niente. Ma la probabilità di un simile comportamento da parte della bilancia è nelle mani di chi si è impegnato a manometterla, non nel destino asettico.

Un messaggio positivo quindi. E se l’ho vista io così positiva, che sono la depressione fatta donna (o qualcosa del genere), voi potete vederci la promessa dell’amore eterno.


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permalink | inviato da LadyMarica il 21/11/2011 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
14 settembre 2011
642 Eternal sunshine of the spotless mind (perché in italiano il titolo “Se mi lasci ti cancello” faceva enormemente pena)

Io succhio.

E’ una cosa che premetto sempre. E succhio anche bene se mi piace la persona che ho di fronte. Se devo succhiare male invece evito a prescindere. Poi che c’entra, certe volte mi trovo nella situazione di dover frequentare chi non mi piace; però in quel caso non succhio, mando giù amaramente.

 

Brutto inizio, lo ammetto.

E’ che trovo il verbo succhiare così esplicativo quando devo dire quello che sto per dire (un attimo ancora e lo dico) che non usarlo mi sembra un peccato. Poi però lo uso e non riesco a non giocare sui riferimenti porno.

 

Questa era la premessa. Lunga e malvagia, solo per dire che anche stasera ho visto un altro film consigliatomi dal lettore audace. Ed è qui che entra in gioco il succhiare. Io quando sto conoscendo (usiamo questa finzione di presente continuato, anche se le cose vanno malino attualmente) qualcuno, qualcuno che mi piace (e questo mi piace anche troppo), non solo cerco di informarmi su quello che gli piace, molto spesso, tanto spesso, enormemente spesso, finisco per farmelo piacere anche io. In alcuni casi mi piace tanto da adorarlo fino a che morte non ci separi: la passione per la qualsiasi cosa, nata perché piaceva al tipo che piaceva a me, finisce per durare molto di più della mia passione per il tipo in sé.

 

Stasera mi sono data quindi al film il cui titolo in inglese, pur riprendendo un verso di Eloisa to Abelard (Alexander Pope) è certo meglio del titolo in italiano che sembra richiamare “se scappi ti sposo” o robette leggere-romantico, commedia-romantico del genere. Che mi guardo anche eh (io guardo tutto) ma solo quando sono predisposta alla leggerezza (tipo di sabato sera).

 

Bè, per essere romantico, eternal sunshine of the spotless mind, è un film romantico, però ha una dimensione onirico, favoleggiante, fantascientifica, filosofica, riflessiva, visionaria, psicologica che a noi gente con strane inclinazioni piace parecchio.

 

Quindi niente da obiettare, anzi molto da applaudire, al “contorno” della storia: l’idea di una totale mescolanza dei tempi narrativi, di un gioco nei ricordi, di una confusione della realtà, nella realtà e con la realtà.

Molto più discutibile è la trama. Ma da un film romantico come ci si potrebbe aspettare originalità? L’unica cosa romantica originale che conosco io è la canzone di De Andrè, un malato di cuore:

 

“e tra lo spettacolo dolce dell’erba, tra lunghe carezze finite sul volto, quelle sue cosce color madreperla rimasero forse un fiore non colto”

 

tutto il resto, sull’amore e gli innamorati, nei film, nelle canzoni e pure nei libri ha un certo sapore di già detto non proprio facilmente eludibile.

 

Quindi la trama è quello che è. La storia di due innamorati alle prese con le loro due personalità diversissime ma unite da una profonda insicurezza di base, alle prese con l’amore, quella cosa che distrugge e crea per intenderci, con la quotidianità, con le rotture, con i per sempre e con i, una volta conclusa la storia, “vorrei cancellarti dai miei ricordi, svegliarmi e non ricordarmi più della tua esistenza”.

 

Desiderio anche in questa formulazione non proprio raro al termine delle storie d’amore.

Quanta gente lo avrà pensato? Quanti lo avrebbero voluto? Quanti richiesto? Quanti pianto per il non esaudimento del desiderio?

 

Sarebbe facile eh? Un brutto ricordo e chiami la ditta di pulizie “lacuna” chiedendo che venga rimosso insieme a chi quel ricordo lo causa. E la mattina dopo il ricordo è sparito, per sempre. Non ti ricordi più, nemmeno a volerlo, nemmeno sbattendo contro il tipo per cui piangevi fino alla notte prima.

Diciamo una forma un tantino più fantasiosa dei famosi stravolgimenti di look che le donne fanno al termine di una storia importante (o si dice facciano, io per me non lo so). Solo che è un pochino più risolutiva la cosa. Però come per i capelli anche per i ricordi devi essere deciso, proprio deciso, a tagliare via tutto, perché tornare indietro è impossibile esattamente come riattaccare i capelli con la colla. Per i capelli puoi aspettare che ricrescano ma se hai tagliato via l’anima gemella forse aspettare di rincontrarla è un tantino un azzardo.

 

Come dicevo la trama semplice e poco originale (che perdoniamo al genere romantico, tanto perché il film stasera ci ha reso agnellini) è arricchita da una mescolanza dei tempi narrativi notevole.

Mescolanza che crea fumo ma non confonde più del sopportabile.

E così i ricordi si mischiano al presente in un groviglio di cose, facce, momenti.

 

Le genialità, sempre secondo me, sono due. La prima è che la chiave per sciogliere il groviglio e ritrovare il senso temporale è data dal colore dei capelli (un po’ sibillina come affermazione ma se la spiego potete pure non vederlo per niente il film). La seconda, non è propriamente un trovata geniale innovativa ma richiama, sempre secondo quello che ci ho visto io, l’idea (filosofica, ma certo!) dell’importanza del momento. Quando la storia dei due è già stata vissuta (quindi è fuori dall'aspettativa o dalla suspence del "succederà") e la ditta lacuna cerca di cancellarne le tracce quello che compare della storia non è una pista temporale degli eventi ma un alternarsi di momenti, in ordine sparso. E’ l’idea dell’istante, del momento, dell’attimo, che taglia il tempo orizzontalmente, che è eterno non perché non finisca ma perché non ha durata alcuna.

Meraviglioso.

Ma è la filosofia ad esserlo, non il film.

 

Pregevole, assolutamente, anche il nascondino che i protagonisti dei ricordi (e non i protagonisti della storia che hanno, invece, scelto di cancellare quei ricordi) giocano, tentando di scappare all’impresa di pulizie “lacuna” per salvare il ricordo, “l’esistenza” quindi, dell’altro nell’uno.

Detta così è incomprensibile? I protagonisti dei ricordi, il lui e la lei che vivono nei ricordi (e solo lì) del lui e della lei che quei ricordi hanno chiesto di cancellare, cercano di sfuggire a questa cancellazione per preservare l’esistenza dell’altro in se stessi.

 

Anche l’idea di due piani dell’esistere (persone e ricordi) ci porta su un piano filosofico piuttosto battuto: l’idealismo. Se, poniamo il caso, la lei ricordo venisse cancellata da lui la lei ricordo smetterebbe di esistere e la Lei stessa per lui non esisterebbe più visto che lui non avrebbe mezzi per percepirla. Non so mica se mi spiego. L’esistenza di Lei (lei persona), in lui, è strettamente connessa alla percezione (come ricordo) che lui ha: se lui smette di ricordare Lei smetterà di esistere (per lui). Allargando il discorso: se lei venisse non percepita non solo da lui ma da tutti potrebbe esistere comunque?

L’idealismo mi fa venire un gran mal di testa, è odioso, io sono contraria assolutamente e vorrei tanto non esserne tremendamente affascinata. Amen, ignoratemi.

 

Però il film non è male se si ha tempo da passare a vederlo.

 

Sono certa che il lettore audace apprezzerebbe quanto detto. Peccato che non lo leggerà: non gli darò il link di questo luogo prima del matrimonio, ovviamente.

In realtà lui dice il contrario ma io invidio molto il suo approccio a questi film, a questi libri, a questa musica di cui mi parla sempre. Il suo è un approccio istintivo: lui li sente, li vede, li vive, li prova. Il mio è invece un approccio molto più mentale, direi scarnificante: io sfiletto lentamente ogni singola cosa, guardo sotto ogni singola parte e mi perdo l’emozione generale che il film (perché di questo parliamo ma è così con tutto) potrebbe darmi per trarne invece migliaia di pensieri roteanti in continua moltiplicazione tra loro, faticosi.

Vedo tanto, vero, ma mai quello che stavo guardando.

1 settembre 2011
639 Ichi the Killer

Ecco un altro film portatomi dallo sgocciolio nevrotico estivo.

 

Duemila e uno, genere splatter, horror, thriller o non meglio identificato, regista giapponese meno che più famoso, consigliato dal lettore audace.

Anzi, non-consigliato dal lettore audace il quale, nonostante lo definisca il suo film preferito, al mio “devo vederlo”  ha scritto (ah sì, la novità del periodo è la chat-chiacchiera – e meno male): “no, ti prego. Sono un ragazzo rovinato”.

 

E uno che mi dice di non guardare una cosa, in pratica, me la sta obbligando.

 

Già dalle scene iniziali, devo dire, ho capito perché lo definisse un film perverso.

Ora, nonostante la perversione rientri nella sfera sessuale in uno strano connubio con la stravaganza, la trasgressione o semplicemente la fantasia, tanto che alle volte i confini dell’uno o di una delle altre si confondono, è innegabile che il piacere mischiato alla violenza (se la violenza è poco consensuale però) sia da ritenere una forma se non perversa (perché rientra in un campo in cui è difficile muoversi) sicuramente da scoraggiare (che invece rientra in un campo sociale).

 

La scena iniziale con la prostituta picchiata e violentata dal suo “protettore” (ma c’è un termine meno adatto?) che poco lascia alla fantasia e molto mostra, tanto per dirlo, non fa pensare, allo spettatore, che ci saranno, nemmeno in futuro, scenette con fiori o nani da giardino che viaggiano per il mondo (e chi capisce il riferimento è bravo): esibisce subito, in brutta forma ad essere seri, il colore principale: rosso sangue.

 

E la violenza è e rimane, infatti, la costante di tutto il film.

 

Violenza splatter e irrealisticamente esagerata a tratti, violenza mentale in altri, violenza sessuale in altri ancora: violenza in ogni forma e devianza.

 

Quello che sicuramente sottolinerei è come, tutta questa violenza, non abbia forma statica ma si mescoli in continue forme di altre cose nell’intero film. Non si smarrisce il senso, il divisorio tra dolore e piacere però il regista lascia intendere che il confine non è così netto come siamo abituati a pensare, che esso può variare a seconda dei soggetti interessati, può variare dalla abitudine alla violenza e dagli intenti di una determinata azione. Per esempio, le torture che uno dei protagonisti, un certo Kakihara, esercita sui suoi “avversari politici” (club mafiosi più che altro) sfiorano certi gusti sadomaso, le sospensioni con tanto di ganci conficcati nella pelle (avranno nomi specifici immagino) che, per gli amanti del genere, sono artistici oltre che apprezzati.

 

Si crea il dolore con gli stessi mezzi con cui per altri si crea piacere. Diciamo che l’idea di fondo, che forse, nel mio volervi mostrare brillantemente, ho rigirato (si crea piacere con mezzi di dolore?) è interessante.

 

Come pure i due protagonisti (e mi chiedo se ce ne sia uno più protagonista dell’altro) la cui caratterizzazione è, a mio avviso, piuttosto geniale.

Ichi e Kakihara sono due generi completamente differenti e sembrano voler dimostrare un’affermazione uscita chissà dove nel film: “in ogni sadico c’è un masochista”.

Ichi è moro, timido, complessato, magari non buono, difficile, tonto, con gli occhini pieni di lacrime per ogni singola cosa andata male; l’altro, Kakihara, è biondo, spettinato, magrissimo, colorato, eccentrico, sicuro, violento, crudele, sadico.

Poco ovviamente Ichi è il sadico che Kakiahara aspetta, teme e vuole.

 

C’è, secondo me, in questa caratterizzazione molta dell’essenza del sadomaso o di qualcosa che gli si avvicini (in una forma estrema, forse impraticabile, ovviamente): voler ricevere dolore ha di passivo solo la meccanicistica ma è, dal punto di vista di scelta, totalmente una posizione attiva, forse persino più attiva rispetto al dare dolore.

 

Per dare dolore (sempre di rapporti consensuali parliamo) serve che qualcuno l’abbia chiesto. L’azione attiva (dare dolore), in poche parole, parte dalla richiesta attiva (fammi soffrire) di chi quell’azione la riceve passiva (il prendere dolore). Senza richiesta attiva l’azione non ci sarebbe. Non so se riesco a spiegarmi. In un rapporto sadomaso, come del tipo che nel film Kakihara desidera, tutto parte dalla donazione (direttamente proporzionale, in completezza, alla profondità del rapporto) dell’accettare il dolore.

 

Credo che il finale, confuso, leggermente intrecciato e poco chiaro, del film sottolinei questa visione, questo rovesciamento che io credo essere, in generale, l’accento peculiare, l’aspetto più ossimorico dei rapporti sadomaso (lo ripeto: il fatto che il sottomesso decida di sottomettersi rendendo possibile il rapporto che altrimenti non lo sarebbe). Ichi, che non avrebbe la personalità, il coraggio, nemmeno il fisico, nemmeno la mente probabilmente, per essere “il sadico”, quello dominante, quello che dà il dolore, viene fatto rientrare nel suo ruolo da Kikihara, dal sottomesso che lo identifica come sadico, lo pensa come sadico e ricerca il suo sadismo anche quando quello sembra proprio essere scomparso. E come al solito mi sembra, soprattutto nei film giapponesi, di notare che l’essere la realtà o l’essere un’illusione dell’intera scena appare poco importante quando quella è l’unica prospettiva che ci viene mostrata dal regista, dal film, dalla storia.

 

Appena svelerò al lettore audace che il film, nel complesso, non mi è dispiaciuto (nonostante io non apprezzi, non sempre, lo splatter), lui capirà che sono una pervertita (io sì, veramente) e una pervertita senza speranze.

Però correrà a legarmi (ma prima deve capire anche il mio deviato umorismo da post).

5 maggio 2011
602 Una partita a pallavvelenata: Habemus Papam

Immaginate un mondo in cui il papa, appena eletto, si scopra ateo.

E non avrete il film di Moretti ma avrete un mio personalissimo sogno del film.

Perché se si può sopportare che il papa sia uomo e debole nel dio che lo perdona, forse non si può sopportare che il papa non abbia dio. Se dio sceglie il papa (nell’assurdo di un suo eventuale esistere dico) come gli viene in mente di scegliere un ateo?

 

A questo pensavo mentre guardavo l’inizio del film di Nanni Moretti.

Arrivo tardi, lo so, ma infondo non scrivo per Repubblica e mi posso permettere di essere l’ultima a trattarne.

 

L’inizio è lento, bisogna ammetterlo. Per questo ho potuto pensare. Uno dei meno coinvolgenti che si ricordi. O che io mi ricordi, al massimo.

Il papa è morto, lunga vita al papa.

E’ che il vero problema, arriva dopo! Arriva se il papa non è morto. E non per me, non faccio la solita atea, arriva per la Chiesa.

Converrebbe munirsi di una rivoltella per certe partite matte, per certe palle avvelenate. Sono certa che più di qualcuno, se lo strano mondo del film, fatto di sicari della fede, burocrati di dio e amministratori delle croci, esistesse, lo avrebbe pensato.

Ma il papa è morto, lunga vita al papa.

Conclave, fumate e campane.

Lento come sul ritmo della chiesa.

 

E’ all’urlo straziante del nuovo eletto papa che si apre veramente il film.

Dovessi scegliere il momento più evocativo, per fare un favore riassuntivo al prossimo mio almeno, sceglierei proprio quello. Quel grido che si alza nel silenzio di una cerimonia che come sempre stava risultando precisa.

Mi ha colpito la risata generale che si è diffusa nella sala.

Io l’ho trovata una scena straziante: questo povero vecchio, canuto, buono, dall’accento incredibilmente pacifico che trema, che si sente addosso una responsabilità troppo grande. Io, nella mia infinita presunzione, credo di capirlo il senso di quel grido. Un uomo che non vede in se stesso la capacità, la forza di guidare la chiesa intera, si chiede come mai il suo dio (che per lui esiste) gli faccia questo, come mai lo scelga per un compito più adatto agli sciacalli che a un uomo buono, si sente perso, mancando la onniscienza del suo dio. Il grido rappresenta il sentirsi spaccato tra il non sapere quanta colpa abbia l’uomo-papa, senza forza sufficiente, senza coraggio sufficiente, e tra il sentire un dio che ha fatto una scelta sbagliata. E un dio onnipotente e onnisciente non sbaglia. Il grido è il frutto del dubbio, l’espressione dolorosa dell’aver perso, almeno un po’, il senso. E proprio per questo drammatico.

 

Il papa, il nuovo papa, soffoca nei suoi vestiti, che sono tutto meno che bianchi, che sono tanti, pesanti, nevrotici, isterici, orrendi. Si sente l’oppressione fino al sedile da dove lo guardo io. Codardia e umiltà si sovrappongono tanto che anche lo spettatore, un certo spettatore, si sente spazziato, non sa se condannare l’uomo che scappa o se salvare l’uomo che sceglie. Finalmente.

Io, personalissimamente, forse, lo salverei. Ma questo perché se avere dubbi, in generale, è intelligente averli nella chiesa, se sei il papa soprattutto, è anche meglio. E lo salverei perché mi piace pensare che non sia mai tardi per levarsi la veste, anche bianca, e fare, boh, l’attore per esempio.

 

La realtà, che pareva tanto normale nel conclave e nelle fumate, nei giornalisti poco svegli e nelle facce dei cardinali, diventa sempre più assurda. A questa realtà possibile nella partenza ma sempre più incomprensibile, stravagante, sempre più tendente all’assurdo, si mischia, come ingrediente separato all’inizio, altro assurdo. La realtà diventa assurdo, già detto, ma parallelamente l’assurdo, un altro assurdo, diventa reale. L’assurdo portato sulla scena, come preso per i capelli, repentino e visibile, dall’analista Moretti.

  

Moretti porta sulla scena i problemi e i caratteri fissi della psicologia, la gioia della cultura (c’è una scena meravigliosa in cui l’analista Moretti rintraccia nella bibbia -l’unico libro che ha trovato lì-  “segni della depressione”), porta sulla scena i problemi dello psicologo che superano e travolgono i problemi dei cardinali-pazienti.

 

Ma più di tutto Moretti porta sulla scene il dramma di una partita di pallavolo senza finale.

Eccolo l’assurdo, che parte assurdo e che subentra ad una realtà che invece diventa assurda più lentamente: i cardinali non finiscono il torneo che Moretti aveva organizzato per loro attendendo che il papa finisse le bizze.

 

E il punto, che io evidenzierei anche un paio di volte, è proprio questa relatività del dramma. E’ un dramma che il papa non voglia far il papa? Ma perché dovrebbe essere un dramma meno grave un torneo di pallavolo interrotto a metà? Chi stabilisce quale sia il dramma maggiore? O anche solo se ce ne sia uno maggiore.

Il dramma di Moretti è una scelta di libertà, fatta dai cardinali, sulle priorità, proprio come il dramma del mondo cattolico con un papa scappato/perduto è per il papa stesso una scelta di libertà, di rimescolamento delle priorità.

 

Proprio questo mi ha affascinata del film, questo mescolamento delle cose importanti alle cose non importanti, in un modo che alla fine dimostri come le une e le altre siano ribaltabili e incredibilmente relative alle esistenze singole.

 

Peccato che la scelta del papa, alla fin fine, non venga rispettata perché, come sempre, come nell’attualità, come nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici, quello che la chiesa non riesce a sistemare con la scusa della fede e l’indottrinamento, lo sistema con forza e imposizione. Ma il finale, fortunatamente, è poco prevedibile. Non lasciatevelo anticipare da me!

 

Nonostante io da piccola giocassi a palla avvelenata nel film si dice che è da cinquant’anni circa che non esiste più.  Quanto vorrei, tra cinquant’anni, che si dicesse la stessa cosa della chiesa cattolica! Forza e coraggio, dovevamo iniziare ieri.

29 novembre 2010
528 Viola di mare

"Estrema verità, eterna mia incertezza"

Mascula, la viola, come la Sicilia.

Isola dura.

Dura di dialetto, di tradizione, di storia.

Piena di tette, di falli, di comandamenti.

E di religione.

 

Mi dà sempre l’impressione che si pensi che tutta quella religione possa veramente livellare le increspature.

Del mare come della terra ostile.

 

Una religione con poco dio e molti obblighi.

Una religione che si mischia all’onore, all’odore, al sangue, ai favori fatti e a quelli da rendere.

 

Da un divieto si passa continuamente ad un altro e trasgredire non è più rivolta, è tradizione.

Altra tradizione sulla tradizione, perché se non c’è uno scandalo forse non si finirà in paradiso.

 

Come si fa ad essere buoni se lo sono tutti?

Esiste il paradiso perché si contrappone all’inferno.

I buoni dovrebbero ringraziare i cattivi perché senza di questi non avrebbero premi di bontà.

 

E così, proprio per tradizione, quelle gonne che dovrebbero rimanere giù, volendo per tutta la vita, si alzano e anche troppo facilmente.

Basta si muova un poco il vento.

 

E’ paradossale.

In nessuna società libera si assiste a uno svolazzamento di gonne come quello che avviene, invece, in quelle società in cui le vergini sono foderate di obblighi e chiuse di lucchetti.

E non solo perché nelle società libere le donne si mettono i pantaloni.

 

Poi certo vanno riabbassate, le gonne, ma non sempre si fa in tempo.

Certe volte ti sparano prima.

E sai come è sconveniente farsi trovare così alla morte?

 

Più che altro perché non ti sei nemmeno goduta lo scandalo.

Non mi dire che traevi piacere dal sesso e non dallo scandalo.

 

E allora il prete giace con la monaca.

Che non è monaca, ma è consacrata.

Non è vergine, quello è sicuro.

E nasconde nell’armadio un segreto.

Un figlio, ucciso, mai avuto.

 

Sono quelle storie cariche di Sicilia di cui proprio nessun film sulla Sicilia può fare a meno.

 

Così la monaca giace col cognato, che fa tanto il diavolo con la figlia.

 

E lei è la viola.

E’ mascula, nello stesso significato della Sicilia.

Con il seno e tanta durezza nei calzoni.

 

Suo padre, ha deciso, alla fine, di farla maschio.

Sì, è stata una sua decisione, ne dubitavate?

Lu è tanto potente che può, parimenti a Dio, decidere della natura delle persone.

Almeno finché il parroco gli deve un favore.

 

Certo, magari questo potente siciliano d.o.c. avrebbe evitato, ma la figlia, Angela, ama un’altra ragazza e lui non può permetterlo.

Il brav’uomo, le ha provate tutte, per aiutarla.

Perché i demoni, lo dirà la bibbia da qualche parte, con un po’ di botte possono scegliere di andare via.

 

Ma la viola di mare no, lei è la Sicilia, lei è una donna dura.

Troppo dura.

Un po’ di stagionamento sottoterra, nell’umidità potrebbe ammorbidirla.

E così il padre-padrone la condanna a giorni e giorni, chissà se mesi, di buia reclusione.

 

E allora io mi stupisco, mi stupisco sempre, di come articoletti di giornalisti, che giornalisti non dovrebbero essere, raccontino “del mondo mussulmano e dell’incitamento alla violenza sulle donne da parte del Corano".

Perché ci si scorda che anche per una certa tradizione cattolica (quella più antica) la figlia deve ubbidire al padre. E se non lo fa merita gli si spezzi la schiena. Merita di morire. E morire con dolore.

 

Finito il padre si passa al marito.

E ricomicia la tarantella.

 

Certo, magari il prete di turno direbbe che le percosse devono limitarsi, che sarebbe meglio non colpire il volto e le parti visibili. Esattamente quello che si dice in una parte del Corano. E non per questo la religione islamica è incivile e i cattolici lo sono di meno. Lo sono nella stessa misura, quando vengono "rispettati" simili insegnamenti. 

 

Fortunatamente, nel film, la viola ha una madre.

Debole e tradita, devota e cornuta, ma che alla fine un po’ di coraggio ce l’ha.

Coraggio e fantasia.

Infatti suggerisce, per dar una spinta alla natura nel verso “giusto”, che la viola diventi maschio.

Dobbiamo dirla meglio: che la viola si finga maschio.

 

E così capelli corti-corti, pantaloni, una stretta fascia a nascondere il seno e un bicchiere di vino in mano.

 

Ma il seno, come i pantaloni, sono solo simboli ed hanno significato solo per coloro che glielo danno.

E infatti è proprio quando si traveste da maschio che Angela, la viola, appare ancora più femmina.

 

E poi, c’è la Nannini.

Forse si fa fatica a riconoscere la canzone (una delle più nuove e una delle più belle, secondo me) senza parole ma niente credo poteva essere più indovinato.

Sarà perché la Nannini è mascula, forse, sarà perché la storia, che è persino un po’ vera, sembra un “sogno”.

 

Secondo me il film è molto bello.

Ha l’unica pecca di essere italiano (i film italiani non mi convincono mai troppo, non so perché) e abbastanza duro (ma io non sono quasi mai mascula e quindi lo posso dire).

 

Non scendo in altri particolari anche se vorrei.

Perché non posso rovinarvi un finale che ha con sé la forza.

 

4 novembre 2010
516 Le vite degli altri

“per chi sta dall’altra parte e crede che siano buoni loro” (cit.)

 

Voi siete nati buoni?

 

Alcune confessioni minoritare, nate nel periodo di grande riforma, quello dominato dalla scissione dei protestanti, davano a dio il potere di scegliere in anticipo a quale categoria appartenessimo. Le nostre azioni avrebbero solo rivelato la malvagità o la bontà della nostra anima, niente di più.

Insomma, una totale e avvilente deresponsabilizzazione del genere umano, con l’unica conseguenza di trascinare un’idea di sfortuna e di colpa costante nella società, che non crede più di poter cambiare le cose con le proprie mani ma… prega dio (o Dio, come volete) di “averlo messo dalla parte giusta”.

Lo dicevo che era avvilente!

 

E così, forse per l’infuriare delle religioni che, non con la dolcezza dell’acqua ma con la durezza delle catene, impongono la propria forma, forse perché è così che ragiona ingenuamente l’essere umano, forse perché è tradizionale, siamo diventati abitudinari nel pensare che il tondo non diventerà quadrato.

O tutto l’inverso se la metafora sta per smussare gli angoli.

 

E’ questo il senso in cui io interpreto il film “le vite degli altri”, per cercare di penetrarlo tutto. Un esempio di storia fatta dal singolo e non dal tempo, non dal caso, non dalla casualità.

Il film è del 2006, forse troppo vecchio perché io possa recensirlo oggi, ma non è giusto! Io nel 2006, pur avendolo già visto, ero troppo giovane per capire che buoni non si nasce, perché la bontà non è un requisito morale spontaneo, ma una lenta acquisizione.

Proprio come dimostra lo straordinario protagonista del film, che nato cattivo, in un sistema che lo ha cresciuto cattivo pensandosi giusto, lentamente (e nemmeno troppo –forse questa è l’unica pecca di un film che nasce geniale) diventa buono. Abilmente il regista ci mette la poeticità della musica (“ballata per gente buona”, o roba simile) come scintilla a far scoppiare la bontà, ma l’ingegno vero sta in questa costruzione di “passeggiata” (e non corsa) alla bontà, proprio a documentare che siamo quello che scegliamo di essere; esiste la sfortuna ma, parafrasando Machiavelli, se costruiamo argini forti anche essa ci si arrenderà.

 

La “diciamo trama” la farò breve e semplice.

Siamo nella Berlino est del dopoguerra, il panorama principale che il film ci presenta è quello di un rigido controllo da parte dell’organo preposto (la STASI -Ministero per la Sicurezza dello Stato, organo di sicurezza e spionaggio) su chiunque, ma soprattutto sulla fedeltà dei “liberi pensatori”, degli scrittori, degli artisti e di ogni persona che potrebbe essere pericolosa per il partito.

Il protagonista, il malvagio che migliora per capirci, capitano della STASI, figura quasi muta, persino anonima e senza vita, viene incaricato di controllare Georg Dreyman (i nomi, che fatica!), uno scrittore che dà segni di irrequietezza, senza però essere sospettabile. Wiesler, il nostro protagonista, entra quindi nella vita dello scrittore e della sua compagna, spiandoli costantemente. Quindi inizia a vedere “l’altra parte”, quella dei “traditori del partito”, quella dei cattivi e scopre, improvvisamente, di aver dedicato tutta la vita a qualcosa che non vale nulla. Si ritrova solo, freddo, senza senso e sceglie di cambiare qualcosa, cominciando con l’aiutare lo scrittore. Inizialmente finge di non notare dettagli che avrebbe dovuto riportare, poi falsifica i rapporti e infine arriva a nascondere prove materiali, in un’ascesa che lo porta all’umanità (per questo dicevo “passeggiata”).

 

Nessuna parola di troppo, nessun sentimentalismo fuori luogo, tutto scorre nella perfezione del silenzio, delle cose non dette, dei ringraziamenti muti. Non vi dico come finisce solo perché io sono nata buona (scherzo, scherzo!), quello che è certo è che c’è da aspettarsi tanto (magari non tutto, ma tanto –a buon intenditor!).

 

I personaggi positivi sono tutti caratterizzati da questa particolare mutazione o, meglio, crescita interna.

Anche lo scrittore, Georg Dreyman, non rimane statico per tutto il film, ma prende coscienza via-via della realtà.

 

Purtroppo, da questo punto di vista, la protagonista femminile è deludente.

Almeno secondo me.

Non è escluso che, rivedendo il film tra qualche anno (ma sarebbe veramente tardi per ri-recensirlo?), io salvi maggiormente Christa-Maria Sieland, questo è il suo nome nel film.

La giovane attrice, compagna dello scrittore, lotta per tutto il tempo sullo “scegliere una parte” (possibilmente quella giusta) senza mai riuscirci veramente. E’ bella e piena di talento nella recitazione, ma non manca di aspetti superficiali, “feste e cravatte”. Non vedo un ampio margine di miglioramento in lei: è un personaggio mutevole, questo sì, ma che non compie mai passi effettivi, anzi, quando sembra aver compreso ritorna indietro, forse più indietro dell’inizio.

 

Ottimo film, nel complesso.

Per la storia certo, ma anche per la bellezza che la Berlino di sottofondo, ancora una volta, come tutte, rilascia magicamente.

Il punto di forza, per lo meno estetico (avendo io già parlato di quello morale), credo risieda nell’unione di storia e arte (dello scrivere soprattutto) che si mescolano come… il ketchup e il curry per la salsa dei currywurst.

 

E’ il paragone più squisito che potessi fare, lo assicuro, ma per capirlo dovete, se non lo avete ancora fatto, andare a Berlino e mangiarne uno, di currywurst, in mezzo alla strada, comprandolo da un venditore ambulante in Alexanderplazt.

Ovviamente potete farlo anche in altre piazze, e anche fuori Berlino, penso, ho citato solo per fare una conclusione ad hoc (!).

9 ottobre 2010
501 Benvenuti al sud (visto al sud)

Sono partita ieri, due giorni a Salerno, tanto perché ci piace l'aria marittima.

 

Lo specifichiamo (io e me stessa, plurale maiestatis che fa sempre fico), di averlo visto al sud, perché, credete a me, fa differenza.

A parte il cinema antecedente alla guerra mondiale (la prima, la prima!) che io ho visto solo in qualche racconto e che fa veramente molto sud, diciamo che è proprio l’ambiente circostante a rendere la visione così “presente”.

 

Ma non voglio, per smania di dire, togliervi i dettagli del cinema.

Posti NON numerati. Credevo fosse una leggenda l’esistenza, anche nel remotissimo passato, di questa specie di disposizione degli spettatori.

-“Scusi, per decidere che dove mi siedo io non può sedersi anche lui cosa devo fare, tirare fuori la pistola dalla borsetta?”

-“Stereotipi, stereotipi: niente armi da fuoco, bastano le gomitate.”

Fine primo tempo inizio secondo tempo. Nessun strano soffitto che si alza per far uscire il fumo (questa è veramente una leggenda? Ditemi di sì). Solo una pausa che nei cinema di Roma non fanno più da quando avevo io 5 anni (si legga infinito tempo fa).

Posti non rialzati. Difficile la scelta: guardare il film o la capoccia (testa, senz’altro) del signore troppo alto che sicuramente ti capiterà davanti?

Non è propriamente una battuta: la mente è una cosa complicata e tende a voler guardare sempre le cose meno interessanti ma più, potenzialmente, problematiche.

Sala enorme, almeno per 35 miliardi di persone. E se serve ancora spazio il soffitto è libero: “iamm', vi facimm' nu’ buono prezzo se vi volite mett' lassupr” (si potrebbe anche non dire così, io vado soltanto a ricordi lonatani!).

 

Ma veniamo alle popolazioni autoctone.

Perché sarà pure come dicono di me che “sono più milanese che romana” (la realtà è che i milanesi mi piacciono, o anche me ne piace uno al mese, di tanto intanto) però difficilmente può succedere, in cinema più alti (!), che la ragazza dietro di te si metta a cantare la canzone (totalmente in napoletano) del film. Cioè, diciamoci la verità, è difficile che qualcuno canti durante il film, in un cinema. E che non partano i cori di “scc”.

 

Applausi, balletti, giuro, ho visto un accenno di tarantella. Qualcuno dispensava opinioni stradali (tipo non prendere la salerno-reggiocalabria!), altri giocavano al “malicisiamostatiieri”.

Altri cercavano di tradurmi le battute in napoletano che io, veramente, non ho ancora capito. Già, perché la spiegazione di una battuta in napoletano è una spiegazione più lunga in napoletano. Anzi, scusate. La spiegazione è stata in salernitano che altrimenti poi s’arrabbiano.

Un po’ come quando cerchi le parole sui dizionari monolingue. Soprattutto quello inglese mi sembra leggermente incomprensibile.

 

Nonostante io non abbia il senso dell’umorismo il film mi è piaciuto.

Non so se visto a Roma mi sarebbe piaciuto lo stesso, perché checché se ne dica “guarda u’ mare quant’è bell ‘spira tant sentiment” è una realtà (circa). A me non ispira sentimento ma fa sembrare più “reali” certe cose e magari anche più spiritose.

Battute leggere, per un film leggero, ma con messaggio (e cioè che tipi come Bossi  andrebbero cancellati dalla faccia della terra). Per nulla volgare, nemmeno troppo scontato, niente bellocci hollywoodiani in mezzo, niente esagerazioni, niente aspettative. Forse troppo Bisio, ma ben amalgamato.

Per essere un film italiano non male, insomma.

 

Ben s’intenda, niente più che una piacevole leggerezza da week end, ma sempre meglio delle famose dita negli occhi.

 

p.s. a forza di prendere in giro la mia compagna di università, che tra un appunto e l’altro si soffia il naso, mi è catuto addosso un raffreddore tremendo, per colpa di una sigaretta (il fumo fa male). Ecco, prendete liberamente in giro me, adesso.

21 settembre 2010
488 [film in poche parole] Mangia, prega, ama

Non penserete sul serio che io mi perda un film con Julia Roberts, no?

Sì bè, anche se il titolo in effetti è quello che è.

 

Mangia, prega e ama.

Tre cose complicate, magari anche sovrastimate.

 

Mangiare.

E sembra quasi che in Italia possiamo saper fare solo quello: bello mangiare. Esprime gioia di vivere, esprime lo “sticazzamento” profondo dei problemi, esprime libertà, dice il film.

Semplificativo, superficiale e sostanzialmente sbagliato, sistemerei io.

Il cibo è una prigione nel caso, diffuso, dei problemi alimentari. Ho quasi rotto di dirlo lo so, ma io credo siano, questi, la cosa meno “facile” da trattare al mondo. Tanti sensi diversi, poche soluzioni.

 

Pregare.

Se l’Italia è la terra del mangiare l’India è la terra della preghiera.

Dio è in te, meditazione, canti, recite e tanti eccetera.

Anche interessante volendo, anche con un senso, se non fosse che per il banale proprio dietro la porta.

Banale l’India con le sue tradizioni di far sposare giovani ragazze a sconosciuti (non esisistono eccezioni, santo cielo). Banali questi ricconi che se ne vanno un mese a meditare con l’aria condizionata e i prodotti per zanzare. Poca religione e molto spettacolo in realtà. Almeno non c’è (se non come comparsa all’inizio) il solito dio mono e potente, alto e onnisciente. Ed è già qualcosa.

 

Amare.

Bè, questo non ha un posto preciso, lo puoi fare ovunque, meglio però se in America.

Peccato che ci sia sempre il fico di turno da amare.

Non lo so, mi aspettavo che ad un cammino interno corrispondesse poi anche un modo di vedere esterno diverso. Una donna bellissima, fresca di divorzio, che passa notti infuocate con un attore ci sta anche, però quando poi attraversi i sette mari, mangi fino a comprare jeans più larghi e impari a perdonare e amare te stessa, non ci sta più che ti innamori del belloccio della porta accanto. Certo, stavolta è un uomo sensibile eccetera eccetera, ma non sarà sempre troppo belloccio californiano per esprimere davvero un cambiamento? Non giudichiamo per bellezza e bruttezza certo, ma non facciamo nemmeno gli ipocriti, se tutti fossimo intelligenti, belli, profondi, maturi e felici probabilmente vivremmo nell’eden.

 

A metà film, passa sulla scena un uomo maturo, non bello ma con profondi passati, interessante, complicato. Prima che aprisse la bocca avevo pensato potesse essere la nuova via, il senso di tutto quel cercare, un rapporto adulto, vero, senza promesse. Poi lui apre la bocca e non puoi non accorgerti che non può essere l’amore: dice parolacce.

 

E non ve lo sto anticipando, perché sono cose che capirebbe chiunque (persino il figlio di Bossi).

 

Peccato per l’incredibile Julia Roberts che mi piace sempre e che non ha solo dalla sua una bellezza senza paragoni e la notorietà hollywoodiana ma anche e soprattutto quegli occhietti capaci di esprimere persino l’universo, volendo.

Peccato perché il film è scontato, banale, a tratti noioso e troppo lungo.

Peccato per il titolo che forse, se ben spremuto, poteva dare molto di più.

Peccato che l’America sia sempre così presente, anche lontano, ossessiva e take away.

 

L’unico pregio, tramutato in difetto da una conclusione assolutamente idiota, è quello di citare una delle filosofie che non solo io, personalmente preferisco, ma che ha anche il pregio della più remota antichità: quella eraclitea quella del tutto scorre.

 

“Staccati dalle cose“, dice la protagonista a se stessa e a un ex, “non cercare di tenertele anche quando sono finite, vivi quello che c’è, non quello che ci deve essere anche domani”.

Peccato che poi vada tutto a farsi fottere con le premesse finali.

Certo, perché al massimo, se proprio non si volesse essere cinici, si può dire dopo che hai capito Eraclito ma vuoi amare ancora: “ehi, io voglio rischiare con te. Non garantisco proprio nulla, anzi, ci sono ottime probabilità che ci faremo presto schifo ma adesso voglio rischiare”. Questo si può dire, senza per sempre, quasi mai, e la compagnia del resto.

 

Non c’è veramente niente altro da aggiungere al film.

Boh, vedetelo, non vedetelo, credo sia la stessa cosa.

 

Ah sì, gli attori sono fichi.

E immagino questo farà più biglietti che “il film tocca corde umane e spirituali” (dico per dire eh, mica è vero!).

cinema
16 luglio 2010
452 Un'orrenda eclisse

Twilight mi era piaciuto.

Avevo letto il libro, visto il film e dato un giudizio fondamentalmente positivo, forse al limite del romanticismo, ma positivo.

 

Poi, messi definitivamente da parte i libri della saga, ho sopportato New Moon film.

Sopportato, esattamente.

Perché era meno convincente, meno particolare, più scontato.

Ma può succedere, in una saga, che qualcosa risulti peggio di qualcos’altro.

 

E alla fine, ieri sera precisamente, ho detestato Eclipse.

Detestato fino allo sbadiglio gutturale.

Detestato fino ad ateamente pregare perché finisse.

Detestato al punto da prendere nota di tutti i congiuntivi massacrati dal doppiaggio.

(E ce n’erano, vi risparmio, ma c’erano, qualcuno anche abbastanza grossolano)

 

Lasciamo perdere la storiella ai limiti del melenso, ma quello rientra nei gusti personali.

Lasciamo perdere il finale scontato e limitato.

Lasciamo perdere le mie aspettative.

Lasciamo perdere le anafore.

 

Prendiamo in considerazione l’ineducatività della storia.

 

In breve sta succedendo che Bella, la protagonista, arrivata al diploma, decida di “farsi trasformare in vampiro” e quindi a soli 18 anni, forse 19, abbandonare la sua vita umana fatta di finire e divenire per vivere, per sempre come ghiacciata (si dice che i vampiri siano freddi) creatura del demonio.

 

Io posso capire, ma solo per sentito dire, che a 19 anni uno sia impulsivo, accecato dall’amore, destinato a sbagliare e a “prendere treni sbagliati” però cavoli, qui si parla di fare una scelta per l’eternità, si tratta di non poter più provare le “sensazioni umane”. Capirei se uno scegliesse di farlo passati i quaranta, con più consapevolezza, ma a 19 anni, vergine per di più, direi che la scelta potrebbe essere discutibile, potrebbe.

 

Già, vergine.

L’ho specificato perché nel film è specificato.

Il bel vampiro Eddy (Edward) infatti non vuole toccare la ragazza se non dopo il matrimonio.

Perché lui “si preoccupa per l’anima di lei”.

 

Ehi? C’è nessuno? Pronto?

La stai per trasformare in un vampiro, quanta differenza può avere se l’avete fatto prima o dopo il matrimonio se tanto poi “la condanni” ad una vita senza anima?

Non lo so caro Edward, certe volte, mi mandate il sangue al cervello, voi vampiretti.

 

E lei?

Lei avrà la forza, il coraggio di dire al suo Edward che no, vorrebbe, prima di decidere se vuole vivere per sempre come l’iceberg vampiro provare giusto qualche cosuccia umana (ovviamente cosucce di poco conto eh, parliamo solo di sesso!)?

No, lei accetta di sposarlo.

 

Ma detto così non è sufficiente.

Allora un po’ di trama: loro stanno insieme da tre libri quindi credo almeno da due anni.

Hanno una casa tutta per loro, per una, e dico una, notte soltanto.

Lei è vergine.

Lui la ama.

Lei, bellissima, gli si butta addosso, gli apre la camicia, lo tocca, lo invita a far scivolare le sue mani su di lei e lui …la ferma.

E lei accetta di sposarlo.

 

Da qualche parte dovrei mettere un quindi.

 

Quello che io mi sono domandata è stato: ma se dopo il matrimonio lui sarà scadente nel sesso, spiacevole come amante, freddo come un vampiro, lei se lo terrà così, divorzierà oppure si farà comunque trasformare in un vampiro per restargli accanto e magari smettere di provare ovvi impulsi umani?

 

Okay, sto uccidendo il romanticismo, però mica si può ballare sempre su scarpette di cristallo.

 

Ma è sul finale che viene fuori un altro aspetto parecchio inquietante.

Perché, sto per uccidere anche la suspense, lei è innamorata, oltre che del vampiro, anche del nemico storico del vampiro, il lupo mannaro, anche ragazzo certe volte, Jacob.

Quello per cui impazzano le ragazzine su facebook.

 

Ci sarebbe da chiedersi come mai tutta ‘sta gente inumana stia stipata in un’unica cittadina di Washington vicino a Port Angeles chiamata Forks, e come mai vogliano tutti Bella, però noi, per finzione narrativa lasceremo perdere.

 

Insomma lei, in virtù dell'amore doppio, bacia il lupo mannaro, Edward il vampiro che legge nei pensieri lo sa, ma non s’arrabbia nemmeno. Perché è vero che lei ama tutti e due ma ama di più il vampiro.

Grande consolazione.

 

Quest’ultimo dettaglio però devo confessare m’è stato d’aiuto: ho trovato un’altra scusa convincente (almeno per qualcuno) per le mie ambivalenze (trivalenze, quadrivalenze, quintevalenze ecc ecc) sentimentali.

L’amore vince su tutto, anche su amori meno forti.

 

Facciamo i seri.

E pensare che per convincerlo a portarmi a vedere Eclipse ho fatto i salti mortali, sprecando ore e ore di esercizi nell’imparare a riprodurre quelle cose strane che voi chiamate sorrisi.

Sprecati, temo.

10 marzo 2010
377 Lolita (forse "e due")
Se cancello e riscrivo di nuovo questo maledetto inizio post, probabilmente dovrò anche cambiargli il titolo (sì, me ne frego delle guide "l'articolo perfetto" che suggeriscono di scrivere prima il testo e poi il titolo, io faccio l'inverso più o meno sempre) e intitolarlo "La S. Pasqua".
Già, perché forse per Pasqua sarà pronto.

Credevo d'aver solo dei problemi con "il post", invece, noto che ho dei problemi con i verbi.
Comincio.

Io detesto vedere il blog vuoto, ma ieri sera proprio di scrivere non avevo, non voglia, ma capacità.
E allora, per distrarmi, mi sono incollata in salotto, internet impossibilitata (lì non prende la chiavetta mobile) e ho acceso la scatola magica con le immagini che si muovono.

Ho iniziato da un filmetto di Dario Argento che trasmettevano sul canale (credo) horror di mediaset premium: "Il Cartaio".
Veramente un bel film: era semplice intuire l'assassino già prima che uccidesse qualcuno: mica è facile arrivare a un tale grado di banalità.
Riassumento mi spavento di più a guardarmi di prima mattina allo specchio.
Molto, molto di più.

Sconvolta da tanta stupidità cinematografica, terminato il film tra uno sbadiglio e una risata, ho guardato la giuda e mi sono accorta che su "cinema emoction" (canele ben più spaventoso rispetto a quello dell'horror)  trasmettevano "Lolita" (film del 1997 di Adrian Lyne remake dell'omonimo film di Kubrick).

Lolita.
Dal famoso romanzo di Nabokov.
Eccellente per stile, poco meno per contenuto.

Per Lolita (io ci vedo una categoria) si intede una ragazzina senz'altro giovane, dalle fattezze minute, i colori chiari e i capelli preferibilmente sul rosso, che ha negli occhi l'innocenza della vergine ma che poi  vergine non è.
Differentemente da quanto dice la voce narrante, io credo che pochi uomini non siano interessati al suo fascino. 

Lolita è quella creatura che trasmette con i suoi gesti (fintamente) ingenui tutto un eros particolare: non "amore", ma passione erotica al limite del patologico.

Incesto, pedofilia, scandalo.
Componenti sfiorate secondo me, ma non propriamente centrali dell'opera.

Lolita non è un'innocente circuita, non è la vergine violata, non è la vittima di nessuno.
Anche perché: "signori della corte, non sono stato nemmeno il primo".
Esatto, 13 anni (14?), e non vergine, quando decide di farlo con il marito di sua madre.
Bè, non si tratta propriamente di "tradimento" (incestuoso?) visto che la signora era già morta.
Peccato che Lolita di scusa non abbia nemmeno questa, pare non lo sapesse.

Nel film è lei a baciare l'insegnante (vedovo di sua madre) per prima.
Lo fa con l'ingenuità di una bimba che bacia "suo padre"?
No, lo fa con la consapevolezza di piacergli, con l'esaltazione tipicamente femminile di saperlo in suo potere.

Lui è ossessionato dalla "ninfetta".
Un'ossessione malata, certo.
Ma è colpevole?
Sì, ma, per me, solo moralmente.
Sposa la madre della ragazzina con l'inganno, la esaspera causandole indirettamente la morte. E tutto solo per poter star vicino alla ragazza.

La sua colpa è minore però per il semplice fatto che lei non è innocente; anzi con il tempo, sempre più consapevole del suo potere, gli chiederà dei soldi per i rapporti sessuali.

Il film è ben fatto.
Si colgono bene l'ossessione e il tumulto, ma soprattutto la differenza tra una colpa reale e una colpa apparente.
Un ottimo esercizio mentale secondo me e un ottimo modo per mettere in crisi, e testare, una morale che si crede convinta della propria "idea" di giustizia.

Il mio parere è che non esiste una giustizia (come non esiste il bello, il buono, il male, l'altruismo, l'amore -le idee platoniche pure insomma) ma che tutto sia strettamente connesso alla percezione umana.

Sì, esattamente, se ve lo state chiedendo, la mia morale non ha avuto problemi, è rimasta la solita maledetta immorale.
cinema
8 dicembre 2009
311 Gray Dorian? Assente
Ma il mio (altro dativo di possesso) Dorian non si pente!
Mai, mai, mai Dorian Gray si pentirebbe.
Nè sul corpo di Sybil Vane, nè per Basil, nè per niente altro.
Questo perché Dorian Gray non vede le persone, vede solo "i loro ruoli".
E una volta che il dramma (nella sua estetica bellezza) è concluso a cos'altro servono quegli attori?

Sybil Vane è bellissima, certo.
Ma più bella ancora è lì, illibata sul palcoscenico.
Preda.
Dolce volontà di un capriccio
.
Dorian non ama, Dorian vuole.
Non si lascia sopraffare da emozioni vere, ma certo, le emozioni finte che indossa le lascia calzare addosso come fossero vere.
La differenza è sottile e immensa.
E Wilde è l'unico uomo in grado di creare questo orgasmo celebrale.

Dorian è vinto dal suo essere "perfetto" (bello, elegante, intelligente, giovane) e cerca di schiacciare quell'indesiderata finestra sulla sua anima (il ritratto che segna il tempo e il male): sono gli esisti che lo bugerano, non il pentimento.
Mai si pente per le sue azioni e mai accetta la morte.
Come potrebbe mai?
Un Dorian Gray che accetta di morire cosa sarebbe?
Lui, l'essere perfetto, assetato di vita, non vuole morire.
L'eterno giovane.
L'eterno bello.
L'eterno sconsiderato.
L'eterno senza coscienza.

Verso la fine (del romanzo) desidera rinascere e diventare buono.
Oh, ma non lo vuole veramente!
Come qualsiasi edonista, amante del piacere vero, sa bene che il dolore, il sacrificio, la punizione gli si avvicinano molto.
Anzi,
a volte servono a completarlo.

(Certe volte, a sentire quanta vicinanza c'è tra noi io quasi mi spavento.)

Allo stesso modo, Dorian Gray, non viene circuido da Lord Hanry Wotton.
Non come sembra nel film.
Dorian non è un ingenuo.
Non arriva a Londra in vesti angeliche e viene poi trasformato.
No, Dorian ha la perversione, l'edonismo, il piacere, la vita e la bellezza nel sangue.
Lord Hanry lo seduce, lo tenta, ma lui, Dorian, l'antidoto alle tentazioni lo conosce.
Come ormai lo conoscono tutti.
Banalmente.
Ha perso qualsiasi caratteristica wildiana e sembra diventato un invito al sesso sfrenato e raccontato.
In realtà cedere alle tentazioni per resistervi significa qualcosa che si concretizza soltanto nel vero pensiero wildiano.
Le scene "di sesso" (virgolettiamo: cos'è il sesso, chi lo stabilisce?) che ho visto nel film, a Oscar Wilde avrebbero inorridito.
Essere tentati, cedere per non cadere (quello che dicevo prima: scegliere di indossare quella tentazione e non caderci come animali), è tutta un'altra cosa.

Per il resto (eccettuate le mancanze dovute al protagonista) il film non è male. Una storia di impatto magnifico (ma il merito lo ha solo l'autore), un attore ben scelto, un totale discreto.
Il finale, però, è spiacevole, poco esatto e ancor meno adattabile.


Nulla da fare.
Devo trovare anche io un modo, che escluda i dipinti, per non invecchiare.

Inizierò con il cancellare la mia data di nascita da ogni dove, di modo che, almeno illusoriamente, gli anni non passino.
Esclusa la carta d'identità per motivi piuttosto ovvi.
Non riesco più a trovarla, in quale caos del mio armadio sarà finita?
16 luglio 2009
195 [Film, in poche parole] Severus Piton e Sirius Black

 

Non sono bellissimi?

Sirius Black: dolce, gentile, elegante (chi lo conosce sa, dalla foto non sembrerebbe!) e bellissimo.

Severus Piton: nero, imprescrutabile e divino; è il perno dell'interno "Harry Potter", capito Piton si comprende tutto, finale, fatti e antefatti.




Harry Potter e il principe mezzosangue...no male.
Letti i libri si arriva facilmente alla conclusione, senza è più antipatico ma non imposibile.
Effetti speciali grandiosi, trama coerente.
A me è piaciuto, ma io sono fissata!
[Ho dovuto usare tutta la mia capacità persuasiva per convincere S che era necessario vederlo oggi!]

La Rowling secondo me è un genio.
Dico, ma come gli sarà venuta in mente una storia del genere e dei personaggi di cui è impossibile non innamorarsi?

Senza considerare i soldi che ha fatto.......

A me il suo stile non piace quasi per niente.
Trovo che sia "freddo", inglese sarebbe appropriato, e con troppi pochi dettagli...io avrei dato più spazio alla caratterizzazione umana, ma sta di fatto che lei ha venduto in tutto il mondo infinite copie dei suoi sette libri ed io...ehm no.
Quindi a fatti mi batte infinite copie a zero (una mezza citazione mi sembra)!

Quello che penso ora è: "non avevo mai fatto caso al tatuaggio che Sirius ha sul petto...mi sembra, un simbolo al quale sono legata....o meglio un simbolo che una persona a cui sono molto legata ha tatuato, o comunque simile..."

Stasera mi sto sbilanciando...

In verità dovrei e vorrei solo andarmene a dormire....
 

8 giugno 2009
163 ANTICHRIST...o-mio-dio

Ci sono certi film che non devono essere visti.
Antichrist è uno di quelli.

 

E non certo perché potrebbe in qualche modo distogliere i pii coscienziosi a credere che il “mondo di dio” da egli stesso sia stato forgiato, no (fosse per simili cose lo consiglierei anche ai bambini di seconda elementare) non va visto perché fa “schifo” (non dirò cosa direbbe W. in proposito...comunque, sarebbe d'accordo con me)

Fatto bene, interessante, con una trama coerente ed anche piuttosto originale, musiche e biachi-neri usati con sapienza e persino i flashback avevano una loro dimensione, impeccabile.

 

Ma…

 

Ho letto altrove che il regista, Von Trier, “ha sfidato quanto lo spettatore potrebbe mai sopportare”; ebbene, non c’è definizione migliore.

Solitamente non sono facile a sconvolgermi, eppure…c’è stato un momento in cui ho pensato di abbandonare la sala e se non fosse stato per la paura di avvicinarmi a quegli urli (dello schermo) nel buio completo della sala, lo avrei fatto.

Ho guardato poco (ho chiuso gli occhi addirittura con la mano) mentre stringevo la caviglia della mia amica e i suoi pantaloni (tanto per una collocazione logistica lei aveva le gambe appoggiate sul sedile davanti, in alto quindi) con la mano che non copriva gli occhi.

Ero indecisa se alzarmi e scappare urlando, piangere oppure vomitare.

 

Dirò, solo per spiegare il genere, che sentivo (non vedevo) fiotti di sangue, e “oggetti” (forbici in particolare) conficcarsi in posti…remoti.
Molto remoti.
E gli urli...

 

Era iniziato bene (nel senso, per quanto film del genere possano iniziare bene), si svolgeva unicamente su un piano psicologico, e solitamente sono gli “horror” che preferisco, i più “sottili” (i classici "survive" sono troppo uguali per fare veramente paura!)

 

Poi…è diventato…aahh

 

La ragazza da cui ho comprato i biglietti aveva una faccia che mi doveva far riflettere e aveva detto che faceva “schifo” ma…il titolo.
Potevo non andare a vedere “ANTI CRISTO”?

 

Mi merito la mia “giusta” punizione divina.
Anche se, secondo il mio modesto parere, questa settimana ho scontato pure le colpe della prossima vita (per non parlare di quella che mi aspetta di settimana!).

 


Non chiuderò occhio.
E lascerò la tv accesa.
Non mi succedeva da “the ring”!


La prossima volta (giurerei su dio, ma sappiamo in che rapporti sono con le alte sfere) Hannah Montana.

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Curriculum vitae
[lo hanno detto di me]


se provi a toccarmi si cade e siamo nei sogni (Gianna Nannini)

ha un metaforico piercing sulla lingua (cit.)
 
un elegante stabilimento balneare (cit.)

un'aquila che si crede un pollo (cit.)

bambi incazzato con una predisposizione al sadomaso (cit.)

bieco genio del male (cit.)

la ladyoscar originale (semi-cit.)

tutta naso e coccole (cit.)

mi ricordi uno spaventapasseri (cit.)

ha più neuroni che tette (cit.)

te in arabia saudita staresti bene: col burqua non si vede nulla (cit.)

la tristezza fatta persona (cit. di Nonna)

berlinese (cit.)

ha il dono della parola (cit.)

tutt'altro che ripugnante (cit.)
 
Pubblicità e commercio di (tentati) valori (im)morali


(ricordatene sempre: il sesso è troppo bello per rimpiangerlo dopo)
 

(ringrziamo free per la gentile concessione)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(libertà di scegliere, anche il velo) 
 
 


 


Persone con cui condivido una qualche certa parentela
 
 
 

(Sirius Black)
 

(Lady Oscar)
 
(Alessandro Magno)
 
(Friedrich W. Nietzsche)
 
(Woody Allen) 
 
(Fabrizio De Andrè)
 
 
 
 

Che relazione c'è tra le mie idee ed il mio naso? Per me nessuna io non penso col naso nè bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo (il naso) per la sua forma molto buffo si metterebbero a ridere! (Luigi Pirandello -Uno, Nessuno e Centomila)

Credi che t'avrei lasciato solo a mangiarti il cuore nel buio e nella solitudine senza cercare d'aiutarti a sopportare l'amaro peso della tua ignomia? Credi che non t'avrei fatto sapere che se tu pativi, io pure pativo; che se tu piangevi, pure nei miei occhi erano lacrime; che se tu giacevi nella casa della schiavitù ed eri disprezzato dagli uomini, io con il mio dolore avevo costruito una casa in cui rinchiudermi fino al tuo ritorno, un forziere in cui riporre tutto quanto gli uomini t'avevano negato per restituirtelo alla tua guarigione centuplicato (Oscar Wilde- De Profundis)

Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere (Charles Baudelaire)

Io non è che sia contrario al martimonio, ma mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi (Massimo Troisi)

Il cinico è colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno per cercare la bara (H.L. Mencken)

La calma è una vigliaccheria dell'anima (Lev Tolstoj)

Mi sento come uno dei tanti. Se mi taglio sanguino. E mi imbarazzo facilmente (Michael Jackson)

Alle anime superficiali occorrono degli anni per liberarsi di un'emozione (Oscar Wilde)

Le donne che non riescono a rendere affascinanti i loro errori, sono solo femmine (Oscar Wilde)

Amo molto parlare di niente, è l'unico argomento di cui so tutto (Oscar Wilde)

Cerchi la profondità? Guarda in superficie (Friedrich Nietzsche)

Essere soddisfatti di sè significa essere vili e ignoranti [...], è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici (E. A. Abbott)

Non v'è rosa senza spine; ma vi sono parecchie spine senza rosa (Arthur Schopenhauer)

pregiudizi sempre. Altrimenti non potremmo escludere che stando a misurare le distanze tra gli oggetti nella nostra stanza si troverebbe una cura per il cancro (cit.)

Tanto ad andare, quanto a star fermi manchiamo sempre qualcosa (teoria del movimento/ semi-cit.)

Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione e della superstizione nelle scuole e nei media, il mondo diventerebbe un luogo più sensato (Piergiorgio Odifreddi)

Non siamo soli a immaginare un nuovo giorno in Italia (Domani 21/04/2009)

Il mio tempo non è ancora venuto, alcuni nascono postumi (Friedrich Nietzsche)

Cosa sa più di pollo: spolpato o spappolato? (Mela Acerba cit.)

La vita è una cosa spiacevole ed io mi sono proposto di passare la mia a rifletterci sopra (Arthur Schopenahuer)

Al mondo non ci sono solo buoni, magari questo lo sapevo ma è diverso, viverlo sulla mia pelle, come ho fatto io con te (Tiziano Ferro -Ti voglio bene)

Nessuno, alla mia morte, mi decori di lacrime nè faccia funerali di pianto. Perché? Volo vivo tra le bocche degli uomini (Ennio, semi-tradotto)

Il denaro non dà la felicità, ma la sua mancanza vaforisce l'infelicità (Andrea G. Pinketts)

E poi a me spaventano più i cristiani che i cannibali: i cannibali di solito infieriscono su gente morta, i cristiani no (msdc cit.)

L'essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia (Stephen King)

L'abito non fa il monaco; e neanche il monaco fa l'abito, se no sarebbe un sarto (cit.)

Un tradimento come il tuo, Lesbia, costringe ad amare di più, ma a voler bene di meno (Catullo)

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle (Voltaire)

Non tornare mai indietro, neanche per prendere la rincorsa (Ernesto Che Guevara)

Farai l'amore per amore o per avercelo garantito? (Fabrizio De Andrè)

Non è che per avere treni puntuali dobbiamo beccarci per forza il fascismo (rip cit.)

Non mi piace definirmi bisessuale. Mi sembra di escludere un sacco di gente, hai capito? Magari i trans. Non mi sento bisessuale, mi sento polisessuale (Gianna Nannini)

A chiunque è concesso un quarto d'ora di stupidità, ma lei ha veramente perso il senso del tempo (cit.)

Definire è limitare (Oscar Wilde)

Ti insulteranno a gran voce e tu ridi, ti chiuderanno la bocca e tu scrivi, se ti picchieranno, se ti imporranno divieti tu fatti beffa dei tuoi padroni e canta i loro segreti (Consigli di un pirla -Articolo 31)

E' da uomo non addotrinato alla filosofia addossare ad altri la colpa dei travagli, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato non darla nè a se stesso nè ad altri (Epitteto)

Un nonnulla basta a consolarci perché un nonnulla basta ad affligerci (Pascal)

Due stereotipi diversi non danno una persona originale, ma uno stereotipo al quadrato (Muriel Barbery)

Per essere l'immacolato membro di un gregge bisogna prima di tutto essere una pecora (A. Einstein)

Ci insegnano a ricordare le idee e non l'uomo, perché l'uomo può fallire (V per Vendetta)

La filosofia è pericolosa, la filosofia vi rende dei disadattati permanenti (Roberto Finelli)

Combattere per la pace è come far l'amore per la verginità (John Lennon)

Se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te (Friedrich Niezsche)

un bondage di vaffanculo (Yaxara)

Il Mont-Blanc si regge su un equilibrio delicato, non è come la Sacher Torte (Nanni Moretti)



IL CANNOCCHIALE